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Ancora emozioni e scotimenti nell’impatto con la storia di Sant’Anna di Stazzema, nella collina versiliese, la zona martire della XVI Divisione delle SS, che il 12 agosto  1944 sterminarono almeno 560 persone, tra cui molti vecchi, donne, bambini. Le raffiche dei mitra distrussero anche l’organo della chiesa, e come vorremmo sapere che cosa ebbero in cuore i giovani tedeschi (loro, razza di musicisti più di ogni altra al mondo!) per aggiungere questo gesto al massacro degli esseri umani. Mariagrazia Carraroli visita nel 2007 il luogo, con il marito pittore e fotografo, parla con i superstiti, li ascolta, traduce «l’alfabeto emotivo dei loro muti racconti», annota e poi scrive. Scrive in uno straordinario colloquio poetico con gli alberi di collina e di monte, alberi come vita e verità più antiche e durature della nostra umana: scrive dando agli alberi stessi la parola, che cola in puri intensi versi. Parlano il fico, il noce, il frassino, la quercia, il ciliegio, il platano, il castagno, e accennano agli episodi tremendi, ai nomi delle vittime, al falò dei loro corpi ammucchiati sulla piazza. Dicono anche dei doni (del castagno i rami da bruciare nel camino, i frutti per nutrirsi, i giochi dei bambini nelle cavità del tronco). Il ciliegio abbassava i rami coi rossi frutti golosi a giugno, perché la sposa gravida li cogliesse, ma «Non cede al mistero la ferocia», e il rosso sarà quello del suo sangue, «mentre il bimbo non nato/ già moriva». Brevi esempi, questi, trascelti dalla sequenza che un’ispirazione straordinaria e autentica ha suggerito all’autrice. Ed è molto commovente partecipare a quella sua intensa partecipazione, condivisione, identificazione. L’ultimo componimento, intitolato 29 luglio 2007 (notte), è una contemplazione del cielo stellato, in cui le stelle sono luce dei morti (Mario Licia Vittorio e tanti altri) che ormai pacificati sorridono, «le ferite mutate/ in scia vaporosa di cometa/ le note/ in gioia di ghirlande/ in profumo di caldarroste […]». È questo un libro che si legge e si recensisce trattenendo appena il pianto, in una comunione intensa con quella lontana tragedia della brutalità umana, e con le innumerevoli altre che affiorano nel ricordo antico o recente.

Le fotoelaborazioni di Luciano Ricci (alberi immersi in un’intensa gamma di rossi) sono toccanti e a loro volta magnifiche per forza, fantasia, gusto ed elegante misura, e costituiscono il miglior controcanto alle parole della poetessa. Con segreto pudore parole e immagini dicono anche una grande affinità di sentire, sorta di osmosi tra i due autori.

Recensione
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