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Concerto

Il gusto del mondo. Se “Le labbra assaporano / il gusto dei sogni” e “Il falco traccia / i confini dell’orizzonte”, qual è il sapore il sapore dell’orizzonte?

Dopo aver letto Concerto, equilibrata e nitida raccolta di Roberto Mosi, mi trovo a pormi la suddetta strana domanda. Sì, perché se esiste “il gusto dei sogni”, può esistere anche il sapore dell’orizzonte e di qualsiasi altra entità.

Il quesito, ovviamente, non trova risposta logica, tuttavia illumina il senso di una silloge in cui ancestrali lineamenti mitici stanno accanto a comuni tratti contemporanei: “Venere, l’impiegata / più bella dell’ufficio / ha lasciato Efesto / placido e triste. / Adone il nuovo / compagno. La sera / frusta l’Alfa Romeo / per arrivare da lui.”

Per il Nostro, come si vede, l’importanza del mito è notevole. Per lui il tempo, pur conservando la sua natura, si svolge anche secondo antiche persistenze, non evocate, bensì presenti: l’efficace precisione di Concerto, mostra, in maniera esplicita, plurimi e multiformi aspetti liberati dalla tirannia cronologica.

Ho usato la parola “precisione”, perché il dettato poetico, che presenta forme piane immediatamente comprensibili, propone fisionomie verbali sorprendenti ma prive d’ambiguità.

Siamo dinanzi a una tendenza al surrealismo? Qualche pronuncia capace di ricordare Andrè Bresson e compagni non manca (si veda, ad esempio, l’episodio dei “treni innamorati” a pagina 26) , tuttavia, in generale, si nota un atteggiamento lirico-descrittivo che rappresenta, a mio avviso, la peculiare caratteristica del testo.

Una vivida attenzione nei confronti del mondo costituisce l’infinito spazio di cui Concerto è piccola, e, nello stesso tempo, immensa parte: nessuno potrà mai percorrere per intero l’articolato e immane itinerario che si presenta davanti agli occhi di ciascun uomo, nondimeno Roberto offre ai suoi lettori la possibilità di apprezzare una testimonianza che si manifesta come racconto esteriore e intimo.

La versificazione in esame narra in maniera intensa e assidua, riuscendo a fare emergere frammenti di vita specifici e anche universali: per il poeta un attimo è anche eterno, un’immagine esatta e anche priva di limiti, mentre ogni parola appare non estranea al silenzio che le sta attorno. Quello che davvero conta, ossia la sincerità, non sembra proprio mancare in un susseguirsi di pronunce tali da custodire intatta la naturalezza dello sguardo poetico.

Si leggano, ad esempio, a p. 65 i versi: “Osservo le stelle / dalla radura del bosco / bagnata del silenzio”.

Come non avvertire “il gusto dei sogni” e di molto altro?

Recensione
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