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Risuona un ritornello nella camera oscura

Raboni scrisse sulla raccolta Camera oscura: «Ruffilli si pone cronista postumo che involontariamente usa la letteratura, la poesia, per evitare di dire più del necessario».

Ruffilli affermerà a fine silloge di non conoscere la nostalgia; il passato, trasferito in se stessi, è conoscenza dell’oggi… «un segno | il dato, ma non | memoria o nostalgia,di ciò che è stato | amato o non amato | comunque sconosciuto. | perduto totalmente, | caduto dentro | il suo finire in | quello stesso | essere fissato | prima di perire». (pag. 97).

Qualcosa diverge nei due assunti e offre spunto a molteplici letture che l’arte, in genere chiede in pegno per la sua immortalità. Ho avuto modo di evidenziare come lo stile della poesia di Paolo Ruffilli, sincopato e complesso, persino poco accogliente e spesso dilatato in una dimensione che potremmo chiamare “terza” rispetto alla razionalità e al sentimento, sia funzionale al contenimento del dolore, una transenna posta volontariamente ad impedire che quanto genera spaesamento tracimi e per necessità di depurare con generosità la comunicazione. Quest’ultima è forse involontaria ma fondamentale al lettore per cogliere quante vie di scampo, soste e abbeveraggi possa offrire la parola. Aprire un album di fotografie e, attraverso le immagini in versi, ridefinirsi insieme al lettore ogni volta e, ogni volta specchiarsi nell’oggi, carico di uno ieri nel gesto irrepetibile di uno scatto vero o immaginato, genera un’“immersione” empatica e circolare nei versi del poeta.

La camera oscura è anima della macchina fotografica e stanza nella quale vengono stampati i negativi Mi piace pensare ad entrambe le ipotesi come possibili. Colgo in questa raccolta l’affezione del poeta per gli interni, la solitudine senza conforto dalla quale si morde la vita nella sua essenza; come dire che essa è dentro di noi senza abbellimento, nascosta, segreta, pensata e reale perché “immaginata”. Spazi definiti si aprono ad accogliere le sue liriche e persino il cielo sarà suddiviso in “stanze” (le stanze del cielo, Marsilio 2008) ma “le stanze” sono anche canzoni, musica, suono. È in questo atteggiamento musicalmente armonico che nella “camera oscura”, Ruffilli sviluppa i negativi dipingendone i contorni ed immergendoli nel contenitore poetico, l’unico dal quale può guardarli come e quando vuole ed asciugarli conferendo ad essi le tonalità che con gli anni hanno assunto. È questa l’unica possibilità perché una fotografia non sbiadisca, non si logori, non si impolveri e si faccia poesia superando il limite della definizione del gesto che ne decreterebbe la morte.

Le immagini, (messe in versi tra parentesi) diventano storia familiare nella loro prosecuzione in versi che le carezza, le avvolge, le rimanda al cuore da dove in verità è partito il desiderio di riguardarle.

Ed ecco che il «il charleston di raso | con fiori di paillette | e frange di perline | sulle gambe nude» sbiadiscono al passare del tempo «…Fattasi figlia | di suo figlio | gli pesa in braccio | ora. Lo attorciglia | ridiventa piccola | ossuta e smunta |… eppure dilatata | su lui che è stato | il frutto amato» (pagg. 20–21). Forse sono le note di una ninna–nanna quelle che seguono nel ritornello in cui la poesia adempie al compito arduo di fissarsi a «rivissuto e cura delle parole dimenticate nell’infanzia».

«il falchetto cacciavento | piomba a terra | in un momento» (pag. 23)

«1.4 del 18»

«le piacevano i viali | all’ora del passeggio | e gli ombrellini | aperti con il sole | …e dice che da allora | provava già paura, e | non più attesa, | per ciò che l’aspettava» (pag. 31).

Il poeta non evita di presentare se stesso, con la ritrosia che gli è solita pone il suo “io” ad inizio verso, come per non concedersi via di fuga, «nonostante lo stato | precario della sedia | immerso lì lo stesso | a combinare incroci | sul quadrante» (pag. 42), Ruffilli scrive la sua didascalia ma non c’è riferimento alcuno alla sua vita o ad episodi giovanili; il ricordo si amplifica nella confidenza al lettore della sua ricerca «la parola, per me, | veniva da distante | Un a priori, quasi, | l’avvertivo…» (pag. 42) della parola mai raggiunta proprio nel momento in cui sembrava di averla afferrata.

“La parola liberata” è l’ossessione vera del poeta che ne avverte nel tempo l’inconsistenza a dire, l’insufficienza rappresentativa ed è questo il dolore poetico di Ruffilli che diventa lacerazione umana che accompagna la sua “camera oscura” nella quale la ricerca non è mai “verbo”, tradizione dalla quale Ruffilli è esule volontario, ma piuttosto tensione perpetua e creatrice e direi generatrice «mia madre, amata | e, per amarla, tenuta più lontano | taciuta e distaccata | in ogni piano, | sentita straripante | e spesa a rate… L’altro capo | del filo che mi tira, | la forza di un percorso | senza uscita».
Recensione
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