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Il coraggio di Luciana

Un coraggio il suo che veniva, proprio come per l’etimologia della parola, dal ‘cuore’, e penso che nel suo cuore Luciana abbia voluto farci stare troppo amore.

Immagino sia per questo che così presto poi abbia ‘rotto gli argini’, alla fine non abbia retto.

Una generosità spontanea, ‘nativa’, quella di Luciana, che in cuor suo dava spazio a tutti, propensa a dare più di quel che aveva; ma lei era convinta davvero di poter fare sempre di più.

Non voleva rendersi consapevole dei propri limiti, si sentiva di compiere ogni gesto di accoglienza senza troppo ragionarci, di slancio, senza avere convenienza alcuna sulla quale riflettere.

Fisicamente esile, eterea, quasi diafana, pareva viver d’aria, pure era dotata di occhi di fuoco, acutissimi, la facevano vedere bene in profondità; inoltre era animata da un senso etico possente, a tutto tondo, di francescana parentela forse, dato che l’amor suo valeva per ogni àmbito che toccasse l’umano, come per ogni specie animale e vegetale.

Eppure, a leggere quello che ci ha lasciato di scritto, le sue convinzioni risultano supportate da un ragionamento lucido, sempre ben motivato, come possiamo riconoscere, per esempio, ascoltando le sue Riflessioni sui giovani e suggerimenti, in L’anima di Vicenza.

A corredo di tanta statura morale (e come si deve ammettere, ancora una volta, quanto di gigantesco possa stare in un corpo minuto, quasi di giovinetta!), un amore per l’ordine e per la bellezza trasferiti integralmente nell’Arte, spesso, la sua, popolata di cavalli, di volti di donna e di fanciulli.

Nel poemetto Vicenza città senz’anima (Campanotto, 2006), si assiste ad una sorta di identificazione nelle proprie radici comuni ai vicentini; ella, nativa di Bassano, si riconosceva pienamente nella propria appartenenza all’anima di Vicenza.

In Stravicenza leggiamo: “M’affaccio alla finestra una mattina, /… ‘Stra-Vicenza’ la gara si nomava: / cani e bimbi, il padre e la mammina, / ridean spingendo una carrozzina. //… Presto levar, fatica, aria pulita: / domenica ben scelta e ben vissuta! / Ti conforta, città, così gestita, / sapienza ed onestà di buon governo / paiono passi degni di menzione.”

E più avanti, in Visita al Parco Querini, un’altra prova della piena armonia in cui ella viveva con la sua città, ispiratrice anche della propria creatività: “…/ Erbe lacustri, aironi, tartarughe / il bel guardar empivan di gaiezza. /… Altro mondo sembrava in lieta pace / a tutti offerto e in generoso amore. / Eccelsa chiesa e campanaria torre / sul popolo beato vigilava, / tra setose d’alberi antiche braccia. / L’angol di paradiso vidi vero, / al sol sedetti e vi rimasi a lungo, / cantando dentro e poetando in pace.”

Esemplare, tratto da La “Scaletta 62”, l’incipit, che ce la restituisce nella sua interezza di fanciulla intangibile: “Chi ancora di rosso i dì colora / di rosa, azzurro e verde, con pitture / rifinite, da fonda arte ispirate, / ha cor fanciullo e voglia di giocare”.

In Suoni ed emozioni all’Odeo Olimpico di Vicenza, respiriamo la coralità armoniosa dell’umano sentire nella chiusa che la riguarda, ma in cui lei riguarda a tutti: “…A sera, poggiando il capo sul guanciale / potrò dire, tutti potranno dire: / “Era la festa di tutti / ed eravamo felici.”

Dal séguito del poemetto citato all’inizio, il nuovo libro dato alle stampe già nell’anno successivo, L’anima di Vicenza, (Campanotto, 2007), tratto dal testo Viaggio sentimentale, mi piace riportare un’indimenticabile similitudine, forse suscitata da una dolorosa riflessione sul passato d’emigrazione di tanta ‘anima’ di Vicenza, che viene vista dalla poetessa ‘in volo’, rattristata anche al pensiero dei caduti delle Grandi Guerre; l’anima di Vicenza visita i luoghi della memoria: “…Come riede esiliata rondinella / al vuoto nido nere ali ruotando, / tal premea l’alma il disio d’agire / e confermare a tanta brava gente / l’affetto vivo della lor città.”

Da Riflessioni sui giovani e suggerimenti, testo già citato più sopra, riporto alcuni versi emblematici di denuncia aspra, ma che non mancano di essere anche ampiamente e saviamente propositivi: “I genitor son sempre fuori casa, /… Se i fantolin nei “nidi” son mandati, / da estranee braccia a turno poi accuditi, / a scuola da svariati professori / a gruppi numerosi son gestiti / bambini ancora informi e poco attenti, / al suono di angoscianti campanelli / vedon scoccar le ore fino a sera: / si sentiranno macchine o fanciulli? /… Più tempo per bambini e genitori, / più spazio verde per rasserenarsi, / parlare e passeggiar tra gli animali; /… Con tutti i mezzi bisogna scoraggiare / gli infami venditori di illusioni! /… nessun posto rimane ai ragazzini, / vittime dell’opulenta società. / Si vendican vestendo da facchini, /…”.

Càpita che lo spirito degli avi venga in soccorso alle necessità della poetessa che chiede loro ‘sollievo’ alle sue pene, come in Pensieri: “…Lo sguardo della mente / sprofondato nel passato / viola la difficoltosa quiete dei morti. /…” ed ecco la loro risposta non tarda, non manca: “Grande sforzo ci costa / destarci e percorrere la via / fino ai cari rimasti. / Nel sonno vi inviamo messaggi, siamo saggi e clementi, / indagatori solleciti. / Vedi, la soluzione è già / dentro di te.”

In Melodioso interiore, incontriamo un ricordo struggente della sua Bassano, quasi un brevissimo flash, che trascrivo integralmente: “Baciata dal sonno / vidi la grande casa / dove nacqui / vegliata dal Grappa / e il respiro / era quello del vento / della gloria cruenta / del ricordo bagnato di pianto: / melodioso interiore.”

In Ecumene, con rapide pennellate, l’artista rende ‘la casa’ immensa dove tutti viviamo come in un’universale famiglia come fosse: “… cella dei viventi / ciascuno col proprio tempo; / ci appartiene / il filo del presente: / ogni istante un evento. // Dignitari impassibili i pioppi /…// Riposo eterno dopo l’intensa lotta, / dopo speranze e pianti; / la gioia uccide come il dolore. /…”

Un altro quadro, dove questa volta sono dipinti uomini buoni, quasi uomini eletti, ammiriamo in Ero lì, (San Felice – Coro di Bepi De Marzi), è presente in questo testo una mascolinità corale avvertita in modo quasi inedito, perché insolitamente ‘aggraziata’: “Ero lì…/ avvolta dal suono caldo / delle voci di uomini buoni, /… e i curvi gesti porgevano amore. / Uomini forti e buoni, / ispirati: Dio parlava in loro / e guidava la voce del maestro-poeta. / Bellezza armonia ardore amore: / tessuto canoro prendeva forma variabile / dinanzi agli occhi di tutti, / spogliava superbe ipocrisie, / dissetava le anime, spargeva / buoni frutti / nel vasto tempio divino.”

Una solitudine greve per un attimo sembra sfiancare il morale della poetessa in Città deserta: “Pesa il silenzio sulle case vuote, / fuor dal balcone sono appassite / le rose, tutto soggiace alla noia. / Colpi d’ala sferzano il cielo /…// Se tra le fitte erbe / gialle di sole, rose dall’aria, / sopra gli arditi monti / guardando i vapori azzurri, / vivere in pace mi sento, / la pace del morto silenzio / della città deserta / io non godo / e non m’ispira / belle parole e nobile sentire, / ma letargico tedio / e sospirosa tristezza. /…”, ma è in Saletta E. L. Cornaro che l’umore di Luciana si riscatta e torna ottimo e robusto lo spirito della nostra indimenticabile mecenate: “… qui si riallaccia il filo dei giorni / dai medesimi ricordi, dallo stretto legame / dei luoghi, dei muri, dei sassi, / del verde comune, degli spazi offerti, / meravigliosa realtà, di tutti e di ciascuno / per pensare e crescere e commuoversi.”

E ancora ci parla dei suoi cari, stimatissimi e variegati artisti in Vicenza e La Scaletta 62, che non per caso conclude il poemetto: “… // Or noi, in picciol loco, insieme rafforziamo / il ben comune e la memoria / nell’arte, nel suono ed in poesia, / dei giorni l’amaro stemperiamo / risoluti a convivio d’amorosa virtù / e di fratellanza. / Non sia rapace lo sguardo, / né fugace il pensiero, sì ben protetti / con filiale trasporto / la gloria nostra proteggiamo.”

Dunque, se è vero che possiamo terminare affermando che in effetti l’anima di Vicenza continuerà a vivere per sempre nei versi di Luciana, simmetricamente, siamo resi certi che l’anima di Luciana continuerà ad aleggiare nella sua amatissima ‘Scaletta 62’, in Contrà Santa Lucia.

Ella, con amore autentico, con una grazia filantropica ormai introvabile, desiderava condividerla, in una sorta di concreta appartenenza, con quanti più artisti possibile, molto spesso questo valeva anche per giovani esordienti, nella pratica quasi una necessità vitale per lei.

Credo sinceramente che tutti coloro i quali a vario titolo e in tempi diversi hanno avuto, come li ho avuti io stessa, il privilegio e l’onore di attraversare questo suggestivo ‘luogo’, tanto antico quanto ameno, provino in se stessi, insieme all’affetto e al rimpianto, un moto dell’animo prevalente verso la dolcezza di questa splendida donna che con tanta larghezza ha elargito la sua naturale bontà; è un sentimento di immensa gratitudine, anche per l’ammaestramento che ci lascia, lo sprone prezioso ad essere migliori.

30 gennaio 2014

Recensione
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