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Parla trentino la vestale della malinconia

“No sta domandarme | en quai zieli | s’è smarì i me colori. | Làsseme nar | co’ la me lanterna | embriaga de vent | en zerca de aquiloni | ricamadi de aezent”. Così Lilia Slomp Ferrari, poetessa trentina che è venuta alla ribalta in questi ultimi quattro anni, nella sua raccolta fresca d’inchiostro En zerca de aquiloni. La poesia dialettale trentina, con diverse raccolte (tra gli altri di Fabrizio Da Trieste e di Bruno Banal) conferma la sua vitalità. È una vitalità che ha assunto prestigio quanto meno nell’area triveneta dove Lilia Slomp ha raccolto premi e consensi.

Nella sua abbondante introduzione Elio Fox ha messo soprattutto l’accento sulla vena malinconica di questa autrice, parlando di poesia “in chiave di mestizia”, di “donna sostanzialmente malinconica”, di “vestale della malinconia”. Che questa vena sia presente è indubbio; ma insistere su questo registro, calcando il pedale, ci pare fuorviante. Nella sua apparente facilità, nella sua cantabilità, la voce di Lilia Slomp, possiede altri registri. Che sono quelli innanzitutto di una visione della realtà intrecciata costantemente con l’elemento naturale (Lilia non sa scrivere un verso che non sia correlato a immagini della natura); registri che sono quelli di una partecipazione commossa alla sofferenza umana (“Embriagon”, “Le cròmere”, “L’ultim barbon”, “Mame argentine”) e quindi di un impegno sociale al di là delle ideologie; registri che sono quelli del sogno, non tanto come fuga dalla realtà quanto come bisogno di trasfigurazione del quotidiano: e infine (ed è questo un sentimento che va letto tra le righe, perché questa poetessa, questa donna, appare tutta tesa a controllarlo, a censurarlo) c’è il bisogno femminile del fascino, della seduzione, di una sottile, preziosa sensualità.

Nei suoi momenti migliori, con uno stile che fa dell’essenzialità il suo punto d’arrivo, Lilia Slomp, usando immagini immediate quanto accattivanti, è capace di affrontare in una cifra misurata e armoniosa i grandi temi della poesia d’ogni tempo: la fuga dell’esistere, il tormento di noi e delle cose che invecchiano, la fine della vita. Così in due tra le sue liriche più belle: “I òci de l’autun” e “Quando”. “…Mi cognosso i colori | de le foie pestolade | ò ’mparà a ment | tute le so balade | en le sere de vent. | Mi so el color | dei òci de l’autun: | i vedo ogni matina, sempre pu smaridi | ’ntél spegio de cosìna”.

“Quando” è una breve lirica, dove la morte diventa carezza tutta da riportare: “Quando sarà carezze | le ombrìe longhe | dei cipressi, | gaverò ’ntéi òci | balade de luna | e ’ntéi cavéi | schiramèle de sol. | Strucherò farfale | bianche ’ntél pugn… | E nel bicér de cristal | se baserà de nòf | i fiordalisi”.

Certo non tutte le circa settanta poesie di questo “En zerca de aquiloni” sono di questa raffinata misura, di questa qualità. In molte Lilia Slomp concede parecchio alla poesia dialettale tradizionale che sa conquistare un pubblico in qualche modo “ingenuo” attraverso il facile effetto.

Questa raccolta, a cui auguriamo ne seguiranno altre, attraverso il riscontro di un pubblico che deve essere più vasto, più smaliziato di quello delle consuete recite di poesia dialettale, attraverso soprattutto il vaglio della critica, deve offrire alla sua autrice, l’occasione di prendere maggiormente coscienza della sua poetica, delle sue possibilità stilistiche che possono e debbono arricchirsi, affinarsi, sfruttare meglio anche registri finora poco utilizzati. Personalmente ci attira soprattutto il fascino discreto quanto sottilmente intenso che filtra da certe poesie di Lilia, come in “Mi tornerò da ti”.

A conferma che non è etichettabile come una “vestale della malinconia” Lilia ci regala versi come questi: “…Empizzerò falò | coi sfessèi ’ngiazzadi | e balerò descolza | al lum de le falive…| deventerò na strìa | coi cavéi de foch | per desgiazzar sortive | nel prà de la memoria | e gozza dopo gozza | ne caverén la sé | ’nté na nova storia”. È la poesia della donna ridiventata creatura silvestre, sogno dell’uomo che, smemorando la banalità del quotidiano, risponde ad un richiamo ancestrale.

Recensione
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