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Gran capriole in dialetto trentinissimo

Dopo la sua prima raccolta in dialetto En zerca de aquiloni xhe è del 1987, la trentina Lilia Slomp Ferrari ci invita a un suo secondo appuntamento con la poesia con questo suo Schiramèle, editrice La Grafica.

Come molte poetesse trentine di questi anni, Lilia alterna la poesia in dialetto con quella in lingua: è di questi ultimi mesi la sua inclusione nell’antologia in italiano “Donne in poesia nel Trentino” edita da Uct nella nuova collana “Picchio verde”, tra le più significative poetesse trentine di questi ultimi anni. Difficile dire se quest’autrice sia più brava quando si misura nel linguaggio nazionale o in quello trentino: in entrambi i registri ha conseguito innumerevoli successi in concorsi. E del resto, non solo le tematiche si rincorrono in entrambi i generi, ma identico è il tmbro. Che è un timbro romantico-elegiaco percorso a volte da un sottile filo di disperazione.

Elio Fox nella sua introduzione parla di “metafore, immagini traslate di fatti e sentimenti che la poetessa lascia leggere solo in traslucido, a mezza strada tra il desiderio di essere compresa e la voglia di mantenere l’incognita delo spirito”.

Scrivendo della sua precedente raccolta, Fox ha connotato questa poetessa trentina come “vestale della malinconia”. Dal canto nostro, pur non negando ovviamente questo timbro malinconico, avevamo fatto notare come Lilia possedesse anche altri registri: e il più acattivante, a nostro avviso, era quello di una controllata ma intensa sensualità magico-panica che la differenzia da tanta poesia femminile all’insegna dell’autocensura. Questa tematica che trova i suoi momenti migliori nei versi in lingua come in “E mi farò polena d’oro” s’è in gran parte perduta in questa raccolta, indubbiamente più unitaria, ma anche più monocorde, più intensa, ma anche meno fantasiosa.

Ne rimane qualche esempio molto suggestivo come nella lirica “E me farò conchilia”, non a caso di ispirazione marina. Altrove la lirica della Slomp Ferrari tocca la corda della religiosità, come nei versi che chiudono la raccolta “Per tuti i santi…” in cui vibra la sofferenza (sulla soglia non varcata della disperazione) per la scomparsa immatura del fratello.

Molte liriche di ispirazione intimistica, familiare, connotano questa seconda raccolta. Tra le più risolte “L’è ancora le to man” indirizzata alle mani del padre che ancora le regalano “saor de tera” e un fiore rubato al volo di una farfalla.

Ma è il sogno a percorrere come un motivo conduttore, come un’ossessione, la maggior parte di queste liriche: “Pianze la cà dei ’nsògni | lagrime de silenzi…”, “Che no sarò pu bòna | de rampegar sui ’nsògni…”, “I me ’nsògni | i è ’ngartiadi | enté ’n giòm | che rudola strach | ’ntra rovi e marochi…”, “Embriagà de ’nsògni…”, “La plaga dei ’nsògni | la ride de ortighe…”.

C’è sempre questo duplice piano nel mondo di Lilia: una realtà quotidiana che diventa troppo spesso intollerabile e il mondo del sogno. Che non rappresenta come potrebbe sembrare, il tentativo di evasione in un mondo diverso, quello dell’infanzia, della natura incontaminata, dei sentimenti senza lutto, dei desideri che trovano sempre una gioiosa risposta: è il tentativo sempre sconfitto ma sempre rigermogliante di sentire questa vita, nonostante tutto, in modo altro.

Riusciti spesso in questa direzione i disegni di Paola de Manincor.

Recensione
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