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Innanzitutto mi piace la copertina di Jack Vettriano, che attira l’occhio sul volume esposto sullo scaffale delle novità insieme a molti altri libri. È la prima nota caratteristica del libro di Paolo Ruffilli e non da poco.

Ma naturalmente è il contenuto che conta: interessantissima la rigida scansione temporale, 8 capitoli per storia, 5 storie per stagione, 4 stagioni. Anche la forma in un libro ha la sua importanza, e questa, molto chiusa, direi che serve ad imbrigliare una materia bollente come quella dell’amore e della vita quotidiana, soprattutto quando trattata in modo più problematico che risolutivo, ed a darsi delle regole da rispettare, come in una specie di sfida.

Mi piace anche l’idea, ne parlo più sotto, di dedicare ciascuna storia a uno scrittore, e mi sembra che essa rispecchi alcuni tratti della vita, del carattere, dell’opera, insomma di qualcosa dell’autore stesso, che appare come in incognito tra le righe della narrazione.

Le storie si leggono bene, tutto è escluso dalla narrazione eccetto la vita privata, sentimentale e quotidiana: niente Storia, politica, attualità, società. Si sente che è un libro di narrativa scritto da un poeta: lo stile è elegante e leggero senza essere però artificioso o ricercato, le parole sono ridotte all’essenziale e cerca di comunicare il più possibile dicendo il meno possibile (come nella poesia di Ruffilli), aiutandosi spesso con le risonanze del paesaggio, come fa un pittore (o anche con la musica). Sono storie sintetiche, frammentarie, scritte in levare (ancora come la poesia di Ruffilli). Spesso alle ultime righe mi sembra che ci sia una sorta di rivelazione finale sulla natura di alcuni personaggi: l’analista, il cliente, il collega, il coniuge, l’amante… e sono personaggi archetipici più che persone vere.

Ruffilli si dimostra profondo conoscitore dell’animo umano, maschile e soprattutto femminile, e viene naturale chiedersi, ma questo resterà ovviamente supersegreto, quanto di ciò che descrive ha vissuto realmente, anche se ai fini artistici non ha nessuna importanza. Ruffilli conosce molto bene anche le forme di arte visiva, musicale e letteraria che utilizza per arricchire la narrazione.

Certamente sono storie non allegre, nella loro irrisolta e rovente problematicità. Leggendole comunicano un senso crescente di angoscia, che spinge però a continuare la lettura.

Emerge tutta la difficoltà che può portare l’amore alle persone, nel loro incontrarsi e scontrarsi con i propri caratteri e i propri desideri, e con problemi morali ed anche economici. Molti dei personaggi sembrano quasi corpi bisognosi d’amore alla deriva. Chi vive deve affrontare, volente o nolente, questi problemi, facendo scelte che comportano sempre anche delle rinunce e che non è detto che siano poi quelle giuste. Sempre però queste scelte incidono sulla vita, stendendo su di essa la lunga ombra della loro influenza.

Nel caso dei tuoi personaggi, esse non sono quasi mai giuste, e ciò è per loro motivo di atroci sofferenze e torture psicologiche; il desiderio d’amore è quasi sempre frustrato. In alcune storie invece più che sofferenza c’è la constatazione che, di fatto, il rispetto di una cosiddetta morale (che poi è tale solo per convenzione sociale borghese) non sempre sembra portare felicità alle persone, anzi può essere vero il contrario.

Per tutte le storie è fondamentale la mancanza di una realtà oggettiva, e la riflessione continua che i due personaggi, maschile e femminile (gli altri sono solo nominati, ma non entrano mai direttamente), fanno su di essa, dandone una loro versione, che può essere diversa da quella data dall’altro personaggio. Anche da qui le difficoltà del rapporto d’amore: spesso non vediamo le stesse cose, né la stessa realtà, perciò ci può essere uno sfasamento che poi genera problemi infiniti.

Mi sembra che la maggior parte dei personaggi delusi sia femminile, e che l’autore tenda a prendere, (e ciò accadeva, se non ricordo male, anche nei “Preparativi per la partenza” il precedente libro di racconti) le parti delle donne, quasi che, mettendosi sempre in gioco generosamente e subendo la forza dei sentimenti, siano spesso vittime del loro romanticismo, della loro incapacità di staccarsi dalla persona amata anche quando non sono ricambiate e soprattutto della superficialità ed egoismo degli uomini.

Le storie che mi sono piaciute di più sono quella dedicata a Emily Dickinson, che direi essere una lettera all’amato (infatti è stampata in corsivo), e quella dedicata a Maupassant. La prima appartiene al primo tipo di storia, l’amore frustrato, la seconda al secondo tipo, l’amore al di là delle convenzioni sociali.

Come ho già accennato, da entrambe, come da molte altre, traspaiono evidenti (a patto di conoscerli) elementi biografici e/o tematici degli autori cui sono dedicate. Non può essere un caso: l’amore tutto astratto e cerebrale, “assente il corpo”, della auto-reclusa sognatrice Dickinson (chiudersi per 25 anni in una stanza scrivendo quasi 2000 poesie e uscirne solo da morta è qualcosa di disumano, eppure lei lo ha fatto), e gli amori fluviali del “satiro normanno” Guy de Maupassant, che era un appassionato canottiere sulla Senna ai tempi dell’impressionismo e che, quando non scriveva, si divertiva con infinite donne anche al riparo delle ombrose e appartate rive del fiume (poi morirà di malattia venerea).

Ciascuno di noi può identificarsi in uno o più personaggi e/o negli accadimenti delle loro vite. Del resto, essi non hanno nome, sono un po’ come maschere del teatro, rappresentano possibili realtà valide in teoria per tutti. E ciascuno di noi può trovare qualcosa di sé e della propria vita nelle loro contorsioni psicologiche o nelle loro scelte e situazioni, anche se, devo dire, non posso che sperare che ciò accada il meno possibile. Anche perché io non ho consolazioni religiose e penso che la condizione umana sia assai sbilenca fino a quando non si rivela come positiva, e queste storie, dove positiva non si rivela mai, sono state angoscianti da leggere. Il che significa però anche che sono storie efficaci.

Quindi, una bella lettura: sono un lettore lento, anzi lentissimo, e ho finito le venti storie in una settimana. Ma anche una lettura triste e, lo ripeto, angosciante, si smette di leggere davvero con un senso di oppressione al cuore.

Ho consigliato Un’altra vita a una mia amica che è stata improvvisamente lasciata, dopo 7 anni, dal fidanzato con una telefonata e non ne capisce il motivo (lui ha detto solo “mi dispiace, ho bisogno di cambiare”, e lei adesso si è messa a leggere trattati di psicologia – lettura inutile secondo me, perché la psicologia non spiega né prevede granché, ma cerca di descrivere ciò che ognuno può conoscere anche da sé). Aspetto di sentire il suo commento.

Recensione
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