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Omaggio a Vittoria Aganoor Pompilj
nel centocinquantenario della nascita a Padova

18 giugno-28 ottobre-5 novembre 2005

Lucia Gaddo Zanovello ha curato per conto dell’azienda agricola Ca’ Lustra-Villa Alessi, custode in Arquà del podere che appartenne a Vittoria Aganoor, in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita della Poetessa a Padova, una riedizione anastatica in 700 copie numerate a mano, di Leggenda Eterna, conforme all’esemplare della prima edizione dell’Opera aganooriana, stampata a Milano nel 1900 per i tipi dei f.lli Treves (pp.291, formato cm. 16x10), conservata nella Biblioteca universitaria di Padova, ed ha coordinato insieme al fratello Franco Zanovello un Convegno di studi per celebrarla, nelle giornate del 18 giugno, del 28 ottobre e del 5 novembre 2005.

Biografia essenziale di Vittoria Aganoor

Vittoria Aganoor nasce a Padova, ultima di cinque sorelle, in Prato della Valle n.41 (numerazione civica odierna), il 26 maggio 1855 da nobile famiglia di origine armena.

Nel 1869 per volere della madre (contessa Giuseppina Pacini), l’abate Giacomo Zanella (Chiampo 1820-1888) diventa l’insegnante di Vittoria e delle sorelle. Alla fine del ’74 si ammala Mary e, alla ricerca di un clima più adatto alla salute della giovane, nel gennaio del 1875 la famiglia si trasferisce a Napoli (salvo brevi ritorni nel Veneto o saltuari periodi di residenza in Toscana). Dalla primavera del 1884 fino al 1886-88 la famiglia è spesso a Basalghelle di Oderzo o ancora a Padova. Nel 1891 muore il padre, conte Edoardo, e la famiglia vive tra Venezia (zona Ponte dei Greci), Basalghelle, Napoli, Cava dei Tirreni (presso la sorella sposata Angelica), Tarcento e varie località termali. Nel 1896 la contessa si ammala gravemente e Vittoria si chiude in casa per assistere la madre fino alla sua morte, avvenuta a Venezia nell’aprile del 1899.

Nell’aprile del 1900 esce la prima edizione del canzoniere poetico Leggenda Eterna. L’Opera ha súbito un tale successo che esaurisce in breve tutte le copie nelle librerie, e viene ristampata, con la sola aggiunta di un bel ritratto della poetessa, nel 1903, dalla Casa editrice nazionale Roux e Viarengo (Torino-Roma), in 277 pagine, formato cm 17x23. Il 28 novembre 1901 a Napoli dove, tra gli altri, riceve gli auguri di Giosue Carducci, sposa l’ingegnere umbro Guido Pompilj (che fu deputato del primo Collegio di Perugia, sottosegretario di Stato al Ministero delle Finanze, al Ministero degli Affari esteri e per due volte eletto plenipotenziario all’Aja per il Congresso della Pace, nel 1899 e nel 1907) e si traferisce a Perugia. Nel 1908, dedicata al marito, esce la raccolta Nuove liriche. Nel 1910 fra il 7 e l’8 maggio, dopo breve ma gravissima malattia, V. Aganoor muore in una clinica privata di Roma e, poche ore più tardi, in una stanza attigua della stessa clinica l’innamoratissimo marito si suicida con un colpo di rivoltella. Uscirà postumo, per i tipi di Le Monnier a Firenze nel 1912, il volume Poesie complete (pp..458) a cura e con introduzione di Luigi Grilli, che comprende oltre al Canzoniere Leggenda Eterna, le Nuove liriche, un gruppo di poesie inedite “Rime sparse” e un’appendice di prose (“La Madonna e “Dal vero”).

Da questa edizione, corredata da un’ampia biografia del curatore, desidero trascrivere tre indimenticabili testi fra i molti, davvero suggestivi e profondi o perlomeno toccanti di Vittoria Aganoor.

Alla p. 311 in Nuove Liriche, “Casa natale” (dedicata alla sorella Angelica), malinconica, dolcemente melodiosa, ricca di riferimenti biografici, composizione particolarmente cara ai padovani:

Vecchia casa lontana, | aperta su quel prato | che il fiumicel chiudea come un monile | tremulo, rispecchiante | statue brune dal muscoso plinto; | e di là dal recinto, | di pennuti cantor reggia felice, | le folte, antiche piante, | verdi asili romiti, | per me, già sognatrice, | dispensieri di fascino e d’inviti; || vecchia casa non sai | fra le tue mura, quanto | albergasti fulgor di primavere! | I primi studi, il primo amore, il primo | schianto e il tesoro opimo | delle speranze, vergini immortali, | nemiche d’ogni pianto, | benedette chimere | di bellezza sovrane | che t’ornavan di fiori, e d’astri, e d’ali, | vecchia casa lontana. || Se talor voci o risa | di fanciulli odo in festa, | o d’usignoli canti nella notte; | se d’alberi fragranze, o reca il vento | dolce, velato, lento, | come a quei vespri suono di campana; | l’ore fuggite e rotte | riedono a me, vivace si ridesta | la memoria del mio primo soggiorno, | a te penso, te piango, a te ritorno, | vecchia casa lontana.

“Ad una bolla di sapone”, p. 340, lieve ironica metafora della fragilità dell’umano esistere e delle umane illusioni:

Dall’etere tu sali | veloce in grembo, variopinta sfera; | un soffio a te dà l’ali, | ti spegne un soffio; illusïon leggera, | nulla di te rimane. || Larva gentile, immago | sei tu de’ sogni e de’ pensati mondi, | onde lo spirto è vago; | anch’essi larve dai color giocondi | allettatrici e vane. || Tu dilegui non pianta; | ma di quei sogni, che il pensier riveste, | torna la speme infranta. || Perché, perché più delle tue funeste | valgon le sorti umane?

“Quando me porteranno”, p. 352, composizione che a noi suona inquietantemente premonitrice ed è rivelatrice del temperamento determinato e tutt’altro che accomodante della poetessa:

Quando me porteranno al camposanto | quelle funebri scorte | dai lenti passi e dai larvati volti | che adusate alle tombe ed a’ sepolti | più non curan chi passa; | quando dentro una cassa | m’affideranno a quest’estranea gente, | se ti ritorna in mente | che t’ho serbata fede | senza sperar mercede | in questa terra, e se ti sorge in core | un’ombra alfin d’amore–un sentimento | di pietà pel mio povero destino | fa’ d’essermi vicino! || Voglio vederti piangere…; vederti | pianger per me!…L’orgoglio | mio vilipeso, onde sofferto ho tanto | e degli occhi e del core il lungo pianto, | voglion questa vendetta: | sereno il cor l’aspetta | già da gran tempo e non lontana è l’ora… || Che risplendente aurora  | m’appar questo tramonto! | Come tranquillo e pronto | l’attende e lo vagheggia il mio pensiero! | Troppo già fosti altero - ; or, se nel mondo | mi fuggi, almen nell’ultimo cammino | fa’ d’essermi vicino. || Non pensar che là chiusa, e fredda, e morta, | io non t’abbia a sentire, | e che i momenti tuoi | vadan perduti. | Ché, se i morti son quivi e freddi e muti, | gli è che stanno ascoltando; | e più, ben più di quando | vedeano il sole intendono i lor cari. | Quanti rimorsi amari, | quanto postumo affetto | dal loro umido letto | vedon quei muti! È il solo acre conforto | che ad un core di morto – unico resta… | Oh rammenta, rammenta!E in quel mattino | fa’ d’essermi vicino.

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