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Lettera a una donna - love obsession

Il secondo libro di Stefano Zangheri non si esaurisce in un romanzo sull’ossessione amorosa ma prende la forma di una dotta riflessione sullo scorrere del tempo e sull’impatto che esso ha sulle nostre emozioni e sulle esperienze accumulate.

C’è una dimensione temporale che l’Autore definisce “inesistente” perché non è stata vissuta nel passato né lo sarà nel futuro: è il tempo dei ricordi, a cui è ancorata la love obsession di Andrea, protagonista nonché io narrante della vicenda.

La narrazione, inframmezzata dai dialoghi con Stefi, ripercorre i momenti vissuti dalla coppia: il primo incontro in una mattina di primavera, gli appuntamenti giornalieri al tavolino del bar della stazione di servizio, le uscite in macchina, dove si svolgevano quegli approcci intimi che, seppur goffi, erano accompagnati dal gusto della scoperta.

Il tempo dei due amanti è quello della giovinezza, nel quale l’importante è stare insieme e gli attimi sembrano dilatarsi all’infinito. Simbolo della fine di quest’età dorata e delle sue illusioni è la perdita della verginità, il momento della deflorazione che allontana Stefi da Andrea, incarnazione dell’uomo riflessivo, apatico e poco propenso ad agire perché troppo impegnato a pensare.

Ed è proprio la malinconia di Andrea, che ha perso la madre ed è stato allevato dalla zia, ad attrarre inizialmente Stefi e, in seguito, e ad allontanarla quando tutto ciò che poteva arricchire i discorsi della coppia – sogni, pensieri, sesso, sensazioni provate – è stato escluso, lasciando il posto a un vuoto che il godimento immediato non può più colmare.

Pur riuscendo a vincere la solitudine, il sesso non riesce a impedire, infatti, lo sgretolarsi del rapporto amoroso, alimentando l’impotenza del protagonista che rivive il piacere perduto in una visionarietà che recupera le sensazioni di un tempo trascorso attraverso la parola.

L’attrazione carnale maschera il disagio esistenziale di Andrea, la cui ricerca di novità lo spinge prima a iscriversi al collegio - sentito come una prigione da cui evadere precipitosamente - e poi a legarsi a Stefi.

La loro storia d’amore, interrotta alla partenza per il servizio militare, riprenderà dopo i quarant’anni ed è destinata a esaurirsi perché priva di quella leggerezza che l’aveva caratterizzata in passato.

Sorretto da una prosa ben rifinita e accompagnato dalla postfazione della studiosa Antonietta Benagiano, il romanzo è un inno alla fantasia che si sostituisce al ricordo nel ricostruire gli avvenimenti lontani, sconfigge l’oblio e causa il rafforzarsi dell’ossessione amorosa.

E che cosa sono le ossessioni se non ricordi così resistenti da non farsi influenzare? Ecco perché si può solo assecondarle e lasciarsi possedere da esse. Delle nostre ossessioni l’amore è la più grande e si accompagna sempre al dolore, altrimenti sarebbe solo passione e mero sfogo dei sensi.

In preda all’ossessione amorosa, l’io narrante non può che giustificarla perché, sopprimendola, porrebbe fine alla propria esistenza.

La citazione:
“Caverne siamo, lunghe caverne buie, senza altari dove posare un attimo le ginocchia”.

Recensione
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