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Per sillabe e lame

Con Per sillabe e per lame, Francesca Simonetti presenta un'articolata raccolta di versi il cui intento stilistico è reso esplicito già nelle prime parole del Prologo: «Le sinfonie armoniche risuonano nelle menti degli esseri / umani come fabulae spogliate da ogni orpello».

Una musicalità narrativa, dunque, è considerata dall'autrice come oggetto coincidente con la ricerca stessa. La poesia, d'altronde, fin dai suoi albori, proprio in questo consiste: in un racconto in cui l'uso delle parole pone in essere una sorta di musica verbale.

Parole che la poetessa avverte non disgiunte dalla stessa vita: «ma è sempre la vita che torna / indomita e dolce — possente / com'è la parola armoniosa / che non teme la fine».

Siamo al cospetto di un linguaggio-esistenza che, esplicitamente, non considera la ragione quale unico mezzo d'illuminazione del mondo (anzi!): «mia ragione, che mimando il cuore / t'illudi di donare amore, ritorna / negli anfratti del tempo, tacendo».

Anche la normale successione cronologica non accontenta Francesca, che scrive: «Risuonano le sillabe del futuro».

Siamo qui al cospetto di una concisa ed efficace immagine in cui il verbo al tempo presente che apre il verso contrasta con un «futuro» dal quale, per logica, non può giungere alcun suono. Non solo, il tratto acustico non si distingue da quello cromatico: «Si fondono nei suoni delle cose / e delle bestie i colori mentre / i luoghi cantati si sfaldano». In particolare, l'ultimo verso pare alludere a un disfacimento che avvolge elementi distinti e contemporaneamente fusi: ci viene proposto, insomma, un esistere capace di richiamare mondi nel cui àmbito le cose, le persone e i sentimenti sono e non sono.

L'essere, dunque, c'è, ma non è quello che normalmente immaginiamo, poiché è persistenza poetica che si nutre di vocaboli, suoni e colori diversi.

La differenza, lo scarto linguistico, si sa, è caratteristica precipua della poesia: in questo caso, però, tale dissomiglianza sconfina, per così dire, nello stesso oggetto del racconto, sicché comprendiamo come le «fabulae», di cui al Prologo, abbiano per Francesca un particolare significato. Il significato proprio di uno stare al mondo che non assegna alla naturale attitudine immaginativa uno spazio recintato, ma che vive simile tendenza nella dimensione priva di confini dell'espressione artistica. Da qui l'eterna domanda: «La nostra finitudine ci opprime — l'orrore dei delitti / ci attanaglia — ritorna la belva dell'umano — l'arte ci salva?». Quesito privo di risposta definitiva che può trovare tuttavia riscontro nella presa d'atto di una natura umana non estranea al gesto artistico: non si tratta, insomma, di spiegare, bensì di rendere testimonianza. La testimonianza resa da Per sillabe e lame, per esempio.

Recensione
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