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Dopo due raccolte di versi dialettali, En zerca de aquiloni (1987) e Schiramèle (1989) e un libro di liriche in italiano Nonostante tutto (1991), Lilia Slomp Ferrari, la più nota poetessa trentina odierna è approdata al suo quarto libro di versi, Controcanto (1993) uscito come il precedente volumetto nella collana “Picchio Verde” nelle edizioni U.C.T. di Trento che accosta sempre un poeta con un pittore. Questa volta, ad interpretare i versi della Slomp Ferrari, è stata chiamata la giovane, ma già affermata artista trentina Tiziana Dori, con i suoi acquerelli di sottile e raffinata suggestione. Della Slomp Ferrari, a nostro avviso una delle voci poetiche più fresche e interessanti, sia in lingua che in dialetto, del panorama poetico trentino dell’ultimo decennio, ci siamo occupati in altre occasioni, mettendone in rilievo la sua cantabilità (a volte sin troppo accattivante), la naturale facilità a moltiplicare le metafore sempre tratte dalla natura, la sua “intrigante” capacità di suggestione percorsa sempre da un filo sottile d’angoscia. In un mondo così frantumato, così parossistico com’è quello in cui viviamo, la Slomp Ferrari insegue una sua perduta melodia, una smemorata armonia. Ma, a volte, nei suoi versi, un maggior “bisogno di contraddizione” gioverebbe alla loro incisività: Lilia insomma, come le abbiamo detto affettuosamente, dovrebbe essere talvolta un po’ più “cattiva”. Lo annota anche Ermellino Mazzoleni, nella sua penetrante introduzione, quando scrive “la diafanità del verso, a cui una superiore concisione e qualche dissonanza donerebbero un più incisivo contrasto…” Ma già nell’ultima parte di Nonostante tutto Lilia Slomp Ferrari aveva rotto il guscio di una sua precedente maniera che avevamo definito (ovviamente in senso moderno) “metastasiana”, per acquisire un superiore livello di maturità sia contenutistica che formale, scoprendo un suo linguaggio in parte nuovo, più complesso, più rotto, più surreale. Poiché il meglio di sé questa autrice trentina lo dà quando si abbandona ad una sua affabulazione lirico-psichica, una sorta di scrittura automatica di matrice surrealistica, evitando però i pericoli del cerebralismo nell’onda di una melodia che è affascinante, misteriosa, tutta sua. C’è qualcosa di “fiabesco” nei versi di questa poetessa, nel senso che le sue liriche sono sempre, come nelle fiabe, una “partenza”, un “distacco”, un bisogno di cercare qualcosa che non si possiede, qualcosa di cui rimane un ricordo, smarrito, angosciato (perché sappiamo che un tempo, da qualche parte, lo abbiamo perduto). Si può cercare qualcosa di specifico, ha scritto Simone de Beauvoir “…o il tuo bisogno può essere ambiguo, indefinito, o addirittura infinito. Puoi volere qualcos’altro, qualsiasi cosa purché tu non l’abbia…”.

È questa un’inquietudine che, probabilmente, appartiene più all’universo femminile, che a quello maschile, ai poeti più che agli scienziati. E i poeti sono stati attraverso i tempi i più vicini alla sensibilità femminile. Quando sensibilità e condizione femminile, come in questo caso, non coincidano appunto.

Così non stupisce se, a nostro giudizio, tra le altre di grande suggestione come “Là dove tu sei”, “Equilibri”, “Marinai”, una delle più risolte, delle più emblematiche liriche di Lilia sia “Canto per Li”, che porta il sottotitolo: Omaggio a Li Xiaojang, studiosa della lingua inventata dalle donne cinesi. Una lirica che è un canto di liberazione della donna filtrato da ogni ideologismo, fascinosamente dolente: “…La mente spaziava | mentre barcollavo nell’assenso | sulle punte curvate e volavo muta | alla soglia della conoscenza…”. Per concludere: “Voi che volate a piedi nudi sui sassi | sfidando le serpi, le spine, decifrate | il lungo sospiro di tutte le Li | le Li dai piedi con le ali mozzate”. Nei suoi momenti migliori Lilia esprime quella che Keats ha definito “…L’intellettuale | dolcezza di quei versi che scalfiscono | il tempo e lo trapassano di netto…”.

Recensione
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