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A dieci anni dalla sua prima raccolta dialettale, Amor porét uscito nel dicembre 1995 per le edizioni di Ciàcere en trentin con la prefazione di chi scrive e i disegni di Daniela Ferrari, diplomanda a Brera e figlia dell’autrice, si propone come il libro di versi in dialetto più armonioso e risolto di Lilia Slomp. Tra la seconda e la terza raccolta, in cinque anni, sono accadute molte cose: la perdita della madre dopo quella del fratello; due libri di poesia in italiano, nel 1991 Nonostante tutto, nel 1993 Controcanto, entrambi editi da Uct; critici di notorietà nazionale come Vittoriano Esposito, Ermellino Mazzoleni, Sandro Zanotto che hanno indagato la poesia della Slomp; letture intense, empatiche come quelle delle opere di Selma Lagerlöf o Emily Dickinson: Un sepalo ed un petalo e una spina | in un comune mattino d’estate, |un fiasco di rugiada, un’ape o due, una brezza | un frullo in mezzo agli alberi | ed io sono una rosa!

Sono versi della Dickinson in cui una poetessa come Lilia si potrebbe identificare totalmente. La volontà di canto che è sempre stata determinante in questa autrice, ma che spesso si esprimeva in una troppo facile cantabilità, si intona in questa ultima raccolta con accordi più elaborati, più complessi. C’è una conquista dell’endecasillabo, modernamente riscoperto, che offre la sua misura più convincente soprattutto in certi perfetti sonetti; come Sonetto 5 scritto per il padre; come Sonetto 3 scritto nel ricordo struggente della madre o il Sonet empassionà che include versi splendidi come …le ore che me resta | empegnade come fiori ’ntéi cavéi | che i sa l’arfi del vent, le so bosìe, | le ociade de le nugole, le strìe | quando finis la conta dopo el sei…

Il colloquio con gli elementi della natura si fa più intenso, sfuggendo alla trappola della maniera. L’immagine della betulla, ricorrente nella poesia della Slomp, si carica di nuove metafore, di valenze nuove: …Solagna ’ntél prà | de primavera come en paiàzzo | senza pù ’n lament. | Che sa el tai del prà | i so colori, el ziel dei poréti | quel dei siori, l’angossa | de orazion senza pù altari…

Anche le poesie di tema sociale appaiono in una loro collocazione credibile e necessaria, senza concessioni al sentimentalismo e all’enfasi, come nella lirica E i sbara e i sbara. E Lilia Slomp ci offre il meglio della sua anima poetica nel territorio dell’allusione, dell’eros sotteso, magico e con una fisiologica componente di pena. Come in Luna gatèla che ha un incipit di straordinaria suggestione: Gh’è dedi de vent | stassera che me ’ndrezza | i fiori entéi cavéi | per tute le Madalene | en ginoción per gnent | a regalar novene | a ’n Cristo sassinà.

La religiosità che nella poesia dialettale trentina ha troppe volte trovato le sue immagini oleografiche nelle cesòte e nei capitèi, (anche nella Slomp prima maniera) diventa un colloquio col Cristo, autentico, tormentoso, anche di scontro. E Lilia, come Pola e pochissimi altri poeti trentini che non si sono lasciati soffocare da cinque secoli di Controriforma, nella terra che l’ha vista nascere e imporsi, rivela uno spirito coraggiosamente laico. Straordinarie mi paiono soprattutto due liriche che sono alla conclusione della silloge, El so, no ero mi e Ero mi, l’una che nel titolo sembra negare l’altra, in una contraddizione felice, in uno stile che contiene il fascino di certe pietre preziose, che emanano magiche energie. È questo aspetto magico che affonda nella lontananza dei millenni ad affascinare soprattutto in Lilia Slomp, uno dei poeti più originalmente suggestivi, non solo a livello regionale, ad essersi imposti in questo decennio.

Recensione
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