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Le verità nascoste

La malattia e la vecchiaia, con il suo declino fisico e cognitivo, sono al centro della raccolta di racconti firmati dall’eclettica Wilma Minotti Cerini.

In queste diciotto storie si coglie la sensibilità della scrittrice milanese verso un mondo di emarginati – alcolizzati, portatori di handicap, senzatetto –, soli di fronte alle avversità della vita con le sue illusioni e attese mancate.

L’ospedale è la location privilegiata di vicende nelle quali chi è testimone della sofferenza altrui si dimostra solidale, provando una pietas che rivela la formazione cattolica dell’Autrice.

Se in alcuni casi la morte appare come una liberazione (è il caso della ventenne Rita, ridotta a uno stato vegetativo dopo un incidente, in “Venditrice di sogni impossibili”), la stessa condizione è vista come un rito di passaggio, una fase di transizione a una dimensione ultraterrena.

Il corpo è inteso, infatti, come un mero involucro, un abito che ricopre le fattezze della persona, la cui vera essenza è rappresentata dall’anima.

Nel segmento narrativo “La luce di Kalidasa” un contadino ignorante, divenuto saggio per miracolo e considerato un filosofo dai tanti visitatori in cerca di consigli, vive il suo ultimo giorno di vita con serenità perché sa che lo attende un’esistenza migliore.

La cronaca ispira il racconto più toccante, “L’orco e Siri”, che mostra la presa di coscienza e il tardivo pentimento di un predatore sessuale, ammalatosi di Aids dopo aver avuto dei rapporti non protetti con le baby prostitute nei bordelli di Bangkok.

La solitudine e il disprezzo del figlio per questa perversione è la condanna che il pedofilo pagherà per aver abusato di Siri, una bambina di appena dieci anni, poi riscattata e curata in qualità di medico da una donna.

Si apre così uno spiraglio di luce su una realtà notoriamente senza speranza, scelta comprensibile perché la narrativa, in quanto finzione, deve ricreare la realtà quotidiana anche tradendola se vuole lanciare un messaggio positivo.

Toni più leggeri caratterizzano “La ribollita”, in cui il mondo rurale, già presente in “Ancilla per l’ultima volta”, è nuovamente protagonista con la sua vitalità e innocenza, incarnata dalla diciassettenne Beatrice che ammalia e confonde con la sua bellezza prorompente il Dottor Franceschini.

In questa novella, ambientata in Toscana, la scrittrice arricchisce la sua prosa di inserti dialettali ed è abile nel cogliere gli odori, i colori e i sapori di queste strutture a gestione familiare, antesignane dell’agriturismo oggi tanto in voga.

Si sorride anche con la storia del defunto che priva nel suo testamento i familiari dell’eredità, suscitando il loro inevitabile rancore e dimostrando la validità del detto “la vendetta è un piatto che si serve freddo”.

Recensione
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