Servizi
Contatti

Eventi


Qualche volta “presentare” un libro, parlarne ad un pubblico, è un’occasione seria e giusta, che illumina e persino consola. Come se ci scintillassero davanti pietre lucenti, e magari preziose. Nella mia esperienza accade abbastanza di rado.

Quello che scintilla e consola e illumina sono per me le particole, i frammenti del vero, dell’umano vero, della vera esperienza d’anima, non necessariamente espressa in lunghe pagine. Il palpito è facilmente più intenso se la pronuncia, la dizione, è sottovoce, è quasi un filo di voce (che pure sa gridare lo sdegno), umile quieta voce che canta o solo colloquia con sé e con le cose. E non necessariamente le cose presenti intorno a noi, poiché le più vere sono quelle che interiormente nascono, soltanto suggerite da un apprendere, da una informazione esterna: avendo queste un’origine interiore, hanno carattere divino. Grecamente divino, sia esso tragico o elegiaco: poiché c’è una bellezza nelle persone, negli alberi, nella parola poetica, che non ci chiede lode o preghiera devozionale, partecipazione di religio. Ci chiede solo libertà nell’ascolto e nella contemplazione, e non di rado ci trascinerà per questa via nella commozione, o alle lacrime. Possiamo non piangere lo strazio di Niobe, o la disperazione di Teti (cito Rosita Copioli) «scacciata/ dall’Olimpo e dal mare, grumo di puro dolore»?

Così siamo toccati nel profondo dal piccolo (ma graficamente molto bello e ‘grande’) libro di Mariagrazia Carraroli e Luciano Ricci, da quel compianto sussurrato e partecipe, da quella onesta indignazione a tratti gridata con strazio, che scuote a fondo il lettore.

Visitare qualche anno fa Sant’Anna di Stazzema e apprendere della strage pur lontana ormai nel tempo, aveva avuto un enorme impatto sull’animo di Mariagrazia Carraroli. Visitare la piazzetta, il museo, il cimitero, la chiesa, incontrare qualche superstite, il suo sguardo ben prima che la sua parola; condividere lo stupefatto orrore di due visitatori occasionali, sedere con loro davanti ad una brocca di vino e a un piatto di formaggio. Anche colloquiare con Luciano Ricci (la speciale persona e straordinario fotografo e pittore, che mi piacerebbe definire prima amico che marito della poetessa) aveva giovato certo a rendere immediatamente trasparente l’animo turbato, a sublimare in riflessione e fantasia la durezza dell’impatto emotivo. Ma più le aveva giovato il germogliare dentro dell’idea bellissima di scrivere, ma facendo parlare gli alberi: il fico, il frassino, la quercia, il ciliegio, il castagno, il platano.

L’intuizione della scrittrice era stata finissima: cantare una immane tragedia del passato (ma ancora quanto presente!) filtrando in purezza ogni eccesso espositivo-narrativo, ogni peso della memoria. E questo riusciva dando voce tutta naturale all’innocenza delle piante, agli alberi del bosco, del paese o dell’orto, da frutto. Alberi viventi e capaci d’affetto, amici dei paesani adulti e dei bambini, capaci di abbassare i rami per offrire loro i frutti. Così l’immaginazione del poeta e l’essenza delle cose si fondevano in una sorta di gloriosa umiltà e verità.

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza