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La poesia magica di Lilia segnata dalle bombe

L’ultimo bombardamento sulla conca di Trento, a quattro settimane dalla fine della seconda querra mondiale, fu un bombardamento notturno. Era la notte del 2 aprile 1945 e la gente svegliata dagli scoppi vide le bombe al fosforo scendere dal cielo illuminando di una luce fosforescente le sagome delle montagne, degli edifici, della campagna. Chi poté fuggì nei rifugi antiaerei forzando lo stupore per quella meravigliosa e mortale fioritura di fuochi, bianchi, gialli, rossi che splendevano nel cielo e sulla terra. Bruciarono i boschi sopra Ravina, vennero a galla grandi pesci dalle acque dell’Adige, uccisi dal fosforo. E in quella notte drammatico-fascinosa, in una grotta della Vela, nacque Lilia Slomp. Sì, proprio in una grotta, ovvero nella galleria del rifugio antiaereo dove sua madre si era messa in salvo.

Da quella notte viene secondo me, una sorta di “imprinting” che ha segnato la nascita di Lilia, che ha segnato la sua poesia, magica ma percorsa sempre da una sottile angoscia. E un altro segno del destino («nomen omen» dicevano i romani, scorgendo nei nomi il vaticinio del destino d’ognuno) è quel suo nome floreale. Non ho mai conosciuto un’altra persona che amasse i fiori quanto questa poetessa trentina che vive costantemente in una geografia floreale, concreta o immaginata, che sui fiori ha scritto alcune delle sue più belle liriche, sia in italiano che in dialetto, che da questi miracoli della natura fa sbocciare simboli: della bellezza, della fragilità, della sensualità, dell’appassimento, dell’eros, della morte… Lilia Slomp Ferrari è cresciuta «in esilio» a Trento nel rione di S.Giuseppe, nel popolare «Vaticano». Ma le sue estati e tutti i momenti liberi della sua infanzia e adolescenza li ha passati con la sua famiglia a Mattarello, nella «Cà Rossa», dove suo padre, contadino poi divenuto operaio alla Sloi, lavorava la campagna assieme al fratello. Il suo paesaggio psicologico, da cui zampilla in continuità un flusso di immagini e di simboli, è quello agreste. Per cui appare ancora una volta fatale che, si sia trasferita dal quartiere della Clarina (un classico quartiere-dormitorio suburbano) al sobborgo di Ravina, là dove il paese cessa e comincia la campagna, in un appartamento col balcone fiorito di gerani e i ciliegi che sembrano voler entrare dalle finestre. E a chi la va a trovare mostra con orgoglio i gerani che riesce a coltivare nonostante le sue giornate ingorgate da impegni di lavoro, di famiglia, di studio e scrittura; addita le giovani betulle intorno per cui ha scritto una delle sue poesie più suggestive; indica i ciliegi e dice quanto la emozioni il vento che ne stacca sciami di petali. E poi ci sono le farfalle, soprattutto le farfalle bianche. E allora le parole di Lilia si fanno sommesse, misteriose, un po’ angoscianti. Perché ci sono i sogni di farfalle («o se potessi essere una farfalla | allora potrei ridire i sogni dei fiori» dice un’antica poesia cinese, in due versi), apparizioni di farfalle da un «altrove» messaggere di un amore che dura oltre la linea d’ombra della morte, come certe creature femminili montaliane, reliquie viventi, fosforescenti, come la farfalla bianca che vola da Lilia a ricordarle il fratello morto giovane poco più di due anni fa, un fratello tenuto in braccio da bambino, intensamente amato.

Dicevamo dell’anima contadina che filtra dai versi di questa straordinaria poetessa trentina; perfettamente bilingue, in dialetto e in italiano. Ma la sua non è mai una poesia puramente descrittiva, tantomeno nostalgica di un mondo che non esiste più, distrutto dal rombo dei trattori, dal malodore dei concimi chimici, dal veleno degli antiparassitari. Lilia estrae dal mondo agreste in cui è cresciuta gli elementi che lo compongono, li smonta e li rimonta in un nuovo paesaggio di simboli. Come in «Marèi», che sono i mazzi di pannocchie di mais, legati dalla parte dei cartocci per metterli sui «pontesèi», sui ballatoi come quelli della sua «Cà Rossa», a bere al sole, a finire di maturare. E subito è lo scatto della metafora: «Dal pontesèl del còr | pianze marèi de dì | brusadi dal sol…» Lilia Slomp, benché scriva poesie sin da quando era adolescente, è entrata nel territorio letterario relativamente tardi, meno di dieci anni fa, cominciando a pubblicare poesie in giornali e antologie; partecipando a concorsi di poesia. Di premi in lingua e in dialetto, ne ha vinto un numero incredibile: provinciali, triveneti, nazionali…Nel 1987 ha pubblicato con Reverdito la sua prima raccolta di versi in dialetto En zerca de aquiloni; tre anni dopo con La Grafica, Schiramèle; due raccolte che hanno avuto un grande successo di pubblico e anche di critica, con Uct, nella preziosa e selettiva collana «Picchio verde» è uscita la sua prima raccolta in italiano Nonostante tutto. Una raccolta che, soprattutto nell’ultima parte, con poesie come «E mi farò polena d’oro», «Marrakech» e «Io so» (…Ho sempre amato l’inverno lunghissimo | dei ceppi che mettono ali bianche al fuoco | che arde in paradiso…) segna un salto di qualità nella lirica di Lilia, sottolineato anche dalla critica nazionale. Come quella di Ermellino Mazzoleni che ha scritto: «I citati mutamenti vanno letti come un viaggio nel sottosuolo femminile, come un gioco innocente e ambiguo che si concreta in un impasto di fiabesco realismo e di epidermico surrealismo…»

«Ed ora hai pronto qualcosa di nuovo? Pubblicherai quel Controcanto che ha vinto l’ultimo premio nazionale “Mario Bebber”? Sono un po’ incerta tra una raccolta di versi dialettali che è pronta da tempo, Amor porét, e la raccolta del “Bebber”, in italiano. Penso che mi deciderò a pubblicare per primo il libro in italiano, accresciuto di altre liriche. Se tutto va come dovrebbe uscirà nella primavera prossima…»

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