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Centenario della Grande Guerra
1915/18

La dichiarazione di guerra.

Nervesa Della Battaglia (Tv): Lungo le sponde del Piave, Il barcone (oggi) dei fanti italiani in controffensiva per l’attraversamento del fiume.

1 - La guerra degli analfabeti

\...\ Sicure l'Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l'onde.
Sul patrio suol vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

da “La canzone del Piave” di E.A. Mario 1918

Siamo giunti al Centenario della Grande Guerra, un conflitto tra nazioni che non aveva avuto uguali nel passato storico dell’umanità, sia per la quantità delle nazioni belligeranti sia per la novità delle trincee e delle micidiali, incorporee armi d’offesa (gas).

Sarebbe poi esplosa la nefasta replica con la seconda guerra mondiale ma questa rimane effigiata nella memoria a causa dell’empietà dell’olocausto, perpetrato questo in nome di una sedicente razza eccelsa.

Ci sarebbero stati, è vero, i due famigerati lanci della bomba atomica sul Giappone, un ordigno che l’umanità non ha mai considerato bellico, bensì strumento di ignobile genocidio, eppure, ai posteri sarebbe stata costantemente ribattuta la disumanità dell’olocausto distraendoli dalla spietatezza del nucleare.

Nella prima guerra, moltissimi civili avevano pagato con la fuga, con la fame e sovente con la vita, solo per la sventura di dimorare e lavorare nelle zone di scontro armato.

In totale, scomparvero sedici milioni tra combattenti e civili oltre ai più di venti milioni tra feriti e invalidati.

Nella seconda, uomini in uniforme di una nazione considerata civile, avrebbero dato impunemente la caccia ad altri uomini, inermi e non combattenti, di tutte le età, nell’infame criterio di far prevalere un’onnipotenza vendicativa, simile alle peggiori invasioni barbariche della storia.

Il risultato fu di oltre settantuno milioni di cui un numero elevato di civili, circa quarantotto milioni e cinquecento mila.

Tornando alla Grande Guerra, la cobelligeranza del nostro paese era invisa alla gente contadina, che in realtà era la maggioranza.

Nella gente, dicevo, era diffuso un forte sentimento di neutralità, specie tra le donne, le quali avevano ben altri problemi sociali da risolvere.

La maestra Rita Maierotti* di Castelfranco Veneto, esempio per tante, dislocata a Bari, qui svolgeva nel 1914 un’intensa propaganda antibellica e sbandierando la necessità delle lavoratrici di ottenere e difendere i propri diritti, inserendosi nelle agitazioni di massa del Nord Barese e del Foggiano.

Fu il primo ministro Antonio Salandra a comprendere l’umore popolare e dichiarare la neutralità italiana inimicandosi gli interventisti di cultura risorgimentale.

Tra i neutralisti c’era il futuro, storico capo di governo della Repubblica Italiana appena istituitasi nel secondo dopoguerra, Alcide De Gasperi.

Dopo aver svolto l’incarico di consigliere municipale a Trento, fu eletto deputato alla Provincia trentina e il 1911 al Parlamento naturalmente viennese, essendo cittadino austriaco in terra dominata dall’Austria.

Diversamente da Cesare Battisti, anch’egli eletto nello stesso anno deputato a Vienna, il quale nutriva forti sentimenti di appartenenza alla terra dei suoi padri, tali da disertare e consegnarsi all’esercito italiano per indossarne l’uniforme.

Catturato dagli austriaci, pagò con l’ignobile impiccagione nonostante avesse chiesto di morire da soldato, mediante fucilazione.

De Gasperi, invece, si sentiva cittadino dell’impero austro-ungarico e il suo pensiero politico andava a una sorta di autonomia per le sue terre, a uno stato libero pacificamente annesso in una federazione.

Le cose diplomatiche precipitarono e fu lo stesso Salandra, nonostante la maggioranza neutralista nella Camera, che dovette arrendersi alla volontà degli interventisti “capitanati” da V. Emanuele III.

Salandra aveva preferito esonerarsi dall’incarico ma il sovrano ne respinse le dimissioni e lo indusse a far votare i parlamentari a favore della concessione di pieni poteri al governo, il quale fu così implicitamente autorizzato a entrare in guerra, d’altronde già determinata dalla reggia.

Le donne rimaste a casa s’inventarono i lavori tradizionalmente maschili nei campi e nelle fabbriche.

Quel lavoro al femminile nei poderi che si sarebbe trasmesso alle generazioni future, specie in zone prevalentemente agricole quali il Veneto.

La convinzione che i presupposti non avrebbero consentito alla nazione di sopportare il conflitto e uscirne vincitrice, parve rendersi concreta con la rotta di Caporetto.

In questa linea, occorre ricordare, si fronteggiarono sei unità della Brigata Foggia di fanteria, operanti proprio sotto Caporetto, e sei unità rispettivamente della Brigata Puglia e della Brigata Napoli.

Coscritti spediti al fronte di una terra sconosciuta e per motivazioni patriottiche che non riuscivano ad abbracciare.

Nel tracciare il quadro sociale d’epoca, occorre precisare che essa è deflagrata cogliendo la popolazione italiana in uno stato culturale dimezzato; infatti, il grado d’istruzione indicava un grave analfabetismo, che toccava il cinquanta per cento nella Puglia affiancata dalla Sardegna e da tutte le regioni centro-meridionali a partire dalle Marche.

Il resto della penisola, tuttavia, specie il Veneto dei contadini, ruotando intorno al quaranta per cento di analfabeti, non poteva certamente essere considerato istruito.

Ai generali, però, a Cadorna prima di tutto, premeva per lo più che i fanti ubbidissero ciecamente e prontamente all’ordine di assalto suicida alla baionetta o di costituire una barriera di carne umana al cospetto del nemico.

Atti d’immane sacrificio, sovente inefficaci quando non inutili, aggravati dalla minaccia di fuoco amico alle spalle qualora indietreggiassero.

A Losson di Meolo, durante la Battaglia del Solstizio, occorre tuttavia precisare che l’immolazione dei soldati schierati, in gran parte sardi e meridionali, condusse ad arrestare con successo l’avanzata nemica e a riscattare Caporetto.

Un’Italia rurale, dunque, chiamata a guerreggiare e alla quale, in ogni caso, va il merito della grande vittoria grazie al loro tributo con la vita, che non era affatto eroismo collettivo bensì imposto martirio.

\...\ sul selciato langue raccolto
s’è macchiato sangue dirotto
mucchio di noi mai stati eroi. 1

L’analfabetismo delle truppe, invece, comportò l’adattamento delle gerarchie ad alcune soluzioni di rimedio, peraltro chieste a gran voce dalle famiglie e dall’opinione pubblica, se non si voleva che il morale precipitasse a scapito delle operazioni belliche.

La questione sorse, insomma, perché una massa d’illetterati potesse spedire e ricevere lettere, in altre parole far scrivere e leggere la corrispondenza con le famiglie.

Fu così che nelle retrovie, i soldati in turno di riposo dalle trincee, erano accolti da una sorta di volontariato formato da commilitoni, uomini di chiesa e studenti non ancora chiamati alle armi, i quali s’impegnavano a leggere il contenuto delle missive giunte da casa e a farsi dettare le risposte, tutte però sottoposte al vaglio della censura gerarchica.

Dai campi di prigionia sarebbe stata la Croce Rossa a svolgere quando possibile tale benevolenza.

Da aggiungere che l’analfabetismo ricorrente nella penisola muoveva, per via di logica, anche le famiglie a fornirsi di un lettore e di uno scrivano.

Il problema, comunque sia, era appena facilitato pur con l’intervento d’individui relativamente colti.

Al fronte, i numerosi dialetti che rappresentavano l’unico modo d'esprimersi dei soldati, imbarazzavano i volontari nel tradurre in lingua ciò che il soldato dettava a voce.

Sovente, qualora poco usi alla lingua nazionale, costoro riportavano sulla carta le espressioni dettate in un misto di dialetto e d’italiano sgrammaticato, consci che a casa avrebbero meglio compreso.

/.../ Di treviso angora non poso ricevere unna vostra lettere fatemi sapere Vie succeso qualche Cosa e pure viavette dimenticato \...\ (Leonardo (…) di Conversano alla sorella) 2

Accadeva che il lettore si trascinasse con difficoltà nel tradurre le lettere recapitate e scritte in dialetto o in un italiano maccheronico.

Ecco che cosa aveva scritto o dettato un genitore in una lettera indirizzata al direttore di un ospedale per problemi mentali nel quale era stato internato il figlio.

\...\ Caro delitore chi ave 3 settimane cunaio risposta di mio figlio Carlo Deliture Voglio sapere Dipunto Sicuro come va Mio figlio cula nerveggià di testo Caro Delliture Voglio sapere \...\3

* A.N.P.I Rita Maierotti

Nata a Castelfranco Veneto (Treviso) il 27 agosto 1876, deceduta a Castelfranco Veneto il 30 gennaio 1960, maestra elementare.

Militante socialista, dopo essersi diplomata insegnò a Spresiano (TV) e , dopo essersi sposata a vent’anni, rimasta vedova, si trasferì con due figli a Milano e quindi nel Mantovano, dove insegnò nella scuola elementare di Suzzara.

Nel 1915 l’insegnante, vinto un concorso, prese la via del Sud e a Bari continuò l’attività politica (soprattutto a tutela delle donne che lavoravano alla Manifattura Tabacchi), dopo essere passata nelle file del PCd’I, nel quale militava.

Essendosi di nuovo sposata (con Filippo D’Agostino, segretario comunista della locale Camera del Lavoro), la Maierotti, nel novembre 1922, partecipò col marito a Mosca al IV Congresso dell’Internazionale. Al rientro in Italia i coniugi d’Agostino furono arrestati. Rilasciata qualche mese dopo, Rita, (che a Bari partecipato alla difesa della Camera del Lavoro, quando la sede era stata assaltata dagli squadristi), si fermò a Roma per breve tempo sino a che, nel 1925, i D’Agostino (perseguitati dalla polizia fascista), decisero di emigrare.

Un breve periodo in Francia e in Belgio; poi, al rientro in Italia, un nuovo arresto, che per Filippo si trasformò in una condanna a 4 quattro anni di reclusione, seguita dall’avvio al confino di polizia nel quale rimase sino al 1932.

A questo punto, Rita era rimasta a Roma rinunciando ad ogni attività politica,sapendosi schedata per i suoi “principi sovversivi”.

Nel dopoguerra Rita Maierotti è tornata al suo paese di origine, morendovi in tarda età.

1 Versi sul monumento ai Caduti di Silea Treviso tratti da una composizione dello stesso autore di questa pagina.
2 – 3
da “Feriti nell’anima” 2008 di Nicola Bettiol

2 - La guerra dei poeti

 

Il giovane americano Harvey Ladew Williams si ritirò dalla frequenza all’Harvard College nell’aprile del 1918 per arruolarsi nei Corpi di Ambulanza e fu destinato in Italia, scacchiere della Grande Guerra.

Nato nel 1900, certamente non era ancora un adulto ma continuava a cercare, come accade tra adolescenti, la sicurezza in solide relazioni amicali e nei gruppi.

D’indole romantica, da maggio a dicembre operò in soccorso degli italiani durante la battaglia del Piave, donde ne sortirono vincitori.

Nel medesimo corpo della Red Cross americana operavano volontari i futuri illustri scrittori il diciannovenne Ernest Hemingway e il ventiduenne John Roderigo Dos Passos, quest’ultimo dirottato dal fronte francese.

Harvey Ladew Williams Ernest Hemingway John Roderigo Dos Passos

Invero, letterati e artisti di diverse nazionalità, già affermati e non, erano accorsi infervorati nella guerra europea a recarvi l’aiuto umanitario sotto l’unica bandiera della Croce Rossa e la loro presenza ispirò giornalisti e vignettisti in patria, mai però caduti nella faciloneria dei luoghi comuni.

Molti ancora giovanissimi, si contavano compositori musicali, quale il più che quarantenne Maurice Ravel autore del celebre “Bolero” e vari artisti quali il diciassettenne Walt Disney, il ventenne René Clair, il trentenne Jean Cocteau, il ventiduenne A. Joseph Cronin autore del romanzo “La cittadella” noto in Italia perché ridotto dalla Rai nello sceneggiato televisivo del 1964.

Maurice Ravel Walt Disney René Clair

Hemingway nutriva intensa amicizia per il giovane tenente Edward Mc Key, primo caduto americano sul fronte veneto, e del quale fu comandato in sostituzione a Monastier di Treviso.

La sua morte per granata avrebbe talmente sconvolto l’autore di “Addio alle armi” per cui si può azzardare la tesi che quando nel 1961 si tolse la vita, esplodendosi un colpo di fucile in pieno volto, lo avesse fatto “in memoria” dell’amico.

Jean Cocteau A. Joseph Cronin Gabriele d'Annunzio

Nella vicina Roncade, il destinato popolare romanziere ebbe la possibilità di ascoltare le parole di Gabriele D’Annunzio di cui era fervente ammiratore e a Fossalta di Piave chiese d’essere battezzato dal cappellano Giuseppe Bianchi.

“Io vorrei essere seppellito lassù, lungo il Brenta, dove sorgono le grandi ville coi platani, giardini. prati, cipressi \...\ Io sono un ragazzo del Veneto \...\” ha lasciato scritto Hemingway in una sua opera.

Quando Harvey Ladew Williams fu rimpatriato, riprese gli studi cambiando indirizzo scolastico e si aggiudicò il Diploma d’Ingegneria Elettrica.

E come Hemingway, ritornò nel nostro paese.

Lo fece negli anni Cinquanta, colto da italica nostalgia, a ripercorrere quei luoghi che lo avevano visto volontario della Croce Rossa in ampio spazio operativo, così da poter allora scattare innumerevoli fotografie che a casa avrebbe poi catalogato in un book dal titolo “Pictures of Italian Front 1918”.

Immagini che raccontano con minuzie di vedute i campi, le case e le contrade delle terre venete che Harvey aveva calcato in tempi bellici, oggi scomparsi o rimodellati così da non essere più riconoscibili se non si pongono a paragone iconografico con le primitive.

L’idea di curarne una pubblicazione in Italia si è rivelata straordinaria poiché non è stato certamente semplice raccogliere e rimontare le foto richiamandole di là dell’oceano.

L’illuminazione dei curatori ha permesso di ricostruire un non comune album-documento e l’averlo corredato di significanti introduzioni letterali e inserimenti epistolari va ben oltre la media per ogni opera del genere, in virtù di bontà e valenza culturali.

Al breve inserimento storico qui tratto dai qualificati interventi del book, e alcune righe di riflessioni, fanno seguito alcuni passi dalle lettere del “ragazzo in divisa” indirizzate alla madre.

\...\ La ritirata militare dell’ottobre-novembre 1917 viene invece accompagnata dalla fuga di quasi 250.000 civili dal Friuli e dalle province venete poi occupate fino a Vittorio Veneto \...\ da città come Padova, Treviso, Vicenza e Venezia \...\ Nel Basso Piave, nel Distretto di S. Donà di Piave, sono censiti oltre 25.000 profughi su quasi 50.000 abitanti. Non è possibile organizzare una partenza ordinata di questi civili poiché si tratta di una zona molto vasta. I fuggiaschi partono dalle stazioni di San Donà, Fossalta, Meolo, Treviso e Mestre diretti in altre regioni d’Italia \...\

Tanti raggiunsero il meridione e il pensiero non può non andare al decano del giornalismo trevigiano degli anni Ottanta, il filosofo aforista e musicologo Remigio Forcolin, coetaneo di Harvey Ladew e di Hemingway, vissuto per quasi tutto il secolo XX, profugo a Reggio Calabria e in Sicilia nel dicembre del ’17.

Fu allora che partorì l’idea di utilizzare lo pseudonimo letterario “Conte di Aci Castello”.

Poco mesi prima di spegnersi, scelse la mia persona per dettare la propria biografia e malgrado non avesse fatto in tempo a esaurirla, grazie all’aiuto dei figli fu completata e si decise di darla alle stampe così come avrebbe voluto.

Il risultato è un toccante diario impregnato di ottocentesco romanticismo e di sana retorica di cui era riconosciuto maestro.

Harvey Ladew Williams a Casale sul Sile, luglio 1918

Lettere alla mamma di Harvey L. Williams

18 luglio 1918

Cara mamma,

\...\ Non mi è più arrivata alcuna lettera dagli Stati Uniti, ma a parte questo tutto è a posto. Andiamo a nuotare ogni giorno nel fiume Sile, a volte anche dopo cena, in serata c’è luce fino alle 9.30. Durante il giorno si suda un bel po’, prendiamo 20 grammi di chinino al giorno contro la malaria \...\ Oggi ero a circa 7 miglia da Venezia, sono riuscito a vedere i camini e le cupole ponendomi su di un’altura. \…\

25 agosto 1918

Cara mamma,

\…\ Abbiamo sempre buon cibo ma non sempre abbastanza, specialmente a colazione, che consiste in caffè e marmellata.
Ho avuto un paio di uova e “polenta”, una specie di granturco macinato finemente, a colazione e abbiamo mangiato pesche dopo una corsa nella polvere invece di bere acqua discutibile \...\

30 agosto 1918

Cara mamma,

\...\ Proprio qui è stato piuttosto calmo negli ultimi giorni, tranne ieri quando i tedeschi hanno cercato di abbattere i nostri palloni di osservazione proprio oltre la città [Meolo]. Hanno usato granate e la maggior parte dei colpi erano troppo corti e sono scoppiati sopra la città \...\

1 settembre 1918

Cara mamma,

\...\ Il brutto di questa posizione è che non vedi nessuno per quattro giorni e se succede qualcosa, ci sono almeno 8 chilometri di cammino per arrivare alla postazione più vicina \...\ Ieri, il ragazzo che mi ha dato il cambio a Meolo e mi ha detto di venire qua mi ha portato quattro tue lettere e una copia di Aerial Weekly \...\

18 settembre 1918

Cara mamma,

\...\ Abbiamo tolto un mattone dal muro e ci abbiamo messo un pezzo di tubo così adesso possiamo affermare di avere l’unica stanza con l’acqua corrente, nonostante scorra in una sola direzione: fuori!
Proprio ora sono ad una delle nostre stazioni, Millepertiche \...\ Otto o nove dei ragazzi hanno preso la malaria e uno di loro è ancora in ospedale a Milano, ma io fino ad ora sono sempre stato bene \...\
Prima di rincasare, deciso a non lasciarsi sfuggire l’opportunità di fotografare personalmente i luoghi studiati sui libri di storia, e forse affascinato dalle descrizioni dei combattenti italiani al fronte, Harvey si mosse solerte lungo la penisola sino a toccare il meridione.

19 novembre 1918

Cara mamma,

\...\ È alquanto bizzarro vedere quanto le persone siano più cordiali e cortesi man mano che scendiamo verso sud \...\

Bibliografia parziale

“Con gli occhi di Harvey” volume riccamente iconografico Edizioni Saisera 2009 curato da Rich Ackerman, Daniele Ceschin, Roberto Colletto, Dino Davanzo, Marco Fasan e Bruno Marcuzzo.

Un’opera che forse mai come in questi anni (Centenario della Grande Guerra) può essere, tra altre, oggetto di studio per servizi giornalistici e ricerche scolastiche.

3 - La guerra dei meridionali

Saletto di Breda di Piave. Trincea della Grande Guerra.

La ferrovia adriatica risalirebbe ai tempi delle tradotte che avevano trasportato i disgraziati ragazzi pugliesi alle armi, verso un olocausto per difendere da “Cecco Peppe” quelle montagne, pianure e quei fiumi sino allora ignoti alla loro conoscenza geografica.

Non mi riuscirà mai abradere dalla memoria Ciro, un vecchio reduce della prima guerra, il quale - parlo degli anni settanta in Puglia - saputo che avrei preso un treno lungo quella linea, esclamò, quasi rivolto a se stesso - L’adriatica! maledetta… porta dritta dritta al fronte! -

E pensai a quel Pasquale G. congedato perché impazzito durante un attacco alla baionetta, dove o avanzavi verso una morte quasi certa o ti arrivava una pallottola “amica”.

Rincasò per spegnersi delirando “all’assalto!” e la moglie, incinta, lo seguì dopo sei mesi.

E mi sovvenne quel giovane Radatti di Monte Sant’Angelo, inghiottito dalle trincee, introvabile in ogni cimitero di guerra e sacrario, nonostante insistenti ricerche del fratello futuro medico condotto.

Le sue ossa sono ragionevolmente stipate tra le altre d’ignoti caduti, d’ogni contrada d’Italia; un insieme di figli della stessa patria che nessuna politica potrà mai separare.

Sono storie identiche a tante altre di ragazzi del sud, che avrebbero così pagato l’unificazione con quelle terre a loro sconosciute per un’Italia una, libera e indipendente.

Non è per niente demagogia in queste righe, ecco cosa scrive il prof Oliviero Pillon, già presidente della Provincia di Venezia trattando le battaglie della vittoria finale \…\ ma lo scontro fu tutto affrontato dai valorosi sardi della Brigata Sassari \…\ dai battaglioni dei bersaglieri ciclisti, dagli Arditi e dalle brigate di fanteria, generalmente composte da soldati meridionali \…\

La trionfante controffensiva riscattava così, ove ce ne fosse stato ancora bisogno, l’onta calata dall’infamante dichiarazione del generale Cadorna, il quale dichiarò che la sconfitta di Caporetto era stata dipesa innanzi tutto dal tradimento delle brigate della Seconda Armata, provenienti dal centro-sud, additando severamente la Brigata Foggia assieme alle altre.

La cruda realtà, invece, avrebbe posto in luce l’imperizia strategica e l’incoscienza dello stato maggiore, Cadorna in testa, responsabile dell’inutilità di tantissimi caduti e invalidi.

Fu rimosso per lasciare lo scacchiere a Diaz, il generale della vittoria.

Il martirio dei combattenti meridionali avrebbe inoltre evidenziato un eroismo spontaneo e di rigoroso attaccamento allo spirito di corpo.

Lo comprova la lapide posta all’interno del comando della Guardia di Finanza a Manfredonia, sulla quale è immortalato, uno dei tanti, il ricordo del finanziere Nicola Galietta di Avellino, insignito di medaglia d’argento al valor militare (alla memoria) per essersi lanciato primo al contrattacco e contribuire così a fermare l’impeto nemico il 2 luglio del ’18 nella battaglia del Sile Piave Nuovo.

Quando si parla della Grande Guerra, il pensiero corre per istinto sia alle funeste trincee e ai bunker disseminati tra le Alpi e la pianura del nord sia alla popolazione triveneta immolata all’irruenza austro-ungarica.

Una soldataglia per un gran numero cresciuto nelle ristrettezze di famiglia, avida di vettovaglie e che ritrovava tra i casolari italiani ciò che non avevano mai avuto per i loro stomaci.

Viveri che, malgrado la loro nomea di gente civile e cristiana, strappavano finanche dalle bocche dei bimbi e dei malati.

Fatte salve quindi le giuste verità storiche riferite a queste regioni, ribattenti nella letteratura e nei film, può spesso accadere che ricercatori e studenti siano distratti dal focalizzare che popolazioni della costa adriatica, sino all’estremo sud, avevano dovuto subire violenti bombardamenti dal mare.

Lo patirono Termoli, Campomarino, Torre Mileto, Vieste, Isole Tremiti, Manfredonia, Barletta, Molfetta, Bari, Mola, Brindisi, Otranto.

Il golfo di Manfredonia, addirittura, è considerato essere stato il primo a saggiare il fuoco nemico e vi si consumò il martirio del cacciatorpediniere Turbine, che il 24 maggio, appena l’Italia ebbe consegnato la dichiarazione di guerra all’Impero Austro-Ungarico, intraprese battaglia sino all’estremo, contro forze superiori per onorare l’ardimento italiano.

Napoli sperimentò invece, nel marzo del ’18, lo storico bombardamento dal cielo, le cui bombe precipitarono dopo la mezzanotte dal dirigibile tedesco Zeppelin L. 59.

L’intento era di distruggere il porto e i siti industriali ma le esplosioni caddero sui tetti d’inermi abitanti colti di sorpresa, provocando morti e feriti.

Un’inaspettata pioggia mortale che schematizzava l’orrore di Pompei ed Ercolano.

L’episodio insinuò tra le popolazioni la psicosi del bombardamento dall’alto, che poi sarebbe divenuta una ricorrente, catastrofica concretezza bellica e che nel secondo conflitto mondiale avrebbe raggiunto il genocidio con la trista apoteosi dell’atomica.

La priorità di aver aperto la grande guerra dall’alto spetterebbe al solito D’Annunzio, che dal suo aeroplano, il 7 gennaio 2015 alle ore 16.30, riversò sull’austriaca Trieste dei volantini propagandistici pro annessione con l’Italia, accompagnati da alcuni getti di bombe.

Per chi non lo sapesse, il poeta, contrariamente a quanto si creda, non ha mai condotto un velivolo, aveva sempre con sé un pilota.

E fu lui l’ideatore – e redattore dei testi – dell’incursione di sette biplani monomotori SVA sulla capitale austriaca il 9 agosto 1918, dove furono lanciati manifestini tricolori inneggianti al valore italiano.

Un lancio simbolico per dire che, se avessero voluto, avrebbero potuto bombardare Vienna.

L’impresa riuscì a lacerare l’animo degli austriaci, convinti ancora della loro prossima vittoria.

Gli italiani furono precursori nel comprendere il valore bellico dell’aeroplano, infatti, furono i primi a sperimentarlo nella campagna di Libia del 1911-12.

La situazione di smarrimento sociale provocata dalla guerra in atto, per la quale uomini validi erano stati arruolati e tradotti alla frontiera, coinvolgeva in ogni caso tutto lo stivale.

Una grave recessione che equiparava le privazioni dei profughi dal nord a quella degli stanziali al sud.

Anna Centis di Spilimbergo in Friuli aveva scritto all’onorevole Francesco Rota, un politico delle sue parti, lamentandosi (parafrasi) del fatto “di essere stata menata a rifugiarsi in Cerignola senza nemmeno il necessario per cambiarsi d’abito e che pertanto si vergognava a uscire in istrada per cercare un incarico retribuito, che le permettesse di mantenersi con un minimo di dignità. Un lavoro con già scarse risorse e che pertanto lo vedeva sfumare per la poca possibilità che aveva essendo forestiera. Che nella cittadina pugliese era costretta a rifornirsi d’acqua con un costo troppo alto a confronto del sussidio di due lire assegnatole”.

Il prezzo elevato, in ogni caso, poteva allora significare essere il rimedio del possessore per soccorrere la propria famiglia.

Ad accrescere i supplizi nel centro-sud, vi contribuirono i persistenti sommovimenti sismici che costrinsero all’evacuazione abitanti di Rimini e dintorni, di Pesaro, di alcuni centri toscani, umbri e laziali, vi contribuì l’Etna con un’eruzione lavica da tre milioni di metri cubi.

Accadde di peggio: come se la natura volesse annunciare lo sfacelo che incombeva sulla penisola, giusto all’inizio dell’anno che apriva le ostilità, insomma il mercoledì 13 gennaio 1915 un catastrofico terremoto devastò il Lazio, la Campania e l’Abruzzo.

Le fonti riportano un totale di trentamila vittime, ben superiore di numero (settemila oggi) ai sepolti del recente sisma in Nepal.

A seguito della notizia sull’armistizio firmato a Villa Giusti, Padova, alle ore 15 del 4 novembre 1918, il senso di liberazione, troppe represso, si propagò fulmineamente dal nord-est al sud: qui l’arcivescovo Vaccaro di Bari radunò i fedeli per un glorioso Te Deum di ringraziamento mentre al Petruzzelli il maestro Rotella leggeva il testo del bollettino della vittoria accompagnato dal suono della marcia reale.

L’epidemia della “spagnola” che iniziava a imperversare quale terribile suggello della Grande Guerra, denominata appunto Grande Influenza, parve così fare meno paura in concomitanza con il generale sollievo della fine delle ostilità, con il ritorno a casa dei combattenti.

La conflagrazione mondiale aveva ucciso 10milioni d’individui, la pandemia, che non era contrastata da alcun attrito vaccinico, ne divorò invece 50milioni e solo nella nostra penisola si sarebbero contati 375mila ma è un dato che alcuni ricercatori avrebbero riportato quasi al raddoppio.

Le regioni meridionali d’Italia, Calabria, Puglia e Sicilia, ebbero assieme al Lazio il maggior numero di decessi e, riferita alle cittadine di media densità, si potrebbe asserire che il valore fu di quarantacinque decessi giornalieri nei sei mesi tra il ’18 e il ’19.

NdA
Ringrazio l’amico “di lunga data” il giornalista trevigiano Sergio Tazzer, già direttore della Rai di Venezia, per l’ispirazione a scrivere questa pagina stimolata dalla lettura della sua opera “Grande Guerra Grande Fame”.

4 - La guerra degli amici

Soldati italiani sull'Altipiano carsico.

24 maggio 1915. Il re Vittorio Emanuele chiama a raccolta le due forze armate “Soldati di terra e di mare, l’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è sonata…”

L’Aeronautica, come arma a se stante, non era ancora nata; gli aviatori provenivano dalle file dell’esercito e della marina.

Lo storico brevetto di pilota fu infatti rilasciato nel 1909 al tenente di vascelloMario Calderara.

Dalla straordinaria lievitazione dei fratelli Wright nel 17 dicembre 1903, lo sviluppo aeronautico in versione militare è dovuto principalmente alla perizia italiana.

Fu nel 1911, durante il conflitto in Libia, che il mondo conobbe la nuova macchina “più pesante dell’aria” grazie alle imprese degli aviatori italiani e poi merito delle grandi trasvolate sia in “solitario” sia in “formazione”.

In seno alla Triplice, i nostri aviatori scandivano le regole del volo e delle acrobazie belliche, magnetizzando gli alleati che imparavano mossi da una sorta di cameratismo quando non da sentimenti d’amicizia.

La risoluzione di separare l'arma aeronautica dall'esercito, rendendola autonoma, fu adottata il 28 marzo1923 col nome di battesimo Arma Azzurra.

In seguito, il 1º gennaio 1926, per volere di Vittorio Emanuele III, fu ridefinita Regia Aeronautica, dotandola di Stato Maggiore con a capo il Generale di divisione Pier Ruggero Piccio.

Tornando al fatidico 1915, oramai si era deciso a entrare in guerra al fianco dell’Intesa, abbandonando gli alleati della Triplice, i quali avevano pur promesso al ministro Sonnino che per il proseguimento dell’alleanza avrebbero concesso Trento, Rovereto, Riva e Tione, avrebbero corretto i confini orientali riconoscendo all’Italia i territori di Gorizia, Gradisca e l’arcipelago delle Curzolari.

La nostra nazione, per aver disertato l’alleanza, fu così raffigurata allegoricamente dai tedeschi e austro-ungarici simile a un brigante dotato di armi raccattati e con tanto di cappellaccio.

Il cameratismo aeronautico e l’amicizia con gli amici tedeschi si erano così disfatti: gli uni e gli altri si sarebbero ritrovati a duellare nel cielo sino all’ultimo sangue.

Sarebbe ancora accaduto in Jugoslavia alla fine del secolo quando, allo sgretolamento dello stato, si sarebbero ritrovati a combattere sino alla morte compagni d'armi di un’unica forza armata divenuta invece una sorta di trappola, dove ognuno si era votato a essere nemico di tutti.

Una signora croata, italianizzata per matrimonio, raccontava che da ragazza, figlia di un ufficiale, la sua casa ospitava abitualmente commilitoni del papà, provenienti dai diversi stati della repubblica, tutti assieme in compagnia conviviale a discutere di questioni politico-militari.

Allo scoppio del conflitto, però, concludeva visibilmente commossa, si sarebbero inspiegabilmente massacrati a vicenda; ma la stessa guerra, si sa, è inspiegabile che scoppi.

L’amicizia, questa volta alimentata dalla medesima passione per la montagna, accomunava guide e scalatori di tutta Europa, tanti italiani, i quali si radunavano tra i rifugi alpini in calorosa brigata.

Sepp Innerkofler, una ricercata guida austriaca, era molto conosciuto nell’ambiente e ognuno vantava d’essergli amico, rivelando leggendari episodi sulla sua attività.

Il 1915 si ritrovò, suo malgrado, a indossare gli abiti del combattente, insoliti rispetto a quelli abituali di scalatore, pronto al dovere di far fuoco sui suoi vecchi amici italiani.

La domenica del 4 luglio era in una squadra, intento a scalare per raggiungere la base del Paterno, assistita dal fuoco austriaco di copertura.

La vetta era già stata raggiunta da una postazione italiana che contrattaccò con una fitta sparatoria.

Sepp riuscì a guadagnare una posizione riparata, immediatamente sotto la sommità e da lì a lanciare tre bombe contro i nemici.

Tra questi c’era una vecchia conoscenza, l’alpino Pietro De Luca, il quale, con il capo sanguinante, apparve improvvisamente al cospetto della guida.

Privo di arma da fuoco, accecato dall’euforia bellica, gli scagliò addosso un masso, tale da farlo precipitare morto nel vuoto.

Il corpo andò a incastrarsi dopo poca distanza, nel sottostante camminamento Oppel.

I nostri alpini raccolsero pietosamente la salma del loro “istruttore” civile e lo inumarono dignitosamente sul Paterno, dove rimase sino alla fine della guerra, quando fu ricondotto a casa.

La notizia della sua morte aveva fatto il giro del mondo alpinistico dove, dopo l’amarezza, nel dopoguerra sarebbe rimasto un vuoto incolmabile.

La guerra dei Ragazzi (V)

Molino della Sega, Breda di Piave (Treviso)

Il 24 ottobre 1917 le truppe italiane furono soverchiate a Caporetto dall’offensiva austriaca potenziata da sei divisione tedesche, donde dilagano nella pianura veneta.

Coloro che erano scampati miracolosamente al fuoco furono decimati dal fosgene, gas che comportava morte istantanea.

I nostri si ricompattarono sul fronte del Piave.

La sconfitta comportò la defezione del generale Cadorna capo di stato maggiore sostituito dal generale Armando Diaz.

- Non mi farò mai piegare – aveva detto – io non sono uno loro simile -

Cadorna continuava ad accusare i rossi e i neri in seno alle truppe i quali a suo giudizio avevano diffuso il disfattismo.

- Un’unica via è aperta al cospetto del nemico, o l’onore o la morte – era riportato sulla sua circolare – Chi si arrende subirà la pena capitale a fine conflitto e chi indietreggia sarà colpito dai proiettili dei nostri carabinieri -

In verità il generale non aveva prestato la dovuta attenzione alle operazioni dei suoi sottoposti, i quali difettavano grandemente di coordinamento.

Infatti, oltre alla sua persona, dovettero subire l’inchiesta altri cinque generali, Badoglio, Bongiovanni, Capello, Cavaciocchi e Porro.

Cadorna, tuttavia, uscì di scena impettito.

Dopo appena cinque giorni dalla catastrofe, il governo retto da Paolo Boselli rassegnò le dimissioni e s’insediò Vittorio Emanuele Orlando.

Boselli, convinto interventista, era entrato in gioco con la caduta di Salandra; sarebbe tornato in auge nel’22 schierandosi con i fascisti.

Il neo-premier Orlando, ricorrendo anche alle sostituzioni, pose in atto ogni potenzialità della nazione allo scopo di trarne tutte le risorse necessarie, le quali riuscirono in realtà a evitare il peggio.

Non solo, il 24 ottobre 1918 – esattamente un anno dopo Caporetto – le truppe italiane scatenarono la controffensiva sul Piave, e occuparono Vittorio Veneto incalzando gli austriaci in rotta.

Il 3 novembre successivo a Villa Giusti in Padova gli austriaci siglarono l’armistizio con resa incondizionata.

L’impero austro-ungarico era in agonia

Praga e l’Ungheria si ritennero liberi di sciogliere i vincoli con Vienna e si dichiararono indipendenti.

Nella stessa Austria la sconfitta comportò la fine del regime e venne dichiarata la repubblica a seguito dell’abdicazione dell’imperatore Carlo che si era avvicendato a Francesco Giuseppe consorte della leggendaria Sissi, deceduto il 21 novembre.

A che cosa e a chi era dovuta la vittoria finale.

Certamente alla migliore strategia posta in campo ma occorre ricordare il rinnovato impeto dei veterani e oltremodo l’invio al fronte dei “ragazzi del ‘99”, cioè le reclute nate nel 1899; il primo contingente di 80.000 unità fu arruolato all’inizio del ’17 maggio seguito dal secondo di 180.000 a maggio.

Tra questi giovani sono da ricordare il pittore romagnolo Maceo Casadei, artista figurativo di tradizione ottocentesca, scomparso nel 1992 e lo scrittore analfabeta siciliano Vincenzo Rabito, scomparso nel 1981, autore del volume autobiografico “Terra matta” scoperto molti anni dopo la sua morte e pubblicato nel 2007 da Einaudi.

Questa frase è tratta dalle sue pagine «Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare»

Lasciamo che sia lo stesso generale Diaz a parlare di questi ragazzi; egli scrive che

“Molino della Sega 16-17 novembre 1917.
Giovani soldati della classe 1899 hanno avuto il battesimo del fuoco.
Il loro contegno è stato magnifico.
Io voglio che l’esercito sappia che i nostri giovani fratelli della classe 1899 hanno mostrato di essere degni del retaggio di gloria che su di essi discende.

Zona di guerra Li 18 novembre 1917
A. Diaz”

La guerra delle donne

Avevamo già trattato, quale esempio, la biografia di Rita Maierotti, insegnante veneta d’origine, che a Bari, dove era stata trasferita per aver vinto un concorso, operò nel 1915 a tutela delle donne.

Sulla lodevole e insostituibile partecipazione delle crocerossine, sovente sacrificatesi sino alla morte, poi, molto si è scritto.

Per tutte ricordiamo la milanese Sita Mayer Camperio, pioniera crocerossina che, dopo aver operato sulla nave ospedale Menphi durante la guerra di Libia (1912), si distinse durante la Grande Guerra e pertanto le furono assegnati continui riconoscimenti.

Sino a tutto il 1918 furono impiegate ben milletrecentoventi crocerossine e, senza meno, il loro sacrificio divenne eclatante quando si trovarono a fronteggiare la catastrofe del Monte San Michele, teatro di ben cinquemila caduti su ottomila combattenti, vittime dell’infame gas asfissiante al cloro, i cui sintomi erano ancora sconosciuti ai medici, impotenti a intervenire.

I moribondi, con gli occhi distorti, le labbra schiumose e il respiro ansimante, invocavano la morte liberatoria al cospetto delle attonite infermiere, tutte prodigatesi ad alleviare almeno il supplizio, pur a rischio delle loro vite.

Donne eroine, però, si contavano anche fuori della Croce Rossa, come la ventenne Luigia Ciappi di Rosarno, che si travestì da soldato, si intrufolò tra i richiamati e riuscì persino a seguire il prescritto addestramento a Firenze ed entrare nel 127° Reggimento “Firenze”. Fu scoperta dai commilitoni durante la tradotta verso il fronte e arrestata. In ogni caso rincasò esente da ogni reato, rilasciata poiché fu solennemente considerato il suo amor patrio.

Lungo le rive dell’Adige accorse la ventiseienne Maria Abriani a porre ausilio agli ufficiali italiani, indicando la posizione giusta dove osservare il nemico e poterlo ben affrontare. La giovane si prodigò rischiando più volte di essere colpita ma alla fine riuscì nello scopo, tanto da ricevere la medaglia d’argento.

In Friuli, la portatrice Maria Plozner Mentil aveva accettato di portare rifornimenti ai ragazzi in montagna assieme a tante sue compaesane, utilizzando il familiare gei una sorta di gerla tradizionale nel territorio. Cadde colpita a morte e decorata d’oro.

Ma le donne in guerra furono certamente anche le seicentotrentamila i cui figlioli non fecero più ritorno, le trecentomila vedove e le centottanta orfane.

Le donne in genere, però, durante la Grande Guerra, dovettero adattarsi a ricoprire i posti vacanti lasciati dagli uomini. Esse, insomma, abbandonavano il loro tradizionale lavoro stagionale nelle filande e nelle risaie aprendo la strada alla novità di una composizione della classe operaia al femminile. Furono impiegate addirittura nel lavorare le spolette delle bombe.

Un lavoro però che le trascinava ad accettare paghe da fame e a depositare i figlioletti negli asili impiantati in gran fretta e pertanto malcurati.

L’istituzione dell’ora legale dal 9 maggio 1916, oltre tutto, sarebbe servita piuttosto ad aumentare le ore di luce e a protrarre così la giornata lavorativa. Motivo per cui, vedi le operaie a Schio nel Veneto, si lasciarono trainare dalle compagne politicizzate agli scioperi, vuoi a oltranza vuoi reiterati, sino a trascendere in una vera rivolta. Molte protagoniste dovettero allora pagare con l’arresto il loro ardire di guidare le proteste per reclamare il dovuto.

Un successo nazionale era stato però raggiunto a seguito dei tumulti popolari in cui le donne apparivano in prima fila, costringendo il governo a sospendere i dazi doganali per cereali e farine, causa il rialzo sui prezzi del pane e della pasta.

C’erano, tuttavia, altre donne, quelle della borghesia - meglio sarebbe dimenticarle - che vantavano la loro solidarietà agli uomini in guerra indossando per moda cappellini denominati “casco alla francese” o “granata a mano”, finanche osando infilarsi una sorta di pantaloni.

A ogni buon conto, in Francia, era accaduto che alcune donne si fossero per davvero impegnate a dare sostegno ai combattenti, conducendoli agevolmente al fronte a bordo di taxi che lo stato aveva requisito.

15/01/16

7 - 1916 L’occasione perduta

Saletto Breda di Piave Treviso - Ripristino trincea Grande Guerra ph FG

Cent’anni orsono, il 21 novembre 1916, si spegneva l’imperatore Francesco Giuseppe che occupava il trono asburgico dal 1848, ribattezzato Cecco Peppe tra la gente del nord d’Italia e nelle trincee, nomignolo che si diffuse poi in tutta la penisola.

La sua scomparsa aveva risvegliato la speranza di quei popoli asserviti dall’Austria, quali lombardo-veneti, cecoslovacchi e ungheresi.

I veneti, poi, i più diretti oppressi dall’occupazione bellica, che tra l’altro non dimenticavano l’assedio di Venezia del ’49, stilarono immediatamente un satirico testamento a nome “de Checo Bepo”.

El testamento de Checo Bepo.

Me sento la morte vicina, i rimorsi me distruge, vegnì qua notaro, scrivè le mie ultime volontà:

1. Ghe lasso, prima che i se la toga, Trieste a l’Italia.

2. Trento e Istria ghe le lasso a la stessa ingrata Italia pur che sta perfida nazion me rispeta Viena, ultimo avanzo del mio infelice impero tuto mosaico.

3. Ghe lasso Gorizia col pato che sia rispetada la forca unico conforto e sostegno de la mia vita.

4. La Dalmazia laso che la deventa pur italiana pur che sia distruto el monumento del fedifrago Nicolò Tommaseo che ghe xe a Venezia.

5. Tute ste disposizion vogio che le sia rispetae co la garanzia che quando Trieste sarà ocupada da l’Italia no venga inalzà in quela cità el monumento a Oberdan, orida ombra, tormento e rimorso de tuta la mia vita.

6. Desidero che in logo de una crose sora la mia tomba sia inalzata la stessa forca che ga servio per Guglielmo Oberdan.

Firmato Checo Bepo

Per copia conforme Gostin Bordelo”

Consorte di Francesco Giuseppe fu l’imperatrice Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach conosciuta poi come Sissi grazie al successo cinematografico della sua storia di vita, in ogni modo assai romanzata.

La sorella Maria Sofia era divenuta regina nel regno napoletano, per aver sposato Francesco II di Borbone, l’ultimo monarca della dinastia.

Elisabetta era nata il 1837 e nel settembre del ’98 un inaspettato ma ben preciso fendente di pugnale pose fine alla sua esistenza.

L’assassino della sovrana, un anarchico italiano, Luigi Licheni dichiarò pubblicamente di averla uccisa «Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi».

Aveva appena toccato i sessanta anni ma di insanabile depressione per il duplice suicidio in cui era rimasto vittima il figlio trentenne Rodolfo, avvenuto a Mayerling,  Rodolfo, già sposato con Stefania del Belgio, conduceva una vita dissoluta che lo accompagnò a una grave malattia sessuale. Egli, senza tenerne conto, perse la testa per la minorenne baronessa Marie Vetsera la quale non tardò a ricambiarne la passione. L’appuntamento a Mayerling segnò la volontaria e tragica fine delle loro esistenze.

Tornando, dunque, alla morte di Francesco Giuseppe, sul trono imperiale salì Carlo I, figlio dell’arciduca Ottone d’Austria, d’indole con alone di misticità, tant’è che fu beatificato da Giovanni Paolo II il 2004.

Sua coniuge l’italiana Zita di Borbone – Parma figlia di Roberto l’ultimo duca di Parma.

Mori di polmonite ad appena trentacinque anni nell’isola di Madera, ritiratosi dopo la sconfitta e la perdita del trono.

Fu grazie a lui che per un buon lasso di tempo era parso che il conflitto mondiale potesse ricomporsi in un compromesso di pace.

Infatti, non solo Carlo ma anche il cancelliere tedesco Theobald Bethman Holveg ebbe l’identica idea di inviare agli stati belligeranti un invito perché si potesse cercare una qualsiasi soluzione per appianare i motivi che avevano scatenato la deflagrazione.

Ed è certo che tramite un parente acquisito dei Borbone-Parma, l’asburgico avesse già avviato segretamente delle trattative con Francia e Inghilterra.

In Italia, un considerevole gruppo parlamentare presentò immediatamente alla Camera quella famosa mozione di richiesta per una conferenza europea sulla rappacificazione.

Finanche il presidente statunitense Wodrow Wilson si espose apertamente in seno alla proposta dell’imperatore Carlo e del cancelliere.

Il nostro ministro Sonnino, però, la rigettò adducendo che aveva firmato un ferreo accordo a Londra con l’Intesa (Francia e Inghilterra), con il quale si sancivano le concessioni territoriali al nostro paese solo in caso di vittoria.

Intervenne tra l’altro Giovanni Amendola, politico, giornalista e accademico, che con un deciso articolo sconfessava tale proposta.

Finì che anche La Germania si votò alla “pace vittoriosa” che significava guerra a oltranza.

E cosi si combatté ancora per due anni, definendo il conflitto una strage globale senza precedenti.

NdA ringrazio l’amico prof Ernesto Brunetta di Treviso, per la conferma e la consulenza procuratemi attraverso le sue opere.

8 - Cesare Battisti una tragica allegoria.

Cesare Battisti condotto tra le strade di Trento pubblicamente ostentato prima d’essere giustiziato.
Da notare il suo atteggiamento a testa alta, di fierezza quale italiano che va al patibolo per aver voluto onorare la sua patria. E’ la scorta che invece pare depressa.

Il 18 luglio 1916, pertanto giusti cento anni in questo mese, sulla prima pagina del “Corriere della sera”, edizione del mattino, apparve la notizia “L’on. Battisti impiccato dagli austriaci – La cattura e l’esecuzione”.

L’articolo faceva purtroppo seguito a un’informazione da Zurigo, non pubblicata, che invece considerava Battisti prigioniero assieme all’avvocato istriano Fabio Filzi, questi arruolatosi negli alpini col grado di sottotenente e subalterno di Battisti.

La censura aveva inibito che i giornali scrivessero del loro imprigionamento poiché non erano giunte attendibili conferme.

Poi, però, da Innsbruck si ebbe chiara la certezza che il deputato di Trento, Cesare Battisti, fatto prigioniero dagli austriaci sul monte Corno in area del Pasubio, assieme a Fabio Filzi, era stato processato dal tribunale militare di Trento l’11 luglio e giustiziato il giorno dopo nella fossa della cervara, nel cortile della fortezza del Buonconsiglio 1.

Da sottolineare che i due italiani furono catturati dai Kaiserjäger, un corpo guidato dal trentino Bruno Franceschini, originario della Val di Non, il quale non si disdegnò nel riconoscere in quell’ufficiale suo conterraneo il traditore ricercato e di arrestarlo.

Non solo la corte marziale imbastì una farsa, calcando la mano per intendere che si trattava di un monito per tutti i sudditi italiani, ma addirittura i media austriaci magnificarono il boia Lang, fatto arrivare di proposito da Vienna, come se fosse stato un eroe.

C’è di più: Battisti fu condotto per le vie di Trento per essere ostentato e voracemente preda di fotografi e giornalisti raccolti dalla gerarchia.

Perché tutta questa incorniciatura medianica per Cesare Battisti.

Suo contemporaneo e conterraneo era Alcide De Gasperi, anch’egli eletto deputato a Vienna, il futuro, storico capo di governo della Repubblica Italiana istituita nel secondo dopoguerra.

Come avevo già riportato in altro capitolo, De Gasperi sentiva d’essere cittadino dell’impero austro-ungarico e il suo pensiero politico tendeva a una sorta di autonomia per le sue terre, insomma a uno stato libero annesso in una federazione.

Un’ideologia questa che si sarebbe riaffacciata, circa un secolo dopo, tra le ipotesi della Lega Nord in seno allo stato italiano.

Un concetto politico che verosimilmente non inquietava molto gli Asburgo e che forse sarebbe stata una clausola, se gli stati belligeranti, Italia in prima linea, si fossero per davvero seduti attorno a un tavolo, allo scopo di trovare una soluzione al conflitto, così come avrebbe voluto il nuovo imperatore Carlo I e il presidente americano Wilson.

Cesare Battisti, quale cittadino austriaco in una terra, il Trentino, ancora occupata, da consigliere municipale a Trento, passò deputato alla Provincia trentina e il 1911, infine, fu eletto al Reichsrat il parlamento viennese.

Il suo intento, piuttosto, era di poter operare all’interno dello stato a favore dell’irredentismo trentino.

Ai prodromi di quello che sarebbe stato il conflitto mondiale, il 1914, convintosi che solo una vittoria militare italiana avrebbe aggiudicato l’autodeterminazione nel suo paese, l’onorevole Battisti optò per l’arruolamento volontario in Italia dove fu inquadrato da ufficiale nel Battaglione Alpini Edolo, 50ª Compagnia.

L’agonia del Nostro ha quindi rappresentato per l’Austria l’espressione figurata, meglio personificata, insomma l’allegoria della diserzione italiana che aveva rinnegato la Triplice con l’Austria per stringersi con gli stati dell’Intesa.

La nostra nazione, infatti, per aver abbandonato l’alleanza, era raffigurata dai tedeschi e austro-ungarici simile a un grassatore fornito di armi accattonati e con il tipico cappellaccio.

Gli austriaci gliela fecero pagare crudelmente con l’ignobile forca malgrado avesse chiesto di morire da soldato, mediante fucilazione.

Stessa sorte toccò al compagno irredentista Fabio Filzi.

L’identica fossa dove ancora un martire, il sottotenente Damiano Chiesa, volontario nell’esercito Italiano, era stato giustiziato il 19 maggio tramite fucilazione.

Aveva ventidue anni e il generale Viktor Dankl si rifiutò di mandarlo al capestro non considerandolo spia e disertore per la sua giovine età,.

1 - NdA Una storia questa del toponimo Buonconsiglio che ci riporta con la mente a Benevento in origine Maleventum.
Già chiamato Malconsey (Malconsiglio) dall’oronimo del piccolo colle su cui s’eleva, a partire dal1300tale nome non venne più riportato, preferendo adottare un termine più positivo e così il castelloMalconseydivenneBuonconsilii(del Buonconsiglio).

9 - La guerra dei feriti

cartellino applicato ai feriti
Collezione storica del tenente americano Harvey volontario Croce Rossa in Veneto Grande Guerraph dal volume “Through Harvey’s

Alcuni storici definiscono la Grande Guerra l’ultima di stampo medievale ma nel contempo si accetta la tesi di un ammodernamento dei mezzi in campo via via che essa procedesse nei quattro anni.

I militi equipaggiati con semplici moschetti a un sol colpo assaltavano le postazioni nemiche protette da muri di filo spinato ma, ciò che più pesava, queste cominciavano ad essere dotate di mitraglie che lasciavano scampo a pochi.

E quei pochi si trasformavano in martiri, impegnando disperate lotte corpo a corpo, sacrificandosi con l’inutile ostentazione delle baionette, dei pugnali e delle mazze di ferro alla maniera dei duelli medievali, quando non con tirapugni e vanghette.

Poi arrivò la progredita tecnologia bellica del lanciafiamme, del mortaio e del gas asfissiante, oltre finalmente alla diffusione della mitragliatrice.

Il gas, chiamato Iprite o mustard dagli angloamericani, fu usato storicamente dai tedeschi nei pressi di Ypres; nella guerra che stiamo trattando, quale arma offensiva per le trincee era scagliato con proiettili che esplodendo lo spruzzavano a trecentosessanta gradi e la tragedia si aggravava dal momento che non era avvertito alcun odore.

Le comunicazioni, nientemeno, erano ancora affidate, quale eredità pesantemente arretrata, a messaggi consegnati agli emuli dell’emerodromo Filippi de (staffetta di Maratona) o lanciati attraverso piccioni viaggiatori.

L’immediatezza degli ordini era invece assicurata dall’utilizzo di razzi colorati.

L’uso della moderna telefonia, inventata da Meucci (brevetto 1871), pareva potesse risolvere molte delle difficoltà al servizio informazioni ma aveva la triste incognita dei cavi srotolati alla mercé del nemico, il quale indirizzava i guastatori per provvedere alla loro recisione, non senza alto rischio mortale procurato dai tiratori scelti, soprannominati cecchini dal gergo del trinceramento italiano.

Per i feriti iniziava un drammatico iter, in balia di infezioni trattate empiricamente negli ospedali e infermerie da campo prive di penicillina la quale sarebbe stata scoperta da Fleming un decennio dopo.

Non è falso quindi affermare che al fronte ne ha uccisi più la setticemia che i colpi diretti delle armi.

Era già accaduto nella campagna di Crimea dove i bersaglieri piemontesi caduti furono trentadue contro circa quattromila deceduti tra infermi e feriti, epidemia di colera compresa, su un contingente di ventimila.

Un inciso per ricordare che in località Kamari era stato eretto un ossario italiano, il quale sarebbe stato profanato e distrutto dai tedeschi nel secondo conflitto mondiale.

Dal 2004 è sorta a Gasforta una stele alla memoria.

La tintura di iodio e l’antinfiammatorio acido acetilsalicilico, questa cosiddetta aspirina, sintetizzata da Gerhardt nel 1853, non garantivano affatto di poter contenere le gravi suppurazioni.

Ma ciò non giustifica che le dotazioni individuali sanitarie ne erano sprovviste; l’Esercito italiano consegnava ai combattenti solo un pacchetto di elementari garze sterili.

La maniera ovvia di bloccare le gravi infezioni era pertanto l’amputazione, anche questa operata con sistemi raccapriccianti mediante strumenti quali il rudimentale seghetto come quello che tutti conosciamo.

La pratica anestetica era basata sull’etere che per la prima volta in Europa era stata impiegata nel 1846 dal dottor Lisaton e l’anno dopo all’Ospedale Maggiore di Milano.

La Sanità militare non era impegnata esclusivamente per i feriti nella carne, viepiù nel tentativo di curare i combattenti che sarebbero stati retoricamente e pietosamente indicati “feriti nell’anima”, ossia coloro che davano segni di nevrosi se non di follia, comunque in genere interventi al servizio delle nascenti sperimentazioni psichiatriche.

Il fenomeno si era esteso a seguito della ritirata di Caporetto per il conseguente imperioso comando del mal ricordato generale Cadorna, di guadagnare la vittoria a tutti i costi.

Il costo significava l’inutile perdita di innumerevoli vite umane e di molteplici casi di alienazione a esito di assalti suicidi.

Ma al generalissimo non bastavano le immolazioni; nel secondo anno di belligeranza ordinò la diminuzione del rancio passando dalle quattromilaottantacinque calorie ad appena tremila, eliminando la carne.

Una dedizione psichiatrica nuova per i sanitari, tant’è che al principio consideravano i soggetti vittime di predisposizioni genetiche, finché non prevalse la tesi del “fattore guerra” causa primaria del male.

Addirittura si era allargata la tesi “etnica”, di assegnare ai meridionali la predisposizione alle patologie mentali.

Anche questa smentita poi dalle percentuali assegnate ai combattenti ricoverati: per i provenienti dal sud davano in genere meno del venti per cento rispetto al cinquanta dal nord; per i soggetti d’altre regioni toccavano appena quella dei meridionali.

Eppure, in Italia, la sanità militare era partita col piede giusto, organizzando alla vigilia della guerra, un servizio di neuro-psichiatria nelle forze armate, edotta dalle informazioni giunte dal conflitto russo-nipponico.

I tantissimi casi di follia trattati nei manicomi sotto segreto militare sarebbero venuti alla luce, brutta e inaspettata sorpresa per le famiglie, quando finalmente è stato concesso di aprire le cartelle mediche e le corrispondenze al tempo inesorabilmente interdette.

Da aggiungere infine che la classe specialistica della sanità era propensa a credere, forse troppo filosoficamente, che le forme nevrotiche o di follia si sarebbero attenuate col concetto della pace, cioè alla fine della guerra.

Il danno era invece irreversibile, insanabile, e i poveri reduci ebbero un decorso peggiorativo pur congedati a casa e in tempo di pace.

10 - La guerra degli operai

ph Museo civico Risorgimento Bologna

Si è in guerra e occorre dare impulso alle industrie già esistenti, e fondarne di nuove, per fornire al massimo delle loro potenzialità l’armamento e i mezzi occorrenti.

Da ricordare che l’Italia, alla deflagrazione europea si sorprende prevalentemente agricola, infatti, la produzione di acciaio è di novecentomila tonnellate contro i diciassette milioni e seicentomila della Germania, i sette milioni milioni e ottocento dell’Inghilterra e i quattro milioni e seicento della Francia.

Lo Stato, una volta decretata la cobelligeranza affianco all’Intesa, nonostante le contrarietà della nazione, allo scopo di ottimizzare le commesse belliche istituisce nel 1915 il Ministero delle Armi e Munizioni, che si dirama con due uffici, l’uno per le ispezioni e l’altro per le richieste, con tre ripartizioni quali mobilitazione industriale, servizi generali, servizio tecnico armi e munizioni, e con tre direzioni: aeronautica, artiglieria e genio.

Gli uomini validi, sei milioni su sette, sono al fronte e di conseguenza sorge l’esigenza di mobilitare donne e minorenni, oltre ai contadini e agli artigiani rimasti in congedo.

Il numero delle operaie raggiunge duecentomila e si annoverano settantamila ragazzi entro circa un milione complessivo di reclutati.

Il dramma è che mentre gli imprenditori incrementano il capitale, ai lavoratori, con la motivazione dello stato di emergenza, viene tolto, anche se non è granché, ogni conquista sociale ed economica che il movimento aveva guadagnato con i propri sacrifici.

L’Ansaldo di Genova, per farne un modello, allo scoppio del conflitto conta un capitale di trenta milioni, incassandone cinquecento al termine di esso.

Dalla FIAT, col gaudio dei capitalisti, escono migliaia di quattro ruote e mezzi pesanti per l’artiglieria.

Una forte ripresa industriale alla quale contribuisce l’aver disciplinato la mano d’opera perfino a sedici ore giornaliere, abolendo fra l’altro le festività.

I disertori, sovente per un giorno, generalmente il lunedì e pertanto sono chiamati “lunedianti”, iniziano a preoccupare la classe dei padroni, i quali non si fanno alcuno scrupolo nell’avocare l’esercito.

Agli adolescenti figli di combattenti spetta l’erogazione di un sussidio, però sino al dodicesimo anno, l’età quando i comandi militari li conducono a faticare nella manutenzione stradale, nell’asportazione e trasporto di materiali, nel rifornimento ai soldati e quasi sempre percorrendo lunghi tragitti, alla stregua di deportati.

Chissà se c’era tra questi piccoli disgraziati chi avrebbe assaggiato il suo non lontano e tragico futuro per mano nazi-fascista.

La situazione umana dei lavoratori si avvilisce con l’aumento degli infortuni sino a toccare il raddoppio e c’era da aspettarselo: il numero maggiore delle vittime intorno al 34% si diffonde negli stabilimenti metallurgici e meccanici calando, ma pur sempre grave, nelle fabbriche chimico-esplosive, nell’edilizia e nei siti di estrazione.

Lo Stato, quindi, non sta semplicemente a guardare, e già sarebbe una colpa politica, ma emana brutalmente una legislazione che non solo modifica le regole dei turni di lavoro domenicali e del riposo, come si è detto, ma concede agli industriali di assumere, si fa per dire, migliaia di donne prive di garanzia e di trasferirle in fabbriche quasi sempre inappropriate al loro stato.

Si lavora sia di giorno sia di notte frantumando ogni norma precedente sugli orari e si adottano drastiche sanzioni per evitare allontanamenti dalle fabbriche, rifiuti di obbedienza e minacce, sguinzagliando la Guardia di città, una istituzione che sarà sostituita dal governo Nitti nel ‘19 con il Corpo della Regia Guardia per la pubblica sicurezza, la futura Polizia si Stato.

Identica severità punitiva identifica le pene comminate a donne e minori.

La sopportazione è all’apice, foriera naturale di contestazioni e scioperi, dove i padroni si trovano a fronteggiare il penoso comportamento dei militi al cospetto delle lavoratrici e dei piccoli.

Alla protesta si associano ingenti masse di operai, sospinti vuoi ideologicamente vuoi dall’estenuazione di un’annosa guerra, e invadono le piazze di Livorno, Milano, Napoli, Terni e Torino.

Esplode così la tragedia dei quarantuno morti a Torino, assassinati dalla repressione militare.

Una replica si sarebbe purtroppo evidenziata in piena repubblica democratica durante gli scioperi di Reggio Emilia nel 1960, in cui le forze dell’ordine, composte da trecentocinquanta poliziotti oltre a carabinieri, lasciarono sul selciato cinque dimostranti uccisi.

Ce ne furono altri sei in quei giorni, un po’ dappertutto nella nazione, colpa di un editto del primo ministro Tambroni che concedeva libertà di aprire il fuoco in situazioni di emergenza.

Misera rivalsa di popolo fu il risvolto del ministro dimissionato.

Genova aveva già dato il suo contributo nella serrata del 1904 con acerrimi scontri e feriti e il sospetto che i governi, guerra o non guerra, potessero limitare le attività sindacali era già incombente; il ministro della guerra scriveva a Giolitti denunciando il giornale “La pace”, pagine di vilipendio all’esercito e per creare l’odio nella gente.

Il 1901 in Italia erano esplose ben milleseicentosettantuno manifestazioni e allora il “Corriere Piceno” del 17 agosto aveva scritto, preconizzando tragedie umane “Se tutti questi scioperi quotidiani, anche di mestieri minuscoli, intendano, come sembra, a forzar la mano, noi temiamo che sieno destinati a sortire, poche eccezion fatte, contrari se non tristi effetti”.

Entrando alla Fiat – scrive un organo di stampa sindacale il 22 marzo 1916 - gli operai devono dimenticare in modo più assoluto di essere uomini per rassegnarsi ad essere considerati come utensili” .

E l’utensile quando si rompe, o non serve più, lo si butta via.

30/11/2016

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