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Lo Stato cristiano
e
le funzioni del Re e del Sacerdote

Sommario Ogni potere umano deriva da Dio. Nell’Antico Testamento il sacerdozio è istituito dal capopopolo Mosè; e durante la monarchia israelita i sacerdoti sono sottomessi al re. Anche Pietro, nella sua prima lettera, raccomanda a tutti (se stesso compreso) di essere sottomessi alle autorità laiche. Lungo la storia del cristianesimo questa disposizione è stata disapplicata con la giustificazione che il papa sarebbe il vicario Cristo re. Invece Gesù parlava da profeta, non da re. Dunque il papa è il vicario di Cristo profeta. La superiorità del potere spirituale del papa non scalfisce l’autonomia del potere temporale laico, il quale esercita meglio la sua funzione di difesa della religione quando il clero non si intromette negli affari di Stato. Per esempio, sull’immigrazione clandestina di massa la ragione di Stato non può essere calpestata dal clero. Gli invasori soprattutto musulmani tra qualche decennio saranno dalla parte della politica americana di aggressione alla Russia per conquistare le ricchezze minerarie della Siberia. Per questo gli americani sostengono l’invasione tramite l’ONU. Dobbiamo rivalutare come forma ideale dello Stato cristiano il cesaropapismo dell’imperatore Giustiniano e quello della repubblica di Venezia. La contesa storica tra il papato e i re si è svolta in campo etico, non dogmatico, per cui è stata un susseguirsi di atti di forza. La pretesa del papato di dominare sulle politiche degli Stati alla fine ha spianato la strada all’ascesa al potere della borghesia anticlericale prima e irreligiosa dopo. La scomparsa del cultus publicus e l’affievolimento del cultus privatus sono la conseguenza della dimensione politica del vescovo di Roma.

1 - Introduzione

Lo Stato Pontificio ha esercitato un ruolo determinante nella storia d’Italia. Dopo la rivoluzione francese il potere temporale del pontefice è parso a un numero crescente di cattolici un intralcio alla evangelizzazione. Non si tratta di un indirizzo nuovo. I francescani spirituali del medioevo negavano il potere alle gerarchie ecclesiastiche. Per fare chiarezza sulla questione del potere temporale è indispensabile la panoramica storica completa, cominciando dall’Antico Testamento.

L’escatologia del regno dei cieli di Gesù Cristo rimane sullo sfondo. Le questioni sono piuttosto sulla vita terrena, della quale Gesù è re, benché nella sua predicazione non parli mai da re.

Il tema affrontato sembra obsoleto nel nostro tempo dominato in Occidente da un laicismo irreligioso che ha stravolto la società civile fondandola sui diritti invece dei doveri. I diritti sono espressione ideologica variabile secondo l’uso politico desiderato. Il potere statale può inventare diritti ad hoc per qualche categoria di persone da avvantaggiare, caricandone l’onere sui contribuenti. I doveri sono invece espressione religiosa. Questo saggio è una ricerca sul fondamento religioso, in senso etico, del potere. Sono analizzati i passi biblici ed evangelici sul potere. Al nostro tempo si vorrebbe mettere la religione in soffitta, rimpiazzandola con una ideologia confusa. La libertà della vita d’oggidì è tormentata dalla insicurezza e da continue discussioni spesso non risolutive. Eppure il corso della storia che si osserva non è caotico; si sta calpestando metodicamente quella democrazia che tutti dicono di volere. E i governanti non sanno rimediare. Ma allora i governanti ufficiali non sono i veri detentori del potere. Nel presente saggio vorrei chiarire che la sovranità democratica efficace del popolo richiede la concordia nel popolo data dalla religione, e poi occorre che l’autorità abbia in qualche modo un carattere religioso. Purtroppo bisogna dire che la lotta del papato contro il potere dei re ha delegittimato il carattere religioso del re, favorendo la presa del potere da parte dei laici atei.

Parte prima.
Antico Testamento

2 - Epoca dei patriarchi

Al tempo dei patriarchi la famiglia era una piccola tribù comprendente la servitù. Il capofamiglia era l’unica autorità profana e religiosa. Abramo, Isacco e Giacobbe erigevano altari e sacrificano a Yahweh. I soli sacerdoti che compaiono in questo periodo sono dei popoli stranieri.

3 - La separazione tra gli istituti regale e sacerdotale

Primitivamente le funzioni del re e del sacerdote potevano essere assunte dalla stessa persona. Nella Bibbia il primo re che incontriamo è anche sacerdote: Melkisedek. Lo si deduce dalla presenza della radice mlk (re) nel nome. Questo re-sacerdote saluta Abramo dicendo:

Sia benedetto Abramo dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio Altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici” (Gn 14, 18-20).

Commento: Il Dio altissimo di Melkisedek corrisponde all’ebraico Elohim creatore del cielo e della terra (Gn 1, 1). Applicando la classificazione di Raffaele Pettazzoni[1] degli Esseri Supremi, il Dio Altissimo ed Elohim sono Esseri Supremi Creatori oziosi[2], definiti così da Pettazzoni perché restano al di fuori del mondo che hanno creato, cioè sono trascendenti e poco si occupano (perciò oziosi) del mondo e dell’uomo che hanno creato. Un altro tipo di Esseri Supremi risiedono in cielo ma possono scendere in terra; quindi possiedono anche l’immanenza. Qualora sia divinizzato un re, si attua una somiglianza del re con gli Esseri Supremi immanenti. A questo punto, il re divinizzato diventa degno di culto celebrato da sacerdoti. Si ha così la separazione delle funzioni di re e di sacerdote. In Egitto la cura particolare con cui i sacerdoti imbalsamavano il cadavere del re faraone esprimeva la credenza dalla sua resurrezione. Il rito doveva evitare gli impedimenti al volo dell’anima del faraone fino alle stelle. Era un rito che mirava al fine ultimo dell’uomo oltre la morte, detto escatologico. I riti escatologici sono esclusivamente praticati dai sacerdoti.

4 - Mosè profeta

I primi passi della costituzione delle autorità in Israele sono compiuti da Mosè quando si rese necessario unire in un popolo le tribù. Mosè, suscitato da Dio come capopopolo, esercita l’autorità civile. Poi Mosè, uomo di pensiero e d’azione poco incline alla vita sociale, pur ricevendo lui gli ordini da Yahweh, demanda al fratello Aronne la celebrazione dei riti religiosi. Come sacerdote, Aronne si vestirà in modo particolare quando compirà i riti nella tenda dell’arca, e sul turbante fisserà una lamina d’oro con la scritta “sacro a Yahweh” (Es 28, 36). Ciò non significa che abbia maggiore autorità di Mosè. È Mosè che ordina ad Aronne di compiere i riti, è lui a dettare al popolo la legge ricevuta da Yahweh sul Sinai. Ricevendo le disposizioni di Yahweh, Mosè è un profeta. Per decisione di Mosè sono sacerdoti tutti e solo i membri della tribù di Levi. Essere sacerdoti per discendenza equivale a essere scelti da Dio. L’uso del sacerdozio familiare, comunque, continua a essere esercitato fino all’inizio della monarchia. Ma solo dalla tribù di Levi vengono i sacerdoti che hanno il compito peculiare e sacro di custodire l’arca di Dio.

5 - Il rafforzamento del potere politico

I primi governanti nella Terra Promessa sono i giudici, con l’incarico aggiunto di condottieri militari. Erano scelti dagli anziani delle tribù col metodo della divinazione per sorteggio eseguita davanti al popolo. Talvolta interveniva la voce di Yahweh. Ecco un esempio:

Dopo la morte di Giosuè, i figli d’Israele consultarono Yahweh, chiedendo: “Chi di noi muoverà per primo contro il cananeo?” Rispose Yahweh: “Muoverà Giuda : ecco, io ho dato il paese in suo potere” (Gdc 1, 1-2).

Anche i leviti potevano essere giudici, ma da loro è venuta la prova peggiore. Quando era sommo sacerdote Eli, (definito giudice in 1Sam 4, 18, probabilmente solo di tribunale, non come condottiero), la difesa di Israele era affidata ai suoi due figli, anche se erano irrispettosi dei riti (si appropriavano delle carni dei sacrifici) e incapaci. Morirono in una battaglia in cui i nemici catturarono l’arca di Dio (1Sam 4, 3-11).

Però il più grande dei giudici fu un levita, Samuele, che si impegnò nel completamento e consolidamento della conquista di tutta la Terra Promessa, da Dan a Bersabea, tanto che la vastità del territorio faceva sentire la necessità di un governo stabile e di un apparato statale. Gli anziani delle tribù convennero allora che un re, come avevano gli altri popoli, avrebbe trasformato Israele in uno Stato forte e ricco. Invece, quando Samuele si sentì ormai vecchio, scelse di propria iniziativa, non sorretto dall’ispirazione divina, di stabilire giudici di Israele i suoi due figli, che purtroppo non avevano le stesse virtù del padre (1Sam 8, 1-6). Gli anziani del popolo allora si lamentarono con Samuele della condotta dei suoi figli e gli chiesero di scegliere un re.

Fin qui il racconto non ha l’intervento di un oracolo. Il contrasto è tra Samuele, che vorrebbe trasmettere il potere ai figli, e gli anziani che vogliono un re. La decisione da prendere è cruciale. Samuele disapprova la richiesta degli anziani, e prega Yahweh. Si svolge allora uno straordinario dialogo tra Dio e il profeta Samuele. Yahweh risponde con un ragionamento, cosa insolita, concedendo agli anziani del popolo di procedere come desiderano.

Yahweh risponde: “Ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto, perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi. Come si sono comportati dal giorno in cui li ho fatti uscire dall’Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri Dèi, così essi intendono fare con te. Ascolta pure la loro richiesta, però annunzia loro chiaramente le pretese del re che regnerà su di loro.”( 1Sam 8, 7-9)

Le parole di Yahweh esprimono il principio fondamentale che la sovranità appartiene al popolo. Samuele non può opporsi né come giudice in carica né come levita (potenzialmente sacerdote) alla volontà degli anziani che rappresentano il popolo. Addirittura è Dio stesso a non opporsi alla volontà del popolo. Allora Samuele si rivolge al “popolo che gli chiedeva un re” (1Sam 8,10) prospettando le dure condizioni di vita che imporrebbe il re (lavori servili sulle terre del re, espropri, tributi per sostenere il suo palazzo e i cortigiani), ma inutilmente. Gli anziani sono fermi sulla richiesta. Samuele allora si rivolge di nuovo a Yahweh e chiede sul da farsi.

Questi risponde: “Ascoltali, regni pure un re su di loro” (1Sam 8, 22).

Commento: Sappiamo dal Vangelo che Dio concede quello che gli si chiede: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto” (Mt 7, 7). Anche nella fondazione della monarchia d’Israele c’è lo stesso concetto. Gli anziani del popolo hanno chiesto un re, e Yahweh lo ha concesso. I primi tre re, Saul, Davide e suo figlio Salomone, sono scelti da Yahweh stesso, poi vale la successione dinastica. Per i primi due re ci sono più versioni della loro elezione. In alcune il re è indicato da Yahweh a Samuele ed è approvato dagli anziani e dal popolo, in altre il re è acclamato dal popolo solamente. Da questi primi re dobbiamo cominciare a ragionare sul rapporto tra i poteri temporale e spirituale. Il dato iniziale è l’origine del potere dal popolo. Dobbiamo notare che invece nelle lotte medievali tra papato e impero il popolo non è un fattore attivo, perché non c’è un rapporto politico tra il papato e il popolo. Questo ha portato anche le dinastie a sentirsi una casta separata dal popolo. Un casato nobile di una nazionalità poteva diventare sovrano di un popolo di altra nazionalità. Le guerre erano tra i sovrani e con il papa. In questa mentalità si inserisce l’affermazione del cardinale Bellarmino della “la superiorità del papa sulla Chiesa e sul Concilio e la sua infallibilità; e che il papa pur possedendo soltanto il potere spirituale gode, per la superiorità propria di questo potere, un’assoluta supremazia su tutti i re e principi della terra, che può quindi fare e disfare secondo il suo criterio infallibile”[3]. Nell’Antico Testamento invece per fare i re ci vuole anche l’approvazione degli anziani e del popolo e\o il popolo, perché il re è stato concesso da Yahweh su loro richiesta. È il popolo in armi che dà al re l’efficacia del potere temporale.

Nella semplice società arcaica è il popolo che fa e disfa il re, perché c’è il rapporto diretto del popolo con il re, mentre il popolo non ha la possibilità di rivalersi contro il sacerdote. Il ragionamento di Bellarmino presume la concezione del papa come Vicario di Gesù Cristo, dal quale egli ricava la supremazia sul potere del re. Questa concezione non tiene conto che nell’antichità anche il re aveva una caratteristica religiosa (e anche nell’alto medioevo: cesaropapismo). La subordinazione del re al papa toglieva al re l’aspetto religioso della sua funzione e spingeva di conseguenza alla secolarizzazione dello Stato.

A me pare che la venuta in terra di Gesù Cristo non abbia alterato il potere terreno del re rispetto all’Antico Testamento. La mia tesi[4] è che ci sia identità di caratteristiche tra Yahweh e Gesù Cristo, cioè che siano la stessa persona della Trinità, mentre il Padre nel Vangelo sia Elohim. Quindi le funzioni essenziali del re e del sacerdote non sarebbero cambiate, pur essendo cambiati i culti tra Antico e Nuovo Testamento. Il potere terreno dato da Yahweh al re israelita sarebbe confermato nella stessa misura da Gesù Cristo.

6 - I primi re d’Israele: Saul, Davide e Salomone

In Israele diventa re “colui che Yahweh tuo Dio avrà scelto” (Dt 17, 15). La scelta di Dio non è tra la tribù dei sacerdoti: il re deve essere un laico. Come Dio abbia scelto i primi tre re è raccontato diffusamente, anche in versioni diverse. Alcune versioni hanno un intrico di vicende come se ci fosse da superare delle prove.

Saul (1020-1010 a.C. circa.)

Per volontà degli anziani del popolo Samuele deve stabilire un re. La vicenda è narrata in tre versioni.

La prima è una serie di avvenimenti. Abbreviando, Yahweh parla all’orecchio di Samuele e lo manda a incontrare Saul su un’altura (il Dio del cielo si manifesta sui monti). Poi Samuele e Saul scendono in città, e là avviene la consacrazione del re.

Samuele prese allora l’ampolla dell’olio e gliela versò sulla testa, poi lo bacio dicendo: “Ecco: Yahweh ti ha unto il capo sopra Israele suo popolo” (1Sam 10, 1).

Nella seconda versione Samuele compie l’oracolo col metodo del sorteggio di fronte al popolo. La sorte è intesa come volontà di Dio.

Samuele radunò il popolo davanti a Yahweh in Mizpa, e con tre sorteggi risulta estratta prima tra tutte le tribù quella di Beniamino, poi tra le famiglie di questa tribù quella di Matri, e infine tra i membri di questa famiglia è estratto Saul figlio di Kis. Nel luogo del sorteggio non era presente Saul. “Allora consultarono di nuovo il Signore: È venuto qui l’uomo o no?”. Rispose: “Eccolo nascosto in mezzo ai bagagli”.Corsero a prenderlo di là e fu presentato al popolo. Egli sopravanzava dalla spalla in su tutto il popolo. Samuele disse a tutta la folla: “Vedete dunque che l’ha proprio eletto Yahweh, Perché non c’è nessuno in tutto il popolo come lui”. Tutto il popolo proruppe in un grido: “Viva il re” (1Sam 10, 17-24).

Infine, nella terza versione non c’è nessun aspetto soprannaturale. Saul appare semplicemente come un condottiero vittorioso. Dopo aver sconfitto un nemico è dichiarata l’inaugurazione del regno di Saul. Samuele si limita a dare un ordine dal tono militare. Poi sono offerti i sacrifici, ma non è detto chi li abbia officiati; è indifferente che sia stato Samuele o Saul. In questa versione è inequivocabile il fondamento dell’autorità politica unicamente sul consenso popolare. Il sacerdote non è necessario nemmeno per i sacrifici a Yahweh. Siffatta acclamazione era il metodo per conferire il comando ai giudici. La differenza è che qui è proclamato un re.

Samuele ordinò al popolo: Su andiamo a Galgala: la inaugureremo il regno. Tutto il popolo si portò a Galgala e là davanti a Yahweh in Galgala riconobbero Saul come re; qui ancora offrirono sacrifici di comunione davanti a Yahweh e qui fecero grande festa Saul e tutti gli israeliti (1Sam 11, 14-15).

Davide (1010-970 a.C.)

Samuele è anche il profeta della consacrazione di re Davide. Yahweh si manifesta a Samuele e gli ordina di andare a Betlemme a casa di Iesse di Giuda, dove, ascoltando la voce di Yahweh, sceglie Davide fanciullo, il minore tra i sette figli di Iesse, in presenza degli anziani della città. Questa versione appartiene alla tradizione profetica, contraddistinta dalla parola ispiratrice di Yahweh. La presenza degli anziani della città esprime l’approvazione del popolo all’inaugurazione del re

Disse Yahweh (a Samuele): “Alzati e ungilo, è lui”. Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito di Yahweh si posò su Davide da quel giorno in poi” (1Sam 16, 12-13).

In una seconda versione non compare Samuele; è Davide stesso a consultare Yahweh quando, morti in battaglia Saul e suo figlio Gionata, è necessario eleggere un nuovo re. Davide si rivolge sul da farsi a Yahweh, che gli ordina di stabilirsi a Ebron. Non ci sono particolari sulla cerimonia. Non sono nominati sacerdoti. È detto solamente che: “Vennero allora gli uomini di Giuda e qui unsero Davide re sulla casa di Giuda” (2Sam 2,4). La parola di Yahweh e la volontà del popolo è quanto è necessario per consacrare un re.

Le due versioni viste sono la proclamazione di Davide a re del regno di Giuda. In seguito Davide è riconosciuto re su tutto Israele. Anche questa è una cerimonia molto semplice, senza la presenza di Samuele o di altri sacerdoti. Conta solo la parola di Yahweh e la volontà del popolo.

Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro in Ebron davanti a Yahweh ed essi unsero Davide re sopra Israele (2Sam 5, 3).

Salomone (970-931 a.C.)

Fin dalla nascita di Salomone, Yahweh manifesta di prediligerlo:

Yahweh amò Salomone e mandò il profeta Natan, che lo chiamò Iedidià [= amato da Dio] per ordine di Yahweh” (2Sam 12, 24).

Davide, vecchio e infermo, dispone che il passaggio del potere al figlio Salomone sia celebrato dal profeta Natan e dal sacerdote Zadok (1Re, 1, 28-34). Essendo un trasferimento dell’autorità per successione dinastica non compare il popolo nella cerimonia. Preso il potere, Salomone si preoccupò subito di consolidarlo destituendo gli avversari. Tra l’altro esclude dal sacerdozio Ebiatar (1Re 2, 26-27) e lo sostituisce col sacerdote Zadok (1Re 2, 35). I sacerdoti sono sottoposti al potere del re.

Commento: Avevamo già notato (vedi § 4) che Mosè esercita la propria autorità sul sacerdote Aronne. Nello stesso modo si comporta Salomone con i sacerdoti. In seguitò dovremo notare quando è implicato il rapporto tra il potere temporale e quello spirituale. Entrambe le autorità derivano da Dio, ma il re non è tale senza il sostegno del popolo. Il re normalmente ha successione dinastica, che presuppone la originaria approvazione del popolo data al primo re della dinastia e la cura del re di mantenere il consenso del popolo. I sacerdoti hanno l’ufficio per discendenza da Levi, su decisione di Mosè ispirato da Dio. All’origine del sacerdozio manca l’acclamazione del popolo: il suo potere viene solamente da Dio. È la sovranità popolare che dà la forza al re e gli conferisce autorità superiore a quella del sacerdozio riguardo la vita civile. Sulla vita della comunità, che comprende i sacerdoti, decide il re. Questa regola sociale dell’antico Israele non è più valsa nella storia della Chiesa, in cui i due poteri sono stati uniti nel papa sovrano assoluto dello Stato Pontificio, e in più idealmente sovrano di tutti i regni della terra.

7 - L’autorità giudiziaria

Il re Giosafat (870-848 a.C.) ha riorganizzato la giustizia in tribunali per i laici e tribunali per i per i religiosi. Il re raccomanda ai giudici di agire correttamente. Si rivolge anche al sommo sacerdote, dimostrando di avere la supervisione sui sacerdoti.

Anche in Gerusalemme Giosafat costituì alcuni leviti, sacerdoti e capofamiglie di Israele , per dirimere le questioni degli abitanti di Gerusalemme. Egli comandò loro: “Voi agirete nel nome di Yahweh con fedeltà e con cuore integro. Su ogni cosa che vi sarà presentata dai vostri fratelli che abitano nelle loro città – si tratti di omicidio o di una questione che riguarda la legge, gli statuti o i decreti – istruiteli in modo che non si rendano colpevoli davanti a Yahweh e il suo sdegno non si riversi su di voi e i vostri fratelli. Amaria sommo sacerdote vi guiderà in ogni questione religiosa, mentre Zebadia figlio di Ismaele, capo della casa di Giuda, vi guiderà in ogni questione che riguarda il re; in qualità di scribi sono a vostra disposizione i leviti.” (2Cr 19, 8-11).

8 - I compiti religiosi del re

Il re ha la supervisione sulle funzioni religiose nel tempio e i sacerdoti sono sottoposti alla sua autorità.

Cerimoni e offerte di sacrifici a Yahweh

Nei primi tempi della monarchia, sembra che il sacerdozio non fosse ben organizzato e non fosse ufficiale la carica di sommo sacerdote. L’uso patriarcale del sacrificio a Yahweh è continuato dal re come sacerdote del popolo. Per esempio, Saul offre l’olocausto e i sacrifici di comunione (1Sam 13,9; 14,35); Davide ordina il trasporto dell’arca di Dio vicino alla propria residenza, detta cittadella di Davide, in Gerusalemme, e poi compie olocausti e sacrifici di comunione (6,1-18).

Costruzione del tempio

Il proposito di costruire il tempio di Gerusalemme, a imitazione dei templi pagani, è di Davide, ma a realizzarlo sarà Salomone. Il rinvio del progetto è dipeso dalla opposizione dei profeti che ritenevano una superbia umana la pretesa di ridurre in una “casa” il luogo del Dio dei cieli. Ecco la disapprovazione di Isaia:

Così dice Yahweh: “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi. Quale casa mi potreste costruire?”. (Is 66, 1-2)

Eppure, anche questa volta, Yahweh dapprima esprime l’assurdità della richiesta:

Forse tu (Davide) mi costruirai una casa perché io vi abiti?” (2Sam 7, 5),

ma poi dà soddisfazione alla ambizione di grandezza del re. Come aveva concesso l’istituto monarchico, pur rilevandone i difetti (vedi § 5), Yahweh adesso concede la costruzione del tempio accontentando l’orgoglio umano. Il tempio non sarà costruito da Davide, affaticato dalle battaglie e anziano, ma da Salomone.

Io (Yahweh) assicurerò dopo di te (Davide) la tua discendenza uscita dalla tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli (Salomone) edificherà una casa (il tempio) al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno” (2Sam 7, 12-13).

Commento: Impariamo dalla Bibbia che l’uomo non è stato creato per l’umiltà. I beni terreni sono stati fatti per l’uomo, ma bisogna conquistarli, quasi lottando con Dio, come aveva fatto Giacobbe per ottenere la benedizione di Elohim (Gn 28, 12-22). La grandiosità dei templi arricchiti da opere d’arte inorgogliscono l’uomo; e la loro costruzione è anche una offerta a Dio al pari dei sacrifici.

Le cerimonie del tempio

Costruito il tempio, Salomone convoca a Gerusalemme tutti gli anziani, i capotribù e i principi dei casati per trasportare l’arca di Dio dalla cittadella di Davide al tempio per la consacrazione. Salomone benedice tutta l’assemblea d’Israele (1re 8, 1-14), dirige le cerimonie, le preghiere e il primo sacrificio (2Cr 5; 6; 7; 8). In seguito. Salomone continuerà regolarmente a sacrificare sull’altare del tempio e anche a bruciare incenso, rito che due secoli dopo sarà proibito al re (vedi § 11).

Il re Acaz (736-716 a.C.) si fa costruire un altare particolare per i sacrifici celebrati personalmente (2Re 16, 10-18).

Difesa della fede

La legge mosaica imponeva al re di istruirsi sulla religione, di non allontanarsi dai suoi comandi, e di difendere la religione per prolungare i giorni del suo regno.

Quando si insedierà sul trono regale, (il re) scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge secondo l’esemplare dei sacerdoti leviti. La terrà presso di sé e la leggerà tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere Yahweh suo Dio, a osservare tutte le parole di questa legge e tutti questi statuti, perché il suo cuore non si insuperbisca verso i suoi fratelli ed egli non si allontani da questi comandi, né a destra né a sinistra, e prolunghi così i giorni del suo regno, lui e i suoi figli, in mezzo a Israele” (Dt 17, 18-20).

Il periodo monarchico invece è tormentato dalla diffusione in Israele dei culti pagani. Bisogna dire però che presso gli ebrei il re non riceve mai atti di culto, cioè non è assimilato a Yahweh, non è mai divinizzato come i re pagani. A decidere sul culto era il re, che poteva dedicarsi al culto degli idoli o a quello di Yahweh. In genere i sacerdoti stavano alle sue disposizioni.

Solo alcuni re si sono particolarmente distinti nelle repressione delle tendenze pagane: Giosafat, Ezechia e Giosia.

Giosafat (870-848 a.C.) con fermezza ha riorganizzato il regno di Giuda in tutti i campi, militare, civile e religioso. Ha eliminato i simboli pagani sulle alture e i pali sacri e ha inviato ovunque sacerdoti per insegnare la legge mosaica (2Cr 17, 1-9).

Ezechia (716-687 a.C.), re di Giuda, nel primo anno del suo regno restaura i guasti del tempio e ordina ai sacerdoti e leviti di purificare il tempio. Poi conclude una alleanza con Yahweh, affinché allontani da Giuda e Israele la sua ira ardente. Notiamo che è il re a disporre tutte le cerimonie di riconsacrazione del tempio (2Cr 29; 30). Inoltre Ezechia opera al posto luogo del sommo sacerdote e ricostruisce le classi dei sacerdoti e dei leviti secondo le loro funzioni (2 Cr 31).

Giosia (640-609 a.C.), verso la fine del regno di Giuda, attua una reazione in extremis contro le diffuse pratiche paganeggianti. Decide di restaurare il tempio. Il sommo sacerdote Chelkia, sentendosi incoraggiato, chiede a Giosa di riattivare il culto secondo la legge di Mosè. Perciò consegna al re il libro della legge che era chiuso inutilizzato in qualche ripostiglio (2 Re 22, 3-20). Sollecitato dal sacerdote, il re dà le disposizioni necessarie per il culto. Giosia comanda al sacerdote Chelkia e ai dignitari di consultare Yahweh. Il consulto viene richiesto alla profetessa Culda, la quale risponde che Yahweh manderà sciagure che si abbatteranno sul popolo colpevole di culti pagani (2Re 22). Allora il re raduna gli anziani di Giuda, i sacerdoti, i profeti e il popolo, e fa leggere la legge. Poi comanda di distruggere tutti i simulacri e gli altari dei culti pagani, scaccia tutti i negromanti e gli indovini. Ristabilito così l’ordine secondo la legge, ordina di celebrare la Pasqua (2 Re 23, 1-27). Infine rinnova l’alleanza. Il re è l’ordinatore di tutti i compiti e il merito è tutto suo.

Il re, in piedi presso la colonna, concluse un’alleanza davanti a Yahweh, impegnandosi a seguire Yahweh e a osservarne i comandi, le leggi e i decreti con tutto il cuore e con tutta l’anima, mettendo in pratica le parole dell’alleanza scritte in quel libro. Tutto il popolo aderì all’alleanza” (2Re 23, 3).

Commento: La ripartizione delle funzioni è quella solita. Il re dà gli ordini dei lavori e delle cerimonie religiose, il sacerdote officia i riti e la profetessa pronuncia l’oracolo. Risalta il particolare dell’oracolo di Yahweh chiesto alla profetessa Culda dal sacerdote. Dio spesso non sceglie un levita come profeta. Ricordiamo che prima della monarchia i leviti (sacerdoti) avevano la funzione di pronunciare oracoli tirando a sorte gli urim e i tummim, che era una procedura pagana. Durante la monarchica la funzione dell’oracolo è stata assunta dai profeti, che hanno anche loro un’origine al di fuori dell’ebraismo, dedotta sia da dall’analogia col volo sciamanico, sia dalla presenza di profeti tra i pagani vicini di Israele.

9 - I compiti dei sacerdoti

Mosè ha attribuito per il sacerdote le funzioni dell’insegnamento dottrinale, del servizio all’altare e dell’oracolo divino (Dt 33, 8). Di quest’ultima funzione non si parla più dopo il regno di Davide, come ho detto sopra (vedi § 8). Nell’insediamento nella Terra Promessa, i leviti si sparsero in varie città. Non necessitavano di lavorare, ma vivevano “dei sacrifici consumati dal fuoco per Yahweh” (Dt 18, 1-2), cioè delle vittime offerte dai fedeli. Era compito esclusivo dei sacerdoti la cura della tenda del convegno in cui era custodita l’arca di Dio. Solo i sacerdoti potevano accedere in quello spazio sacro, purché vestiti secondo le prescrizioni, altrimenti sarebbero morti. (Es 28, 31-35; 40-43). Il divieto valeva anche per il re. Quando il tempio di Gerusalemme divenne l’unico luogo di culto, i leviti si ripartirono in tre livelli: sommo sacerdote, sacerdoti e leviti. Riguardo alla politica, il sacerdozio era subordinato al potere regale. Anche il sommo sacerdote non doveva avere gran peso e appare comunque inferiore al re fino all’epoca dell’esilio[5].

10 – I profeti e l’affermazione del monoteismo

Nel periodo monarchico dai profeti vengono i personaggi più combattivi contro i culti idolatrici praticati nella corte reale e dal popolo. A quel tempo Yahweh era considerato il Dio di Israele, ma non lo si concepiva come unico Dio. Si credeva anche nell’esistenza degli dèi degli altri popoli; e i sacerdoti potevano indifferentemente sacrificare a Yahweh o a un dio pagano secondo la richiesta del re. Ricordiamo che già il primo sacerdote, Aronne, aveva dato una pessima prova cedendo alla richiesta del popolo di fare un idolo d’oro. Si potrà parlare di concezione monoteista universale diffusa in tutto il popolo di Israele solo dopo l’esilio babilonese.

La Bibbia da risalto ai profeti “portavoci” di Yahweh presso i re. Ecco un esempio. Il profeta Eliseo, per abbattere una serie di re corrotti, manda un suo discepolo a consacrare re Yehu (841-814 a.C.). Poi Yeuh si fa riconoscere re dagli ufficiali di palazzo e, preso il potere, fa sterminare tutta la casa del re Acab, la madre Gazabele, i grandi di corte e i sacerdoti, accusati di paganesimo. Ma Yehu massacrava più per costruire il proprio potere, che per la vera fede, e non completò la distruzione degli idoli d’oro (2Re 9;10). Allora il profeta Osea annuncia la punizione per Yeuh, a causa dei suoi massacri (Os 1,4).

Commento: Il profeta è la terza figura delle autorità d’Israele. Il suo scopo è di stabilire il culto unico di Yahweh in Israele. Per fare questo diventa il consigliere politico del re, e indica come fronteggiare i regni pagani che minacciavano il culto di Yahweh. Quindi, il profeta si occupa sia del potere temporale sia del potere spirituale. L’unione dei due poteri nel profeta avviene per volontà divina. Il profeta è suscitato da Yahweh, per pronunciare oracoli. Ci sono profezie di avvenimenti futuri, profezie sull’avvento del regno messianico, e profezie escatologiche. Queste ultime sono manifestate con le elevazioni al cielo, come è narrato di Elia ed Ezechiele. Le caratteristiche del profeta si trovano anche in Mosè, che esercitava i due poteri, comandando il popolo e promulgando la legge religiosa. La missione del profeta è la conversione verso Yahweh.

11 – I sacerdoti, l’incenso e l’elevazione al cielo

Nella corte reale i profeti contavano più dei sacerdoti del tempio. Il re ascoltava i profeti, mentre comandava ai sacerdoti. Per superare la condizione un po’ servile in cui si trovavano, i sacerdoti si decisero finalmente di attribuire a loro stessi l’autorità esclusiva di compiere il rito dell’incenso. Durante il regno di Ozia (781-740 a.C.) la situazione era buona. Il re aveva ottenuto molte vittorie sui nemici. La sua fedeltà a Yahweh era sostenuta dalla guida di Zaccaria, un suo consigliere di cui non è specificato se fosse profeta o sacerdote.

Egli (Ozia) ricercò Elohim finché visse Zaccaria che lo aveva istruito nel timore di Elohim, e finché egli ricercò Yahweh, Elohim lo fece prosperare (2Cr 26, 5).

Mancato Zaccaria, Ozia mostrò superbia e infedeltà a Yahweh, dice il racconto. Però la sua unica colpa riferita è la pretesa di bruciare incenso sull’altare. Per comprendere la gravità di questa profanazione si consideri che, secondo la legge mosaica, la miscela di incenso dei riti era vietata per qualsiasi altro uso.

La fama di Ozia giunse in regioni lontane, divenne potente perché fu molto assistito (da Dio). Ma in seguito a tanta potenza si insuperbì il suo cuore fino a rovinarsi. Difatti si dimostrò infedele a Yahweh. Penetrò nel tempio per bruciare incenso sull’altare” (2Cr 26, 15-16).

Il sacerdote Azaria, accompagnato da altri ottanta sacerdoti, seguì il re, entrò nel tempio dietro di lui, e si oppose dicendo:

Non tocca a te, Ozia, offrire l’incenso ma ai sacerdoti figli di Aronne che sono stati consacrati per offrire l’incenso. Esci dal santuario, perché hai commesso un’infrazione alla legge”. (2Cr 26 16-19).

E all’istante Ozia fu colpito dalla lebbra, che gli rimase fino al giorno della morte. (Su Aronne e l’incenso vedi Nm 17, 6-15). Il fatto nuovo è che i sacerdoti stabiliscono di vietare al re di bruciare l’incenso sull’altare. Prima lo faceva, per esempio, Salomone.

Tre volte all’anno Salomone offriva olocausti e sacrifici di comunione sull’altare che aveva costruito per Yahweh e bruciava incensi su quello che era davanti a Yahweh. Così terminò il tempio (1Re 9, 25).

I re avevano sempre esercitato alcune funzioni cultuali senza sollevare proteste. Il fatto è che il ruolo dei sacerdoti appariva non indispensabile. I re potevano sostituire il sacerdote nel culto, ma i profeti erano insostituibili portavoci di Dio. La rivolta di Azaria ha probabilmente inteso affermare l’esclusività di questo rito a causa del suo particolare significato, diverso dai sacrifici olocausti o di comunione. Il fumo dell’incenso, come la nuvola, è una allegoria o una emanazione dello spirito divino[6]. Nei Salmi la preghiera a Yahweh è paragonata al profumo d’incenso che sale verso l’alto (Sal 141, 1-4). Abbiamo molti esempi di nuvole sacre. Una nuvola aveva ricoperto il monte Sinai per sei giorni, mentre Yahweh scendeva in forma di fuoco (Es 19, 16 ss). Alla consacrazione del tempio, appena Azaria e i sacerdoti furono usciti dal santuario una nuvola riempì l’edificio (1Re 8,10 ss; Is 6, 4 s). Per questo la nuvoletta dell’incenso indica la trasposizione nell’al di là dello spirito dell’uomo, che è il significato escatologico della funzione del sacerdozio.

Il discorso potrebbe essere finito. Rimane però una domanda su Zaccaria, il consigliere del re di cui non sappiamo se fosse sacerdote o profeta. Forse è taciuto che era profeta, perché questo racconto è di tradizione sacerdotale.

Commento: Siamo giunti a una conclusione sulla ripartizione dei poteri. Il re ha il potere temporale sul popolo per il fine politico, e non può esercitare quello spirituale. Il sacerdote ha il potere spirituale per il fine escatologico, e non può esercitare quello temporale. I due poteri diventano uniti solo per opera di Dio nel profeta, suscitato affinché parli in suo nome per la conversione degli uomini.

12 - Il sacerdote Ioiadà e la congiura di Atalia

La successione dinastica non era sempre pacifica. C’erano anche rivalità interne alla parentela del re. Una prevaricazione criminale è stata resa inefficace dall’intervento dei sacerdoti. La regina madre Atalia, morto il re Acazia suo figlio, si propose di sterminare tutti i giovani figli di Acazia per regnare lei. Ma la moglie del sacerdote Ioiadà riuscì a salvare uno dei figli, Ioas. Dopo sei anni di regno di Atalia, una rivolta eliminò la regina e pose sul trono l’erede legittimo. La rivolta è narrata in due versioni, una sacerdotale e una popolare.

La versione sacerdotale attribuisce la destituzione e uccisione di Atalia all’azione del sommo sacerdote Ioiadà, che ordina alle guardie e ai mercenari di occupare la reggia e il tempio.

Ioiadà fece uscire il figlio del re, gli impose il diadema e le insegne; lo proclamò re e lo unse. Gli astanti batterono le mani ed esclamarono: Viva il re. (…) Ioiadà concluse un’alleanza fra Yahweh, il re e il popolo, con cui questi si impegnò a essere il popolo di Yahweh; ci fu anche un’alleanza tra il re e il popolo” (2Re 11, 12-17).

Il sacerdote Ioiadà agisce come l’unica autorità rimasta in grado di opporsi alla regina madre. La cerimonia delle alleanze fa discendere il potere del re dalla grazia di Yahweh e dalla volontà del popolo. C’è alleanza tra il popolo e il re, ma non c’è alleanza tra il popolo e il sacerdote. Il sacerdote è al di fuori dagli organi statali.

L’altra versione esalta l’animosità popolare.

Tutto il popolo del paese penetrò nel tempio di Baal e lo demolì, frantumandone gli altari e le immagini: uccisero dinanzi agli altari lo stesso Mattan, sacerdote di Baal. Il sacerdote Ioiadà mise guardie intorno al tempio. Egli prese i capi di centinaia dei Carii (mercenari) e delle guardie e tutto il popolo del paese;costoro fecero scendere il re dal tempio e attraverso la porta delle guardie lo condussero nella reggia, ove egli sedette nel trono regale. Tutto il popolo del paese fu in festa; la città restò tranquilla. Atalia fu uccisa con la spada nella reggia” (2 Re 11, 18-20).

La versione popolare rimarca che la gente del “paese” (letteralmente della “terra”) ha avuto l’iniziativa di rivoltarsi contro i culti pagani, mentre la gente della città, che commerciava con i pagani ed era da loro influenzata, rimaneva tranquilla, non disapprovando il paganesimo di Atalia. In questa versione manca l’unzione del re e la conclusione delle alleanze da parte del sacerdote. Il potere deriva per successione dinastica, e comunque è indispensabile solo la volontà del popolo.

13 – Lo Stato ideale di Ezechiele

Il profeta Ezechiele era sacerdote della stirpe di Zadoc. Condotto prigioniero in Babilonia, vi rimase fino alla morte. Nelle sue profezie consola il popolo e lo rincuora, prevedendo la costruzione di uno Stato perfetto una volta tornati in patria. Sarà ricostruito il tempio e il territorio sarà ripartito con criterio paritario geometricamente. Poi descrive come sarà ripristinato il sacerdozio, celebrati i riti, fatte le feste e riformata l’autorità civile. Ezechiele è interessato soprattutto alla religione e alla vita sacerdotale, ma l’autorità principale della comunità rimane la stessa. A capo del popolo è un laico, cui egli dà il titolo di “nasi”, lo stesso termine usato per chiamare il capotribù e usato una volta per Abramo (Gn 23, 6) e un’altra volta per Salomone (1Re 11, 34). Il capo del popolo non è chiamato re probabilmente per il motivo della cattiva prova che quasi sempre avevano dato i re abbracciando il paganesimo. Però il capopopolo non potrà officiare i sacrifici (Ez 46, 2). È comprensibile che Ezechiele, come sacerdote, deprecasse la pretesa del re di sostituirsi al sacerdote nei sacrifici nel tempio. Tuttavia è significativo che Ezechiele non parli mai di un sommo sacerdote, perché così la massima carica dello Stato è il laico nasi. Ebbene, questo nasi non è altro che il re con altro titolo. Ce lo rivela una cerimonia religiosa solenne dedicata a Yahweh, così descritta da Ezechiele.

(Yahweh) mi disse (a Ezechiele): “Questa porta (orientale) rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessuno vi passerà, perché c’è passato Yahweh, Dio d’Israele. Per ciò resterà chiusa. Ma il nasi, il nasi siederà in essa per cibarsi davanti a Yahweh; entrerà nel vestibolo dalla porta e di là uscirà” (Ez 44, 2-3).

È una cerimonia speciale che non può essere pensata per nessun altro che per un re. Solo la massima autorità terrena può essere innalzata fino a tanto di fronte a Dio. Il motivo per cui Ezechiele usa il termine nasi invece di re è indubbiamente il pessimo comportamento dei re d’Israele, così esplicitamente descritto:

Figlio dell’uomo, questo è il luogo del mio (di Yahweh) trono e il luogo dove posano i miei piedi, dove io abiterò in mezzo agli israeliti, per sempre. E la casa d’Israele, il popolo e i suoi re, non profaneranno più il mio santo nome con le loro prostituzioni e con i cadaveri dei loro re e con le loro stele, collocando la loro soglia accanto alla mia soglia e i loro stipiti accanto ai miei stipiti,così che tra me e loro vi era solo un muro; hanno profanato con tutti gli abomini che hanno commessi, perciò li ho distrutti con ira. Ma d’ora in poi essi allontaneranno da me le loro prostituzioni e i cadaveri dei loro re e io abiterò in mezzo a loro per sempre (Ez 43, 6-9).

Commento: La visione del profeta e sacerdote Ezechiele presenta uno Stato teocratico, cioè costituito sulla legge religiosa, la torah. Ma non è uno Stato ierocratico, cioè governato da sacerdoti. Il capo laico aggiunge ai suoi compiti profani, quello religioso di difendere la fede e quello della supervisione del tempio per provvedere a ogni necessità materiale dei sacerdoti. La sua autorità sui sacerdoti non riguarda il culto e la dottrina.

14 - Il periodo post-esilio

Il ritorno dall’esilio babilonese non era il riacquisto della libertà. La condizione di sudditanza ai re stranieri, persiani, assiri o seleucidi che fossero, era sempre una afflizione per un popolo orgoglioso. Nemmeno il magnanimo Dario re di Persia era sopportato. Lui aveva nominato governatore l’ebreo Zorobabele, della famiglia di Davide, affiancato dal sommo sacerdote Giosuè. Ma la indomita aspirazione all’indipendenza dei giudei spinse Dario ad allontanare Zorobabele e nominare un proprio governatore in rappresentanza del re, ponendo fine alla dinastia di Davide. Da questo momento, agli occhi degli israeliti la vera autorità sarà quella religiosa, e il potere del sommo sacerdote diventerà la carica più alta. Scomparso il discendete di David, scomparso il profetismo, si ricorse all’autorità del sommo sacerdote per affidargli anche il governo civile. Al passare dei decenni la figura del sommo sacerdote cominciò ad apparire come se fosse rivestita della funzione del re. Il punto culminante si avrà al tempo dei maccabei con la dinastia Asmonea di sacerdoti-re (134-67 a.C.).

15 - Il giudaismo. Rifondazione dell’ebraismo

Il giudaismo morale

Il monoteismo universale insegnato dai profeti è fatto proprio dal popolo durante l’esilio Babilonese. L’osservanza della torah diventava l’unico modo per sostituire i riti del tempio. Anche dei laici cominciarono a trascrivere i manoscritti, affiancandosi ai sacerdoti, dando origine a una classe di dottori della legge: gli scribi. Al ritorno in patria degli esiliati, la visione religiosa formatasi in Babilonia si impose sulla concezione tradizionale non rigorosa degli ebrei rimasti in patria. Accanto ai riti nel tempio ricostruito, la dimensione morale della legge mosaica diventava la caratteristica della religione ebraica. L’insegnamento della legge e le preghiere avevano luogo nelle sinagoghe sparse in tutto il paese. Qui il sacerdote non prevaleva sugli altri, non essendoci il rito dell’altare. Invece acquistavano influenza i dottori della legge che commentavano la Bibbia. Questa nuova caratterizzazione dell’ebraismo è chiamata giudaismo.

Il giudaismo messianico ed escatologico

La fine della dinastia di Davide, alla caduta di Zorobabele, costringeva a reinterpretare l’alleanza con Yahweh. Fino ad allora la fede dell’alleanza era incarnata nella discendenza di Davide espressa, per esempio, da Isaia:

Porgete orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide. Ecco io lo ho costituito testimonio tra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni” (Isaia 55, 3-4).

Estinta la dinastia di Davide, sarebbero dovute decadere le promesse dell’alleanza. Invece prontamente si comprese che i privilegi dell’alleanza perduravano nel popolo stesso. Scrive Luca Mazzingi[7]: “La storia della monarchia israelita si conclude con un paradosso: una volta scomparso per sempre il re, dopo l’esilio, non sparisce invece l’idea monarchica, ma sopravvive, proiettata nel futuro in chiave escatologica e messianica”. A questo punto ci sono due interpretazioni. Grossomodo si verifica che la parte filosacerdotale vi vede la giustificazione del sacerdote-re (vedi § 14), mentre la parte laica (farisei e zeloti) spiritualizza il concetto di regalità e lo proclama in Yahweh, secondo quanto dice Isaia:“I miei occhi hanno visto il re, Yahweh degli eserciti (Is 6, 5).

Delle due posizioni, è continuata nella storia quella spiritualista laica e farisaica, aperta a posizioni teologiche nuove per il giudaismo, tra cui la fede nella resurrezione, l’esistenza degli angeli e spiriti. Invece la fazione filosacerdotale, rivolta al mantenimento del potere e contraria alle innovazioni teologiche, non seppe sopravvivere alla distruzione del tempio avvenuta nel 70 d.C. L’impossibilità del servizio liturgico a esso collegato faceva venir meno la fonte del suo potere.

Commento: I membri di una istituzione sono portati al mantenimento e allargamento delle strutture di un potere tangibile. Ma nella vita di una istituzione religiosa il vero potere non è quello delle strutture materiali. La classe sacerdotale, che aveva assunto il potere civile e che era legata ai riti dell’altare, non seppe sopravvivere alla distruzione della struttura materiale del potere. L’ebraismo invece è stato perpetuato dai farisei con la forza tratta solamente dalla Bibbia, sopportando il dolore incessante della distruzione del tempio. In modi diversi, anche nella Chiesa cattolica la missione religiosa è turbata dal potere temporale e dai beni materiali. Tutt’ora è grande l’attenzione del clero per la politica soprattutto in Italia, con l’illusione che la partecipazione ai problemi socioeconomici serva a sostenere la fede.

Parte seconda.
Nuovo Testamento

16 - Gesù Cristo re dei re

La storia di Gesù Cristo comincia con la domanda dei magi a Erode: “Dov’è il re dei giudei nato da poco?” (Mt 2, 1). Oltre che re, Gesù è chiamato profeta. Nella moltiplicazione dei pani narrata da Giovanni è scritto: “visto il prodigio fatto da Gesù, dicevano: “Questo è davvero il profeta che ha da venire al mondo.” Ma Gesù accortosi che volevano rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo solo in montagna.” (Gv 6, 14-15). Al suo ingresso in Gerusalemme è chiamato “il profeta di Nazaret di Galilea” (Mt 21, 10-11). Sarebbe stato inopportuno acclamarlo re a Gerusalemme. Prudenza inutile. Con questa accusa è stato condannato; e sulla croce sarà scritto. “re dei giudei” (Gv 19, 21-22).

Secondo quanto detto sopra (vedi § 10), il titolo di profeta dato a Gesù Cristo è spiegato dai suoi due poteri. Quello temporale consiste, per esempio, nel procurare i pani e i pesci e quello spirituale consiste nell’averlo fatto con un miracolo.

Nell’Antico Testamento l’attributo di re è dato a Yahweh a partire dalla epoca monarchica.

Yahweh Dio vostro è il Dio degli dèi il Signore dei signori” (Dt 10, 17). In questo versetto c’è un residuo di enoteismo, cioè della credenza dell’esistenza di un dio proprio per ogni popolo, di cui il più potente è Yahweh. Per i profeti e i testi sapienziali l’idea del Dio unico universale è ormai maturata. Allora Yahweh diventa il re di tutti i re terreni.

Il profeta Geremia dice: “Non sono come te, Yahweh; tu sei grande e grande la potenza del tuo nome. Chi non ti temerà, re delle nazioni?” (Ger 10, 7).

Oppure è la Sapienza di Yahweh personificata a parlare: “Io, la Sapienza, possiedo la prudenza e ho la scienza e la riflessione (…) Per mezzo mio regnano i re e i magistrati emettono giusti decreti” (Pr 8, 12-15).

Nel Nuovo Testamento gli apostoli trasferiscono a Gesù la regalità di Yahweh. Giovanni chiama Gesù Cristo “re dei re e Signore dei signori” (Ap 19, 16).

E Paolo lo chiama il “beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori” (1Tm 6, 15).

Commento: Il possesso di uno Stato ha comportato il titolo di re al papa e ha favorito la concezione dei due poteri nelle sue mani. Lo scopo del presente saggio è la confutazione del titolo di sovrano del papa (vedi § 26). Nel rinascimento, all’incoronazione di un nuovo pontefice veniva ricordata l’ampiezza del suo potere temporale e spirituale con questo sunto: “Padre dei principi e dei re, rettore dell’orbe, Vicario del salvatore nostro Gesù Cristo in terra”. Nel passato questo sunto autorizzava il papa a stringere alleanze e a lanciarsi in conquiste territoriali. Oggidì, sul potere temporale del papa ci sono affermazioni diverse. C’è chi lo considera un dogma, chi lo nega e chi lo limita a una autorità morale che però entra in campo sociopolitico. La questione deve essere trattata sulla base della Bibbia e del Vangelo.

17 – Il primato di s. Pietro

Il primato papale si fonda sulla “confessione di Pietro” (dichiarazione di fede). Pietro ha detto:

Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. E Gesù ha risposto:

Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16, 18).

In questi versetti appare il regno dei cieli come il fine ultimo della predicazione di Gesù. Dopo la resurrezione, nell’Apocalisse, è confermata la spiritualità del Vangelo: “Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1, 18).

L’esortazione di Gesù a Pietro “pasci i miei agnelli” (Gv 21, 15-17), è evidentemente una metafora di significato spirituale.

Commento: L’insegnamento di Gesù Cristo riguarda il regno dei cieli e la resurrezione. La legge morale è rimasta quella stessa dell’Antico Testamento; tutt’al più si potrà dire che è stata perfezionata con le beatitudini del discorso della montagna. La predicazione di Gesù non ha mai toccato temi politici. Allora le relazioni tra lo Stato e la Chiesa devono ammettere prima di tutto l’essenzialità del governo laico della vita civile in tutti i suoi aspetti, nella quale il clero non deve mai intromettersi. Vedremo che questo principio, realizzato da uno Stato di forma cesaropapista, salvaguarda la spiritualità, sollevandolo dalle incombenze temporali.

18 - Cesare e Dio

Con la sentenza “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”, Gesù Cristo riconosce l’autorità romana sulla Palestina. Egli supera le faccende terrene; e per compiere la sua missione di annunciare il regno dei cieli lascia a Cesare il compito di governare. Il significato della sentenza va oltre quello della separazione trai due poteri. Il riconoscimento dell’autorità romana, pochi giorni prima dell’arresto di Gesù, significa il suo distacco dal mondo, di cui è pure re. Il titolo di re dei giudei è insignificante rispetto alla via del regno dei cieli che ha predicato. Infatti, i farisei avevano creduto di farlo cadere in un tranello premettendo alla domanda: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno” (Mt 22, 16). Questa premessa, dice l’evangelista, era “maliziosa”. Era una lode per distrarlo dall’inganno della domanda sul tributo a Cesare. Eppure questa premessa dimostra che i farisei avevano capito che Gesù predicava il regno di Dio, non la liberazione del regno dei giudei.

Commento: Dio sceso in terra, pur essendo re dei re, ovvero re universale, non ha predicato dal punto di vista del suo potere terreno, cioè ha lasciato la libertà al potere politico umano. Dio ha dato all’uomo la libertà e la legge morale. Il compito del sacerdote è di giudicare per il fine escatologico. Poiché Yahweh corrisponde a Gesù Cristo, per la distinzione dei poteri tra re e sacerdote vale nel cristianesimo lo stato dei rapporti che si presenta nell’Antico Testamento.

19 – Contrapposizione tra regno terreno e regno dei cieli

Il regno dei cieli, o regno di Dio, è il regno trascendente del Padre, ovvero il Paradiso. Nella predicazione di Gesù Cristo ci sono parabole e sentenze che oppongono il regno dei cieli al regno terreno. Ciò che è meritevole per un regno è disprezzato dall’altro. Ecco alcune sentenze in cui il bene degli affetti parentali, la pace e perfino il bene della propria vita è disprezzato.

“Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre, moglie e figli fratelli e sorelle e perfino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chiunque non porta la sua croce e mi segue, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26-27).

Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua” (Mt 10, 34-36)

Chiunque vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua perché chiunque vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e dell’evangelo, la salverà” (Mc 8, 34-35,

Ed ecco alcune parabole.

Nella parabola dei vignaioli il salario per tante o poche ore di lavoro è uguale, contrariamente alla giusta mercede della legge umana (Mt 20, 1 ss).

Nella parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, la pena dell’inferno tocca al ricco vissuto nel godimento della tavola, e il premio del regno dei cieli va al povero Lazzaro (Lc 16,19 ss).

Commento: Gesù insegna che la gioia del regno dei cieli è inimmaginabilmente grande in confronto alle gioie terrene. In confronto all’infinito amore di Dio l’affetto umano parentale e i piaceri terreni sono così infimi che appaiono rispettivamente odio e afflizioni. La durezza delle parole di Gesù pongono un compito gravoso per il sacerdote che deve insegnarle come buona novella. Se il sacerdote mischia la sua missione spirituale con la politica, si presta alla critica di non aver compreso nemmeno lui il messaggio del vangelo.

20 - I sacerdoti cattolici

I due momenti in cui i teologi credono che Gesù Cristo abbia istituito l’ordine del sacerdozio hanno solo il significato spirituale. Il primo è avvenuto nell’ultima cena, quando ha detto: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19), istituendo l’eucaristia. Il secondo è avvenuto dopo la resurrezione, quando ha dato agli apostoli la potestà di rimettere i peccati: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Gv 20, 23).

Commento: Il sacerdote cristiano ha ricevuto da Gesù Cristo solo l’autorità spirituale. L’eucaristia e il perdono hanno il fine escatologico del regno dei cieli. Nella predicazione di Gesù Cristo non ci sono temi politici. Un sacerdote non dovrebbe entrare in campo politico, infatti dando un consiglio politico, un sacerdote farebbe valere il suo prestigio spirituale che, in quanto tale, sarebbe assoluto, ma un consiglio assoluto è un comando, per cui equivale a una profezia. È logico che unendo la temporalità politica alla spiritualità si abbia la figura del profeta (vedi § 10). L’unione dei due poteri in un profeta è compiuta da Dio per lo scopo della conversione, indipendentemente dallo stato laico o sacerdotale della persona. Questo vale anche per il papa. Da ciò si ricava una definizione per distinguere il profeta vero da quello falso. La profezia inizia dal potere spirituale, che agisce in campo temporale, realizzando lo scopo della conversione. La realizzazione dello scopo dimostra che l’inizio spirituale è venuto dalla volontà di Dio. Il corollario della definizione è che solo Dio può unire i due poteri efficacemente.Ulteriore conferma di questa definizione viene dalla distinzione tra le due nature (non unibili dall’uomo) dei due poteri. Nell’Antico Testamento il potere temporale è stato costituito per volontà dell’uomo, cioè concesso da Yahweh a Saul per soddisfare la volontà degli anziani del popolo che lo avevano chiesto (§ 5). Siccome l’origine è nella libera volontà dell’uomo, quando il re prende una decisione “in nome di Dio”, si assume la responsabilità di ritenerla conforme alla volontà di Dio. È come se giurasse di fare la volontà di Dio. Nella società civile si usa giurare. Il giuramento è prescritto anche nell’Antico Testamento: “Quando uno avrà fatto un voto a Yahweh o si sarà obbligato con un giuramento a una astensione, non violi la sua parola” (Nm 30, 3). Ma per i sacerdoti la faccenda è diversa. Ce lo ha insegnato Gesù Cristo. L’origine del potere spirituale è nella volontà di Dio di darlo al sacerdote, il quale lo accetta senza fare giuramento, come è scritto: “io (Gesù) vi dico non giurate (…) sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no” (Mt 5, 34-37). La vocazione del sacerdote consiste nel riconoscere la volontà di Dio e farla propria. Siccome, dal punto di vista umano, i due poteri non sono compatibili tra loro, avendo diversa origine e diversa funzione, non sono dall’uomo unibili. Solo Dio li unisce nel profeta. Un sacerdote che si occupa del potere temporale senza essere ispirato da Dio è un falso profeta.

21 - Le apparizioni di Cristo risorto

L’ordine delle apparizioni di Gesù Cristo risorto ai laici e agli apostoli (sacerdoti) potrebbe essere significativo. Secondo Matteo la prima apparizione è a due donne (Mt 28, 9), secondo Marco a una donna (Mc 16, 9) e secondo Giovanni a una donna (Gv 20, 11). Forse c’e un collegamento al peccato originale nella precedenza alle donne. L’iniziativa di Eva nel cogliere il frutto sarebbe compensata con la precedenza dell’apparizione alle donne. Secondo Luca invece la prima apparizione è a due discepoli di Emmaus (Lc 24, 30-31). Allora un altro significato si fa avanti: la precedenza dell’apparizione ai laici, cioè al popolo, rispetto ai sacerdoti. Nella storia della salvezza prima Dio si rivolge al popolo per disporre le cose nella vita terrena, e poi istruisce i sacerdoti sulla via del regno dei cieli.

Dopo essere apparso agli apostoli, Cristo completa il conferimento a loro dell’autorità religiosa con le sue ultime parole prima di salire al cielo. Gesù Cristo nel suo lascito afferma di avere i due poteri (quello in cielo e quello in terra) e però dà agli apostoli solo il compito spirituale di battezzare e insegnare, mirando al fine escatologico: l’ascesa al cielo che in quel momento avveniva.

Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e fate discepole tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”(Mt 28, 16-20).

Parte terza.
I poteri temporali e spirituali nel Cristianesimo

22 - Reminiscenze ebraiche della prima chiesa in Roma

Alla caduta dell’impero romano il vescovo di Roma è stato in grado di provvedere all’ordine pubblico e alle necessità di una grande città. Questo è spiegabile dalla organizzazione autosufficiente della comunità cristiana fin dalle origini. I primi cristiani, come ebrei di una diaspora, avevano costituito una comunità autonoma, ma capace di stabilire relazioni con la classe medio-alta del popolo ospitante. Alla conservazione di usi ebraici è dovuta la ripartizione dei ministeri religiosi in episcopo, presbiteri e diaconi, analoga a quella ebraica di sommo sacerdote, sacerdoti e leviti. Il copricapo, detto zucchetto, del papa e dei cardinali, ne è un indizio.

Le istituzioni sono state create gradualmente. Dapprima è incaricata una persona per l’amministrazione, cui si dà il titolo di episcopo[8]. Inizialmente non c’è un vero culto e non è disposta nessuna carica religiosa: tutti i cristiani sono sacerdoti (è come il popolo di sacerdoti in Es 19,6) e il sommo sacerdote è Cristo. Questa comunità di forma egualitaria viene superata per poter “integrare il popolo cristiano di Dio nelle strutture della società romana, rendendolo idoneo ad allacciare contatti con l’esterno”[9]. Così l’episcopo è ordinato a vita con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri. Con questo atto gli vengono conferiti il carisma del ministero (1Tm 4, 14). Non c’è ancora il culto, perché i cristiani si sentivano separati dagli ebrei e dal loro culto nel tempio. Quando si comprese la necessità di un culto per caratterizzare la comunità e percepirne l’aggregazione si diede l’interpretazione sacerdotale alla passione. “Gesù come sacerdote che agisce nel tempio celeste è contemporaneamente vittima sacrificale e sacerdote che compie il sacrificio”[10]. Conseguentemente i presbiteri ricevono la carica di ministri del culto separati dai laici. Alla fine “il gradino fondamentale per la costituzione del vero e proprio episcopato monarchico è rappresentato dal chiaro costituirsi della piramide di tre cariche (diaconi, presbiteri e un solo vescovo al vertice), che è contraddistinta inoltre dal fatto che il vescovo non adempie soltanto i compiti di ispettore – in conformità al suo titolo – ma si appropria in maniera esclusiva anche di altre funzioni. Probabilmente tale evoluzione suscitò più discussioni di quanto sia riconoscibile nelle nostre testimonianze scritte”[11]. In conclusione, l’episcopo, che all’inizio era soltanto l’amministratore, alla fine della costituzione dell’ordinamento gerarchico dei ministeri ha concentrato nelle sue mani l’autorità amministrativa e religiosa. Questa duplice carica è la premessa dei due poteri, temporale e spirituale del papa.

La comunità cristiana era di tipo comunistico capace di accumulare ricchezza e così di stabilire buoni rapporti con la classe agiata romana. Probabilmente i cristiani apparivano al popolo una comunità di benestanti, suscitando malumore e anche preoccupazione per la dubbia fedeltà agli imperatori. L’alternarsi delle persecuzioni (dagli imperatori Traiano, Marco Aurelio e Diocleziano) a periodi di tolleranza assomiglia alle sommosse dei pogrom.

Costantino cambiò politica. I favori che fece ai cristiani furono notevoli. Concesse l’esenzione delle tasse e il diritto d’asilo alle chiese, attribuì ai vescovi la giurisdizione sul clero e sui civili che ne avessero chiesto il giudizio. Riconobbe alla Chiesa il diritto di fruire di eredità e lasciti. Poi, si preoccupò di dirimere le dispute teologiche cristiane, ritenendo che l’unità della Chiesa avrebbe rinsaldato l’impero. Con questo scopo convocò il concilio a Nicea che dichiarò eretica la dottrina di Ario e definì il Credo cristiano. L’esito era favorevole alla Chiesa, ma dispiaceva ai vescovi la supremazia dell’imperatore sul clero, sebbene questa fosse nei i criteri della monarchica dell’antichità.

23 - Il cesaropapismo

La solidità dell’Impero Romano d’Oriente era favorita dalla concentrazione del potere nelle mani dell’imperatore. Le legioni, la flotta, la diplomazia e la Chiesa erano tutte controllate da lui. Si denomina cesaropapismo la duplice autorità dell’imperatore sullo Stato e sulla Chiesa. Questa posizione di forza faceva credere all’imperatore di poter esercitare gli stessi poteri anche sull’impero romano d’Occidente. Per il vescovo di Roma la situazione era difficile sia riguardo la difesa del territorio sia riguardo le dispute teologiche. I barbari invasori miravano a conquistare i territori posseduti da Bisanzio in Italia, comprese le terre del patrimonio di s. Pietro ufficialmente bizantine. Tra i teologi d’Oriente c’erano concezioni contrastanti con quelle romane. L’imperatore aveva il vantaggio del diritto di indire il concilio. In particolare l’imperatore Giustiniano (regnante 527-565) si intrometteva nelle dispute come se fosse teologo. In questa grave situazione la sede apostolica di Roma riuscì a imporre la propria concezione cristologica, superando la contrarietà imperiale, e a ottenere dalla Chiesa d’Oriente il riconoscimento del primato della sede di s. Pietro. Teniamo conto che la verità di fede della Trinità si è imposta in un periodo in cui che il papa non aveva il potere temporale, risiedendo a Roma un duca bizantino. Alla prova dei fatti, il cesaropapismo non si è dimostrato un pericolo per il potere spirituale del papa, anzi difendeva la fede. Le funzione religiose del clero erano rispettate e la storia ci ha insegnato che il controllo del potere laico sul clero è necessario almeno per evitare periodi di degrado morale in cui talvolta incorre un clero senza controllo.

Una dimostrazione della protezione della fede offerta dal cesaropapismo è data dal fallimento della predicazione protestante a Venezia negli anni della nascita e rapida propagazione della Riforma. Nella repubblica di Venezia, fin dalla sua origine, vigeva una forma cesaropapismo del doge, che aveva la supervisione sul clero e poteva presiede la messa come celebrante. Le altre religioni erano tollerate, ma non potevano fare cerimonie in pubblico. Ciò non impediva la diffusione in qualche modo della dottrina protestante, data una certa libertà che c’era a Venezia. Nelle condizioni sociopolitiche di quei tempi, il passaggio alla riforma dipendeva principalmente dalla decisione dei prìncipi. A Venezia il governo mantenne la fede cattolica. Non avrebbe avuto nessun vantaggio politico a cambiarla, perché il clero veneto obbediva al doge rafforzando il regime. In altri paesi la riforma ha vinto per ribellione dei prìncipi all’autorità del papa.

24 - Il papacesarismo

La trasformazione delle terre del patrimonio di s. Pietro in Stato Pontificio è stata fatta da AdrianoI (772-795), discendente da una famiglia dell’aristocrazia militare di Roma. Probabilmente è stato il retaggio familiare a spingerlo verso una politica aggressiva di acquisizioni territoriali, giudicata dagli storici poco evangelica. Il papato diventava una carica giuridica e veniva trascurata la funzione spirituale. Per questa politica di conquista AdrianoI è accusabile di papacesarismo. Adriano chiamò in aiuto Carlo Magno, affinché sconfiggesse i longobardi e consegnasse a lui i possedimenti bizantini e i territori longobardi. Carlo Magno, vinti i longobardi, ingrandì il suo regno in Italia e cedette ad Adriano solo una parte dei territori richiesti.

Non disponendo di una forza militare sufficiente, Adriano usava il potere spirituale come arma, minacciando di scomunica i re avversari nelle contese territoriali. Probabilmente è per reazione a questo metodo che, per qualche secolo a partire dal papato di Adriano, la Chiesa è stata sottomessa ai sovrani germanici, che arrivavano quasi a designare il candidato al pontificato. In epoca moderna sono stati dati giudizi negativi sulla nascita dello Stato della Chiesa. Machiavelli, vi vide l’origine di tutti i mali d’Italia, delle divisioni e delle discordie; e in effetti i pontefici hanno sempre ostacolato i processi di unificazione della penisola invocando l’invasione di eserciti stranieri.

Io mi chiedo come potrebbe essere stata la storia se un re longobardo cristiano avesse conquistato Roma e avesse regnato su tutta l’Italia. L’Italia tutta longobarda sarebbe diventata una potenza formidabile. Avrebbe assoggettato altri Stati del Mediterraneo, bloccato l’espansione araba e avrebbe ricostruito il Sacro Impero di nuovo romano, non germanico. Ne avrebbe tratto vantaggio anche la Chiesa. Senza il potere temporale, si sarebbe arricchita di meno e non sarebbe stata percorsa da periodi di decadenza morale, grazie a uno Stato cattolico che controllava il clero. Le eresie del medioevo e del rinascimento hanno avuto come pretesto o concausa il degrado morale del clero favorito dalle ricchezze dell’esercizio del potere temporale. Queste nuove eresie non sono tornate sulla dogmatica cristologica, fissata mentre il papa non aveva il potere temporale, ma hanno contestato la validità di alcuni sacramenti, perché il comportamento del clero aveva messo in discussione la grazia di Dio e i meriti delle opere dell’uomo.

25 – A chi giova la politica vaticana?

L’influenza del clero sulla politica italiana non è cessata nel 1870. C’è sempre una particolare preoccupazione del papa per l’Italia, come se fosse il proprio Stato. E gli italiani considerano un privilegio essere il paese del Papa. A parte le glorie del passato, di che cosa altro potrebbero vantarsi gli italiani delle generazioni d’oggidì? Il miracolo economico è stato frenato dalla classe politica e dalla burocrazia. Da quasi trent’anni le aziende italiane grandi e medie sono vendute una dopo l’altra agli stranieri. La corruzione si è diffusa. Nella politica estera l’Italia non conta niente. Ma, grazie a Dio, c’è il papa che parla autorevolmente al mondo intero.

Da semplice lettore di giornali non ho avuto mai notizia di rapporti diretti tra curia romana e funzionari dei ministeri romani. Avrei potuto pensare che i rapporti fossero tra i governi: curia romana col governo italiano. Ma una clamorosa contestazione pubblica contro il Vaticano ha svelato un irrituale rapporto diretto tra Vaticano e burocrazia italiana. Nel 1997, in una adunanza in piazza s. Pietro, il papa diede la benedizione a delle categorie di lavoratori senza nominare gli allevatori di mucche da latte là presenti. Non importa che, dopo le rimostranze degli allevatori, in una adunanza successiva, li abbia benedetti. La mancata benedizione alla prima volta era una mossa politica del Vaticano sulla vertenza sulle cosiddette “quote di latte”, che gli allevatori avevano col ministero dell’agricoltura. È immaginabile che il cardinale che ha dato al papa l’elenco delle categorie di lavoratori, abbia cancellato gli allevatori su richiesta di qualche funzionario del ministero dell’agricoltura. Questa vicenda è un indizio dell’esistenza di rapporti riservati tra la curia romana e i ministeri italiani. Anni dopo, siccome la lotta degli allevatori non cessava, il ministro dell’agricoltura Zaia chiese ai carabinieri di indagare sulla produzione di latte in Italia. L’indagine ha accertato che la produzione di latte non ha mai ecceduto la quantità dichiarata. In seguito un magistrato ha cominciato ha indagare nel ministero pertinente sulle certificazioni delle quote di latte. Le notizie cessano a questo punto. Così è la Roma papalina.

Il potere temporale del papa e dei vescovi è causa di malumori e critiche aperte. L’accumulo dei beni materiali del clero e il potere economico del Vaticano sono la giustificazione più comoda per molti che si sono allontanati dai sacramenti per darsi a uno stile di vita libero. Invece il Concilio Vaticano II ha creduto che la questione fosse tutta nella liturgia e nella “pastorale”. Una messa semplificata e la predicazione su temi della carità che inseguano le domande politiche del momento sono la nuova pastorale.

In questi frangenti il clero ha visto nell’immigrazione di massa l’occasione per porsi all’attenzione di tutti socialmente e politicamente. L’esortazione ad adoperarsi per accogliere i migranti clandestini, ovvero invasori, è mossa dalla speranza di una nuova evangelizzazione. Regalare l’Italia per convertire. Anche nel passato è successo questo. Sono stati convertiti i barbari invasori dopo il riconoscimento dei loro regni nel territorio dell’Impero Romano. Sono stati chiamati eserciti stranieri a invadere l’Italia per difendere lo Stato Pontificio.

Il clero italiano non analizza razionalmente sulle cause dell’invasione, e non bada agli effetti negativi per le categorie sociali deboli degli italiani. Non fa considerazioni economiche sul numero di immigrati accettabile. Senza una programmazione il numero di migranti sarà stabilito da una crisi di sovraffollamento, con conflitti sociali in cui a patire sarà lo strato degli italiani in situazioni precarie. Perché allora non aiutare questa gente nei loro paesi? Di questo parere è la Conferenza episcopale spagnola, che si è espressa per “intensificare gli sforzi per creare condizioni di vita più umana nei paesi di origine e una progressiva diminuzione delle cause che originano le migrazioni”[12]. Anche da una Chiesa africana è arrivato un messaggio dello stesso tono. Mons. Nicolas Djomo, presidente della Conferenza episcopale del Congo, si è rivolto così ai giovani africani: “Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America”[13]. Questo buon senso non vale in Italia, perché c’è la politica millenaria del papa delle invasioni per rafforzare il suo potere con una plebe straniera da favorire a spese degli italiani. Purtroppo ci sono anche dei partiti politici che spingono sull’immigrazione per guadagnare voti alle elezioni: un comportamento simile a quello del clero.

L’annegamento in mare dei clandestini ha parecchi responsabili, non ultimi gli stessi clandestini. Sono giovani che con l’incoscienza della loro età sfidano il pericolo attratti dalle sfavillanti città europee. Il governo italiano doveva decidere il respingimento e i rimpatri forzati quando il fenomeno era agli inizi. Perché l’Italia non ha adottato il pugno di ferro come ha fatto la Spagna? Chi comanda in Italia? Se il diritto internazionale non ha norme per bloccare gli esodi in massa è una carenza da evidenziare con iniziative unilaterali: esiste la ragione di Stato. Vediamo che gli annegamenti servono per impietosire e mettere a tacere l’opposizione popolare europea. Chi fa il paragone con la grande emigrazione di italiani nelle Americhe poco dopo l’unità d’Italia, non considera che è stata provocata dalle elevate tasse sui prodotti di prima necessità che avevano ridotto in miseria la popolazione. Le grandi migrazioni sono sempre predisposte dai governi. L’ONU sta calcolando quanti milioni di migranti può accogliere l’Europa. Il segretario Ban Ki Moon, sudcoreano, se volesse essere coerente con la globalizzazione, dovrebbe adoperarsi per la distribuzione di migranti anche in paesi progrediti extraeuropei, a cominciare dalla Corea del Sud.

Per soccorrere e accogliere e i clandestini si riducono i finanziamenti in sostegno dell’industria o per il sostegno degli italiani in condizioni disagiate. La realtà in Italia è una alta percentuale di giovani disoccupati. Molti sono i giovani laureati o diplomati che emigrano per lavoro. Gli stipendi sono più bassi degli altri paesi europei comparabili, i costi dell’energia sono più alti e le tasse sono più alte. Non ci sono premi per i neogenitori e non ci sono sufficienti asili infantili a prezzo sostenibile. È stata stravolta la società penalizzando la maternità. Con tutto ciò, colpisce come una beffa sentirsi dire che l’immigrazione compensa il calo demografico. Il problema in parte è anche culturale e tocca più o meno tutta l’Europa. Siamo di fronte al suigenocidio degli europei, senza che la classe politica cerchi soluzioni.

Un motivo intuibile per cui è stata programmata l’invasione ci fa temere per la pace in Europa. Al telegiornale serale del 4 settembre 2015 un portavoce del Pentagono ha detto che la fuga dal Vicino Oriente all’Europa durerà vent’anni. In quei giorni era cresciuto molto il flusso di siriani verso la Germania. La previsione potrebbe essere anche un auspicio. È intuibile che gli americani pensino di riuscire in vent’anni a estendere la loro influenza su tutti i paesi dal Pakistan al Mediterraneo, anche su quelli attualmente amici dei russi.

Il perché in Europa i fuggitivi si debbano insediare stabilmente troverebbe la risposta nella strategia americana per impadronirsi delle materie prime della Siberia. Per realizzare questo sogno l’America deve avere dalla sua parte l’Europa. Ma gli europei pensano piuttosto ad accordi commerciali e industriali con la Russia. La politica aggressiva dell’America verso la Russia è mal sopportata da diversi Stati, dall’Italia per esempio. Il problema per l’America è di cambiare l’opinione pubblica europea e rivolgerla contro la Russia. L’operazione potrebbe diventare realizzabile se l’immigrazione continuasse a elevato tasso annuale tanto da formare la maggioranza della popolazione in qualche decennio. Una maggioranza di africani, vicinorientali ed esteuropei non russi potrebbe avrebbe un altro atteggiamento verso la Russia, potrebbe essere sensibile alla propaganda americana e trascinare la residua popolazione di europei occidentali ad affiancarsi alla politica aggressiva americana. Questa supposizione ci dà motivo di spiegare perché siano tollerate tutte le tradizioni musulmane, benché contrarie alla libertà della civiltà europea. La stranezza del doppio “politicamente corretto”, permissivo per gli europei e arcaico illiberale per gli islamici, facilita la formazione di un partito islamico che faccia una politica antirussa. Questo spiega perché l’America prema sulla UE affinché approvi l’ingresso della Turchia. Il piano americano mira palesemente alla creazione di un blocco euro-islamico contro la Russia. Si profila il terzo tentativo musulmano di conquistare l’Europa, dopo quello arabo nel medioevo e quello turco nella prima età moderna.

Non possiamo guardare solo all’aspetto umanitario dell’esodo. A tutto c’è il limite dell’interesse di Stato. L’appoggio dato dal clero italiano all’invasione sta favorendo i piani degli americani. Non si può dire che la diplomazia vaticana abbia influenza. Non trovano ascolto i suoi appelli a intervenire sui governi dei paesi musulmani dove si massacrano i cristiani. Dove pare abbia successo, per esempio nella mediazione di Bergoglio per le relazioni tra Cuba e l’America, è in realtà usata per fare scena finale su un accordo già fatto a grandi linee tra i due contraenti. Se Bergoglio potesse davvero fare da mediatore di pace dovrebbe farlo tra America e Russia.

Con la solita miopia politica, il clero italiano vede nell’invasione solo l’occasione per evangelizzare. Un esodo di tale enormità non può che essere organizzato da una potenza mondiale per interessi imperialistici. Assieme al trapianto dell’islamismo in Europa è in atto una manipolazione ideologica della gente in modo da plasmare una massa umana d’urto contro la Russia, in cui l’opzione militare è una minaccia necessaria. Per gli americani “pace” significa sottomissione a loro. Si legge sui giornali che l’America preme sugli europei perché aumenti la spesa militare per rispondere alla presunta minaccia russa; e i pavidi governanti europei non osano dire che l’aggressore è l’America.

L’impossibilità del papa di influire sull’autorità politica è connaturata alla sua funzione sacra che non comprende il potere temporale. È compito del laico dare all’esercizio del potere temporale una tensione verso la spiritualità. Il sacerdote è già nella spiritualità e non deve retrocedere nelle responsabilità temporali.

Restando nel tema delle migrazioni, non è facoltà del clero aprire i confini degli Stati e predicare l’accoglienza sempre e senza criterio. Questo comportamento irresponsabile non aiuta i paesi di origine a progredire e mette in gravi difficoltà sociali ed economiche i paesi di accoglienza.

26 – Lo Stato cristiano

Dal Concilio Vaticano II in poi è stato un crescendo di discorsi e appelli per la pace. È una novità. Prima era un susseguirsi di guerre, cui poteva partecipare anche lo Stato Pontificio, o era proprio il papa a chiedere in sua difesa l’intervento di eserciti stranieri. Il giudizio sulla guerra è cominciato a cambiare dopo il 1870. Il papa non aveva più uno Stato da difendere. Pio X si esprimeva apertamente contro i discorsi “interventisti” prima del 1914, esortando, forse per laprima volta, a evitare una guerra tra Stati cristiani. Non è un caso che questo sia avvenuto dopo la soppressione dello Stato Pontificio. Ma all’avvicinarsi della seconda guerra mondiale, né Pio XI, né Pio XII profferirono parola di pace. Il timore che fermava i due pontefici era l’ateismo di Stato del comunismo sovietico che minacciava tutta l’Europa. Nel secondo dopoguerra, il cambiamento di valutazione sulla guerra, avvenuto rapidamente a causa della bomba atomica, non ha significato subito pacifismo. Le guerre e guerriglie locali si sono susseguite continuamente in varie parti del mondo. La storia aveva comunque preso una strada nuova. Era diventato inconcepibile una guerra tra Stati cristiani nello stesso tempo in cui la religione cristiana subiva un decadimento di fede mai visto. La raggiunta pace tra paesi cristiani aveva un motivo laico. L’America, vincitrice della guerra, assumeva la guida degli Stati cristiani, a parte la Russia.

Il clima di pace tra le nazioni più progredite ha suscitato il pacifismo dopo la prima generazione nata nel dopoguerra. E la Chiesa uscita dal Concilio, in cerca di una pastorale adatta ai tempi nuovi, con decisione di Paolo VI, ha fissato dal 1968 la celebrazione della giornata mondiale della pace al primo gennaio. L’iniziativa di Paolo VI si inquadra nel disgelo dei rapporti tra Russia e America, iniziato prima del crollo del muro di Berlino. Il nuovo e migliorato clima politico è evidenziato dalla scomparsa del termine “imperialismo”, sostituito da “globalizzazione”. È chiaro che nei periodici incontri dei capi di governo dei principali Stati, l’imperialismo americano continua ad avere la parte del leone. Il fatto è che il pacifismo è un concetto politico contrapposto alla guerra. Si tratta sempre della pace stabilita da un vincitore, cioè di imperialismo. Nella società edonistica attuale si equivoca tra il binomio pace e guerra, che è politico, e il binomio bene e male, che è filosofico e religioso. La propaganda americana camuffa la propria aggressività come lotta contro il male. Alla confusione di idee contribuiscono degli intellettuali che gestiscono la teoria del politicamente corretto per confondere la gente comune. Al terrorismo islamico affiancano l’accusa alle altre religioni monoteiste di avere un passato di violenza. Una religione dovrebbe predicare la pace, dicono. Questo è uno degli inganni ideologici del politicamente corretto. Il pacifismo deve essere discusso insieme alla legittima difesa, non con la religione. La violenza che c’è in tutte le religioni (anche primitive, pensiamo alla caccia alle teste, alla stregoneria e ai sacrifici umani) ha il significato di lotta contro il male. La spiritualizzazione di questa lotta consiste nel riconoscere che il male è connaturato nell’uomo e che ognuno deve sconfiggere il male che ha dentro di sé, al limite flagellando se stessi o portando il cilicio: questa è la guerra religiosa, non quella dei massacri. Oggidì, il clero ha abbracciato il pacifismo per continuare a giustificare la sua intromissione nella politica, creando confusione nei cristiani. Nel Vangelo non è mai richiamato l’augurio di Luca: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2, 14). Gli uomini di buona volontà devono combattere contro il male che hanno dentro loro stessi. Dice Gesù:

Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (Mc 7, 15). “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna ” (Mc 9, 47).

E poi Gesù ha detto che ognuno: risponde delle proprie azioni: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal pare, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10, 34-36).

All’avvicinarsi della sua ora, poco prima di salire sul monte degli ulivi, Gesù dice:

chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra i malfattori”. Infatti quello che mi riguarda volge al suo termine. Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Ma egli rispose “Basta!” (Lc, 22, 36-38).

Gesù non oppone resistenza alle guardie, ma non è per pacifismo. Questo passo del vangelo è stato usato nella bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII per ribadire i due poteri della Chiesa che sarebbero espressi dall’allegoria delle due spade mostrate dai discepoli. Precisiamo però che i discepoli hanno riconosciuto che Gesù ha i due poteri, ma il comando di Gesù di usare una spada, significa che l’uomo ha un solo potere.

Per la nostra indagine sulla alterazione del rapporto tra clero e laicato dobbiamo partire dalle caratteristiche della funzione del re che gli vengono riconosciute dal popolo, e quindi connaturate alla figura del re. La Chiesa, pur riconoscendo la separazione evangelica del potere di Cesare da quello di Dio, si è sempre intromessa nelle faccende politiche degli Stati. Soprattutto invadente è sempre stata la politica ecclesiastica in Italia, come se gli italiani dovessero sentirsi in colpa di non volere che tutta l’Italia sia Stato Pontificio. Bisogna fare chiarezza sul rapporto tra clero e laici nella Chiesa per fare chiarezza sul rapporto tra Vaticano e Stato italiano.

Le due caratteristiche del re sono la sacralità e la forza militare. Nel reato di lesa maestà c’è il paragone del potere del sovrano sul popolo con quello di Dio sugli uomini. Nell’antica Roma era sacrilega sia l’aggressione a un magistrato che l’offesa a una divinità. Da un dizionario dei simboli[14] si apprende che la corona del re è allegoria di sacralità. Essa “segna il carattere trascendente (…) la forma circolare indica la perfezione e la partecipazione alla natura celeste (…) la corona è una promessa di vita immortale come quella degli dèi (…) in Egitto soltanto il re e gli dèi (…) portano la corona” La corona compare anche nell’Antico Testamento. Yahweh incorona il popolo di Israele, gli uomini, e i popoli. “(Yahweh dice): misi al tuo (di Israele) naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo” (Ez 16, 12). Yahweh incorona Gerusalemme: “(Yahweh dice): Per amore di Sion non tacerò (…) Sarai una magnifica corona nella mano di Yahweh” (Is 61, 1-3). Grazie al favore di Dio i re potevano avere poteri divini: i re francesi erano ritenuti taumaturghi.

La fedeltà del popolo al re è alimentata da questa vicinanza di Dio al re. Il popolo costituisce la forza militare ed economica del re, per cui solo il re può comandare al popolo. Affinché il re possa impedire al sommo sacerdote di comandare al popolo, serve che il re stesso abbia quel carattere religioso descritto. Nel mondo pagano, questo concetto è stato espresso da Tito Livio con la definizione religio instrumentum regni.

Nella nostra età secolarizzata, che ha messo in soffitta la religione, questi discorsi sembrano aver perso di significato. Tuttavia vediamo che il posto della religione è stato occupato dall’ideologia. Ci vuole sempre un ideale che ispiri al popolo la fiducia nel governo. La diversità è nell’origine intellettuale dell’ideologia illuminista, costruita appositamente per disgregare la società in una massa di individui, mentre la religione li aggrega in un popolo mediante il culto. Bisogna percorrere i passaggi che hanno condotto a questo sfracello sociale.

Abbiamo visto (vedi § 22 e 23) che la storia del cristianesimo comincia con i due poteri nelle mani dell’episcopo di Roma. Propriamente al papato appartiene solo il potere spirituale, ma avendo il potere temporale nel proprio Stato, il papato è stato tentato - soprattutto con GelasioI, GregorioVII e BonifacioVIII - di attribuirsi il potere di supervisione temporale su tutti gli Stati. Il colmo è stato raggiunto da Giulio II che si è lanciato in armi, alla conquista delle terre padane. Ovviamente gli stati opponevano resistenza alle pretese papali. La lotta più dura si è svolta in Francia, perché nel clero francese serpeggiavano ambizioni di autonomia dal Vescovo di Roma. I re francesi, per mantenere intatto il proprio potere, avevano tutta la convenienza di sostenere l’autonomismo dei vescovi. La contesa per i privilegi tra papato, clero e re, ha portato alla istituzione della Chiesa Gallicana. La disputa religiosa per i beni materiali è tra le cause del discredito in cui erano cadute le istituzioni tradizionali, di cui ha approfittato la borghesia. L’illuminismo, nato in Inghilterra, è diventato rivoluzionario in Francia, un paese attardato in lotte di stampo medievale per i privilegi creati dalle rendite delle cariche ecclesiastiche. L’attaccamento ai beni materiali del clero ha dato alla Rivoluzione francese il pretesto per tentare di cancellare la religione dalla vita sociale. Questo intento non è riuscito subito. Nei nostri anni, in cui si dice che l’illuminismo è stato superato, vediamo invece l’affermati i suoi ideali di diritti e libertà in sostituzione della religione ridotta a culto privato minoritario. Il papato pretendeva di dominare sui regnanti, ma è nella natura del potere respingere la subordinazione a ingerenze esterne. Nel XVII secolo lo Stato si è liberato dall’autorità del papato compiendo il passo decisivo per la secolarizzazione del potere temporale.

Dall’insegnamento della storia si trae la deduzione che, se vogliamo sostenere l’insostituibilità della religione, perché è la religione il mezzo più efficace per aggregare le persone, dobbiamo semplicemente ritornare al passato in cui il re, ovvero capo dello Stato, aveva una funzione religiosa. Il riconoscimento dato da Gesù Cristo all’autorità di Cesare ha un significato che va oltre l’esercizio temporale del potere. Il re nell’Antico Testamento aveva soprattutto il compito di difendere la fede, perciò dimostrava che gli era proprio un ruolo religioso compiendo di qualche atto di culto nel tempio. Analogamente in uno Stato cristiano una forma benché minima di cesaropapismo è necessaria per la saldezza della fede del popolo. Adesso che abbiamo compreso che la destituzione del re come celebrante nel cultus publicus è stata l’inizio della secolarizzazione, giunta ai nostri anni all’abbandono della pratica dei riti religiosi, dobbiamo pensare a come ricostruire il corretto rapporto tra il potere temporale esclusivamente laico e quello spirituale esclusivamente religioso. La questione risiede specificamente nelle funzioni del re, ovvero capo dello Stato. Per comandare un popolo religioso il re deve avere una funzione religiosa. L’autorità religiosa del re rende lo Stato una teocrazia. L’ambito religioso dello Stato è la difesa della religione e la politica come prassi dell’etica per il raggiungimento della giustizia sociale, la quale realizza ciò che altrimenti sarebbe invocato per misericordia. Nello Stato teocratico l’ambito religioso del clero è il culto, l’insegnamento della dottrina e della morale. La morale è custodita dal clero, ma appartiene al popolo. I codici della Giustizia devono ispirarsi alla morale del popolo.

Il rapporto del re col popolo, essendo religioso in campo etico, si può trovare in situazioni conflittuali con la religiosità spirituale del clero. Infatti la cittadinanza italiana del clero è secondaria rispetto al carattere universale dell’ordinazione sacerdotale che fa adire a una funzione rivolta ugualmente a tutte le genti. Un sacerdote che intervenisse in campo sociopolitico deve parlare agli italiani e agli stranieri secondo il grado delle necessità di ciascuno, non secondo la cittadinanza. Questo sta succedendo attualmente con le prediche dell’accoglienza di stranieri poveri, i quali creano una alterazione profonda della situazione sociale della popolazione italiana. Le risorse che vengono destinate al sostentamento degli stranieri sarebbero altrimenti impiegabili a favore dello strato di italiani di basso reddito e soprattutto della generazione giovane attuale, che gli economisti definiscono “generazione persa”a causa dell’alta disoccupazione o dei lavori precari poco retribuiti. Gli effetti negativi dell’immigrazione non ricadono sulle istituzioni ecclesiastiche, né sui loro beni materiali, anzi, il clero recupera influenza e prestigio nella società civile. Gli effetti negativi ricadono sullo Stato, che deve mettere in pratica le esortazioni clericali all’accoglienza degli stranieri. Allora di si impone la necessità della valutazione dei limiti dell’accoglienza, e regolarla o bloccarla affinché non sia lesiva degli interessi nazionali. Una situazione di contrapposizione tra il clero e lo Stato è dannosa per l’autorità dello Stato. È necessario che lo Stato regoli la vita pubblica del clero in modo da evitare che il clero alteri la vita dello Stato

In questo senso è da interpretare quanto dice s. Pietro raccomandando di essere sottomessi a tutte le autorità laiche: “Siate sottomessi a ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti (1Pt 2, 13-15).

Al tempo di Pietro non c’erano sacerdoti nelle comunità cristiane. Comunque, egli era il capo riconosciuto e avrà avvalorato con l’esempio la sua raccomandazione. La storia del cristianesimo è stata invece l’esatto contrario. Il papato ha lottato per costituire il potere ierocratico sui regni dove poteva arrivare. Per non perderci in discorsi che alla fine non vanno più in là della narrazione storica, partiamo da una osservazione che è già un commento. La storia del cristianesimo è la storia dei santi e dei papi, cioè del clero, mentre la storia dell’ebraismo è fatta principalmente dai laici; tali erano i farisei, la maggior parte degli scribi e quasi tutti i grandi personaggi biblici. Il contrasto è troppo grande per essere trascurato. Nel cattolicesimo i laici hanno al massimo deleghe. In questa situazione è ovvio che, quando si dice “Chiesa”, si intenda il clero. A questa emarginazione dei laici si oppone la concezione ebraica del popolo di tutti sacerdoti (Esodo 19,6). Ma anche nel cristianesimo il laico è almeno ministro nel sacramento del proprio matrimonio e in caso eccezionale può esserlo anche per il battesimo. Si deve riconoscere, dunque, che il re ha una funzione religiosa in virtù del suo potere sulle famiglie che costituiscono il popolo. Questa funzione religiosa del re occupa il potere temporale autonomamente da quello spirituale del clero. Quindi i due poteri non sono completamente separati, avendo entrambi carattere religioso, ma con funzioni religiose diverse. Il potere temporale ha il compito di difendere la religione; e il potere spirituale ha la funzione sacra ed escatologica.

A questo punto si entra nella questione della supremazia di un potere sull’altro. In epoca tardoantica e altomediovale gli imperatori (Costantino e Giustiniano) indicevano e presiedevano i concili. Se questo appare eccessivo, non si può invece dubitare nell’attribuire al potere laico la difesa della fede per la quale Yahweh ha dato ai re la sapienza. Due sono i poteri, due sono i capi e quindi due sono gli aspetti della Chiesa. Uno è la “Chiesa universale del clero” con a capo il papa, in cui il popolo vi fa parte con la limitatezza del carattere sacerdotale che ha ogni cristiano. L’altro aspetto è posseduto da ogni Stato cristiano ed è la “Chiesa del popolo” con a capo il re, di cui fanno parte tutti, compresi i sacerdoti cittadini dello Stato. In questo aspetto il potere temporale del capo dello Stato è pienamente autonomo ed è esercitato anche sul papa. Il che non significa che sia superiore al potere spirituale, ma significa che il re ha la sapienza per difendere i cristiani e la loro fede (Pr 8, 12-15) e ha la libertà di agire secondo il proprio giudizio. Come capo della Chiesa del popolo il capo dello Stato può diventare concelebrante della messa. Questo ordinamento dei poteri nel cristianesimo è detto di tipo cesaropapista. Proprio del cesaropapismo è anche il potere laico della supervisione sul clero.

Tornando alla posizione attuale dei laici nella Chiesa, il loro servizio è volontario, selezionato dal clero e subordinato. Per il sacerdote i laici hanno lo stesso ruolo dei servi della gleba. Tuttavia, senza il popolo il sacerdote non avrebbe senso. Nel cultus publicus la partecipazione del popolo non è passiva, è invece l’essenza della cerimonia: senza il popolo non sarebbe rito publicus. Nel cesaropapismo il legame religioso tra il re e il popolo è celebrato nella messa in cui il re è concelebrante del rito sacro. Con l’esclusione del re dalla concelebrazione sacra, il suo rapporto col popolo può avvenire solo nelle feste civili in cui i sacerdoti sono assenti o la cui presenza è irrilevante. Questo è stato il primo e decisivo passo per la secolarizzazione della società civile, anche se il processo si è concluso dopo molti secoli con la rivoluzione francese.

Questa costituzione cesaropapista ha il pregio di superare la contrarietà del Sillabo di PioIX all’abolizione dello Stato Pontificio. La LXXVI proposizione del Sillabo condanna la seguente affermazione: “L’abolizione del civile impero posseduto dalla Sede Santa apostolica gioverebbe moltissimo alla libertà e alla prosperità della Chiesa”. Secondo me, dando alla Chiesa la bipartizione in Chiesa del clero e Chiesa del popolo, i due poteri indipendenti sono comunque dentro la Chiesa, come richiedeva PioIX. “Popolo di Dio” ha significato sia laico sia religioso, quindi il capo del popolo deve essere laico, ma avere un aspetto religioso apparente in qualche atto cultuale. La valutazione morale della politica deve essere fatta dalla autorità politica senza intromissione del clero. Il clero non può giudicare l’autorità governativa, a meno che non si tratti di fondamentali questioni morali che riguardano la persona in quanto tale. Ma le questioni sociopolitiche sono di competenza esclusiva dello Stato.

Come ho detto sopra (vedi § 20) il potere temporale è la volontà dell’uomo e il potere spirituale è la volontà di Dio; e Gesù Cristo in terra ha fatto la volontà di Dio Padre, non quella dell’uomo. Perciò il papa non ha il potere temporale. Questo appartiene al re. Quindi il papa non è il Vicario di Cristo re. Solo Dio può unire in una persona le due volontà, rendendola un profeta. Il papa, quando parla da profeta, è il Vicario di Cristo profeta. Il sacerdozio, però, di per sé non è un punto di vista che abbracci la vita dello Stato, del lavoro e della società civile quale la vede il laico. Si ha la profezia quando è mirata alla conversione. Se invece un sacerdote parla semplicemente per il bene della società, dice solo la sua opinione e degrada la sua funzione di sacerdote.

Il clero non può credere di superare l’attuale declino spirituale della Chiesa (causato principalmente dai suoi interessi temporali) con una ovvia predicazione della misericordia. La Conferenza Episcopale Italiana quando interviene sulla chiusura di fabbriche e sui licenziamenti con ovvii inviti a operare per salvare i posti di lavoro, si comporta come se fosse il governo ombra. La CEI sarebbe politicamente credibile se a suo tempo avesse criticato il malgoverno della Democrazia Cristiana. I sacerdoti che mescolano l’evangelizzazione con la politica facilmente non fanno bene in entrambe.

Se è bene che ci sia un governo ombra cattolico, ai nostri tempi di decristianizzazione, questo deve essere espressione della Chiesa del popolo, non della Chiesa del clero. Spetta ai laici avere una visione religiosa del potere temporale. Abbiamo visto sopra (vedi § 15) che i pii farisei respingevano l’autorità del sacerdote-re e proclamavano la regalità di Yahweh. La loro spiritualità da laici era tanto forte che ha mantenuta viva la religione ebraica anche senza i riti dei sacerdoti. A qualcosa di simile può apparire l’attuale crisi della Chiesa, patita più dai sacerdoti che dai laici. Assistiamo infatti a un fenomeno nuovo per la storia del cattolicesimo. La difesa dei simboli cattolici viene dai laici piuttosto che dai sacerdoti. Sono dei laici, per esempio, a volere il presepio nelle scuole, a mantenere i crocifissi negli uffici pubblici e a contrariare l’uso di edifici come moschee. Suscita sconcerto che siano dei vescovi ad approvare la costruzione di moschee. Una volta le altre religioni erano sottoposte dalla Chiesa cattolica a una tolleranza restrittiva affinché non facessero proselitismo. Dal Concilio Vaticano II è venuto invece il comportamento opposto del dialogo rispettoso con tutti i non cattolici.

Credo che il ribaltamento della posizione del clero sia una conseguenza della la fine dello Stato Pontificio. Finché il clero credeva di disporre del potere temporale, ragionava sulla difesa della religione in termini di forza. Dopo aver perso la potestà sugli Stati cristiani e dopo la laicizzazione irreligiosa dello Stato, il clero si è trovato isolato e impotente. Adesso si constata con i fatti quale era il vantaggio del cesaropapismo. La difesa della religione è compito di chi possiede la forza, cioè di uno Stato laico religioso (teocratico). Così si spiega perché all’arretramento del clero nella società ci sia un crescente interesse dei laici per la religione che si dimostrano, anzi, animosi conservatori.

A tutt’oggi, sulla questione dei due poteri non c’è chiarezza nel clero. Il lefebvriano don Mauro Tranquillo[15] sostiene che la Chiesa ha il potere temporale. Perciò disapprova che Bergoglio si sia espresso contro il potere temporale. Se non che Bergoglio è solito a entrare in temi politici italiani e internazionali. Parla dell’immigrazione in termini di dovere umanitario, tacendo dei poteri occulti che la organizzano. Il papa però non ha nessun potere determinante. Le sue parole sono ascoltate solo se sono favorevoli ai piani dei politici, ma non sono ascoltate quando i potenti vogliono cose diverse dagli auspici del papa. Il papa è ascoltato quando chiama i poveri del terzo mondo a venire in Europa, ma non è ascoltato quando condanna l’aborto. Il clero deve prendere atto che può fare politica solo al servizio di altri. Verso la società civile, il sacerdote può rivolgersi come profeta per la conversione, cioè con scopo spirituale, ma la decisione sui molteplici modi di affrontate la giustizia sociale è compito del laico cristiano. Non riguardano il papa le frontiere dello Stato. La povertà non dà diritto di asilo. Non ha senso che lo Stato del Vaticano sia rappresentato all’ONU. È assurdo che il Vicario di Cristo profeta (o un nunzio del papa) scenda a compromessi in un’assemblea. Il governo cinese, nonostante la mancanza di democrazia in Cina, non avrebbe motivo di perseguitare i vescovi se il Vaticano non fosse un soggetto politico. Gli stranieri vedono che in Italia comanda il papa. Ma il papa non muove le forze armate e apre le frontiere a tutti. L’Italia è diventata terra di tutti e il pozzo di s. Patrizio. Espellere qualche terrorista non basta per risolve il vero problema dell’invasione.

Il governo italiano deve pensare prima alle soluzioni dei problemi degli italiani. La carità comincia in famiglia, poi è verso il prossimo e infine agli stranieri nei limiti del possibile. Ai clandestini venuti in cerca di un “futuro migliore” (questa giustificazione beffarda dell’invasione) si deve dire che il futuro migliore è costruito con la fatica di molte generazioni. Bisogna promuovere lo sviluppo dei paesi arretrati per aiutarli definitivamente. Invece la politica imperialista americana prevale sulla politica pacifica di progresso. Per questo il clero non deve occuparsi di politica, ma lasciare che lo Stato cristiano laico operi come meglio crede.

La ricerca del futuro migliore è stata comandata da Dio nei giorni della creazione:

Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” (Gn 1, 28).

Riempite la terra significa che c’è un limite alla moltiplicazione, e l’Italia è già “riempita”. Le campagne italiane producono poco più della metà del cibo che mangiamo. Per fare di più dobbiamo continuare a impegnarci nella ricerca scientifica, che è il significato di “soggiogare la terra”. E soprattutto, la fertile terra italiana non deve continuare a essere coperta di cemento. Anzi, per combattere la fame l’Italia dovrebbe essere tutta agricola; e le industrie e gli operai italiani dovrebbero emigrare nel Vicino Oriente e nel nord Africa dove la terra non è adatta all’agricoltura. È illogico far venire in Italia tanta gente che dovrà mangiare cibo di importazione, magari anche dai loro paesi di provenienza. Le parole di Dio ci dettano i doveri, a cominciare dal guadagnare il pane col sudore. I doveri sono da compiere con spirito religioso, appunto perché dettati da Dio. Gli illuministi hanno stravolto la morale inventando una società fondata sui diritti, che sono una morale ingannevole. Infatti il ruolo del beneficiato è passivo; non sente il diritto con spirito religioso, ma come obbligo di altri di fornirgli un servizio. Sono coloro che forniscono il servizio che compiono il dovere con spirito religioso. L’inganno dell’esaltazione dei diritti dell’uomo distoglie l’attenzione dal fatto che i Comandamenti dettati da Dio sono doveri. Al popolo d’Israele Dio ha ordinato di rispettare una legge e ha concesso il diritto di possedere un territorio (la Terra Promessa). Questo vale per ogni popolo: il dovere di ogni persona di rispettare la legge e i diritti di ogni popolo sulle ricchezze del proprio territorio. Esaltare i diritti dell’uomo soltanto, come fanno gli illuministi, mira a far dimenticare i diritti dei popoli. Per esempio, l’America si intromette nella politica interna della Russia, sostenendo l’opposizione a Putin, accusato di calpestare i diritti dell’uomo e la democrazia. L’America vorrebbe la caduta di Putin, sperando in un altro presidente disposto a concedere alle industrie americane lo sfruttamento delle risorse minerarie russe. I diritti dell’uomo sono una invenzione colonialista per giustificare lo sfruttamento delle ricchezze degli altri paesi e abolire i diritti dei popoli sul loro territorio. A questo scopo si prestano anche le immigrazioni di massa attuali. L’accoglienza che gli immigrati trovano in un altro paese giustifica lo sfruttamento minerario della loro patria. Le potenze colonialiste non aiutano lo sviluppo dei paesi arretrati, ma accolgono immigrati da sfruttare con bassi salari.

Lo sfruttamento dei beni materiali di un territorio spetta al popolo che lo abita. La finalità del lavoro ha una religiosità data dal comandamento divino. È una religiosità laica fondata sul dovere delle le persone e sui diritti delle nazioni, le quali sono benedette da Dio a cominciare da quella di Israele.

Porgete orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide. Ecco io lo ho costituito testimonio tra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni” (Isaia 55, 3-4).

Le nazioni prosperano se la religiosità del dovere anima i cittadini. Questo è anche il pensiero del laico (critico verso il clero) Giuseppe Mazzini, che nel suo capolavoro Dei doveri dell’uomo fonda la nazione su un principio religioso: Dio e popolo.

Stampato nel mese di aprile 2016
presso C.L.E.U.P. “Coop. Libraria Editrice Università di Padova”
via G.B. Belzoni 118/3 - 35121 Padova

Note


[1] Pettazzoni, Raffaele, L’Essere Supremo nelle religioni primitive, Torino, Einaudi, 1957

[2] Frison, Carlo, Nel nome di Elohim e di Yahweh e dello Spirito Santo, Padova, CLEUP, 2012.

[3] Abbagnano, Nicola. Storia della filosofia, vol. II, Novara, De Agostini Libri, 2013, p.117.

[4] Frison, cit.

[5] Mazzinghi, Luca, Storia d’Israele dalle origini al periodo romano, Bologna, EDB, 2007, p. 87.

[6] Chevalier, Jean, - Gheerbrant, Alain, Dizionario dei simboli, Milano, RCS Rizzoli Libri, voce Incenso, p.547.

[7] Mazzingi, cit., p. 56.

[8] Th. Kaufmann, R. Kottje et alii, Storia ecumenica della Chiesa , Brescia, Queriniana, vol. 1, p. 50.

[9] Idem, p. 52.

[10] Idem, p.55.

[11] Idem, p. 58.

[12] Borgonovo, Francesco, Vescovi spagnoli come Salvini “Aiutiamoli ma a casa loro” Libero (giornale), 15. 8. 2015, p. 7.

[13] Antonio, Socci, La Chiesa che non ti aspetti: emigranti state a casa vostra, Libero (giornale), 30. 8 2015, p. 4.

[14] Chevalier, Gheerbrant, cit. voce “corona”, pp.323-324.

[15] Tranquillo, Mauro, Papa Francesco, un tentativo di lettura del nuovo Pontificato, in “La Tradizione Cattolica”, n. 87, 2013, p. 8.

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