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È apparso in bella veste (con la riproduzione di tele di Annamaria Rossi Zen, una delle più importanti pittrici trentine), nella collana delle “Ciàcere en trentin” diretta da Elio Fox il nuovo libro di versi in dialetto trentino di Lilia Slomp Ferrari. L’autrice è indubbiamente la più nota poetessa trentina contemporanea, in lingua nazionale e dialetto, con al suo attivo sette sillogi di versi, tre in italiano e quattro in trentino: qualcosa che nessun’altra autrice trentina può vantare. La prefazione è di Tavo Burat, poeta e scrittore piemontese di notorietà nazionale che definisce la raccolta “una guida per entrare nel mondo magico della sacralità del bosco ritrovato”. E ancora: “Il bosco e Lilia nell’osmosi poetica costituiscono un’unità (…) E così la natura si umanizza…”.

L’ultimo libro in versi trentini risaliva a sette anni fa, (Amor porét, 1995). Questa nuova raccolta Striarìa, vale a dire malìa, stregamento, stregoneria, nella continuità di una poetica e di uno stile ormai sedimentati, presenta elementi di novità su cui è importante soffermarsi. La Slomp ha introdotto nel panorama della poesia trentina (ma quanto meno anche in quella del Triveneto) un suo timbro poetico inconfondibile nel segno della cantabilità, della leggerezza, della tenerezza struggente, della sottile sensualità. C’è in questa autrice una naturale vocazione alla metafora che attinge sempre al mondo della natura (Lilia è nata e cresciuta nella campagna) per tendere all’astrazione. Un equilibrio difficile, sul piano mentale; un esercizio forse ancor più difficile sul piano lessicale dato che il dialetto (tutti i dialetti), è il linguaggio della concretezza, della cultura materiale e quindi per la sua natura povero di semantemi e lessemi astratti. Quei pochi che ci sono vengono di norma “saccheggiati” dai poeti che vogliono uscire da un orizzonte vernacolare. Una delle vie d’uscita – ad esempio – è quella di usare il sostantivo concreto in modo astratto, figurato. È una tecnica largamente usata dalla Slomp in questo nuovo volumetto di 47 poesie (sette delle quali dedicate a poeti amici scomparsi, non estranee allo spirito della raccolta, ma che sono limitate dalla loro funzione di “omaggio”).

Ad esempio, la parola “mus’cio” (muschio), ricorrente in tante liriche, come una parola chiave è utilizzata in lessemi come “segreti de mus’cio, “sgrìsoi de mus’cio, “deventar de preda e mus’cio” per sostituire una parola astratta che in dialetto non c’è, che significhi freschezza, tenerezza, luminosità tutte insieme. Vero è che questo sforzo di metaforizzazione astratta all’insegna della modernità non sa celare sempre la sua natura di “sforzo”, per cui le metafore della Slomp appaiono talvolta “tirate”, rompendo la naturalezza del precedente libro “Amor porét” (che rimane, a nostro avviso, il più bello di Lilia). Così come si avverte con frequenza lo sforzo di destrutturare la composizione poetica per darle un andamento imprevisto, a “bissabòa”, a ondezón . per usare parole care a questa poetessa, che indicano un percorso continuamente serpeggiante, oscillante. Il che in certi casi può apparire moderno, perfino “espressionista”, ma in altri casi nuoce all’unità compositiva. Con questi – a nostro avviso – limiti questo “Striarìa” rimane una raccolta di versi interessante, suggestiva, a volte anche intrigante. La mobilità, la volatilità, la malìa sono le doti più specifiche di questa autrice che non può non preferire le parole rivelatrici di questa atmosfera: a cominciare da quella che dà il titolo a una delle più belle liriche oltre che alla stessa raccolta, a seguire altri termini come “salvanèl” (nel duplice significato di spiritello dei boschi, elfo e gibigianna) o “scondiléver”, vale a dire il gioco del nascondino, in cui questa verseggiatrice è maestra. Tra le creature del bosco Lilia predilige le piante come l’amata betulla, sottile e argentea, i fiori, i muschi; tra gli animali appaiono i più piccoli come il “volatile” scoiattolo (“schiràt”) e quelli più mobili e sfuggenti di tutti come il “pitardèl” (il pettirosso), la “bisèrdola (lucertola) e le “pavèle”, ovvero le farfalle. E non potrebbe essere diversamente.

Recensione
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