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Non v'è dubbio che la penna di Onano sia intinta nell'ironia più raffinata e strenua, e talora anche in un curaro che pure, se non è pietoso, non pare mai definitivamente mortale. Non v'è aspetto del vivente che sfugga all'acutezza dello sguardo pur segreto e mimetico di questo scrittore, alla sua critica o 'descrizione', drappeggiata per lo più con grazia elegante nei panni del suo gusto per il grottesco, riccamente variato negli scorci allusivi che si potrebbero estendere dalla camicia di Nesso al mantello di San Martino. Poiché al fondo dell'anima, del cuore, della mente del poeta vi è una pietas, quella classica, aristocratica e pagana, che si potrebbe anche chiamare compassione, bontà.

Ammuina, potremmo dire, è ciò che Onano si diverte a fare, con la consueta serietà e `professionalità' non solo di medico psichiatra. E' un po' come se scomponesse le tessere del suo puzzle mentale per posarcene ogni tanto una davanti, sulla pagina, in una ricca variatio di ammicchi ironici, di allusioni che quasi ci galoppano davanti, verso diverse e spiazzanti direzioni. Per cui ogni volta dobbiamo aggiustare il tiro dell'attenzione, farci amici della tanto varia parola, del verso, della eventuale rima dal gioco malinconico e sottile. Nella amaritudine temperata d'ironia sapiente, nell'affollarsi di riferimenti (un meticciato — come scrive Sandro Gros-Pietro — di scorci di «attualità televisiva in cui galleggiano cantanti, calciatori, ciclisti, quizzisti, cui si aggiungono le fonti popolari e folcloristiche» e tanto altro), riscontriamo continuamente la pacata naturalezza con cui Onano se ne fa invadere, e al contempo l'appassionato riserbo della sua forte cultura letteraria, cinematografica, e ancor più pittorica. Pensiamo ad esempio al suo libro precedente, Il nano di Velasquez; ma qui gustiamo infinitamente (p. 28) Aurelio Schellino, il domenicano che contesta la tela di Paolo Caliari (e questi, il Veronese, lo gioca cambiando semplicemente il titolo al grande quadro, che diventa Il banchetto in casa di Levi). O (p. 63) in altro ambito, evangelico, Tommaso, uno dei Dodici, che, "Leggermente infastidito dal camminare | sulle acque, [...] si attiene al metodo sperimentale ..." E già in apertura di quest'ultimo testo siamo catturati dall'avverbio, dalla raffinata sprezzatura con cui è accostato al participio. Ma quella con protagonista Didimo è poi una sequenza di sette brevi testi, in cui cresce via via l'intensità dolorosa dei sentimenti di Tommaso (verso il Maestro mai nominato), ed il velo finissimo dell'ironia pare qui esaltare, non già nascondere, quel sentire appassionato, quel rimorso (Perdona ciò che non ho fatto, che non ho detto. | Ciò che ho pronunciato e zirlo di passera, | ruota di pavone nell'orto di getsemani.).

Che la miseria, talora la bassezza o la bruta gioia carnale, le angosce le speranze e il dolore dell' umanità, siano spesso coniugate dall'autore con il disagio psichico e/o sessuale per lo più femminile, tale — accennò una volta — era la sua esperienza professionale.

Facite ammuina era l'ordine — scrive ancora il redattore Gros-Pietro — che si dava alla ciurma della reale Marina di Francesco II, ultimo re di Napoli, quando ci fosse stata l'ispezione improvvisa a bordo, un falso storico «perfidamente architettato dai comandanti piemontesi per deridere la scarsa propensione guerresca delle truppe borboniche». Si creava così un insensato garbuglio di uomini che si spostavano nelle direzioni contrarie e che impediva certo qualsiasi ispezione. Così il poeta traccia, nelle sue metafore, il quadro del gioco doloroso in cui si agita, gesticola, si arrabatta quell'umanità che pare ed è il suo oggetto primario d'osservazione.

Elegante e assai appropriata la scelta dell'opera di Francis Picabia (1914) per la copertina.

Recensione
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