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Architetture poesie tridimensionali

Quasi una linea finemente programmatica la poesia d’apertura, Geometrie sfuggenti, di questo poemetto, Architetture / poesie tridimensionali di Claudia Manuela Turco, a pieno titolo premiata a Dublino nel 2002, racchiude molto del significato complessivo e della tessitura preziosa dell’opera nella sua interezza.

L’organizzazione stessa dello spazio poetico vi appare regolata sulle tre dimensioni: le strofe, costituite da frammenti poetici di lunghezza variabile, sono composte ciascuna di tre distici.

L’idea è concepita in perfetta fusione tra la disposizione dei volumi, costituiti dalle parole ordinate in versi, e i vuoti di esse, similmente al modo di rapportarsi nello spazio degli edifici del tessuto urbano, anche in riferimento ai loro peculiari valori simbolici sociali o sacri, in scansioni di densità e assenza. Gli aspetti puramente tecnico stilistici di tale costruzione letteraria e quelli squisitamente artistici, producono bellezza e armonia, anche nei luoghi, poetici, in cui prevale, e sono numerosi, la scrittura del dolore.

Queste Architetture, che sono spesso espressione di una società alienante e alienata, perché gremita di individui co-stretti entro gli alvei della quotidianità, convivono, tuttavia, con l’architettura delle stelle, dell’universo multiverso, esattamente come le cattedrali costruite dall’uomo nei secoli si scorgono dalle piazze e fra i palazzi di oggi e di ieri: “Ignote geometrie | accolgono, | in consacrati perimetri, | visioni pulsanti di vitali battiti.”, vi sono la sacralità della vita e il battito pulsante di tutte le creature nate per vivere l’attimo e soffrire. Si tratta di un dove nel quale “Un lago rosso e un fiume azzurro | confondono le loro acque, | per guidare | l’inquieto vascello dell’anima.”

Un lago rosso, dunque, bagna il villaggio umano alla ricerca perpetua di sé e dell’altro, forse il lago del nostro stesso sangue, chiuso entro il corpo, che unisce le sue ‘acque’ al fiume azzurro dello Spirito, per guidare il viaggio terreno e perciò, inquieto, dell’uomo.

Quale sia la ragione di tanta pulviscolare meraviglia solo apparentemente dispersa ma gelosamente custodita nel Creato dal suo Creatore non è dato di sapere al mondo, ma attraverso il cuore di cristallo dell’autrice, che si pone in ascolto, dal vertice agli abissi della sua propria anima, pare davvero, a chi legge, di cogliere l’anima del mondo.

Nel riattraversare diuturno la città, la poetessa finisce per riconoscerne le architetture più recondite e misteriose, a volo d’uccello, talora, o munita degli occhi di un bambino, perduto tra i vetri dei negozi, rapito dalla seduzione offerta dai colori che richiamano cangianti l’attenzione dei passanti. Lo sguardo dell’artista costantemente fotografa e riporta intatti gli ‘umori’ degli anfratti, i colori dei teli dei cieli, che trasmutano nei giorni, nelle ore e nelle stagioni sopra la città. Plana sui viali e sui giardini, i cui cancelli sono visti come “… selettivi pettini”, entra nei vicoli deserti, fino ai “…pericolanti muri | di periferia.”

Tunnel, fermate sotterranee (si allude probabilmente ad una metropolitana) rimandano a percezioni squisitamente acustiche, laddove “plastiche volumetrie” urbane sono “scatole piene e sempre aperte.” Nei ritmi, che presentano regolarità matematiche, dei piloni ai bordi delle strade, allo sfrecciare dei corpi avvolti nel metallo delle auto, potrebbero le ‘sfere di piombo’ di cui parla l’autrice, alludere ai cuscinetti, alle sfere d’acciaio delle loro ruote? Potrebbero le auto stesse trasformarsi nei “proiettili di cristallo” a cui la poetessa fa riferimento? Dato che, oltre tutto ciò, i ripetitori e le antenne TV ‘rivaleggiano’ “con i catini di absidi lontane”?

Sono fruibili, all’interno di questa sapidissima lettura, l’aspetto panoramico dell’insieme, gli orizzonti, che spaziano dal qui al dove lontano, ma il lettore fa pure esperienza diretta del momento, dell’esatto periodo dell’anno di cui si parla, in modo tale che diviene possibile, e con estrema chiarezza, anche lo sguardo interiore, localizzato, come entro gli edifici, nelle stanze, ed entro le stanze, sulle vicende ed i personaggi che vi operano, creando i ricordi del cuore… quelli gioiosi, ma più spesso, quelli spinosi e dolorosi dell’incomunicabilità fra esseri, per natura, assolutamente dissimili.

Come entro una città immaginaria del futuro, che può essere tutte le città e nessuna, edificata tra le volute e le capriate della poesia, dato che ‘l’uomo abita da poeta’, come opportunamente recita l’occhiello introduttivo prescelto dall’autrice, riferito ad Heidegger, la città notturna come quella solare di Claudia Manuela Turco si snoda tra le vie senza fine dell’anima.

L’intero poemetto, che riporta la deliziosa dedica, del 27 gennaio 2011, all’amatissimo cane Glenn, intessuto di queste poesie, realmente tridimensionali, possiede la chiarezza costruttiva e la stabilità di un solido edificio poetico e gli elementi preposti, come avverte la poetessa stessa in epilogo, a richiamare le tre dimensioni, rappresentano i blocchi squadrati di parole edificanti l’intera opera.

Il cupo orrore destrutturante della figura umana, richiamo d’appassionata disperazione per l’irreparabile accaduto, di Otto Dix, ritorna vivido in alcuni di essi, ma così pure compaiono gli edifici della città siberiana di Tomsk, fiabeschi per le decorazioni a cortina sopra le finestre.

Mentre la fuga in auto attraverso i lunghi rettifili rischiarati dall’elettrificazione urbana, che collegano la periferia della città alla campagna, rivela al poeta “Lunghe teorie | di veloci piloni” che “come canne d’organo” fanno risuonare la musica dei ritorni agli amati nidi dei vivi, pensieri alati si snodano durante il viaggio, planando alle fermate obbligate nelle sequenze di ordine e disordine civile: “Apprensioni | e aligeri pensieri || abbandonano | piattaforme terrestri || dinanzi a semafori spenti, | per raggiungere eteree terrazze.”

Quasi carcerata, appare la libertà di esistere negli alti e spersonalizzati condomìni: “Reticolati incolori | fluttuano || in pareti di cubiche case | dal bianco cangiante || e sorreggono | limitati cieli interiori”, ma come un immenso specchio il cielo riflette il miraggio delle umane costellazioni nella materia eterea dei campi infiniti della luce: “Specchiandosi | nel vetro stellare, || una voce scorreva | sui prati del cielo || e squarciava il buio, | scintillando nell’aria.”

Morte e disperazione allignano nei luoghi edificati, pur nell’intrinseca bellezza dei giochi di vuoti e dei volumi, dell’ombra e della luce, reiteratamente richiamata dai termini ‘vita’, ‘diamanti’, ‘palpiti vitali’, poiché l’uomo è atteso pure, suo malgrado, da angoli bui e da ‘bocche di cannoni’, laddove perfino nell’inchiostro, sangue della scrittura, è facile annegare: “Angoli di vita buia | attendono, senza speranza, || bagliori di diamanti | in bocche di cannoni, || mentre nell’inchiostro annegano | i palpiti vitali.” Posati e custoditi negli appartamenti e nelle case, gli album delle fotografie di famiglia, come in ‘caleidoscopi’ (l’aggettivazione di questo termine, straordinariamente incisivo, in relazione a spettacolari visioni notturne, verrà usata poco più avanti dalla poetessa) di ricordi rimandano i volti mutevoli, gli oggetti, le stagioni e le mode del passato, quali diafane architetture della memoria: “Come reliquie in un album di fotografie, | abiti più leggeri, || viole e quadrifogli, | fili d’erba di brina ambrati e zampilli di vento || disegnano | aeree architetture.”

‘Chiude gli occhi inutilmente’, è tanto folgorante quanto veritiera questa immagine poetica, chi nella città non può dormire, perché si trascina nella gravità del proprio sentire, come se l’anima nostra avesse talora pareti pesanti come il piombo ed esse si richiudessero inesorabilmente su di noi: “Insonnia.| Bagliori tremuli || disturbano | occhi chiusi inutilmente. || Pareti di piombo | cadono sul letto.” Ed ecco che mulinelli d’aria e d’acqua si affastellano sul cuscino, mentre incombono sui nostri pensieri montagne d’ansia, e l’acqua del fiume delle lacrime trattenute nella gola del dolore scava alvei nuovi agli irriducibili percorsi umani, chiamati a trovare alternative diverse alla propria sopravvivenza: “fantasmagorie di remoli e visioni caleidoscopiche, | si adagiano su cuscini || Le montagne assurgevano | a emblema di pacifica vendetta. || Acque, dal sapore | di lacrime trattenute, || con forza volontà e orgoglio | scavavano nuovi percorsi.”

Fotogrammi folgoranti, sono quelli di un quadretto familiare, esemplare per il sapore di caparbia disperante incomunicabilità: “Un volto cereo | si specchiava in un piatto vuoto, || ricordando i suoni gracchianti | di una vecchia radio || e un’ultima cena | sul tavolo della discordia.” E ancora forme straordinariamente evocative: “Sorrisi, | come monete, || spesi inutilmente, | avaramente. || Architetture | di vita private.”

Solo la rosa poetica o la poesia della rosa ha il potere di sciogliere il freddo muro di metallo di ciò che non si vorrebbe dire: “Solo il dono di una rosa | riuscì a scalfire || la corazza | di un segreto. ||”

Smarrimento e spaesamento, senso di assoluta estraneità si avverte tra la gente: “Un battello lo attendeva, | ma, disperso nella folla, | non sapeva a chi chiedere | di lasciarlo passare” o dinanzi a semafori spenti come soli tramontati, eppure fermamente ‘racchiusi nel petto’.

Un ‘caos’ luminoso che rende indistinguibili i diversi colori l’uno dall’altro, dove ‘cubiche case’ sorreggono interiorità vacillanti nel dubbio e nel dolore del proprio personale limite, ma si ravvisa anche l’avvilente e disperante riconoscere e riconoscersi ‘gusci mai schiusi’, o “perle rimaste in incavi di ostriche” come segnala l’allarme della poetessa, perché inosservati o dimenticati nella fitta selva selvaggia dell’affollarsi scomposto della gente nelle tanto dure quanto false battaglie quotidiane, che soffocano e vanificano il sentimento della reciprocità, come ‘lettere’ scritte e ‘mai arrivate’ al destinatario.

In un mondo tessuto a ‘ragnatela’, nel quale “ogni soluzione è”, irrimediabilmente, “un problema”, come dichiara apertamente l’autrice, “Foglie aggredite dal vento | e allontanate dal tronco | marcivano come spine in carne acerba.” E proprio dalle liriche della sezione d’epilogo al poema, intitolata La spina non vista, ritorna intatto, insieme a un groviglio inestricabile di ripetuti aculei tormentosi, il significato dell’intero viaggio poetico ed esistenziale, raccogliendone l’esito sul palmo della mano, pregno di dubbio, dell’amarezza di molti fra i ricordi, di una disillusione che si è fatta definitiva.

È perciò che si cerca una ‘ferro… via’, per saltare sul primo treno in partenza dalla città, che non si riconosce più come propria, della quale non si sente più l’appartenenza. È allora che diviene impossibile pure il saluto, trasformatosi in rifiuto, è così che avviene che la rosa proposta è rigettata, che le spine dello stelo provocano ‘stimmate’ indelebili di fuoco sul palmo della stessa mano. È allora che in treno, guardando fuori dal finestrino, la ‘tachicardia’ dei pensieri si accorda allo snodarsi impetuoso dello scenario, che il prepotente succedersi dei campi e dei paesi “nastro di paesaggi variegati”, si fa intima violenza.

Solo così si spiega come anche l’inimicizia, di più, soprattutto l’inimicizia, possa farsi indissolubile legame, così tanto avvincente nel dolore, che “corde di circonferenze mai chiuse | aprono | nel cuore il baratro”.

maggio 2011

Recensione
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