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L’invasione degli storni

Con L’invasione degli storni, Roberto Mosi presenta una raccolta di versi le cui solide cadenze tendono ad ampliare il discorso poetico per via di consistenti immagini.

L’argomento della malattia è affrontato con forme verbali precise, composte, e verrebbe da dire, rispettose del lettore, come del tema proposto. Un tema trattato in maniera molto attenta ma non ossessiva, secondo un atteggiamento linguistico inteso a promuovere l’altrui partecipazione. La vita c’è, è lì, anche nei momenti meno felici.

Leggo a pag. 23 “Sulle pareti carte disegnate/ dal gemito dell’acqua dei tubi/ dal gorgoglio delle docce".” Rumore d’acqua che scorre in impianti idraulici sono dunque in grado di disegnare misteriosi lineamenti che attirano l’attenzione del poeta, qui fossero carte geografiche appese al muro: non importa, qui, sapere ciò che davvero accade, ma prendere atto che qualcosa accade.

Più oltre viene proposta una sorta d’immagine-dichiarazione: “Le colline sono illuminate/ dallo sguardo indifferente del sole.” Anche la natura inanimata c’è, ma non parla: forse compito precipuo degli uomini, è proprio quello di farla parlare (secondo modelli scientifici, ad esempio).

Leggo a pag. 25: “L’edificio galleggia sugli aghi/ di pini che sfiorano il cielo/ scuro, in attesa della notte.” In questi tre versi, in cui non è rappresentata alcuna figura umana, si avverte un persistere vivo non, come nel caso del “sole”, distaccato.

L’esperienza dolorosa, non chiusa in se stessa, riesce a farsi tramite di riflessioni che non annullano certo il patimento, ma nemmeno inibiscono il sorgere di fecondi impulsi poetici.

Il Nostro, nell’affrontare con quotidiano coraggio malattia e cure, trova (sarebbe più esatto dire vive) in sfavorevoli frangenti un quid che è ancora sofferenza, ma non è più unicamente tale.

L’ultima sezione, dedicata al cinema, tratteggia mondi virtuali con amorevole intensità.

Non ci sono dubbi: l’autore, come molti di noi, porta con sé le sequenze cinematografiche che l’hanno maggiormente colpito, conservandole, assieme agli altri ricordi, nella memoria.

Dopo aver citato il capolavoro di Federico Fellini Otto e mezzo, il poeta scrive due versi che paiono riferirsi alla scena finale del film e, contemporaneamente, al suo stesso stare al mondo come essere umano: “Gli altri sono parte di me/ nel cerchio della vita.”

La Postfazione consiste in un breve “Dialogo tra l’autore e la Cornacchia della Valle dell’Inferno”, le cui ultime parole sono: “la speranza è contagiosa”.

La perspicace Cornacchia, proprio alla fine, ci fornisce la chiava di lettura dell’intera raccolta e, nello stesso tempo, ci rende consci di un contagio che tutti accomuna. Un contagio provvidenziale, non soltanto nei momenti difficili.

Recensione
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