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Neraneve e i sette cani. Storia di antiche violenze

Se tengo per vero che la Natura è ‘matrigna’, come sostiene il giovane Leopardi, allora è compito degli spiriti eletti riportare la Natura il più vicino possibile al suo essere ‘Madre’ ai viventi, provvidente e benevola, a lenire con l’amore della cura i suoi stessi torti, le sue disparità.

Credo sia proprio l’inclinazione naturale di Brina Maurer, nonché suo preciso intendimento, non tacendo ciò che deve essere detto, anche quando scomodo e sgradito, tentare di raddrizzare con tutte le sue forze sia le aberrazioni della natura che quelle messe in atto dai cosiddetti ‘umani’, opponendosi allo scandalo della sofferenza.

Anche in Neraneve e i sette cani ella lo fa, come nella maggior parte delle sue opere precedenti, ma a quanti ulteriori ragionamenti, a quali riflessioni, a quante autentiche meditazioni porta la lettura di questo poema, e sul significato di ‘Maternità’ in primis.

Già in esordio, facendo cenno l’Autrice a patologie più e meno gravi occorse a Neraneve neonata, che fin da subito ha dovuto fare i conti con una dolorosa forma di epidermolisi bollosa, e successivamente portando alla luce molte altre sofferenze sperimentate dalla protagonista che da fragile bambina Ossa di vetro, diviene adolescente e poi giovane donna (come la metrorragia e l’anemia, con pure un episodio di aborto, tanto paradossale quanto sconvolgente o alla ancorché erronea e travisata diagnosi di anoressia, fino ad arrivare a sperimentare in famiglia e fuori, ogni tipo di violenza, da quelle dettate dall’alcolismo, dal sopruso, dall’abuso, fino allo stupro e a infami molestie), numerosissime sono quelle fisiche, ma anche quelle psichiche, indotte soprattutto da una genitorialità poco amorevole, per non dire ostile e dall’insensibilità o dalla perversione di terzi, si comprende bene come, in mezzo a traumi di ogni tipo, proprio nulla venga risparmiato alla protagonista Neraneve, e sovente, in parallelo, ai suoi ‘sette cani’.

Indelebilmente intrecciate alla sua, infatti, sono le brevi, segnate, talora tragiche, esistenze canine delle sette creature animali qui ricordate: quella di Mileto, finito impiccato ad un pero, di Diana, uccisa d’impeto dallo stesso padre di Neraneve a causa di un piccolo graffio inferto dal cagnolino alla piccola Neraneve, di Susanna, consegnata ad altri, e poi ripudiata perché divenuta “bambina difficile/ si legga inconsolabile” (pag. 35), di Tara, ‘la gitana’, deportata con i fratellini in canile, da sempre definito da Brina nelle sue opere, la discarica dei gioielli, di Tamara, “più di una sorella” per Neraneve: ella e questa cagnolina dovranno pur tuttavia “amarsi da un altrove” ma, finalmente, “unica eccezione”, proprio la piccola Tamara diverrà “pomo della concordia” in famiglia, riavvicinando a tratti genitori e figlia. Fino a raggiungere le più recenti adozioni, quella del piccolo gigante Glenn e poi quella dell’attuale Principe Maghetto, vale a dire Mughetto, alias Mr. Mughy o “Victor Mhugo”, che “adora l’odore dell’inchiostro/ addenta il cappuccio della penna/ annusa le pagine del vocabolario” (pag. 128).

Queste sette creature impartiranno alla bambina, per le sue penose vicissitudini, mai stata bambina nella vita, e poi alla giovane donna, nel continuo tumulto di innumerevoli culmini di incompresa sensibilità ferita, una dura ma eccellente ed esemplare educazione affettiva e infine sentimentale. Brina Maurer riuscirà davvero nell’intento dal quale sempre ha preso le mosse la sua scrittura, che è quello di “dar Voce a chi la cui Vita non gli appartiene” (pag. 32), ai bambini, agli indifesi, agli anziani “ripudiati e derisi”, ai “barboni addormentati”, ai “cuori randagi” (pag. 155), per elezione, alla fin fine, agli innocenti e, fra questi, agli incolpevoli animali.

In poesia Brina Maurer sa e osa dire tutto e narrare ogni evento, con drammatica passionalità mai disgiunta da quella sorta di personalissima, acuta ironia, affidata a inediti e singolari volteggi di parole che, in rapide successioni di polisensi coinvolgenti, sanno stemperare i passi più laceranti o angoscianti della lettura, come avviene per “Bagno di sangue” (pag. 44) e non si può non citare la splendida prima strofa di “Perdita di senso” (a pag. 47); o tutta l’intensa “La chiave non entra” (pag. 54), dove nel progredire opprimente dell’inquietante attesa e della tensione emotiva indotte nel lettore, il testo si cosparge di versi di vigoroso lirismo, fra i quali “la strada/ una retta disabitata dai suoi punti, /il silenzio,/ assordante coprifuoco.” (a pag 55).

La scrittura avanza in un crescendo emozionale fino a che “Le rose/ non profumano più,/ e le spine si stringono a corona” (pag. 64) per l’abuso subìto, finito sotto silenzio sostanzialmente per ferma vigliaccheria della madre di Neraneve.

Ma ecco, a risollevare il lettore dalla gravità dell’episodio (pag. 69), la vivacissima descrizione della splendida “Tara”. E poco dopo si legge qualcosa di davvero importante, ne “L’adozione fallita”, dove la chiusa, spiazzante e verissima, recita: “Non di rado,/ il mestiere più difficile,/ è fare il figlio”. In “Gossip Poetry” un’altra folgorante conclusione: “dipinti al buio/ parole nel vuoto/ Adolf Loos./ Qui l’inasprimento della pena,/ è essere i soli vivi/ tra i morti” (pag. 96).

Infine il rapporto totalizzante con l’eroe romantico di Neraneve, Lord Glenn, il Principe di Raíbl ed “Ella capì/ che l’amore è conoscenza/ e presenza:/ se c’è, è assoluto,/ e rispetta la democrazia delle anime/ e ogni forma di vita.” (pag. 105).

C’è una vera folla di presenze artistiche ad abitare la scena di questo dramma in poesia, a fare da testimone a quanto ricordato, denunciato, narrato, e a fare squadra e vicinanza con Autrice e lettore, ci sono, tra gli altri, poeti, scrittori, pittori, architetti, musicisti e scienziati: Maria Luisa Spaziani, Marguerite Yourcenar, Margherita Hack, Emile Zola, Bernard Aubertin, l’attrice Liz Taylor, Sandro Penna, Marie Cardinal, John Keats, Felicita Frai, è presente la luce nera della lampada di R. W. Wood, ci sono Ottiero Ottieri, Virginia Woolf, che già aveva affermato: “Le donne senza figli/ possono fare tanto/ per i figli delle altre” (pag. 100), Matisse, Tano Festa, Mimmo Paladino, Michelangelo Pistoletto, Théodore Géricault, Javier Marias, Adolf Loos, George Byron; si ascoltano l’Eine Alpensinfonie di Richard Strauss, la Sinfonia Manfred di Robert Schumann, si ode il canto del Galateo in Bosco di Andrea Zanzotto e ci sono ancora Percy Bysshe Shelley, Victor Hugo (alias di Mr. Mughy), Franz Marc ed Elsa Morante.

La magia della poesia sta nel rendere ‘estetico’ e dicibile ciò che per sua natura non lo è, il dolore, il tragico che avviene, a volte perfino ciò che ripugna e accadono eventi che solo la lingua della poesia può narrare e il tessuto di dolore solo da essa può essere ricostruito per poi essere rammendato, ma le ammende non possono fare dimenticare le ferite, dunque questo tipo di poesia si fa anche poesia civile, in quanto, in qualche modo, tanta sofferenza vissuta e rivissuta può divenire utile ad altri, affinché il male non si ripeta e non si ripetano le circostanze che l’hanno condotto nelle esistenze altrui, anche in quelle animali; giungesse tale poesia, questo energico dire a fare riflettere i carnefici, ad ottenere di fare inasprire le pene per chi si macchia di certe colpe, a far dire la verità a chi è responsabile dei minori, dei fragili, di “chi la sua vita non gli appartiene”, come ripete Brina ormai da anni, giungessero le parole a questi risultati, perché proprio a questo le scritture più vigorose, per loro natura, tendono, ecco allora sì la società sarebbe umana davvero, e la sua benigna dignità in grado di fare evolvere il nostro mondo. Neraneve e i sette cani di Brina Maurer, a mio avviso, possiede i tratti di questo tipo di poesia onesta e credo sia in grado di innescare processi virtuosi di lealtà fra i viventi.

La maternità reale, in conclusione, volendo ricondurre il discorso dove è iniziato, non è tanto o solo quella carnale, anzi, maternità è in assoluto proteggere la fragilità che nasce, è maieutica alle nuove creature e alle creature bisognose di nascere finalmente a se stesse e poi agli altri e al mondo, allora davvero questa condizione è e può e deve essere di tutti, senza distinzione di genere o di età. E se ‘Maternità’ in senso lato è responsabilità di ognuno che voglia dirsi umano, con DNA umano, perché “Il nostro prossimo è tutto ciò che vive”, come sosteneva Gandhi e rimane ancora attuale che “Per prima cosa fu necessario civilizzare l’uomo in rapporto all’uomo. Ora è necessario civilizzare l’uomo in rapporto alla natura e agli animali”, come disse già da molto tempo Victor Hugo, si può affermare con certezza che anche Brina Maurer ha realizzato in se stessa, la sua scrittura ne è testimone, la più radiosa e ambiziosa delle maternità.

Faedo, 18 aprile 2018

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