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Parlare di Lilia Slomp Ferrari significa dire della più nota poetessa trentina: autrice bilingue, in italiano e dialetto trentino, nell’arco di poco più d’un decennio ci ha regalato in lingua Nonostante tutto (1991), Controcanto (1993) e in dialetto En zerca de aquiloni (1987), Schiramèle (1990), Amor porét (1995). E ora questa Leggenda per le edizioni U.C.T. di Trento, nella collana “Picchio Verde”, una collana prestigiosa e selettiva che pubblica poeti regionali e nazionali, accostando sempre un poeta con un artista. Dopo artisti come Bruno Caruso, Bruno Colorio, Remo Wolf, Pietro Verdini (solo per fare qualche nome) è ora la volta di Livio Conta, scultore e pittore la cui notorietà ha varcato i confini nazionali, a illustrare con undici tavole originali questo libro di poesia. Autore dell’ampia prefazione Ermellino Mazzoleni, poeta e critico di Bergamo che ha al suo attivo una decina di raccolte di versi, oltre a saggi e monografie su poeti come (tra gli altri) Biagio Marin e Mario Bebber. Mazzoleni scrive che Leggenda rappresenta “un’evasione dal reale, motivata dall’esigenza d’inventare il sogno, di tenere testa alla ferocia dell’esistenza. Non si tratta di un aspetto onirico, né di una evasione romantica, ma di una ribellione fantastica della vita.” Alla sua sesta raccolta di liriche Lilia Slomp si è liberata da certe nebbiosità sentimentali da cui non erano esenti libri precedenti, ha prosciugato il linguaggio, guarda con occhi più asciutti agli scenari esistenziali. “Rispetto alle raccolte precedenti, Leggenda si impone per lo sviluppo stilistico: minori sono le rime sussurrate, i vocaboli alitati. Si evidenziano timbri più scintillanti e una fibra fonica più robusta, insieme ad alcune sinuosità melodiche che riverberano sonorità vigorose. Infine, la parola pur non cessando di essere carezza, diviene spesso graffio, incisione, taglio.”

Un’urgenza autobiografica preme alla soglia dell’ispirazione lirica di Lilia: la morte precoce del fratello compagno delle avventure infantili, la figura della madre che non le ha dato le tenerezze di cui ha bisogno una bambina, il padre che le ha fatto scoprire l’incanto della natura, le ha costruito l’immaginario e il mito, lasciandola con gli anni orfana nella dissoluzione del mito. Ora il padre se n’è andato, ma ciò che è più triste è che, prima della sua morte, sia morto il mito.

Lilia Slomp è una poetessa che ha un talento naturale (un dato sempre più raro); ha la naturalezza congenita di trasformare i dati della realtà in metafora, in metafore che fioriscono, che sbocciano in nuvole floreali. La trappola, non sempre evitata, sta nel compiacimento dell’immagine, nel narcisismo delle analogie che possono sfiorare il virtuosismo gratuito. Così in certe liriche d’amore delle raccolte passate, intrecciate di conscia-inconscia civetteria (ma esiste, specie nelle donne, una “civetteria inconscia?”. È una contraddizione, un contrasto che si propone sotto la luce dei riflettori in una poesia come “Resa”, in cui cantano versi come questi: “Ero io sul palmo la ballerina | del carillon. Sospesa in silenzi di miele | ti guardavo tra le paglie carezzando | spighe virtuose dondolanti nell’oro | del mio mare…”.

Leggenda finisce con l’essere una raccolta di poesia all’insegna dei “sogni assassinati”, di appuntamenti mancati, di naufragi.

Il bisogno di questa cantatrice di versi, nelle raccolte precedenti, era quello del travestimento: da Seherazade, da zingara che fa giostrare le sue vesti, da donna araba azzannata dalla guerra, da polena…: insomma, il bisogno di trasformare il grigiore del quotidiano in sapore di leggenda.

Con questo bisogno di travestimento assume un risvolto angoscioso, rivive in un cupo scenario di morte. Così in una delle ultime liriche della raccolta, “Travestimento”, una breve poesia di cinque versi che riportiamo: “Questo cuore vestito di leggenda | è uno straccio che fruga tra i detriti. | In rovina i palazzi. Le bandiere | battono solamente venti d’agonia | come puttane le leggi del mercato.”

Il tramonto del mito assaporato nell’acre sapore di una verità senza veli.

Recensione
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