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Geografia di un lutto

Un poema elegiaco

Siamo al cospetto di un poema, piuttosto che di una silloge. I versi, poi, avrebbero il sapore delle epigrafi e lo sarebbero state, nelle intenzioni dell’autrice, se avesse configurato ogni stanza al centro pagina, nella migliore tradizione epigrafica.

Lo ha fatto, ma in eccezionalità, come a pagina 46 e nella seconda strofa della poesia di Asolo, a pagina 50.

L’epigrafe, invero, è un’iscrizione di carattere commemorativo, senza limiti di spazio, ma la letteratura invece la preferisce quale citazione di un autore (o verso o frase o altro) all’inizio dell’opera, di una poesia, di un capitolo, per ricordare o testimoniare, ad ogni modo inerente e riportabile all’argomento trattato.

Allora, Geografia di un lutto è un’opera elegiaca. All’elegia, infatti, compete la tristezza per la morte o il dolore; tale sconforto, in ogni caso, deve includere profondi sentimenti d’amore e l’autrice li ha espressi alla perfezione.

L’elegia classica contempla sia composta in distici, ovvero strofe di due versi (esametro e pentametro). Carducci però l’avrebbe assimilata alla metrica barbara e, successivamente, sarebbe stata arricchita di ulteriori caselle sillabiche, sino al decasillabo, con o senza emistichi.

Maria Antonia Maso Borso, da poeta contemporaneo, non poteva che omologarla nelle composizioni d’innovata melodia, rendendola fluida di moderna ritmia, affidandola insomma alla sua sana poetica. E, nell’assumere ad esempio la prima pagina di “In hora mortis”, scorriamo una stanza ricca di settenari, con l’inserimento di due endecasillabi ed un quinario finale; una metrica ordinata dall’utilizzo della sinalefe.

Nei canoni dell’omologismo metrico quantitativo, i versi, rispecchiando la verbalità umana, vanno a ridursi metricamente, per omologarvi una sempre più stringente sofferenza, in ogni caso mai smarrendo estro, logismo e messaggistica proposti dall’autore; fenomeno, questo, che non ha nulla del verbalismo definito tale dalla semantica psicologica, per cui l’individuo cura la parola e la forma, trascurando i concetti.

La verbalità omologistica , sia ben chiaro, non può essere accostata alla successione metrica imposta dai sedicenti poeti del verso libero, i quali, per la loro fragilità culturale, abbracciano in realtà l’anarchia.

La nostra autrice, allora, ha ben assimilato la verbalità dell’omologismo poetico e ne fa un uso spontaneo, quasi connaturato in lei, tale da essere considerata tra i poeti dell’omologismo, ovvero mai rinnegando il patrimonio dei padri fondatori e degnamente operando perché riaffiori tra i freschi canoni della poesia, contribuendo magnificamente alla sua universalità.
Recensione
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