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Prefazione a
Colore di donna
di Roberta Degl'Innocenti

la Scheda del libro

Giovanna Fozzer

Il rosso e il nero sono i miei colori

C’è in Roberta Degl’Innocenti una freschezza d’ispirazione e di confessione di sé che sono già un dono raro, e si manifestano e si affermano quasi in un suo inalberarsi sorridente e sicura, anche se trepidante e talora dolente nella memoria-dolore (“suono / tremulo dell’ora / assassinata e spenta / dal singhiozzo”).

Molta distanza corre tra la sua prima raccolta, Il percorso, versi in buona parte e sotto vari aspetti ancora acerbi, e questo: Colore di donna: un audace titolo, affascinante. La donna è l’autrice, che dice “io” senza iattanza alcuna, che si manifesta e si indaga senza remore, e, per così dire, canta se stessa, sovente dialogando con l’amato, ovvero con le cose e le persone amate. Ed è una donna che si sente anche guerriera, che scrive un libro “al positivo”, pur quando canta il dolore.

Prega la sera,
sfogliata sulla mano,
sciolta del drappo nero
si trasforma in danza.

E’ una donna che scrive un libro “di forza”, non di resa, che vede sempre la speranza, come afferma l’autrice stessa; del resto, se potessimo scorrere in infinito replay la storia del genere femminile, che vedremmo, se non coraggio e resistente attesa, accasciarsi e risorgere perenne? Pensiamo alle donne di Viani sulla riva del mare, in attesa dei ritorni, di vivi di morti: riprendevano pur sempre a intrecciare reti, a cucinare, ad allattare. Il dolore di Roberta non è mai desolato come questo, tuttavia: è più vicino alla ribellione e insieme, per dir così, sereno subito; meglio pensare, per lei, al paradosso di Clorinda, che sfida la spada del duellante rivale a immergersi nel suo petto. “Sono il guerriero / disarmato al vento / la musica che prega / e si consuma”.

I colori che denominano le sezioni del libro sono in gradazione, prima il nero del lutto, o della morte, della notte, dell’ansia, e in questa sezione notiamo in particolare Copre la terra, la bella meditazione-dialogo in memoria del padre, nata solo dopo molti anni dalla morte di lui (“padre / che pretendevi la mia mano, / mano ribelle / di femmina guerriera”. E’ interessante il senso speciale della sintesi poetica che guida l’espressione dell’autrice, l’energia di addensare in parole l’esperienza interiore:

Copre la terra
Il tuo respiro chiaro
che ingoia la bestemmia
dentro un fiore,
smarrito nell’abbraccio
del perdono.

Spesso, le poesie di Roberta hanno anche sapore di canzone, una cantabilità e freschezza quasi di filastrocca, e non a caso la parola canzone ricorre nel lessico della scrittrice, e nella terza parte della raccolta una poesia è dedicata a De André.

L’azzurro è il secondo colore, che corrisponde alla parola: “E la parola scritta / mi consuma il cuore”; “Mi salgono improvvise / le parole”; “stelle prigioniere, / bevute a un cielo / avaro di parole”; “e mi consegna, arresa, / alla parola”. E’ come una resa alla legge della poesia, questa confessata dalla poetessa, una resa alla vocazione-dovere di scrivere, consolazione altissima, ma anche scavo e squarcio, ricerca che scruta l’ago della bussola interiore.

La terza sezione del libro è dedicata al rosso, il colore della passione, quasi sequenza epistolare dedicata a un passionale ed appassionato colloquio con l’amato: “Canto per te, amore”; “regalami un tramonto / a incendiare di rosso / il pudore di ieri”; “e il mio sangue / che pulsa e prorompe”; “Frugami il cuore / e cerca il mio sapore”. Anche questo libero canto, pudico e ardente, è un vero dono di Roberta Degl’Innocenti al lettore, qualcosa di forte che ci porta anni luce lontano dalle pesanti esplicitazioni che ci piovono addosso dalla stampa e dal altri mezzi di comunicazione; e ci riconduce alla calda, pura verità della passione, suggestione persino stendhaliana che torna alla mente.

L’ultima sezione, del Colore bianco, è in buona parte dedicata al tempo, alla memoria, alla meditazione sul passato vissuto:

Pietra su pietra
s’accentuano sorrisi
in rivoli di storia
germogliata.

Si spegne l’eco
di grida cancellate
racchiuse nel quadrato
arreso al tempo.

Nelle quattro sezioni del volume paesaggi e affetti sono ripercorsi e recuperati al presente dalla presenza vibrante della poetessa, che della natura, in corrispondenza del suo caldo temperamento, ha un senso panico dalle vaghe suggestioni anche dannunziane, quando intreccia fili d’erba ai capelli, o in percorsi a piedi nudi su sentieri di glicine impazzito, in in sinfonie di foglie lacerate.

Vorremmo parlare di questo Colore di donna, di un tessuto di passionale energia che si discende e si estende ovunque, , dal quale emerge, come un vessillo brandito, la personalità, lo sguardo attento dell’autrice, creatura pur anche dolce, e che esprime se stessa in una scrittura rapida, fresca, mai insistita, e vorremmo dire forte e franca:

in questa notte
chiara e trasparente
io tengo in pugni stretti
la mia vita,

a piedi scalzi,
senza mai tremare,
affondo le unghie
nella pelle
e sono io,
girovaga o aquilone
a tessere le fila
del mio credo.

Gaetano Quinci ha scritto, per la precedente e prima raccolta di Roberta Degl’innocenti, di “poesia spontanea e serena, limpida e trasparente come un’alba d’estate che ha il dono di ridestarci dal torpore del sonno, dall’incanto del nulla”; della poetessa che non cerca la gioia lontano dai propri limiti umani, ma anzi abbandonandosi in essi e ad essi. E questo rimane vero, almeno in parte, in questa tanto più matura e consapevole seconda raccolta, poiché vi splendono ancora freschezza e purezza d’intenti, una sorta di vibratile sicurezza di sé, mai irrigidita o attardata in rimpianti, eppure ormai piena di consapevolezze. La vita per l’autrice di questi versi è un sempre accolto confluire di elementi vari, “è un lembo ci cielo / la vita / che afferro con unghie / laccate di rosso”: non la scuote desolazione o disperazione profonda, ma la tende una trepidazione continua e però impavida: “E il segno di morte / che cancella / culla la mia parola / al suo giaciglio”.

Tornando alla sezione del Colore rosso, vi appare presente in particolare il corpo amante, in una coscienza manifestata sovente, con interessante originalità, attraverso il riferimento sulla pelle:

So che verrai,
dove corre il pensiero,
a cingere i miei fianchi
di puledra selvaggia,
saremo vento e foglia,
complici
sono i gesti
che sciolgono la pelle.

Ma il tema è presente in tutto il libro, interessante tòpos della mente e della sensibilità della scrittrice, quasi la pelle, ultimo involucro del tempo, fosse strumento privilegiato per accordare sé al mondo, sé all’altro. Ad esempio, troviamo nella sezione Colore bianco:

Mi sfiora l’ombra,
incisa sulla pelle,
di vento e di memorie
risvegliate.

Ed anche:

Stordisce l’ora
sfrontata del sorriso,
accolto e carezzato
sulla pelle.

Nel Colore azzurro è la parola scritta la necessità di poetare, a intrecciarsi con “il tremore della pelle”, ma già nel Colore nero:

L’ansia frantuma
in rivoli la pelle
e grida, senza voce,
il suo colore.

Per chiudere questa breve esplorazione dei testi di Colore di donna, vorremmo ancora attirare l’attenzione dei lettori sulla bella naturalezza di invenzioni / combinazioni raffinate quali “Torno alla terra / e capovolgo il tempo, / afferro una manciata / di destino” (in Scende la notte), oppure “Malinconia di sera inginocchiata” (in Respiro d’alba), o ancora: “S’è arreso il tempo / sopra un’altra croce” (in Canta la mia sirena).

Questa raccolta poetica di Roberta Degl’Innocenti non chiede tuttavia che d’essere letta e riletta, alla ricerca della non umbratile profondità del suo dettato, paesaggio della sua anima solare.

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