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Essere Humus
            Paradossale Affidamento

“La morte si sconta vivendo”, scriveva Ungaretti, volendo dare alla vita infine una connotazione negativa e identificando nella morte una pace quasi agognata. Ma come ogni poeta, e forse ogni essere umano, era paradossale, come di fronte allo spettacolo dei morti di guerra che gli faceva dire…”Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. Ma forse ci voleva la vicinanza di quelle terribili scene per farglielo dire… Gianni Calamassi invece, paradossale a suo modo, si propone nei versi di “Essere Humus” in un inquieto viaggio interno e solitario, fatto anche di memoria e nostalgia, con lo sguardo immerso nella natura decadente nella quale si identifica riconoscendosi.

Accettare di “Essere humus” diventa tuttavia il modo imprevisto per trascendersi, nella vaga speranza, pur se mai chiaramente esplicitata, di una vita eterna, al di l o all’interno della materia stessa che ci lega. Ci nella consapevolezza di una coscienza che si fa “altro” da quello stesso oggetto che pure irrimediabilmente lo rappresenta, ovvero il suo stesso corpo, ma in quanto parte di un tutto insieme radicato e sospeso, come la terra, le foglie, gli alberi, il vento, le acque.

Il paradosso sta dunque nell’ammettere malinconicamente la propria finitudine pur senza poterla mai accettare del tutto, in un gioco misterioso di parole e immagini che accompagnano dolcemente il poeta, proprio quando rimane pi solo con la propria angoscia esistenziale, ed intanto lo confortano e gli danno forza. Come se l’essere humus fosse la sola certezza possibile, autentica ed allusiva, tradotta forse in una sorta di fede incrollabile nella potenza ciclica della natura.

Recensione
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