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Fine del primo tempo

Padre e figlio: un rapporto spesso contrastato perché offuscato dallo scontro fra mentalità e aspirazioni divergenti.

Nel romanzo di Federico Montanari questo legame, solido nonostante il gap generazionale, si rafforza in seguito alla malattia del padre che, ignaro della gravità della sua situazione, la affronta con la dignità e il fatalismo di chi proviene dal mondo contadino.

Rimorsi e perplessità tormentano il figlio che vorrebbe stare più tempo accanto all’anziano genitore ricoverato a Ravenna ma è trattenuto a Treviso dove lavora come docente.

Un continuo alternarsi tra presente e passato caratterizza la vicenda che mostra la maturazione del figlio in un mondo destinato a cambiare in seguito al sessantotto, alla lotta da parte delle donne per la parità dei diritti, all’invasione della Cecoslovacchia e ad altri rilevanti mutamenti sociali e politici.

Curioso e aperto verso il nuovo, il protagonista decide, nonostante l’ostracismo paterno, di abbandonare la ditta in cui lavora per frequentare l’Università di Lingue. La parentesi veneziana, raccontata in forma diaristica, proietta il giovane in una realtà stimolante in cui ci sarà spazio anche per l’amore.

L’amarezza dell’epilogo è stemperata dalla consapevolezza da parte del protagonista di diventare presto padre: ecco che la contrapposizione tra gioia e dolore, nascita e morte, presente e passato si ricompone in una sintesi armonica, frutto della fiducia e della speranza nel futuro.

Il racconto, che si fa apprezzare soprattutto nella prima parte, elabora gli spunti autobiografici, riuscendo a essere un credibile affresco dell’Italia dalla fine degli anni sessanta a oggi.

Recensione
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