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La mercenaria
da Bianca Cappello ad Alvine Cassier

la Scheda del libro

Indice

Prefazione di Leonardo Vecchiotti
1 - Meolo 1563
2 - Firenze
3 - Parigi nel nuovo secolo
4 - .Milano e Firenze
5 - Napoli
6 - Siponto
7 - Napoli
8 - Ai confini con lo Stato pontificio
9 - Meolo
Postfazione di Elvira Saccotelli
Appendice a cura dell’autore
Bibliografia


1
Meolo 1563

La notte di S. Martino era da primavera ed in cielo pulsavano radiosi astri, un mirabolante contrasto nel nero infinito, che la luna non riusciva a sfumare.

I due giovani, incuranti dell’umidità, erano seduti sull’erba dell’argine, che cominciava a graduare nella golena.

Scrutavano in silenzio il placido fiumiciattolo, solcato in penombra da una teoria di piccole imbarcazioni, sovraccaricate di latte e di pane bianco, l’albus panificato dai pistòri; ed ancora di onti freschi sottili, il burro, di puìna, la ricotta, confezionati dai pestrinéri.

I prodotti sarebbero stati già serviti a pranzo, sulle tavole dei nuovi padroni e vecchi nemici, a Venezia.

Lo smarrimento dell’identità trevisana aveva aggiunto incombenze alla comunità di Meolo, ma se l‘accollavano con religiosa passività, speranzosi che, finalmente, non avesse mai epilogo quell’aura di pace, dopo le crudezze belliche dal ‘300 e fomentate via via dai da Camino, dagli scaligeri, dagli stessi veneziani e dagli Ungari dell’imperatore Sigismondo.

Bianca aveva abbandonato la camera ed era uscita di sotterfugio da Ca’ Cappello, dove trascorreva un breve lasso dai parenti.

Le era stata complice una sguàtara, fiera, nella sua adolescenza, di serbare l’indicibile segreto della padroncina e che s’era accampata al buio dietro il portale, guardinga e pronta a socchiuderlo appena vi avrebbe grattato; allo spuntare del sole intese la pericolosità del gioco.

La quindicenne Bianca, di Bartolomeo, apparteneva ai Grimani Cappello, sua madre una Morosini, siora Pellegrina.

I Cappello erano di casa nova, ovvero di fresca aristocrazia: un Paolo era stato eletto nei Tre Savi e un Vincenzo promosso Capitano Generale della Marina.

L’amante di Bianca, Pietro, era fiorentino, un Bonaventuri, bancario a Venezia nella filiale dell’istituto toscano dei Salviati, a Sant’Aponal, di fronte al palazzo dei Cappello, giusto per incontrare la nobile zovanèta e innamorarsene ripagato.

L’emozione d’attuare di lì a poco il progetto di fuga a Firenze, non permetteva che si lasciassero andare alle effusioni e preferirono discettare la loro epoca.

— I turchi vi hanno strappato gran parte delle isole egee ed anche Cipro sarà perduta... — mormorò Pietro, lanciando una pietruzza in acqua, che, al riverbero dell’astro, esaltava il disagio dell’essere stata distolta dal cheto defluire di minuscole increspature — nel futuro, dovrete faticare parecchio per mantenerla indipendente, la vostra repubblica.

Assa star — gli rispose Bianca, armonizzando il tono — ho sentito che si sta preparando un repetòn, una grand’armata con la guida del papa.

— Che non rimanga un sonno nella veglia 1. Parte della flotta di Carlo V è andata a sfracellarsi, così da sola, contro l’isoletta di Lipadusa e Pio IV non pare abbia l’energia… — sorrise a prenderla in giro.

\...\ che s’abbia a ritrovàr con numer pare \ di cavalieri armati in Lipadusa \ Una isoletta è questa, che dal mare \ medesimo che la cinge, è circonfusa \...\

S’esibì Bianca, riacciuffando e rimbalzandogli la dignità del proprio sapere.

Di Lipadusa, la maggiore delle Pelagie, oggi Lampedusa, si cominciò a parlare tra gli allora radi cultori delle lettere, come di un lembo leggendario, mitologico.

La si leggeva in un segmento degli epici endecasillabi dell’Orlando Furioso, che Bianca aveva recitato.

La prima stesura del poema era stata data alle stampe nel ’16, a firma del letterato Ludovico Ariosto, vissuto nella vicina signoria degli Estensi ed ivi morto nel ’33, a Ferrara.

— Se non questo papa, il prossimo — sentenziò lei, roncando la divagazione letteraria — oramai i turchi hanno tutti contro.

— Già, una lega europea — convenne il fiorentino, che si voltò ad osservarla, ammirato che la bimba potesse discutere così disinvolta di non semplici argomenti — mai lega al mondo, però, ha evitato i cicli della storia. Una o due battaglie vittoriose non altereranno ciò che sta per succedere; si dovrà convivere con i musulmani. Per adesso, tra la preponderanza spagnola, gli Asburgo e la Controriforma cattolica, la tua classe politica dovrà ricavarne una neutralità, e non sarà facile, se vorrà almeno salvaguardarla, quella secolare libertà. Il regresso è iniziato, amore mio, e la Dominante vivrà d’illustri ricordi, come una vecchia nobile...

S’interruppe per rialzarsi e cercare di scorgere il natante, che oramai prevedeva imminente.

— Intanto — riallacciò — il tuo doge Girolamo ha avviato nella nostra banca un credito per costruire una riposante villa qui a Meolo... presumo che non ce la farà a godersela, i Priuli vanno per le lunghe.

Il fiume, omonimo del villaggio, ritornò nell’inerzia assai prima del crepuscolo mattutino; il legno poté abbordare il punto prestabilito, un attracco di fortuna, il lavador per le donne, che v’andavano a ripulire i panni, e i due fuggiaschi s’affrettarono a montare.

Bianca, nel porvi piede, risentì la fragranza del saon de casada, che a Ca’ Cappello faceva odorare la biancheria di salvia, basilico ed alloro e, mentre Pietro l’avvolgeva con un tabarro per celarne la figurina femminile, anche per ripararla dal gocciare dell’umidità, come lui diceva, sbirciò la trifora del palazzotto, dal cui balconcino centrale, fin da pargola, soleva affacciarsi per il diletto di farsi vezzeggiare dai passanti.

Ai rintocchi del vespero, vi declamava come da un proscenio, largendo le parole alla natura pronta nello spegnere la gamma dei suoi colori, in obbedienza al prènce dei crepuscoli.

“Il tuo respiro afono ripercorre l’aria e al mio remoto alito riconduce l’ansia dell’insoluto panico.

Che sia l’amore avido o sentimento gelido dal tuo colore atono...”.

La cadenza delle sue note argentine enfiava l’incanto delle anziane dòne, le quali venivano a ricomporsi in drappelletti dirimpetto al palasso Capèlo, per ascoltarla, prima di processionare sulla passerella del fiumisèl e ritrovarsi tra i panconi della pieve.

Bartolomeo, so pare, aveva particolare amorevolezza per la figlia e capitolava quando lei s’impuntava nel voler recarsi in villa a Meolo.

Avrebbe avuto caro starle ognora drìo e rallegrarsi delle sue dizioni poetiche, se non avesse avuto gli affari, i fontanazzi del suo continuo gorgogliare, così nelle satire dei parenti ed amici quando descrivevano le ragioni del brontolare.

Bianca, sul poggiolo, in ogni modo, amava starci intere nottate, a ripensare la maniera di gabbare i genitori, per come le stavano concertando la vita; li udiva discutere del suo matrimonio con quel Tron o con quell’altro Malipiero.

Le venne in mente il suo sgambettare per il salone degli affreschi del pianterreno, divertendosi a strattonare le gonne durante i ricevimenti, soprattutto alle feste quando se copava el porçel.

Il rito di macellazione del porcello avveniva a dicembre.

All’alba, nello spiazzo antistante il gentilesco, i servitori approntavano i coltelli, i tronchetti ed il pentolone, poiché il porceler, accigliato per i troppi impegni, non poteva attardarsi.

I signori sarebbero scesi ad ammazzamento compiuto e, diversamente dal consolidato costume rurale, rare volte avevano visto la padrona raccogliere in un calieron il sangue che colava dalla carotide dell’animale; i Cappello lo demandavano alla cuoca più vecia, ché era lei a farne delle saporite tortine zuccherate e farcite di fichi secchi, agrumi, uva passa e pinoli.

Testimoni tradizionali dell’evento erano i tosatèi del contado, i quali, per l’occasione, calzavano savate di stoffa riadattata dalle nonne e che avrebbero preso posto nella stalla ad ingollare la colazione dispensata dal paternalismo nobiliare, e poi si sarebbero seduti all’aperto, a due a due, cantilenando e respingendosi con le mani nel gioco burata buratina.

Avanti che si procedesse alla conservazione della carne, i lavoranti si servivano la colazione in cucina con pancetta in gradèa e poche òmbre, perché non si ubriacassero, ma che li metteva in gioiosa baldoria.

I padroni, i loro affini, d’altro canto, si ripigliavano in sala, con la pasta appena tagliata dai lesagnéri e annaffiata con la malvasia di Cipro, a conferma del detto Chi lè vizin a la cusina magna la sopa calda.

Al pomeriggio, si spicciolavano dalle proprietà confinanti nuovi amici ad infoltire il brioso ballo sino a sera, sbocconcellando zaèti e centellinando un gotesìn de vin moscato dolce di Candia.

A quelle vivaci comitive partecipava uno scampolo del patriziato, quindi, irrimediabilmente, dame e cavalieri malignavano.

Bianca aveva capito che quando sparlavano sottovoce, il suo parentado era puntualmente coinvolto.

Era così venuta ad orecchiare che per il matrimonio Soranzo-Cappello, la dote era stata di 15.000 ducati, in soprappiù al paletto legale di 4.000 per i beni matrimoniali.

— La Caterina Cornaro n’ebbe 100.000, addirittura nel secolo passà, e nessuno osò ficàr el naso — irrise uno zio.

Che una Marietta Caravello, sposata Moro, aveva impiastricciato di pece il portone di Antonio Cappello e di Niccolò Tron, appiccicandovi delle corna.

S’era indignata per una scenata di gelosia fattale dalla moglie d’Antonio e con l’eco dei Tron; dovette piangere un decennio in esilio.

Che Bernardo Cappello, compare di nozze, aveva donato alla nipote del doge, Vienna, che andava in sposa a Paolo Contarini, una ponderosa catena d'oro.

Troppo, martellavano, a meno che non fosse stato per sdebitarsi di favori amorosi.

Che per le esequie di Giorgio Corner procuratore, Carlo Cappello, della Quarantia Civile, aveva proferito un necrologio assà longo e non laudato.

Si soffermava ad intercettare quelle dicerie, finché un famigliare del capannello, spazientito, non le ingiungeva di ritirarsi al piano superiore, scortata da una serva che reggeva el lumin a oio.

Dal poggiolo, s’incuriosiva a calcolare i movimenti delle coppie inghiottite dal boschetto, le quali mai combaciavano con l’appaiamento in società.

Una notte, ospiti alcuni intimi a palazzo, Bianca, desta nel veroncino della trifora, intravide una sagoma in rosso, che entrava di soppiatto nella camera della cugina più vecia e, il mattino, maliziosa, volle spiegazioni.

— Avrai visto el mazzariòl 2 — le rispose preoccupata e, con l’indice di traverso sulle labbra, di non dirlo agli zii, per carità.

— Perché dovrei farlo. Anch’io voglio strucàr chi mi pare.

— Dove si sbarca lo sai, è vero? — domandò il fiorentino al gondoliere, con tono d’autolatra, ispezionando vigile le sponde.

L’uomo annuì con cenni e fiatò un comandi!

— Madonna — riprese Pietro, accovacciandosi ai suoi piedi — rasserenami, ripetimi che sei veramente sicura di ciò che si sta facendo.

N’abbiamo di tempo se la serva non parla, immagineranno che sia tornata a Venezia, come ho fatto altre volte. Auspichiamo, invece, che a Firenze le cose si svolgeranno nelle tue certezze, che i miei, insomma, non rivendicheranno il diritto d’essere restituita.

— Abbiamo lo scudo dei Medici — le cantilenò — mia nonna, la più vecchia sarta a palazzo, era molto rispettata dalla duchessa Eleonora morta un anno fa per male ai polmoni, e ne hanno gran riguardo… e poi, credi che Cosimo non sguazzi nel buggerare i veneziani? In più — sciorinò umorismo, tanto per addolcire la cupezza del domani — in Toscana non hanno dimenticato che un tomo totalmente scritto da Rustichello sta facendo il giro delle corti a nome del veneziano Marco Polo...

— La prima volta fu in banca, ero con mio padre — s’inserì Bianca, non cogliendone l’ironia — Ci mettemmo gli occhi addosso e lui se n’avvide. Varda ti! mi sgridò in calle, se osi alzare il capo a quel tangaro foresto, toscano per giunta”. Dopo alcuni giorni scoprii che m’aveva sfogliato il diario e letto alcune righe, quelle dei versi di Gaspara Stampa che t’avevo recitato ai giardini.

“Qualunque dal mio petto esce sospiro, \ ch'escon ad or ad or ardenti e spessi \ dal dì che per mio sole gli occhi elessi, \ ch'a prima vista a morte mi feriro, \...\

Io son da l'aspettar ormai sì stanca, \ sì vinta dal dolor e dal disìo, \ per la sì poca fede e molto oblìo \ di chi del suo tornar, lassa, mi manca \...\”

Pensai bene di sedermi a tavola con il libro della poetessa scomparsa, che la sorella Cassandra aveva divulgato; stava in biblioteca, un regalo di costei a mio padre e così, da innocente, gli chiesi di commentarmi le strofe che avevo trascritto. La sua reazione fu di cavarmelo dalle mani, proibendomi di sfogliarlo, perché non sapeva che fosse per adulti. “Ancùo vedaren 3... la Cassandra!” minacciò e finì lì.

Bianca sorrideva nel parlarne, poi si rifece seria.

— Essere riportata indietro, potrà significare la segregazione, se non una cella monacale, per te poi...

— Doge e Cappello non avranno autorità lì da noi e da Firenze non s’esce privi di lasciapassare autografo di Cosimo — la riassicurò, ma un che d’arcano si diffuse nello stomaco.

Si rammentò dell’uccisione a Venezia di Lorenzino, rifugiatosi dai Soderini, sedicente patriota ostile alle tirannie, assassino del duca Alessandro de’ Medici.

Il regicida spirò tra le braccia materne; era stato accoltellato da due sicari prezzolati dal vendicativo Cosimo.

Quel sintomo che inquietava Pietro era che avrebbero potuto pareggiare.

Decorsero dalle acque meolesi per canalizzarsi nella Fossetta ed immettersi nel fiume grande, il Sile, immortalato da Dante nel Paradiso.

— \...\ E dove Sile e Cagnan s’accompagna \ Tal signoreggia e va con la testa alta \...\ 4 affettò Bianca.

— Madonna — sussurrò il giovane — non sei crucciata al pensiero di lasciare ricordi, gli oggetti a te più cari... vedo che non hai preso proprio nulla.

— Un ricordo è tale fintanto che lo ritrovi nel luogo dove c’è sempre stato.

Risalirono le anse silesi sino ad approdare alla pieve di S. Michiel, che trovarono allestita per la celebrazione del matrimonio segreto.

A cerimonia assolta, erano attesi da una carrozza-corriere della Salviati, contrassegnata dal logo, una specie di valigia diplomatica, che avrebbe spalleggiato il loro viaggio per Firenze, varcando la Parte del Padovano dopo il transito da Noale.

Aveva organizzato tutto il tutore di Pietro, dirigente della stessa banca, e fu l’estrema sua macchinazione.

Bartolomeo Cappello fu illuminato dalla verità e si ruzzolò allo sportello; aveva visto bene, il giovane Pietro s’era dileguato.

Si scaraventò nell’ufficio del sovrastante, che ciondolò sul divanetto riservato alla buona clientela; il poveretto stava trangugiando nel privato un tocchetto di sammartino, tipico dolce per la ricorrenza del santo, regaluccio di un accreditatario botegher, e mancò poco che si soffocasse, pervaso da catarroso abbaiamento.

Fuori s’era assembrata na brancada di residenti e passanti; un sior, che s’arrovesciava ansimante in banca, valeva pur il sospetto che qualcosa avesse fatto crollare il suo saldo e forse anche quello degli altri.

Chi aveva palanche depositate, nondimeno, vi si velocizzò già sgolandosi in campo che le rivoleva ndrìo tutte, sdrucendosi l’abituale comportamento dignitoso.

L’onor xe come el vento, el va fora per tutti i busi — osservavano le femmine del colmello, sagge d’antichi detti.

Il colmello era la più popolare manifestazione di vita in comune; estendendosi da quella famigliare, d’etimologia contadina, s’era omologato nel linguaggio urbano quale sinonimo di vicinato.

La zente trascinò Bartolomeo fin casa sua, malgrado si scalmanasse a svincolarsi ed a spintonare il fiorentino, spolmonandosi che doveva essere condotto alle Procuratie.

Pareva un marito ingannato, però maldicevano che per la propria moglie non avrebbe mai scagliato tutti que’ sighi, come ‘l mas-cio co ‘l fero a pònta che ghe tàgia le cane sóto gola... 5

Sedato il repentaglio, un sottoposto veneziano sentì il compito d’avvertire il principale che la faccenda non l’è farina da far ostreghe, ovvero che non era da prendere sottogamba, dal fatto che le palanche dei Cappello circolavano quali prestiti per finanziare alcuni lavori pubblici.

L’ira del padre di Bianca, infatti, era inestinguibile, oltremodo quando gli comunicarono che gli avevano discretamente decurtato il cumulo in banca e che lei aveva pure arraffato, dalle sostanze custodite in domo, ciò che era stato possibile, oro incluso.

Ipotecò una consistente somma per la cattura dei fuggitivi ed intanto ottenne dal doge l’arresto dell’anziano banchiere connivente, il quale, dopo un processo in direttissima, morì penosamente in carcere, d’afflizione, senza che un congiunto fosse corso da Firenze, se non di più, ad udire i suoi sospiri dal famigerato ponte.

1 - Da un detto fiorentino vale per speranza.
2 - Sorta di spiritello notturno. Vedi in Appendice “El mazzaiol e gli altri”
3 - Oggi vedremo... (quante gliene dirò a...) la Cassandra.
4 - A Treviso, poeticamente dove il Cagnan confluisce nel Sile, spadroneggia l’arrogante Ricciardo da Camino, figlio di Gherardo. Sul ponte che sovrasta il punto di confluenza, vicino all’università, è stata innalzata una stele che ne ricorda il canto.
5 - Non avrebbe mai lanciato tutte quelle urla come il maiale quando il ferro a punta gli taglia la trachea sotto la gola


2
Firenze

Cosimo I, il duca di Firenze, fece chiamare il figlio Francesco, il delfino, al quale avrebbe porto la reggenza l’anno dopo, e gli affibbiò l’incresciosa digressione della coppia arrivata da Venezia, che già aveva generato un putiferio diplomatico.

— Non è che ci duole la figuraccia dei veneziani, ma se questa Bianca Cappello non è veramente fuggita di propria volontà, abbisogna che la si riconduca al nostro personale asilo. Sarà lei, poi, a decidere se tornare o no in laguna... si comprende che cosa potrebbe capitare alla bimba.

L’acredine tra fiorentini e veneziani aveva genesi economica, ma non è affatto inusuale nella storia dei popoli.

Cosimo il Vecchio, l’avo tanto reclamato nei borghi di Firenze, erede di una ricca cassaforte, sotto accusa per mire fasciste dal Gonfaloniere asservito ai grassi, s’era impiantato a Venezia, dopo che, in virtù delle mazzette, gli era stata comminata la pena capitale in bando.

Nella Serenissima aveva collocato ingente danaro, investendolo nelle imprese e nel commercio.

Riscattata la signoria della sua terra, scelse di finanziare Francesco Sforza, che a Milano s’adoprava per la scalata al potere, dopo il decesso del suocero Filippo Maria Visconti.

La scalata era osteggiata dai veneziani, sempre più vogliosi d’entroterra, mirando la Lombardia.

Venezia, lividosa per lo smacco, pattuì una lega con Napoli contro Firenze.

Cosimo, con calma da filibustiere, richiamò tutta la valuta sia a Venezia sia a Napoli, mandando al fallimento imprese, che, in questi stati, davano peraltro da mangiare a tanta gente, coadiuvando, così, i governi in una politica di benessere comunitario.

Il futuro granduca convocò i trànsfughi e la cronaca non menziona l’effetto immediato che Bianca avrebbe determinato in Francesco, tuttavia, questi ne restò conquistato, forse suggestionato dalla reputazione che l’aveva preceduta.

Bianca gli avrebbe posato gli occhi fin nell’animo, esercitandovi ogni metodo, irraggiandovi una provocante equivocità che aveva tratto dalla cugina a Meolo; rimostrò ché il maltolto operato alle sostanze paterne fosse considerato quale appropriazione di una parte della dote.

— La Serenissima ti ha bandito dopo la scoperta del vostro matrimonio segreto nella pieve di… non so quale; qui potete risiedere indisturbati, ma ditemelo se fiutate d’essere pigiati da qualcosa o qualcuni.

Francesco, nel pronunciare la frase congedandoli, contraccambiò l’introversa eloquenza di lei, che non si scompose nemmeno per domandare se i suoi parenti s’erano rivalsi sul buon piovano di San Michiel.

Pietro, viceversa, a mo’ di soggezione, lo sommerse di felicitazioni per le sue prossime nozze con la soave Giovanna d’Austria.

Il signore gli fece grazia, ma lo sbiancò con un piglio sghembo.

— Che t’è saltato in mente — lo rimproverò stizzita Bianca nella confidenza del cocchio — lo sanno tutti che è costretto a prendersi una gobba malata, che non sorride mai e sopporta gli italiani... un uomo come lui.

Domiciliavano dai Bonaventuri, ma Bianca era insofferente alla quotidianità borghese, di non poter vivere nel proprio e adatto al suo rango.

L’età non l’induceva ad emulare la matura suocera, che s’imbellettava appena ridestata: stendeva sul viso una pasta bianca e, quando usciva, s’emendava con un rossetto corallino.

La domestica le ondulava i ciuffi con ferro caldo, che di notte teneva legati.

— Non t’addormentare sempre sullo stesso fianco — l’ammoniva ad ogni risveglio, esaminandola meticolosamente — ti farà una brutta tempia schiacciata e si dovrà dissimularla con dei fiori — e la giovane rivedeva in un lampo quelle matrone che passeggiavano presso il Palazzo con dei fiordalisi a gambo lungo sull’orecchio.

La padrona ignorava che la nuora veneziana, ogni notte, si cimentava a sfidare il sonno e la virilità di Pietro, addormentandosi all’albagia.

La truccatura mattutina fu visibilmente prolungata da quando Francesco, per un motivo o l’altro, praticava la cordonata che dava ai loro alloggi.

Non ce la faceva a negare al borgo l’evento, che la riaffermava nobildonna qual era e da ossequiare, ma non raccontava mai quanto fosse contrariata dal che, in assenza degli uomini, il de’ Medici prediligeva la compagnia di Bianca, con la quale si rinchiudeva a discutere delicate questioni di stato connesse all’esilio.

— Dovrai deciderti a diventare fiorentina — l’adescava Francesco — e s’è pensato d’accomodarti un palazzotto in Via Maggio, vicinissima alla Signoria.

Il signore aveva adottato la consuetudine di blandire la giovane con l’indice, facendolo strisciare dalla fronte sul dorso del naso e dal mento giù alla gola, dopo averne inseguito il disegno delle umide labbra offerenti, inibendosi al seno.

Bianca, come in un’etichetta, reclinava il capo all’indietro con gli occhi semichiusi e mai sottraendoli allo sguardo, fissandone il piacere.

In corresponsione alle speranze di Francesco, infine, Bianca, cadde permeata da travolgente eccitazione.

— Sior... messere, sono commossa dalle premure, la reggenza e i doveri coniugali non permettono tanta dedizione alla mia umile persona... mi basta essere amata — e si dispose fremente nel baldacchino.

— Piccina — irruppe stringendola a sé — si dovrà parlar chiaro. Dio sa quanto vagheggio ad averti duchessa di Toscana… — e, prima di dar voce ai gemiti, decifrò — non è sancito che ciò sia impossibile.

L’uno e l’altra non nascondevano affatto la carnalità dei loro appuntamenti.

L’amorazzo di Francesco de’ Medici con Bianca Cappello, ancora invischiata di clandestinità, era computato a far discutere l’Europa.

Pietro, perso l’impiego in banca, fu nominato maestro guardarobiere alla Signoria.

I Medici ricevevano sino alle tenebre, alla meglio quando non c’erano feste, e questo lo esentava dal talamo, se l’avesse trovato libero; negli avanzi, scovò di che consolarsi con la vedova di un Ricci, Alessandra Bonciani, arrivando ad atteggiarsi apertamente con lei, impudichi.

Da Venezia si sbraitava a quea puttana de Bianca e Bartolomeo, rabbioso, affogò pubblicamente in canale ogni ricordo di lei, l’unica consolazione, impotente a punirla.

Dall’Austria, Massimiliano II, spediva emissari a tutto spiano, ad esigere delucidazioni, e la sorella Giovanna, debole ed eternamente melanconica nei suoi appartamenti, gli mandava a dire di non immischiarsi a guaio avvenuto.

Matrimonio coronato il suo, però avverso religiose promesse di nubilato, conscia del proprio stato di salute, che la rendeva inetta nelle passioni terrene.

Non era affatto sterile, ma il maschio partorito morì tenero, ostia delle condizioni materne, sconfortando il consorte carente di discendenza.

Da Roma, il prelato Ferdinando, fratello di Francesco, minacciava agli adulteri l’inferno di questo e dell’altro mondo.

Le novelle esplosero così nello scandalo sulla bocca delle corti e Cosimo dovette intimare all’autore suo figliolo di spengere quel fuoco, il quale, di rimando, gli rinfacciò con garbo la sua tresca con la giovane Albizzi, che avrebbe cagionato l’inesorabile fine della madre.

— Avrai bevuto l’acqua di Fontebranda...1 — abbozzò il duca.

In una notte d’agosto, s’udì un grido strozzato dalla contrada, a babborivéggioli! 2; era stata di Pietro, che l’avrebbero rinvenuto ucciso.

A distanza di poco, la stessa sorte ricadde sulla sua amante Alessandra.

Un complotto, si stormì, complici Medici e Ricci, e neppure la milizia osò rivangare.

Avrebbero scoperto che Bianca aveva figliato un maschio, presunto frutto dell’ignaro Pietro e che lei non poteva smentire.

Francesco e Bianca, risoluti a non essere intralciati nell’anelato domani da un bastardo inquinante la dinastia, commisero il neonato ad un capocomico, dopo averlo battezzato Francesco, caso mai fosse un de’ Medici, ed avergli imposto il cognome Casier, sortito dal cervello della genitrice, dalle sue cognizioni geografiche venete.

Il sacrificio di quei due disgraziati, Pietro ed Alessandra, avrebbe potuto far rientrare il tutto nel senno della liceità, ma a Firenze non si tardò a rivedere Madonna Bianca, questa volta padrona del lussuoso palazzo innalzato a suo godimento nei giardini dell’Oricellari, andirivieni di Francesco, che dalla ventiquattrenne veneziana aveva reperito la veemenza d’assicurarsi il successore.

Il reggente Francesco aveva assunto il titolo di Granduca, che il papa aveva appena accordato al padre, già duca Cosimo, e Giovanna, aizzata dai suoi lacchè a far valere la posizione d’autorità universalmente riconosciuta, ribatteva che la granduchessa era e sarà la veneziana.

Si spense il 1578, d’aprile.

L’anno dopo, Bianca Cappello entrò trionfalmente a Palazzo Vecchio con il titolo di Granduchessa di Toscana.

Alle nozze partecipò entusiasta la sua famiglia al completo, precipitatasi da Venezia con dote di 100.000 ducati e di pergamena dogale che la insigniva Vera e Particolare Figlia della Serenissima.

Il sior pare Bartolomeo ed il sior fradèl erano stati fregiati Cavalieri, giustappunto per accostarsi titolati ai Medici.

A Firenze, il popolino fece loro silenziosa ala, ma un gruppetto schiamazzò — Fatti un buon nome e piscia a letto e’ diranno che hai sudato.

Si riferivano alla veneziana riabilitata dalla casata e dai connazionali.

Bianca singhiozzò di gioia solo tra le braccia della cugina più vecia, quella di Meolo.

— ‘Orpo, che mazzariòl ti gà — borbogliò, facendo trasfigurare di risata la sposa.

In quell’irripetibile opportunità di simposio famigliare, ognuno si premurava d’informarla delle innovazioni in patria: Antonio da Ponte fabbrica in Arsenale la Corderia; iniziano i lavori per il Tempio del Redentore 3 su progetto del Palladio, alleviando i veneziani dagli strascichi della peste e dall’incendio del Palazzo Ducale, tutto in quegli anni.

La granduchessa abbrancò quanto non fosse più venexiana allorché in cuor suo rilanciò ‘No vàe combàtar! 4

Nelle intense emotività, comunque, fiatava spontaneamente nella lengua del dose.

Lo scrittore Francesco Sansovino, figlio di Jacopo Tatti detto il Sansovino 5, pubblica “Venetia Città nobilissima et singolare” e dedica l’opera a Bianca Cappello.

Con propositi metaforici, vi scrive “il ritratto della più famosa, et celebre Città che sia sotto il Cielo”.

Ad onta, il cognato della sì cantata Bianca, cardinal Ferdinando, non s’era arreso: pretendeva o un erede o l’annullamento del matrimonio.

Ardì suggerire all’indegno suo fratello granduca d’abdicare per il supremo bene dello stato; avrebbe preso in mano lui la Signoria e loro avrebbero potuto tranquillamente scambiarsi le calorose espansioni.

Bianca sperimentò l’entusiasmo e la delusione di una gravidanza isterica e ciò contribuì ad arroventare la fratellanza tra il granduca ed il cardinale.

Taluni, inoltre, seminarono di calunnie la relazione tra il letterato Sansovino e la granduchessa.

L’acerrimo conflitto medicèo 6 si protrasse sino all’87, giorno in cui Francesco fu vittima di un letale attacco convulsivo.

La coppia villeggiava in Poggio a Caiano, con tutta la corte, nel sontuoso padiglione di caccia modellato da Giuliano da Sangallo, sulla destra dell’Ombrone.

Il giorno dopo, 20 ottobre, Bianca, a trentanove anni, lo seguì analogamente ed il loro romanzo ebbe così tragico compimento, con un’unica liturgia funebre.

Il dignitario della Chiesa ascese alla seggiola del granducato col titolo di Ferdinando I a trentasei anni; a quattordici era già cardinale, membro del Sacro Collegio.

In patria, non vollero convincersi del suo rammarico per dover disertare la principesca villa Medici in Roma, al Pincio, elevata con le sovvenzioni paterne, meglio, dei fiorentini, i quali, a ogni buon conto, gli schiusero esultanti le porte, invocandolo messere con le palle.

Ferdinando, pur tuttavia, aveva ereditato la sindrome iperuricemica dei signori, che si conclamava nelle crisi di gotta e lo costringeva ad una dieta ferrea, ma che egli trascurava a sintomi risolti; un circolo vizioso dannazione di famiglia e che, verosimilmente, era stata la concausa giustificatoria dell’improvvisa perdita di Francesco e Bianca, reduci da una scorpacciata venatoria.

Tra le repentine azioni da Signore, estromise i resti dell’aborrita cognata veneziana dalla tomba di famiglia.

1 - Da un proverbio toscano, l’acqua della fontana di Fontebranda, a Siena, toglierebbe il senno a chi la beve
2 - Esclamazione toscana che vale a rivedere il babbo morto!
3 - Il Tempio della Salute, invece, sarà innalzato da Baldassarre Longhena, a seguito dei 40 mila morti della successiva, funesta epidemia del 1630.
4 - Me ne frego!
5 - Il soprannome il Sansovino può far sorgere seri dubbi d’identità: Jacopo, architetto e scultore (Firenze 1486 – Venezia 1570), autore del Palazzo Corner, della Libreria Marciana... a Venezia, lo aveva ereditato dal suo maestro Andrea e passato in eredità al figlio Francesco.
Primo Sansovino è, quindi, Andrea Contucci, scultore ed architetto (Monte S. Savino, Arezzo ca. 1460 – 1529), autore di un “Battesimo di Cristo” nel Battistero di Firenze e della statua di S. Michele Arcangelo custodita nella Spelonca di Monte Sant’Angelo – Foggia dal 1507.
6 - In quegli anni era comune l’attestazione lemmatica di medicèo, rispetto all’odierno medìceo.


3
Parigi nel nuovo secolo

Francesco, ora François, il cui cognome era stato stroppiato in Cassier dall’anagrafe francese, qui diffuso dal nome di un albero, compenetrava a meraviglia l’arte del teatro, applaudito in ogni spiazzo.

Era la sua guardata d’ambiguità, più che la mimica, ad istituirlo nelle compagnie dei girovaghi.

L’uomo estrinsecava inconsapevole una delle precipue peculiarità dei Cappello di Meolo; la madre, a forza d’imitarla alla cugina, gliel’aveva sicuramente impressa nei geni.

Nel nuovissimo Luxembourg, estro architettonico di de Brosse, il destino di François Cassier avrebbe saggiato a rettificargli la vita e lui non poté avvalersene.

S’era recato ad ossequiare Rubens, che esponeva le tele del ciclo “Storie di Maria de’ Medici” e niente lo stimolava a vaneggiare che la regina di Francia, augusta vedova di Enrico IV, col quale aveva siglato matrimonio per procura a Firenze, inaugurando il secolo, in Santa Maria del Fiore, procreata da Francesco e Giovanna, gli sarebbe venuta sorella in linea paterna.

L’unione era stata l’ennesima trama dello stratega Ferdinando, che aveva dismesso la porpora per la veste granducale ed era riuscito a cattolicizzare il re francese.

Maria era la reggente dopo l’assassinio di Enrico e, venuta in irriducibile dissidio col figlio Luigi XIII, dovette detronizzarsi per rifugiarsi a Blois.

A ricomposizione del conflitto, ne divampò un altro più grave, tra la sua persona e Richelieu, il quale l’obbligò a rifugiarsi nei Paesi Bassi e qui si sarebbe spenta in mendicità.

Il cardinale e ministro, e tutto pare avvalori a perfezione la romanzesca sua figura descritta da Dumas nei “Tre moschettieri”, avrebbe rinnegato che a lei doveva tutta la sua arrampicata politica.

La cattolica Maria de’ Medici, in ogni caso, s’era macchiata di un grave crimine politico-religioso.

Regina madre in Francia, figlia di primo letto del granduca Francesco, il quale, come già sappiamo, avrebbe poi sposato la nostra Bianca Cappello, ordinò la strage degli Ugonotti la notte tra il 23 e 24 agosto 1572, e solo per castigare l’influenza politica dell’ammiraglio protestante Gaspard de Coligny.

François aveva abitato al centro de l’île de la Cité, assiepandosi con i luterani, poi, neofita di quella fede, sentì d’estraniarsi dal teatro e dai guitti italiani e s’accinse ad un propizio commercio, intorno ai laboratori degli incisori in rue Saint-Jaques, alla rive gauche.

Si svelò un perito d’arte ed incorporò un invidiabile assortimento di firme.

La vocazione per il luteranesimo gli fu poderosa dopo aver postillato i tre documenti dell’Ordine venerabile dei Rosacroce, redatti dall’ideologo Johann Valentin Andreae; una confraternita che avrebbe segnato comunanza con la massoneria.

L’estensore aveva usato lemmi estrapolati dal volgare sopraregionale, rastrellando dal basso e dall’alto tedesco; per questo che a François la Bibbia luterana era meno ostica di quella cattolica, competente com’era di lingua alemanna, per averne dovuto studiare le sceneggiature popolari.

Ammogliatosi in età stagionata, ebbe due femmine, Alvine e Louise, ed un maschio dalla giovane Madeleine, la quale onorava segretamente il cattolicesimo.

Alvine, la maggiore, intervallando le lezioni private del precettore, scollata dai genitori, l’uno afferrato ognora dal lavoro e l’altra consacrata alla fede romana, sarebbe cresciuta nei labirinti maleodoranti e pantanosi tra i quali, a dispetto della volontà di nettatura dei governativi, era insito a chicchessia soddisfare i propri bisogni, anche d’accoppiamento.

Aveva così frequentato le filles de bien 1, che al tramonto evadevano da Saint-Pélagie, il convento-rifugio delle prostitute recidive, una sorta di garni 2 per donne, le cui monache, complici o sfiduciate, erano inadeguate a correggerle; anzi, ad Alvine, qualche volta, sembrava che alle latitanti s’aggregasse una novizia.

Fu da queste esperienze che si sarebbe ritrovata a deraper dallo zoccolo elitario del luteranesimo.

Il commercio aveva reso François pronto a schizzare di collera, riversandola in casa.

Forse dipesa dalla manifestazione cattolica dei suoi più cattivi clienti, che in lui era maturata una forma d’estremismo protestante.

Una sera, insolitamente presto scapolato, inviperito per un grosso contratto fallito, scorse la moglie uscire furtiva dalla chiesa vaticana.

Oltre al carattere bilioso, il fervore teatrale aveva originato in lui l’incapacità di separare le scene dalla realtà, pertanto, la strascicò per capelli fin sotto il loro tetto, malgrado le urla avessero mobilitato il vicinato e disperato i figli, laddove, in un funesto risvolto preterintenzionale, il cuore della misera si freddò di panico.

Nella Francia dell’assolutismo, data la corruzione diffusa nei gangli istituzionali, bastava essere aggiornati sul prezzo per detrarsi l’espiazione, aggirando finanche le mouches, oggi collaboratori di giustizia, che di solito erano credute, piuttosto a rovina dei sovvertitori, rintracciabili fra il ceto borghese, che già premeditava l’assalto alla Bastiglia, o tra la canaglia di scaricatori, scioperati e soldati non pagati, abitatori dei cunicoli parigini.

I re sole si deliziavano nel condonare cortigiani e curati di campagna, rispettivamente serventi della nobiltà e del clero, ovvero dei primi due stati.

François, infatti, traviò il giudice, tramite liquidità ed alcuni pied-à-terre, e fu assolto per “non aver mai desiderato la morte dell’amata moglie”.

C’è da condividere che il retro di Madeleine, rispolverato negli archivi dei tribunali dall’indagine di un rimunerato investigatore di polizia, offrì l’insperato appiglio per rabbonire la morale del magistrato.

A tredici anni aveva confessato che di notte veniva a scuoterla, mai che qualcuno se ne fosse avveduto, un attempato personaggio mascherato, vestito di rosso, il quale le introduceva dei dolori, lancinanti le prime volte.

Accadeva anche che la conducesse su di un poggio e lassù, all’ite di una stramba messa alla rovescia, era agguantata da un’orgia di streghe e stregoni; i suoi maschi erano maturi brizzolati, che in quei frangenti si denudavano, dopo che il demone officiante, lo stesso che andava a svegliarla, aveva distribuito delle polverine.

II giudice, di vedute progressiste, sensibilizzato dal referto medico nel quale era stilato uno sconquasso agli organi sessuali, assurdo per una strega, riconsegnò la ragazza alla potestà della madre, imponendo loro di dormire affiancate 3.

L’illuminismo, che avrebbe risollevato lo spirito del settecento europeo, già pasceva in individui, la cui analisi razionale conferiva di lottare contro ogni pregiudizio e superstizione, che erano perlopiù in accanimento alle donne.

Il “Malleus maleficarum” elaborato dagli inquisitori Heinrich Institor e Jacob Sprenger, domenicani tedeschi, precettava, infatti, che “le donne sono difettose di tutte le forze tanto dell’anima quanto del corpo”.

Il vedovo aveva giurato alla corte, pena la revisione del processo, che sarebbe stato buon padre e di provvedere alla loro dote.

Quella garanzia la prese alla lettera, nulla facendo mancare alla prole, adorandola, ma, impaurito - diceva - dal fatto che un genero potesse maltrattarle, ponendo colpe su di lui, per toglierselo di torno, sgombrando così il forziere, non volle mai allentare il dominio della paternité e educò le femmine al nubilato.

Plagiate da questa logica, Alvine e Louise non azzardavano opporsi, turbate dall’eventualità di rimetterci il lascito, ed attendevano rassegnate la dipartita del genitore.

D’altra parte, il maschio s’illudeva d’essere lì per lì l’amministratore delle proprietà.

François Cassier ebbe un conato passionale per i sipari e, in un breve interludio, gironzolò con un giovane Molière per la Francia, alla ricerca di una platea più distinta; a Parigi dovettero accontentarsi del Petit-Bourbon, dove sarebbe sorto il colonnato del Louvre, o dell’Hotel de Borgogne.

Il teatro voluto da Richielieu era per pochi eletti, ossia non per attori di strada, nelle cui rappresentazioni più s’embrionava l’illuminismo.

L’Illuminismo, tuttavia, premeva e rimescolava gli animi: a Parigi, Madame de Rambouillet aveva aperto un boudoir letterario e Mademoiselle de Gournay scriveva “Egalité des hommes et des femmes”.

A Venezia, la residenza, in cui era stata allevata la padovana Gaspara Stampa, ne tratteggerebbe l’epoca: il ridotto della madre Cecilia, copioso di affaristi, gentiluomini ed ecclesiastici, sodato d’artisti ed intellettuali.

Che fosse invece un postribolo e questo alimentasse le casse domestiche, non avrebbe mai convinto gli storici.

La poetessa, petrarchista, componeva spinta più dalla convenzionalità che dai sentimenti e cantava se stessa, forse, negli isolamenti da logorati amori, quali Collatino di Collalto, Bartolomeo Zen.

Gaspara e Collatino avevano ventisei anni quando s’amarono, entrambi fanatici di poesia.

“Arsi, piansi, cantai; piango, ardo, canto, \ piangerò, arderò, canterò sempre \...\”

Sembra siano stati questi suoi versus rapportati, ovvero un’enumerazione di verbi in rapporto reciproco, d’esercizio manieristico, in verità più una cantilena scolastica per le coniugazioni, che avrebbero inviluppato il nobile ufficiale, d’altronde, descritto dalle cronache vacuo di iniziative.

Più esplicita fu Tullia D’Aragona, che non disdegnava d’essere meretrice figlia d’arte, la cui madre ferrarese, con la quale furoreggiava nelle sale veneziane e fiorentine, era stata ingravidata dal cardinale Luigi D’Aragona.

A Firenze spalancava i suoi salotti agli uomini di lettere, di politica e della finanza, con la connivenza dei Medici, e fu appunto il duca, quando ebbe tra le mani quel suo “Dialogo dell’infinità dell’Amore”, che l’esonerò dal velarsi di giallo, una cromatica costrizione di legge per le cortigiane.

Veneziani e fiorentini, allora, in ubbidienza mondoquestistica alle richieste energetico-muscolari, rispondevano, oltre al sesso o in sua alternativa, con le ricchezze ammassate dai loro empori, di qua e di là degli orizzonti, e con il collezionare prodotti artistici per equilibrare il godimento dell’estetica.

Non immuni dalle pulsioni spirituali provenienti dalla costellazione archetipica dell’inconscio collettivo, ma guastati d’occulta persuasione, vibravano d’esagerate venerazioni chiesastiche, di palese bigottismo.

Cassier racchiudeva la summa pulsionale della sua anonima schiatta, ma andava oltre la fisiognomica rinascimentale, fardellando in sé l’antica maledizione del natio materno, un fenomeno negli oscuri casolari delle pianure e delle montagne.

Rinunciò definitivamente alle scene e maturò di trasferirsi in futuro nella protestantica Ginevra e, intanto, v’indirizzò il figlio ad accendere un conto in banca per attivarvi una proficua speculazione finanziaria.

Nessuno ne intuiva lo sciagurato progetto.

Esaudito di faconda armonia fisica, alla sbigottita secondogenita preannunciò, incurante della prima, che, una volta in Svizzera da ignoti cittadini francesi, se la sarebbe sposata e, quindi, tutto il capitale sarebbe stato ripartito tra consanguinei.

Alvine, tra i loschi vicoli di Parigi, incitata dai soldati in ozio, s’era avvezzata a maneggiare la spada e la pistola, esercitazioni che le appagavano l’irreprimibile prestanza maschile.

L’ambiguità quale vezzo della nonna Bianca e, più a ritroso, delle ave Cappello, riapparsa nell’istintività che il padre aveva sfruttato sul palcoscenico, rifulse in lei, tale da confonderle la sessualità.

La silhouette da moschettiera, con cappello piumato, cinturone e ferro, le era congeniale e, cosciente di dover proteggere la sorella, intimoriva il genitore, il quale non cedeva nel perseguire l’insana profferta, quasi stupito del rifiuto, mai, in verità, osando sfiorare Louise.

Una saga familiare tra commedia e dramma finché non sopraggiunse la riprova del successo svizzero, che rimpinguava enormemente il patrimonio.

François, sciupatasi la solidità giovanile, si rigenerava con un cervello lucidissimo, arbitro d’ogni situazione, petulante nel voler concretizzare quella malsana idea.

Il nucleo sloggiò da Parigi; avevano venduto muri e mobilio, spedito le opere d’arte più quotate e si diressero alla frontiera.

Dopo la tappa nei pressi del Bienne, a poche miglia dallo sbarramento, dovettero bivaccare su di un insolubile sentiero di bosco, in cui s’erano cacciati.

Avevano scarrocciato, dietro parere di Louise, per non districarsi in coda alle ingombranti carovane per la barriera doganale, anticipandole.

L’appassito padre avrebbe forse compreso morente il tragico stratagemma: lo colsero di sorpresa, mentre urinava dietro un arbusto e Alvine lo trivellò con uno dei suoi perfetti fendenti, recitando tre versi di un salmo luterano “…buona difesa e un’arma \ ci affranca d’ogni angustia \ che ci tiene ora oppressi…”

Louse fece duetto nell’ultimo, a voler idealmente spingere anche lei l’elsa.

Gli presero i pistoletti, ogni atto di riconoscimento, lo seppellirono e celarono la terra smossa con tronchi, rami e foglie, poi, infilati i suoi abiti di ricambio, galopparono per l’espatrio.

In Svizzera ebbero la bruciante rivelazione, ma che già presentivano.

Alle dovizie ginevrine non sarebbero state cointeressate, pena una dovuta denuncia; il fratello, che le aveva ammonticchiate, era stato reso edotto del trabocchetto e gli andava tacitamente ammodo, dacché s’accaparrava l’assoluta titolarità.

— Se fosse diramato un mandato di cattura — le avvertì addolorato — l’accusa d’aver favoreggiato le conviventi dell’ammazzato diverrebbe fin troppo realistica.

In una taverna di frontiera, convenuto ad accoglierle, così come aveva prefissato, pregò le sorelle d’inglobarsi pure il carico monetario paterno, di notificargli con qualsiasi mezzo future necessità di contanti e se n’accomiatò con un fosco pronunciamento — Il padre è ciò che non vorremmo essere, ma è tutto ciò che siamo, il suo seme.

“L’uomo, quanto più spasima per interessi propri materiali, tanto più è vicino alla morte” spiccicò Alvine in corpo.

Le due sorelle puntarono su Losanna e, calpestando la Francigena dei viandanti, valicarono il Gran S. Bernardo per Aosta e lo Stato di Milano.

La maman gli aveva miniato la coreografia di quel suo pellegrinaggio a Roma lungo la medievale transeuropea, intrapreso quando era fille à marier.

Era dogmatico, per la penitenza, percorrere l’arteria a piedi, almeno venticinque chilometri al giorno, continuatori dei pellegrini medioevali, i quali non s’incamminavano isolati, ma in cospicui gruppi dove, in capofila, c’era chi ne sorreggeva l’insegna: la conchiglia per Santiago de Compostela, la croce per Gerusalemme e la chiave o la palma per S. Pietro a Roma.

Al ritorno, il Pélerin ch’era stato a Roma era soprannominato Romée, o Palma per la foglia di palma che aveva con sé; Jacquot, o Coquille per la conchiglia, chi proveniva da San Giacomo di Compostela; Miquelot se avevano pregato nella Spelonca di S. Michele sul Gargano; Crociato o Crocifero, infine, era il generico in riferimento a Gerusalemme.

Tutte denominazioni che si sarebbero trasmesse nell’onomastica europea, nomi o cognomi.

Dalle chine italiche delle Alpi, i pellegrini erano monitorati dai Crocigeri d’Italia, canonici ospitalieri dediti alla loro protezione, approvati da papa Alessandro III e che sarebbero stati sciolti nel 1656 4.

I Crocigeni erano mosaicati un po’ dappertutto in Europa, ma debordante fu l’Ordine dalla Stella Rossa, di Praga, altrimenti detto dei Betlemiti; edificato da S. Agnese di Boemia, sarebbe diventato un battaglione di mercenari cristiani.

Alvie e Louise sostarono in un decadente hospitale religioso, certi che avrebbero patito il gradevole odore materno se avessero incontrato un Romée, un Crocigero.

1 - Giovani prostitute.
2 - Camere ammobiliate (guarnite)
3 - Il caso di Madeleine des Aynards a Riom, più unico che raro, si concluse con l’assoluzione, in un’epoca quando bambine, giovani e vecchie, accusate di stregoneria e di rapporti carnali col demonio, erano arse vive. Per le piccole, l’Inquisizione sentenziava prima lo strangolamento, perché non soffrissero tra le fiamme.
4 - In territorio iberico sarebbero stati protetti dai cavalieri dell’Ordine di Santiago, che assunsero un grande ruolo per la riconquista della Spagna, omologhi dei Teutonici, ai quali si deve la germanizzazione della Prussia e dei Paesi Baltici.


4
Milano e Firenze

Milano, da Ducato a Stato spagnolo dopo la Pace dei Pirenei, superava i centomila abitanti, il cui numero era stagnante dal ‘400, lontano da Parigi e Napoli che l’avevano già raddoppiato agli albori del ‘600.

L’urbanesimo andava duplicando la densità nelle città, a nocumento delle campagne, che la vedevano incrementare d’appena un quinto.

Sordi all’allarme del Machiavelli, a Firenze come a Venezia, i gentiluomini ed i loro faccendieri, fin troppo presi dalle ragioni di stato, permanevano incuranti degli stenti nei campi, i quali, oltremisura dai veneti, laddove il comandi! suona, si riassumevano in un contenitore di servi.

In Toscana, nei secoli di dominio sulla Maremma, i senesi s’erano perlomeno disturbati a lenirne le sofferenze umane; Firenze, con i suoi Medici, non volle manco provarci, anzi, s’avvalse dell’etica schiavistica dei tempi.

L’evoluto occidente cattolico scopiazzò dagli arabi la condiscendenza alla tratta degli schiavi africani, fauna selvaggia, ignuda ed inanime; dapprima furono i portoghesi a adoperarli in madrepatria, seguiti dagli spagnoli nelle loro colonie americane, visto che a delinquere n’avevano decimato gli indios.

Con la ventata illuministica, si deve alla Francia rivoluzionaria l’abolizione storica della schiavitù, alla quale si sarebbero associate nell’Ottocento la Gran Bretagna e la Spagna.

Negli Stati americani, come si sa, ci volle una guerra interna per sradicarla.

Da quel periodo mediceo si sarebbe affermata l’invettiva Maremma maiala! Un’imprecazione che valse a spargere il malandrinaggio, che solo nel 1897 sarebbe stato placato con l’eliminazione dei capi Albertini e Menichetti, alla macchia tra Scanzano e Grosseto, opera dei carabinieri del neonato Regno d’Italia.

Due zone, la Padania e la Maremma, il cui appellativo di depresse fu mantenuto oltre l’instaurazione della nostra repubblica.

Tale tristo procrastinarsi si scorre nel “Novelliere campagnuolo” del garibaldino padovano Ippolito Nievo, viaggiatore veneto e toscano per l’appunto, che scrive \...\ Perché i Signori oltre l’arroganza del denaro che danno o promettono in mercede, hanno per giunta la prepotenza di tutto quello che dorme nello scrigno e perciò ti saltano addosso, e vogliono quello che vogliono, e ti comandano a vociare come l’asino del fornaciajo \...\

Nel napoletano e nel milanese, invece, ricorreva lo straordinario modus dell’arroccamento feudale incoraggiato dalla Spagna, i cui seguaci detenevano castelli e possedimenti nei fondi, quali caserme di mercenari, stazionamenti di bravi e per la caccia, a funzionamento di un diretto rapporto col contado, seppure soverchiato di spavalderia.

Fu in una di queste fortezze lombarde che Carlos Pimentel e suo fratello Alphonse perorarono d’essere arruolati nelle truppe regolari.

Nello Stato di Milano spadroneggiavano gli Asburgo, la cui dinastia di corona spagnola l’aveva ottenuto con il trattato di Cateau Cambrésis, insieme al Regno di Napoli.

Il napoletano lo avrebbero attribuito ai Borbone, sempre di Spagna, trattenendosi Milano e Toscana.

Un connubio che si sarebbe svolto indissolubile, giacché Francesco, l’ultimo monarca di Napoli spodestato dai colpi risorgimentali, avrebbe preso per consorte l’austriaca Sofia, la sorella di Sissi, principessa, questa, mitizzata, ovvero falsata dalla cinematografia del XX secolo.

Alvine e Louise s’erano rifugiate in un’osteria a riflettere sul loro avvenire, travisatesi mediante capigliature accorciate ed abiti maschili, anche se la maggiore delle due, da un confronto ravvicinato, emanava un che di licenzioso.

Se n’era accorto un distinto cavaliere, il quale, deciso a scoprirne l’autenticità, l’assalì di spietata provocazione, sconvolto da un enigma che evidentemente lo seduceva.

A sera, dopo capienti boccali di birra, si drizzò sulla panca e sfidò il commensale a duello, in palio la loro nudità.

La proposta eccitò gli avventori, una babilonica soldataglia, che non esitarono a scostare le suppellettili e si posero attorno agli antagonisti, aumentando scommesse.

Lo sfidante usava la spada in maniera accademica, nelle prescrizioni degli schermidori aulici, atte a scoraggiare l’avversario in prologo d’affondo, mentre Alvine si rivaleva d’espedienti carpiti agli spadaccini di strada, per ledere od uccidere celermente.

Il cavaliere indietreggiò ferito ad un braccio, ma non volle arrendersi, finché non ebbe una coscia squarciata.

Si rialzò barcollando e cominciò a spogliarsi come da patto; Louise, dimenandosi a dire che l’aveva presagito, lo fece piuttosto adagiare su di una panca, ne depurò le fenditure e le fasciò.

Alvine, intanto, era osannata rumorosamente da quei soldati di ventura, che avevano visto in lui un paladino, difensore della dignità propria e del loro ceto.

— Vogliamo arruolarci — annunciò, indicando suo fratello — domani saremo dei vostri.

Le luci dell’alba, però, illuminarono le guance giallognole del ferito e le sue palpebre serrate ad ogni invocazione.

Colto dal coma per una deleteria infezione che l’aveva contaminato del tutto, secolo remoto dalla penicillina, il mastro cyrusicus non poté che constatarne l’incipiente trapasso — Accidencia mortalia — periziò.

Le due sorelle lo vegliarono sino al tramonto, quando lo porsero ai confratelli della Buona Morte.

\... Sopra il suo braccio e’ tiene il capo chino: \ giunte le mani, è ito alla sua fine \...\ intonò Alvine, memore della “Morte d’Orlando” imparata dalle rôle paterne.

Louise n’aveva rovistato la sacca, ne involò le monete, ogni documento o scritto che potesse identificarlo e l’affidò all’eternità.

Era un nobile iberico, dal musicale nome di Carlos Pimentel.

Una conveniente frazione di quel denaro fu consegnata al locandiere, ad incasso delle spese di vitto e d’albergo del cavaliere perduto ed anche per i danneggiamenti procurati dallo scontro.

Il sopravanzo fu spartito tra il chirurgo ed i barellieri necrofori, invitati a non chiedere troppe cose.

Il castello, in cui era di stanza la guarnigione mercenaria capitanata da un reclutatore prezzolante, incorniciava la struttura base medievale.

Dei due elementi, che l’avevano caratterizzato, rimaneva il maschio ed il torrione d’osservazione, mentre il ponte levatoio, obsolescente dall’avvento della polvere da sparo, era sostituito da un portone corazzato.

Il cortile, nel quale s’affacciava la guardia, spandeva un repitio di lame sforbicianti, ammansito a tratti dalle detonazioni provenienti dal poligono di tiro.

La gran sala interna era la palestra degli ufficiali, anche adibita ai loro banchetti, ritrovi e all’espletamento della giustizia.

Da qui s’articolavano gli stretti corridoi per gli interni, cucine e camerate della truppa, e le anguste gradinate che portavano ai vani signorili; questi erano alti sette, otto metri, muniti di piccole finestre, fessure a bocca di lupo, e non sempre arredati di caminetto, una prerogativa squisitamente d’alta aristocrazia.

Una signorilità che aveva abraso le buone abitudini di una civiltà italica introdotta dai romani, quella delle pulizie personali, non più accreditata dai nuovi titolari barbari, che avevano demolito bagni e gabinetti.

Ognuno s’ingegnava, alimentando, fuori ed entro la cittadella, un’esalazione acida, d’ammonio e d’escrementi, habitat di pidocchi e simili.

Discriminandosi dalla fattura meridionale, d’imitazione classica, con archi a tutto sesto, che n’aveva soppresso l’architrave e diradato il colonnato, disegnando soffitti incurvati, questo fortino prospettava una struttura ad archi a sesto acuto, cioè gotica, sulla falsariga settentrionale, a scanso degli accumuli nevosi.

I bersagliamenti pirici avrebbero infine ispirato gli architetti a riprendere l’uso degli architravi, per un maggiore rinforzamento, ma combinandoli con archi e colonne ingentilite da capitelli dorici, ionici o corinzi, assecondando i gusti degli inquilini.

Le finestre rinascimentali avevano eque proporzioni, ma qui non erano state ristrutturate a vantaggio di una difesa militare.

“ \...\ Dalla sublimità, la vista sol si appella \ Alla loro bellezza (dei castelli) \ In cui l’architettura \ Ribellatasi alla geometria \ Calzata di diaspri e di porfidi vestita. “

Intesseva il poeta spagnolo Luis de Góngora, bighellonando da un castello all’altro, riverito nelle vesti di raffinato manierista.

Il capitano non andò oltre ad afferrare di quale addestramento alle armi ebbe fruito Carlos Pimentel, un moschettiere naturalizzato francese, come aveva dichiarato, tanto per giustificarsi l’inflessione; egli stesso aveva voluto testarne la qualità e si disse che sarebbe stato questi ad avvicendarsi col maestro d’armi.

Si piegò peraltro ad arruolare l’inesperto fratello, che Carlos s’impegnava ad istruire in maniera accelerata.

L’arruolamento non implicava il salario fisso; esso derivava dai patrocinanti e dalle loro guerre.

Era il capitano a riscuoterne il corrispettivo, che dosava in proporzione ai subordinati, ma non disponeva più di smisurate falangi d’assoldati, a causa della prudenza dei finanziatori, visti i risultati medievali, quando le grandi congreghe mercenarie n’avevano carpito le tenute con veri e propri colpi di stato.

Emblematico e spaventevole era stato il sacco di Roma del 1527, perpetrato dai mercenari tedeschi Lanzichenecchi del duca di Borbone, durante il conflitto tra l’Impero e la Francia, per rimborsarsi del numerario non riscosso.

Le retribuzioni si concedevano senza troppi impedimenti, al fine d’eludere le razzie e le querele dei latifondisti, i soli a doverle fronteggiare, alle quali i governi centrali non avevano mai teso vista e udito, se non con un’intempestiva disciplina che infliggeva delle multe ai capitani responsabili dei territori depredati.

Un canone che non sospendeva il soldo finanche negli incisi di tregua, permettendo benevolmente che i soldati andassero a distrarsi.

Cominciava a delinearsi così la struttura delle moderne forze armate.

La Serenissima aveva scoperto nelle isole egee, in Albania e in Schiavonia il serbatoio d’ingaggio, mentre il resto della penisola l’assemblava nelle terre romagnole, marchigiane e abruzzesi; non mancavano i pisani, che col mestiere delle armi razzolavano alla ricerca d’antiche glorie marinare.

L’età variava dai quindici, bivio d’innesto nella professione, ai cinquanta, ma gli ufficiali non avevano tetti d’anzianità, qualora lo meritassero.

Oltre alla vita militare, tra l’altro, optavano per l’incarico d’esattore, donde, essendo malvisto dai fuochi, così censiti i nuclei famigliari, si sarebbe attestato il proverbio “Meglio un morto in casa che un Pisano (un marchigiano) all’uscio”.

La biografia di questo capitano di ventura, o condottiero, era nondimeno legata alla tradizione: rampollo nobile non investito di primogenitura, che traeva dalle armi il riscatto al diseredamento.

Eventuali altri fratelli erano incuneati nella carriera ecclesiastica e diplomatica, a costituire una grandezza di prosapia; alle loro germane zitelle si spalancavano i conventi — in maniera quanto mai azzeccata chiamate sorelle — dove potevano tendere all’ufficio di superiora, omaggiata e temuta per le sue spregiudicate trame.

Un capitano previdente, sopravvissuto alle battaglie, avrebbe toccato l’età del riposo con una buona rendita, che permetteva d’acquisire beni, tali da garantirgli un’agiata vecchiaia.

Castelli, contadi ed araldiche, infatti, passavano a questi avventurieri, o da crediti o da compere.

Antonio Carafa, sconosciuto salentino di Ugento, combatté agli ordini di Montecuccoli ed ebbe le greche da generale.

Tolse Budapest ai Turchi e si pensionò col titolo di conte del Sacro Romano Impero ed una fortuna di ricchi feudi nel napoletano.

Alvine e Louise, alias Carlos e Alphonse, non si sarebbero mai approfittate dei saccheggi, attingevano ai loro averi, ai risparmi, e covavano che, in circostanze critiche, lo svizzero le avrebbe soccorse.

Le loro attitudini compiacevano la gerarchia e Carlos ebbe il comando di una compagnia, con la quale fu dislocato in Toscana, il granducato virtualmente autonomo che subiva il protettorato spagnolo.

Alvine non poteva supporre che il palazzo della Signoria, nel quale alternava gli uomini di guardia, fosse stata la dimora di sua nonna; nonché il particolare accadutole nella norcineria le avrebbe potuto scolpire un segno, dove, intenta a tastare pezzi di cinghiale maremmano da mangiare allo spiedo in combriccola, fu oggetto di una disquisizione tra massaie.

Indossava pantaloni attillati, un collo floscio immacolato e merlettato, nei dettami francesi che avevano lusingato gli europei.

Avrebbe dovuto portare baffetti e pizzo, sorpassando i baffoni arricciati alla spagnola, ma molti suoi coetanei avevano gote glabre.

Il norcino ne indagava invadente il viso, finché non s’aprì — Sarei grullo se non dicessi che è la copia del ritratto di Bianca Cappello dell’Allori 1 — e focalizzava l’ufficiale alle clienti.

La progenitrice, che Alvine non poteva immaginare sua, v’è raffigurata con una fronte spaziosa, viso ovale ed un naso ben declinante, con due sopracciglia sottili che seguono sinuose le linee degli occhi, onusti di commovente tristezza, i quali, pare, sconvolgessero l’interlocutore, i tratti che l’uomo al banco della carne riscontrava in lui.

Le direttive di un dirottamento in Abruzzo e gli accadimenti successivi n’avrebbero raschiato ogni traccia, eppure un giorno sarebbero in lei riaffiorate.

1 – Il ritratto è conservato agli Uffizi, opera di Alessandro Allori (1535-1607).


5
Napoli

A Napoli c’era stata la rivolta di Tommaso Aniello, il Masaniello, al grido di Viva il re di Spagna e moia il malgoverno! instillata dall’ottantenne tribuno Giulio Genoino, che protestava per il suo inservibile voto nelle Assisi, il cosiddetto Sedile composto di sei membri con cinque nobili.

Il vecchio rappresentante s’affannava a che si ristabilissero le prassi aragonesi, quando popolo e nobili deliberavano in numero paritario nelle decisioni del governo cittadino.

Un refolo di ripresa egalitaria nel meridione d’Italia a sovranità aragonese.

L’unificazione risorgimentale, dunque, non v’avrebbe somministrato il battesimo con quell’irruente scroscio di democrazia così arrogato dai piemontesi, ma questi si sarebbero sovrapposti ad un iter inceppato dopo la dissoluzione dei Comizi romani e riavviatosi alle costituzioni sveve di Melfi, allo Statuto borbonico di S. Leucio, offuscandone le priorità a loro vanto.

Questa sconvenienza nei riguardi della maggioranza di fatto, faceva additare i Sedili col dispregiativo di ospizi.

Nella Francia assolutista si proiettava nel suffragio dei Tre Stati - Nobiltà, Clero e Borghesia - ammissibile un voto ciascuno, il terzo era posto giocoforza in minoranza.

Il Parlamento, poi, era un circolo nobiliare, tanto che Luigi XIII ebbe facoltà di redarguirlo, istigato dal Richelieu — Signori, non avrei mai creduto di dovervi convocare per il motivo che vi porta qui \...\ Non sopporterò in alcun modo, come voi potete credere, le loro iniziative. Concludendo, vi proibisco di continuare le vostre deliberazioni e di cercare di essere i miei tutori, immischiandovi negli affari di Stato...

Con l’egida della Francia, l’armaiolo Gennaro Annese, capopopolo, vi aveva decretato l’effimera “Serenissima Real Repubblica”, dalla cui inadeguatezza il duca di Guisa ed il generale Matteo Cristiano cercarono di dedurre il salvabile.

Furono abbruciate le abitazioni di credenzieri e arrendatori, ovvero fiduciari e appaltatori delle gabelle, di Eletti, consiglieri, finanzieri e cassieri.

Il risultato fu che i napoletani, esausti del sovversivismo, che s’espandeva malevolo alla loro stessa incolumità, riaccolsero il viceré con il solito tripudio, all’ombra di don Giovanni II d’Austria.

La restaurata normalità non era affatto accettata nelle province, nelle quali s’acuivano i tumulti antifeudali; fu lo stesso viceré don Rodrigo Ponce de Leon ad inasprirli, che, dopo una politica di paternalismo verso i sediziosi, promanò un’inflessibile repressione, forte della flotta di don Giovanni.

Un contegno che la cattolica Spagna dovette purgare, deponendolo, perché avrebbe rischiato d’aderire alle strombazzate di Lutero, il quale, nel suo “De Servo Arbitrio”, sguinzagliava i prìncipi feudali “contro le orde brigantesche e assassine dei contadini”.

Paternalismo e tolleranza, con i quali s’edulcoravano leggi e regolamenti, ove apparissero manchevoli, per ristabilire coscienze proprie e della nazione, tali artifici, dunque, si sarebbero svelati a doppio taglio; manovrati, cioè, a simpatia dai detentori del potere discrezionale.

D’uopo diffidare ancora di chi se ne glorifica.

L’ordinamento, prevedendo per iscritto ogni capillare capoverso d’ammorbidimento, deve essere fermamente ottemperato, senza alcun cedimento al cospetto di qualsiasi soggetto e contingenza, ai fini di una realizzata uniformità giudiziale.

Le baronie erano pervenute a radunare per fame orde al servizio del regime, cosicché avrebbero sguarnito i latifondi d’ogni futura manodopera rivoluzionaria, grazie agli eccidi degli uni e degli altri lazzaroni.

Ecco che cosa aveva dettato Almirante di Castiglia, il viceré di Napoli: “Baroni e feudatari reclutano e proteggono dei banditi fuorgiudicati, compensandoli nel permettere impunemente di egemonizzare a loro interesse smercio e contrabbando entro la città” e se non è il pollone delle future camorre 1, n’è la semenza.

In paragone al malandrinaggio maremmano, esautorato dal nascente stato italiano, i camorristi avrebbero accresciuto la risolutezza, restando i grandi processi; dal “Cuocolo” del 1911, furono irrogati trecentoquarantotto anni di reclusione e nacque l’abbaglio della loro sconfitta con la condanna al caporione Enrico Alfano, detto Erricone.

Retate e processi che si sarebbero talmente perpetuati, da essere opinati strumenti manipolati dagli emergenti malavitosi, dentro e fuori i palazzi, in dissenso con i vecchi.

In tale costante allerta nel napoletano, l’agguerrita compagnia di Carlos Pimentel, aiutante Alphonse, s’addentrò nelle mulattiere abruzzesi, a mondarle dai briganti, un francesismo, questo, omologatosi dopo il ‘300 nei carteggi giudiziari nella penisola, oltremodo al sud.

Il dispaccio a Carlos era lampante: la zona di risanamento era stata individuata nei dintorni di Villalago, a sud di Sulmona; lì, una federazione di masnade s’apprestava a riunioni notturne indette dai capi con il passaparola, per quotare le forze dei cafoni che avrebbero fatto esplodere l’insurrezione.

I raggruppamenti sarebbero tornati d’attualità nei moti antirisorgimentali del meridione, le Grandi Comitive.

Un collaborazionista teatino batté strada all’avanguardia esplorativa di Alphonse, piazzandola sopra un fidato posto di controllo d’ogni movimento.

A sera, videro accendersi delle cataste di legna e tra i bagliori si scorgevano numerose ombre d’armati, che il riflesso della neve configurava d’epicità.

La guida si ricordò che era il 22 gennaio e dubitò che fosse invece la cerimonia delle fanoglie di San Domenico Abate, la sera quando cessava un tortuoso pellegrinaggio fluito dal tratturo magno, che andava a sperdersi in Puglia; le armi e le sacche della polvere da sparo, che pareva tenessero, sarebbero stati invece bacchi penitenziali e borracce di vino muscatello o verdesco.

Il luogotenente mandò la staffetta a Carlos, rimarcando i sospetti dell’autoctono.

Le istruzioni, che non tardarono, consistevano dell’appropinquarsi al convegno dopo l’attesa di un’ora, dando così licenza ai commilitoni di circondarne la zona, ad attanagliarli nell’evenienza di una reazione dei supplici.

La trappola era stata bensì minuziosamente ornata dai ribelli, che n’avevano soppesato ogni possibilità.

Gli uomini di Alphonse allentarono la tensione, dal momento che gli ammucchiati non si scompigliavano, anzi, ognuno al proprio posto, con lo scapolare di San Domenico ed il bordone, insistevano nell’inneggiare al divino con un coinvolgente canto che verberava la valle.

Il nemico, intanto, aveva avuto la maniera d’appostarsi in retrovia, accerchiando tutti.

Al segnale dell’attacco, un ululato di lupo echeggiante sui sermoni, i fedeli sferrarono le armi dai bastoni e dalle sporte ed ingaggiarono la sanguinosa battaglia, incastrando gli spagnoli.

Alvine percepì lo stridore di un soldato Madre mia que horror! e che quel corpo mozzato da una feroce e sibilante azza, di traverso dall’omero all’altra ascella, era di Louise.

Per alcuni baleni l’avvistò cavalcare, con l’arto scompagnato uscente dalla cotta a brandire vorticosamente la spada.

Il Landinetto, l’ufficiale di terza, avrebbe asserito di aver udito incitamenti dal suo capo sbalzato.

Quando Carlos sboccò nel ricompattare i suoi uomini e utilizzarne tatticamente le armi da fuoco, la banda, che la sorpresa aveva avvantaggiato, assodò l’inabilità a competere con degli specialisti.

Il contrattacco, di sua geniale morfologia, gli avrebbe aggiudicato i ricami da comandante.

Lo chiamava a sole ed era un triplice allineamento concentrico: i moschettieri avanzati si stendevano a terra, altri vi si puntellavano arretrati con un ginocchio e gli ultimi in piedi; ne conseguiva una tremenda sparatoria omnidirezionale, a mitragliera.

I briganti ineluttabilmente invalidati furono eliminati sul campo; gli scampati incatenati e rimessi alle carceri di Sulmona in nome di un lontano Re di Spagna.

I regolari non avevano asperso sul terreno troppo del proprio sangue: i feriti furono levati dalle confraternite degli Incurabili ed i caduti tumulati a squilli di diana.

Somos todos! — esclamò Carlos, il loro magnifico cid, all’estrema nota, implicito che erano là, morti, feriti e sopravvissuti, tutti vincitori.

Si rivolgeva spesso in spagnolo ai suoi, che erano in maggioranza di quell’idioma.

Le istituzioni dell’Annunziata, dotata di Ruota degli espositi, e degli Incurabili erano di quegli anni a Napoli, l’una capace di recuperare millecinquecento giovani derelitte e, complessivamente all’altra ed al suburbano San Gennaro dei Poveri, preesistente, di curare migliaia d’infermi nelle corsie.

Durante la pestilenza, ciononostante, risultarono deficienti e gli ammorbati, frettolosamente dichiarati deceduti, o erano ruzzolati nelle cave di tufo e di lapilli o arsi nelle campagne.

L’organigramma del Regno di Napoli si muoveva dalla Spagna e dove, alle dipendenze del Re, vigeva il Consiglio d’Italia.

Da questo sortiva il Viceré, che con la Sicilia era designato uno a testa.

Ne discendevano i Consigli politici e militari, le relative gerarchie delle Udienze e Tribunali, in coda i Governatori delle terre regie e le Corti baronali; ancora, i Consigli giudiziari e finanziari della Vicaria, corte di giustizia, della Sommaria, questa per finanze ed economia, e poi le Portolanie, uffici tasse portuali, gli Arrendamenti, le Dogane , i Fondachi...

Una burocrazia borbonica, intrisa di pratiche conflittuali, abusivismi ed illeciti, invero conforme alla Serenissima dogale.

A Firenze, invece, uno snellimento era dovuto all’accentramento dei poteri e, stando agli umori ducali e alle restaurazioni repubblicane, ci si riferiva a pochi organi di rilievo, quali il Consiglio Maggiore, il Consiglio dei Dieci in caso di guerra, i membri della Signoria, il Gonfaloniere, il Capitano, il Condottiero, il Giudice; dappertutto, altresì, pesava la lunga mano della Chiesa e dell’Inquisizione.

A Napoli, il Castello, ente della Reggenza, responsabile, tra l’altro, della pubblica sicurezza, di sedare le sommosse e di perpetrare arresti, era il ganglio cittadino, con i tribunali e le galere.

Punti nevralgici erano Piazza Mercato e del Castello, e poi ‘o Carmene e Sangenna’ quando alle loro commemorazioni i vicoli erano ammuinati.

Carlos entrò a Napoli con un drappello d’uomini che s’erano raffermati al suo comando.

Dopo l’acogida del Reggente, il benvenuto, che l’attendeva ansioso, spossato da un imprescindibile avviso del Consiglio d’Italia, perfino dalle mani del Viceré Pedro Fajardo, marchese di los Vélez, ebbe la nomina d’ufficiale superiore alla fortezza.

Gli fu assegnato un alloggio nell’ala prevista per le eccellenze; altre erano adibite a dimore d’ammogliati, graduati, medici, servitori e sagrestano, con le rispettive famiglie.

I suoi gringos si sarebbero arrangiati e solo tra un turno e l’altro dei piantonamenti, era concesso loro ostello e pasti nella cittadella.

La capitale era un immenso campo di coalizione: ai Quartieri, alla Marina sino a Piazza Castello, non s’imbatteva che con fanti, cavalieri e marinai d’ogni lingua, frequente litigiosi ad armi sguainate e l’autorevole comparsa di Carlos non trasfondeva alcunché.

Si scambiavano coloriti gerghi in genovese, toscano, greco, francese e certamente in spagnolo; individui reclutati tra gli allogeni o gli sbandati del mercenarismo.

I commercianti genovesi, che avevano diffuso a Napoli la carta da bollo, occupavano il già Largo delle Corregge e i fiorentini, dediti all’artigianato d’esportazione, s’erano insediati in Via Toledo, condomini di greci e marsigliesi.

Allo scenario multietnico contribuivano i banchieri fiamminghi e gli ebrei, questi i marrani, pochi reduci della vecchia Giudecca ribattezzata Santantantuono, ma che non erano vittime d’intolleranze come altrove.

Ufficia’, accattatavill’promoveva qualche proletaria, allungando la mano verso i contendenti.

Alvine non poteva afferrare che imperava un consumismo ante litteram e tutto doveva essere accattato, acquistato, ed in gran disbrigo, a beneficio di quel riciclaggio d’incetta, e che il verbo s’era svolto dalla semantica portar via dal mercato alla più consona tropologia di volgo portar via e basta.

A Parigi, Milano, Firenze, fin nei villaggi abruzzesi, aveva sempre snidato, pur con grandi sforzi, un criterio per appropriarsi dei sottili filamenti unificatori della gente, le loro espressioni, il comportamento, le vicissitudini, perché si mitigasse in lei quel tormentoso inconscio che l’imponeva di farne sì parte, ma come di un’orfana a metà.

A Parigi se ne persuadeva nel colpevolizzare, di quegli sforzi, la latitanza dei genitori e l’infelice menage col padre, a Milano ed a Firenze la propria metamorfosi, in Abruzzo il cordoglio per la sorella.

All’ombra del Vesuvio non ne piluccava nemmeno un bandolo, anzi, quello strazio era troppo da sopportare, in crescendo fin da quando vi aveva messo gli zoccoli del cavallo.

Nell’andito della reggenza c’era il gesuita che aveva appena preso messa, nipote dell’esimio cardinale Ascanio Filomarino; questi, tra l’agitazione delle rivolte, aveva manifestato inventive da mediatore, anche se, vox populi, in tornaconto.

Discuteva con l’addetto un affare di vino per la provvigione al castello; il suo ordine religioso n’aveva il monopolio di vendita.

Nel napoletano spagnolo, oltre al commercio enoico dei gesuiti, la Curia gestiva le carceri di San Giacomo e non pochi ecclesiastici erano adibiti alla riscossione delle gabelle.

Il sacerdote, appena Carlos fu sulla soglia, introdotto da una guardia, ebbe un sobbalzo e difficoltà ad esprimersi.

Ai lazzi del funzionario, balbettò sbiancato che aveva visto Carlos, così com’è, nel suo sogno ciclico.

— E allora? — lo congedò col sorriso — va’ pure a giocarti i numeri, date prisa santignazio!

Erano turbamenti sessuali e che per questo s’era confidato col Padre Francesco de’ Geronimo, il predicatore di Piazza Castello, paventato per le sue penetranti omelie e che producevano irreversibili conversioni; questi era giunto dalle Puglie per i corsi di teologia e diritto, dopo il seminario a Taranto.

Narravano che un reggente, dopo averne ascoltato la predica, si fosse fatto flagellare a dorso nudo, a vista della guarnigione inquadrata, questuando misericordia per i peccati.

L’episodio, quando fu raccontato ad Alvine, radicò in lei l’opinione sull’impenetrabilità di Napoli, infondendole indi il timore che non avrebbe mai depurato se stessa, comunque, non poté schivare il pensiero della madre morta per la fede.

Un filo conduttore di cattolicesimo, che non aveva nessi con ciò che di liberatorio si riproponeva di trovare.

Ma che cosa.

Era poi terrorizzata della frenesia irrazionale di stanare l’arcana bestia, quando a notte, nelle vesti d’impalpabile monaciello, veniva a soggiogarla e lei si scuoteva di soprassalto, solvendosi da quel supplizio in cui gettava afone invocazioni.

Il giovane gesuita s’immischiò nella folla fuori del Duomo, il proseguo della ressa alle Spoglie di San Gennaro, reiterante le implorazioni di padre Francesco.

Aveva scelto un difficile giorno per parlare al suo confessore; era inquieto, ma subodorava che qualcosa sarebbe capitato.

Il cielo, bigio dal mattino, era sempre più cupo, da non vederci nemmeno con i lumi, mentre una fitta precipitazione cenerognola foderava ogni cosa e il Vesuvio rintronava.

Francesco, che tossiva e sputava pulviscolo grigio impastato di saliva, stroncando gli strilli delle prefiche, risolse che il simulacro di San Gennaro fosse posto all’esterno, vergente alla montagna di fuoco; fu fatto uscire pedinata dall’Arcivescovo e dal Viceré, scalzi.

Le finissime litometeore sparirono e si riaprì l’azzurro splendidamente partenopeo.

Il missionario fece tutti rincasare, raccomandando le recitazioni di ringraziamento e, come se nulla fosse, apostrofò il suo discepolo.

— Ci risiamo con quel sogno!

— Padre, c’è per davvero, è l’ufficiale che tutti aspettavano dall’Abruzzo.

Gli fece segno d’azzittirsi e, pur imbrattati di polvere vulcanica e sudore, si recarono in sagrestia.

— È Lucifero, padre! L’ho quasi abbracciato, per una gioia diabolica d’averlo dal vivo... le sue pupille hanno scardinato ogni mio santo proposito di resistergli.

— Lascia stare il diavolo, m’è valso l’esorcismo di Caterina... 2

— Ecco, vorrei essere esorcizzato.

— Dopo lo valuteremo, ora andrei a sfidarlo, questo lucifero.... anzi, vado dalla persona giusta a saperne di più.

Il giovane lo fissò bonario, aveva da qualche tempo carpito che quella persona giusta, che lui citava nei cruciamenti del suo apostolato, la rianimava nel silenzio delle orazioni, in ginocchio ai piedi di S. Ciro, del quale era devotissimo.

Un’adorazione che lo pinzò a ravvivarne in Napoli la venerazione, ad effonderla, e predisse che il santo orientale, taumaturgo di piaghe e fistole incurabili, avrebbe avuto più fortuna di lui tra i grottagliesi.

Grottaglie, culla di S. Francesco de’ Geronimo, ha difatti una sensibile preponderanza per S. Ciro, al quale ha eretto una monumentale cappella barocca in una scarna chiesa matrice.

— Vicienzo teneva ‘o pesce d’oro y ‘e palle argiento.

Con questo frizzo satirico, si dava l’addio al Carnevale, che nei bassi era immedesimato in Vicienzo, lo stereotipo popolano, il cui umile mestiere era più che benigno alla città.

I festeggiamenti si dilungavano da gennaio dopo ‘a Befana, staccandosi dalla Roma pontificia, che erano contenuti negli undici giorni precedenti la Quaresima.

Venezia, in riecheggiamento da Napoli, per non essere da meno, li apriva all’Epifania.

Nel napoletano, il carnevale era dunque abbinato alle memorie locali; a Manfredonia, il porto adriatico più vicino alla capitale, era ed è allegorizzato con Zi’ Peppe.

Zi’ Peppe era il nomignolo del generico, che all’alba si spostava per cortili e cavedii a travasare gli orinali nei bidoni di un carretto; il suo passaggio era annunciato dagli sbuffi del corno.

Un rimedio che rendeva i vicoli più bonificati di tanti altri dedali storici della nostra frantumata penisola, ma indizio di progresso che si dilatava dal meridione.

Al decadimento della funzione unificatrice del toscano, si faceva largo il particolarismo e, mercé i recuperi del vernacolo, s’erigeva a personaggio letterario il plebeo urbano, mitizzato nelle città di Roma e Napoli, nei suoi teatri, che andava a scalzare il contadino, questo sempre in ribalta nelle regioni prettamente agricole, quali la Toscana, l’Emilia, il Veneto.

Venezia lo dovrà a Carlo Goldoni, di sangue modenese, il suo deciso ammodernamento.

L’embarcadero pugliese era rinomato dai maggiorenti che vi sbarcavano dopo aver salpato dalle vicine coste opposte, ormeggiando direttamente nel regno e, sovente, qualora il viaggio di superficie avesse potuto racchiudere una minaccia per agguati di guerriglia o di malavitosi.

Era strategicamente nota anche la roccaforte di quest’illustre cittadina della Daunia, ma, merito della paz spagnola, fu inclusa in un programma di frugalità nelle spese, subendone un parziale disarmo.

Carlos vi fu ascritto per inventariarne i pezzi d’artiglieria da ridimensionare con i più leggeri.

Dovette andarsene da Napoli tra l’impazzamento carnascialesco, però aveva accondisceso ad ossequiare padre Francesco de’ Geronimo, che da giorni lo ridomandava.

Un colloquio che odora di prodigioso 3.

Carlos uscì dal castello intenzionato ad affrontare il predicatore, al solito in piazza, tra una moltitudine prona alle sue disapprovazioni.

Ambivano l’assoluzione dopo le abbuffate della sera, un peccato di gola che umiliava i vagabondi rivali delle canee, a setacciare gli avanzi infagottati nelle mappatelle fuori della porta.

— V’ingozzate in combutta, cucinate tante vivande che non ce la fate ad ingurgitarle tutte. Non è invece da cristiani, che dite d’essere, instradare alle vostre mense di carnevale anche i poveri di San Gennaro?

Padre Francesco, appena lo scorse, sveltì gli ammonimenti, stabilì le penitenze e gli s’appressò.

— Vuoi finalmente confessarti?

Alvine, infragilita da quell’esordio, ebbe uno smarrimento; s’era ricordata della maman, morta dopo una confessione.

— Padre, non so se i miei misfatti sono di questo mondo o dell’altro...

— Ufficiale, posso avere da te il tuo nome?— lo investì sottolineandone i pronomi.

— Carlos Pimentel, portoghe...

Alvine aveva scoperto che il suo cognome posticcio, usurpato al nobile caballero, non era poi così inconsueto come reputava; aveva degli omonimi, membri d’alta borghesia portoghese, dalla quale, a metà del ‘700, sarebbe germogliata a Napoli Eleonora De Fonseca Pimentel, poetessa pupilla di Metastasio.

Estinto il marito, stampò il “Monitore Napoletano”, dottrinale della Repubblica Partenopea sbandierata dai giacobini.

A quarantasette anni fu impiccata, sei mesi dal nuovo secolo, giustiziata dai borbonici.

— Dai Alvine, sei parigina, figlia di François Cassier, che assieme a tua sorella Louise lo avete ucciso e infossato in una selva. Il tuo carnevale è durato fin troppo...

Alvine abbassò lo sguardo, avvertì all’istante un sollievo alle pene che la seviziavano ed ebbe l’impulso di prostrarsi, d’aggrapparsi al talare, ma qualcosa la frenava, non dovuto ai gringos straniti dalla scena in sensata lunghezza.

Non si doleva, ad ogni modo, ed è il caso di dire, d’essere stata infine smascherata.

— Ora ubbidisci al tuo mandato in Puglia da buon soldato, come lo sei sempre — suggerì il futuro santo — e dopo ne riparleremo; là avrai cosparse eminenti Ceneri.

1 - Il nome Camorra, da una veste femminile, si sarebbe attestato su modello spagnolo, allitterandone il termine zimarra. I napoletani furono indotti ad emulare i loro padroni spagnoli istituendo e italianizzando un’organizzazione che si rifaceva alla Confraternita della Guarduna (rapina) sorta a Siviglia, in cui operavano i GUAPOS "banditi” etimologicamente “coraggiosi” dal che Guapperia e Guàppo.
2 - La scena dell’esorcismo è raffigurata in un quadro esposto nella basilica del Santo Francesco de’ Geronimo, innalzata sulla casa dov’è nato, a Grottaglie, nel tarentino.
3 - Don Michele Corcione, che ne ha pubblicato una biografia “La storia e la città di francesco de’ geronimo” editore D’Agostino di Napoli 1982, ne descrive l’incontro, dal quale è tratta questa versione.


6
Siponto

Alvine trottava sul segmento meridionale della transeuropea, che maman Madeleine non aveva potuto rimirare; lei, dopo il valico della Cisa, aveva rasentato il Tirreno, a Luni, e se n’era discostata via Siena, fermandosi a Roma.

Nel Medioevo, la Francigena era stata l’importante direttrice che raccordava la penisola, ma non prevalentemente commerciale.

Incignata dai longobardi e riattivata dai franchi, si sarebbe assestata in un’imperativa via sacra per i peregrini e furono costoro che concorsero alla rinascita degli scambi interregionali.

Un fusionismo di fede, cultura e costume, dalle Alpi allo Ionio, che aveva trovato ispirazione fin dalle immemorabili transumanze dei pastori, dai loro primordiali tratturi, piste di congiunzione, che D’Annunzio avrebbe poeticamente chiamato le vestigia degli antichi padri.

Dalla città dei papi, l’itinerario coincideva con l’Appia consolare per Brindisi1 via Capua, Benevento, Venosa, Taranto, o con la variante Traiana 2 via Foggia, Bari, la vettrice, questa, del plotone di Carlos Pimentel in sella per Manfredonia, ed era un susseguirsi di monasteri e luoghi d’ospizi, di villaggi incentivati a città.

Il castellano di Manfredonia sembrava non avesse sperato altro; ricevette Carlos con grazia e, dopo le formalità con colpi a salve e rassegna della guarnigione, se lo rimorchiò in esclusiva nei meandri.

Gli indicò il nocciolo, la torre quadrata, la quale, per la linearità strutturale, non poteva che essere un manufatto svevo, insomma del re Manfredi, e bastava compararlo con la pianta del maniero di Trani per averne la prova.

Si contestava che l’Hohensthaufen avesse avuto il tempo ad impostarlo, caduto in battaglia a Benevento, a differenza dell’urbano, la cui svevità è documentata.

Gli mostrò le cinque torri innalzate con la fatica dei forzati, progettate dagli architetti del Giustiziere della Terra di Bari, che d’Angiò aveva fatto riunire.

S’illuminò d’ispanico compiacimento nello schizzargli il recinto aragonese, che aveva permesso, tra questo e l’antecedente, una formidabile fortificazione mediante terrapieno, e il conglomerato bastione pentagonale dell’Annunziata, regnante Ferdinando il Cattolico, tutto difeso da potenti bocche da fuoco.

Le sopraelevazioni spagnole erano adibite a prigione dell’artiglieria e ad armeria e polveriera, sotto la quale si profilava il casamento della guardia.

— Durante il sacco, i saraceni non ce la fecero ad assaltarlo — altisonò soddisfatto — ahora si vorrebbe ridurlo ad una casamatta, ma che scienza militare è? Piuttosto è imperizia dei politici... — volle trarne, alzando le braccia al cielo ed abbassando il tono.

— I meccanismi esplosivi — ribatté Carlos — sono sempre più vigorosi e la tattica dell’arroccamento, blindato che sia, può essere vana. I nemici premono dal mare con l’arte del terrorismo ed è impellente, invece, punteggiare la costiera di torri con vedette solerti a segnalarli, per un’incisiva controffensiva allo sbarco, prima che sbreccino le mura ed attizzino i fuochi in città. Quel 16 agosto del ’20, clero, ufficiali e notabili di Manfredonia, con i loro congiunti e valori, erano tutti qui asserragliati, mentre fuori si consumava la carneficina con i miliziani in rotta. Preservare a tutti i costi un centro di potere, con i suoi profitti di ceto, può significare il sacrificio d’inermi, donne, bambini, disgraziati soldati sguarniti... e non è più scagionabile.

L’interlocutore parve sconsolarsi e riabbassò le braccia, dopo avervi indugiato sconcertato ad intendere l’ufficiale.

— Camillo de Lellis era entusiasta di questo castillo — si strusse.

— Camillo? — Con una smorfia d’incomprensibilità, Carlos si rigirò dal verificare sommariamente i cannoni.

— Sì senior, l’eroico colonnello che aveva combattuto i turchi con la bandiera della Serenissima. Venne qua come inviato diplomatico, per accatastare dei documenti rimontanti al protettorato dei veneziani. Era assiduo giocatore d’azzardo, perennemente spiantato e bestemmiatore, un senzadio, ma buen chico. Poi, nel bosco — e marcò le chiazze rasenti la costa — in groppa al suo destriero bianco, incappò in qualcosa di fantastico... de pronto si svestì dell’uniforme, s’infilò il saio e non è tutto: fondò un ordine, quello degli Infermi, quasi un Paolo di Tarso moderno.

— Paolo...Alvine era frastornata da una sensazione anomala, che la gratificava con un raziocinio che mai aveva posseduto.

Una presenza era deflagrata nel suo cerebrale come se volesse manifestarsi e prescandire ciò che lei articolava.

— Era anche lui un combattente — condensò il reggente — al soldo di Roma e persecutore dei cristiani, ma si convertì ed è diventato uno dei padri della Chiesa.

— La fine del carnevale si ripresenta puntualmente con le Ceneri e bisogna levarsela, la maschera.

Alvine aveva parafrasato il gesuita di Napoli.

Fuori la cinta, nel sito archeologico sipontino, ai bordi settentrionali del decumano 3, si schiudono gli ipogei sepolcrali, oggi detti Capparelli.

Non è casuale, la sepoltura cristiana medievale prescriveva che il corpo fosse adagiato a palme incrociate sul petto e con la linea degli arti inferiori ad ago di bussola verso il sorgere dell’aurora, quale simbolismo della resurrezione.

L’inumazione sanciva l’uomo che tornava ad essere fango, non così i dolmen, le tombe egizie ed etrusche, che erano delle vere e proprie case dei morti in similitudine a quelle dei vivi.

Dopo l’evacuazione di Sipontum, la necropoli fu riattata a ricavarne materiale per la Nuova Siponto sveva, ma l’abbandono già era iniziato circa il Mille, quando anche ai comuni cristiani fu ammesso il seppellimento entro urbem, rinfrancati dalla vicinanza di una chiesa o nientemeno dall’esservi interrati.

Ci sarebbe stata l’ordinanza cimiteriale napoleonica a promulgare lo spazio dai vivi, respingendo i morti extra urbem.

Il comandante Carlos rinvenne gli antri celati dalla boscaglia mediterranea, rifatti in ovili; era partito, badato dagli indivisibili compagni, per una ricognizione costiera.

Alvine, in realtà, era cosciente che ciò non poteva essere il vero presupposto, ma richiamata dai luoghi dell’evangelizzazione di Camillo, intrecciata alle rivelazioni del castellano.

Dalla masseria situata su di un’altura, propaggine del monte Gargano, si spicciava un desolato funerale; dietro il feretro, sorretta da un incanutito pecoraio, si strascicava una strepitante ragazza, che impetrava la riapertura della cassa, perché aveva trascurato di porvi le ciocche.

L’arcaico rito funebre coartava la vedova a recidersi la chioma e aggomitolarla alle dita della salma, quale pegno di fedeltà.

Sarebbe stata prosciolta dal talamo qualora la capigliatura si fosse rinfoltita così com’era; la traduzione che il defunto le restituiva i capelli, quindi l’emancipazione.

I confratelli s’ostinavano a disubbidire, finché non intervenne l’autorità dell’ufficiale a dissuaderli.

Il vecchio s’avvinghiò ai suoi stivali, vociando che proprio lì, lui da bambino ai funerali del padre, s’era bagnato del pianto di sua madre, la quale pretendeva la schiodatura del feretro, per il medesimo motivo; n’ebbe ragione dall’ingerenza di un cavaliere, affiorato misteriosamente dagli arbusti con un’appariscente croce rossa cucita sulla casacca bianca.

— Era Camillo de Lellis — formulò laconicamente Carlos, poi, mentre il miserrimo corteggio s’incamminava per la fossa collettiva, approssimò gli uomini in un picchetto d’onorabilità all’indigenza.

1 - Un segmento della colonna romana, che segnava la fine dell’Appia a Brindisi, sarebbe stata trafugata dalla vicina città di Lecce ed oggi è innalzata nella Piazza dedicata a S. Oronzo, sovrastante l’antico anfiteatro, a reggerne il simulacro.
2 – Vedi in Appendice “La Traiana e le altre strade”
3 - Una delle vie principali che tagliava le città romane da oriente ad occidente, incrociando il Cardo da sud a nord.


7
Napoli

Napoli, viceré Pedro Fajardo, marchese di los Vélez, placatesi le bufere rivoluzionarie, con quella dei messinesi, che avevano ipotizzato una Sicilia francese, è cenacolo di pensatori e d’artisti europei.

Vi si anticipano concezioni romantiche e si sancisce la limitatezza dello scibile, poiché l’uomo ha l’intelligenza di poter imparare solo ciò che la sua specie ha prodotto, nel principio meridionale si sa ciò che si fa1.

L’apprendimento delle lingue, dell’etimologica dei vocaboli, in cui il dialetto ne compendia la valenza, l’analisi dei miti e delle saghe, sono tappe inalienabili nelle indagini storiche.

Il barocco imprime solenni testimonianze fin nelle periferie del regno, Lecce e Martina Franca, e la musica viene ad essere sempre più soppiantata dai galanti clavicembalisti.

Ha il suo “Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo”, un orfanotrofio musicale, in coerenza partenopea; da questo sarebbero sbocciati i geni di Pergolesi, Paisiello, Scarlatti...

Luca Giordano impressiona d’affreschi la cappella del Tesoro nella Certosa di San Martino ed il suo tecnicismo, sintesi tenue e splendente, un’elaborazione dalle influenze, è vincolante per gli artisti settecenteschi.

La città e gli scavi di Ercolano e Pompei si candidano ad essere una scuola d’obbligo per tutti i giovani aristocratici europei.

Napoli è pedana, galleria e palcoscenico di critica, una delle pregevoli capitali dell’Illuminismo, immancabile nel curriculum d’ogni produttore d’arte.

Padre Francesco andava a rimestare le cucine delle taverne e il fieno delle stalle, a raccattare orfani ripudiati dalla parentela e dai parrocchiani, per commissionarli ai brefotrofi.

In città ce n’erano tre di principali.

Era anche un intuitore di talenti e quando adocchiava un fanciullo intascarsi un tozzo di pane, cantando o suonando in virtù di uno speciale risarcimento della natura, n’era rapito, poi lo convogliava nel conservatorio, saldo d’idea che nella vera arte c’è sempre la mano del Creatore.

Alvine era attratta da quella missione, ravvisandone una guisa di moschettierismo.

— Ti vuoi confessare? — la incalzava Francesco e lei ripeteva che sua madre era andata nell’aldilà per colpa della Chiesa e che non se la sentiva di perdonare.

— Mi sono dimesso dal mestiere delle armi — aggiunse una sera, in ora tarda, dopo aver assistito ad un canto angelico di una bimba bionda, disconosciuta da una gentildonna, che, si spettegolava, l’aveva avuta da un diplomatico austriaco — mi piace provvedere per queste bambine, mi ci rivedo e non voglio che assaggino la mia infame sorte. Ho abbastanza risparmi per...

— Non sei tu a perdonare la Chiesa, ma è Questa che potrebbe... e con le tue finanze non lo compreresti il perdono, nemmeno un mondo intero se non l’elargisci in piena remissività al Cristo! — gridò nel vicolo buio.

In Alvine s’era addensata la refrattarietà e gareggiò col tono di voce del sacerdote — Mio padre rimbambiva maman che il protestantesimo è il responso dei cristiani alla simonia dei Papi, che accettano soldi in cambio del perdono... ha avuto ragione il tuo confratello Eusebius Nieremberg, gesuita tedesco a Madrid, nello scrivere che Dio ha fabbricato il mondo secondo formule di simpatia ed antipatia!

Padre Francè — atterrò una voce da un’imposta socchiusa — vulite ‘na mano?

— Duorm’ e buonanotte guagliò — rimandò e i due confabulanti si pacarono.

Il gesuita era assorto nelle riflessioni che le frasi d’Alvine gli avevano innescato e gli sgorgò dalle labbra il ritornello del domenicano Tetzel “Appena il soldo in cassa ribalta \ l’anima via dal purgatorio salta”.

Lo stato pontificio non era fornito di classe imprenditoriale da poter rivaleggiare con i traffici internazionali ed il contado, una potenziale vena d’introiti, ma infettato di brigantaggio e d’insetti portatori di malanni, si vuotava dei suoi agenti vitali.

In questo sempiterno disfacimento, in cui le indulgenze erano di mercimonio, i papalini opprimevano d’esazioni e svendevano immobili, legittimandolo quale riparazione agli illeciti ed alla depravazione dei monasteri.

I patrizi Piccolomini e Malatesta, in ribellione agli esborsi, capeggiarono torme di proditores e Sua Santità addivenne ad una concordia.

Una santità discutibile se per svellere le tane del sovversivismo, fu escogitato un diabolico calappio.

Il Duca d’Urbino s’inoltrò nelle radure, carreggiando appetitose vettovaglie, che i briganti arrembarono inebriati.

Ci fu una strage, osceni cadaveri infrattati, anche di donne e bambini, impalati con le mani sull’addome, nel tentativo di contenerne gli atroci spasimi da veleno.

I Chierici regolari della Compagnia di Gesù, costituiti da Ignazio di Loyola nel 1534, Francesco n’era un fratello, e strutturati ad immagine militaresca, pretoriani del Soglio preordinati per la sua difesa, sarebbero venuti meno alla devozione verso la Chiesa Romana, propendendo per le cose da dare a Cesare, per i diritti della Corona, sviando dal dare a Dio, per il potere dei papi.

Un’ideologia incriminata d’appoggiare stati comunistici, vedi il Paraguay, e di giustificare l’assassinio politico, vedi l’uccisione di Enrico IV, che nel 1773 avrebbe spinto Clemente XIV allo scioglimento dei gesuiti, già tallonato dalla loro cacciata dal Portogallo nel 1759, la quale si sarebbe attuata via via in Francia, Spagna, Napoli, Parma, Modena, Malta.

Furono ripristinati da Pio VII nel 1814, non senza contrarietà.

Alvine incedeva rimuginando le proprie: avrebbe consegnato ai gringos, riservandosi una quota dei guadagni, il castello e le terre, che il Consiglio d’Italia aveva ratificato a mo’ di liquidazione dei crediti accumulati dal condottiero Carlos, il quale ne rifiutava il blasone.

Lei si sarebbe soffermata a braccare le piccirelle, a pilotarle per un dignitoso reinserimento dalle brutture delle strade...

Mantenne le promesse: conduceva le piccole con sé, preparava una sostanziosa cena e si spendeva a dialogare in pronostico del ricovero.

S’era ammaestrata in Abruzzo, dalle villane che si prestavano a far da cuciniere alla soldatesca, ad imbandire fagioli con lardo, oppure uova e pomodoro insaporiti d’aglio e basilico.

Due modeste pietanze; l’una perennemente al caldo nel camino, minestrata ogni sera dal pentolone fino a scorgerne il sedimento rappreso, e l’altra da cuocere veloce all’occorrenza.

Alvine si votò ad essere la coadiutrice di Francesco, sostituendo il nipote del cardinale, incrollabile innamorato di Carlos, sballottato ad altra sede retta dalla Compagnia in Lucania, ad Avigliano 2.

Furono due gli avvenimenti 3 che lei portò, ormai senile, teste nel processo di beatificazione di Francesco e che l’avrebbero sladinata ad incanalarsi nelle opere caritatevoli.

Per il popolino era la zi’ monaca furastiera, anche se non avrebbe mai preso la tonaca, irrigiditasi d’anticlericalismo, concisamente ateistica.

Chilli ‘e popolino erano per accezione gli accattoni, diversamente dal ‘o popolo costituito dalla minuta borghesia, i bottegai e collaterali.

Una mamma, squattrinata da non poter nemmeno pagare un minimo d’onoranze per la figlioletta spirata d’inedia, aveva avuto l’intuizione di esporla nel confessionale di Padre Francesco, al Gesù Nuovo.

Il gesuita era ricomparso in chiesa con Alvine e, appena scostò la tendina, scoprì il la morticina, con la bambagia in bocca ed un fazzoletto annodato dal mento al parietale.

Scongiurò l’accompagnatrice di trasportarla in sagrestia e d’approntare acqua benedetta e la reliquia di S. Ciro; egli sarebbe restato a pregare in breve sull’altare.

Alvine cesellò nel dibattimento che il sacerdote, dopo aver posato le mani sulla testolina della bimba, l’avrebbe evocata, Teresella! segnandola con tre croci sulla fronte, sulle labbra e sul volto.

Intimò ad Alvine di liberarla dall’ovatta e dalla benda, di riporla nel confessionale e di far avvicinare la meschina, che piagnucolava in penombra.

La rea, battendosi il petto per il peccato, si riprese la figliola, la quale, riaprendo gli occhi, reclamò che aveva desiderio di cibo; zi’ monaca porse tutto il denaro che aveva con sé.

Alvine fu colpita da tubercolosi ed era in fin di vita, preda di cocente piressia e di tosse maligna; Francesco la ritrovò che buttava sangue con bava.

Ansimava dissetarsi e il religioso disparve esortandola d’attendere, ma di non bere dalla brocca.

Entrò un bambino con un’ampolla colma d’acqua limpidissima e gliela offrì in nome di Padre Francesco.

Al processo, annunciò commossa che, dopo averne ingerito ingorda una buona quantità, n’ebbe miglioramento e in poche ore emigrò risanata dal giaciglio.

Alvine, malgrado le tangibilità del padre gesuita, non ce la fece mai a credere nelle santità, ma si sottomise all’inquisitoria dell’avvocato del diavolo, contraddicendolo con fermezza.

Pensava, a ogni buon conto, che la dulia, nelle ere a venire, avrebbe incastonato un impareggiabile motore in seno ai posteri, perché non si scordassero di quest’uomo e d’altri consimili.

Alvine non poteva avere appreso le pulsioni dell’Alter Es e del loro influsso nelle avventure dell’uomo.

“Grandi uomini e donne che avevano governato, a munificenza altrui, le grandi forze generatrici delle incommensurabili opportunità umane: la primordiale conoscenza che i sopravvenuti modelli decantanti i bisogni ed i piaceri muscolari avevano sprofondato negli anfratti oscuri dello scibile e che i millenni avrebbero diluito nell’inconoscenza”.

Concetto che Alvine, in via rudimentale, personificava con Padre Francesco, grande uomo, un messo mondoalteristico rigurgitante di quell’inconoscenza, ossia i fenomeni miracolosi.

Le dimissioni di Carlos dall’appalto delle armi, che pur lo avevano corroborato di prestigio, non si sarebbero rivelate una scelta sporadica... di là degli eventi che avevano abbonato l’Alvine ad un volontariato umanitario.

Lepanto aveva già rammendato l’Occidente cristiano, almeno dalle paure delle linee musulmane e del terrorismo piratesco, ma che non sarebbe mai stato in grado di riassettarsi nei secoli.

I mercenari, d’alta e bassa forza, si sarebbero dispersi ad inseguire una placida quiescenza, un buon matrimonio, rogito fondiario, un’attività da maniscalco 4, da fabbro... sospinti alla smobilitazione dai prodromi di pace, che, dai trattati di Utrecht e di Rastadt, avrebbero soffiato per la penisola su Firenze, Milano, Napoli, Roma e Venezia, i cui cittadini nobili e borghesi già si gustavano la non belligeranza con una quotidianità molle, salottiera ed acculturante.

A Verona avrebbero oziato le truppe della Serenissima, veterani schiavi e mercenari, al comando di Eugenio di Savoia; nel Granducato di Firenze, in pochi decenni, le forze si sarebbero contingentate a poche migliaia dagli ottomila indispensabili nelle ostilità; Venezia n’avrebbe contato seimila invece dei venticinque essenziali per la difesa e Milano appena un migliaio.

I pontifici si presentavano ben armati, con le guarnigioni di Castel S. Angelo, d’Avignone, in Emilia, nelle Marche e lungo l’Adriatico, ma fu il rullo dei tamburi napoleonici a disseminarli, come dappertutto.

L’Armata d’Italia del Direttorio, che la cronaca descrive straccioni giacobini, avrebbe avuto il trionfo grazie a questo sventramento, insomma alla vacanza della macchina bellica italica e delle sue sinergie, più che al valore gallico.

Il Piemonte dei Savoia era il solo che si mantellava con un efficiente esercito: diciassette reggimenti di milizia e fanteria, tre di cavalleria.

La sua fanteria sarebbe divenuta il prototipo della forza moderna italiana, esauriente di piemontesi e satellitari, sbrigliata cioè dall’etica del composito prezzolato.

In ogni stato, dopo le batoste francesi, alle quali nessuno aveva dato credito, la crisi da pace perniciosa si sarebbe stemperata col riposizionare gli armamenti e le divise rinnovate e indossate dai propri cittadini.

L’epoca dei mercenari si sarebbe così smorzata, eccetto alcuni sprazzi, come il Borbone di Napoli, che, dopo il panico del 1848, le avrebbe ricostituite in fatta di barriera antisommossa, al comando supremo di Carlo Filangieri.

Il Risorgimento, è vero, avrebbe ammassato, nei piemontesi e nei garibaldini, giovani campani, siciliani, toscani, veneti... anche polacchi della Legione Italiana di Kickiewicz, per la difesa della repubblica Romana, ma tutti alitati d’indipendentismo ed unitarietà, tali da pungolarli alla lotta armata e non sedotti dal soldo.

I mercenari si sarebbero riesumati in aree coloniali o da tipici fenomeni come la Légion étrangére 5 ed il Tercio Extranjero, i marocchini di Franco nella guerra civile spagnola.

Al Settecento e al suo disarmo, che consente una diversa finanziaria, si deve la decomposizione della carestia e dei contagi.

Il mais delle Americhe è coltivato capillarmente, saziando quelle bocche che insistono a non sfamarsi di patate, considerate venefiche.

I rurali ed i meno abbienti si cibano di vegetali, latte munto e latticini; la porzione di carne, almeno a settimana, si trancia dal manzo, vitello, maiale, capretto e selvaggina, innaffiata di vino.

Le piantagioni delle viti si sviluppano nella penisola, allargandosi dai poderi conventuali ed episcopali, il cui succo è predestinato alla rievocazione tropologica dell’Ultima Cena sugli altari.

Si diffonde la consuetudine delle tavolate en plein air in comitiva, già costume delle soldataglie barbare e delle squadracce mercenarie, che si rifocillavano con le scorrerie.

Laddove, però, il padrone da le bele brache bianche domina da despota, vedi il Lombardo-Veneto, la monofagia del granturco porta nei campi la calamità della micidiale pellagra, in sovrappiù allo scorbuto, provocato dalla totale penuria d’agrumi, e alla malaria nelle zone lagunari e palustri a scacchiera nella penisola.

Fu grazie all’importazione via Adriatico di limoni ed arance dal Gargano e dal meridione che lo scorbuto ebbe esiti meno devastanti nelle Venezie.

1 - Nel pensiero di Giambattista Vico
2 - L’etimo di questo caratteristico paese, che ha un omografo in Umbria ed al femminile in Piemonte, c’è chi lo farebbe risalire al latino avis uccello o abellana noce o ad altro; piacerebbe credere che sia un toponimo nato dal rimpianto di Alvine, quindi Alviniano, poi modificato dal vernacolo.
3 - Anche in questo caso mi sono ispirato alle descrizioni essenziali del biografo Michele Corcione.
4 - Il moderno grado di Maresciallo, sottufficiale delle F. A. è, infatti, l’erede del Maniscalco, che nelle vecchie armate aveva un ruolo importantissimo. Un cavallo mal ferrato poteva risultare letale per il suo cavalcatore in battaglia.
5 - Fondata nel 1831, la Légion étrangére è tutt’oggi operativa e riunisce volontari d’ogni paese, verosimilmente nata dalle ceneri dell’esercito napoleonico, che aveva radunato entusiasti patrioti europei.


8
Ai confini con lo Stato pontificio

A Napoli, Alvine s’era amicato il medico Pompeo Prudente, già affezionato a Padre Francesco.

Alla mediocrità officinale, accoppiava sondare la psiche dei malati, riuscendo, ove possibile, a guarirli senza alcuna mistura.

Un dono che non ostentava, mimetizzandolo abilmente con soluzioni placebo, oppure ammantandosi della saggezza partenopea - Assai ‘mmerecine, miereche gnurante.1

L’inquisizione faceva sempre paura; per nonnulla spiccava addebitamenti d’eresia, stregoneria e di collusione col satanismo.

Alvine andò a consultarlo, gli stese l’alienante fantasima, che a notte s’impossessava dei suoi sogni e non si defalcò la natura muliebre.

Prudente la scaricò dei segreti, a lei stessa occlusi, e fu lui a rischiararle quel dettaglio che la paziente non aveva mai apprezzato: l’indefinibile entità riaffiorava calandosi dal balconcino a ridosso di una trifora signorile, sul frontespizio lineare di un edificio a pianta rettangolare, contornato di boschetti e che scaturiva dalle nebbie degli acquitrini.

Un poggiolo a colonnine rifinite di capitelli e con gli angoli sormontati da una coppia di leoncini esibenti lo scudo fiorentino col simbolo del cappello, tutto oramai inciso nell’anamnesi onirica.

Egli, tra l’altro dilettante d’architettura araldica, ne desunse la fattura veneta e che erano in due ad avere quel logo, i Capuleti di Verona e i Cappello a Venezia.

— Ma — addizionò — per il paesaggio circostante è ovvio che sia una ca’ d’entroterra, un villino per dirla alla napoletana. Interessante — concluse l’illuminista — la tua inconsapevole reminiscenza mnemonica.

— Sei un curioso — lo disorientò Alvine — La curiosità equivale alla perspicacia ed è l’evoluzione d’ogni uomo che va a separarsi dall’istinto per affidarsi al ragionamento — ed ebbe l’esatta percezione collaudata a Manfredonia, come se qualcheduno, cioè, le sillabasse le parole, ma non si stupiva come allora, anzi, s’allettava dell’assuefazione — ma è l’incombere del sacrificio che ha dato all’umanità l’abbrivo all’intelligenza e continua ad accrescerla; rimane il mistero del perché l’Ordine abbia prediletto la fame, le malattie, la violenza, la guerra e la morte per plasmarcela.

— Accludici le torture agli scienziati... — enfatizzò il medico, ossessionato dal tribunale ecclesiastico.

— Sei un seguace di Galilei? — volle lei interpellarlo con malcelato tono di biasimo, addentellandosi all’educazione luterana.

— Il pisano lo è del Kopernik, come lo è stato Kepler e Giordano Bruno — precisò — La scoperta del polacco è stata resa di dominio pubblico postuma e Galilei, che ne ha dato la prova empirica, l’ha scontata per lui. L’ha pagata cara anche il tedesco, con un’esistenza ghermita dalle sventure; il torchio dell’inquisizione gli aveva pressato finanche la madre imputata di fattucchieria. Bruno, poi, è stato bruciato sul rogo. Ai dotti conformisti e bigotti, dai sommi sacerdoti di ieri ai chiarissimi teologi e universitari odierni, atterrisce più il convalidamento dalla nuova genitura di sapienti, oscuratori delle loro decrepite cattedre, che lo stesso principio eliocentrico.

— La Terra non sarebbe più al centro del cosmo... e che significato avrebbe un’infinità di mondi inaccessibili — confutò Alvine — L’ovvio è che un Ordine endemico e indecifrabile abbia fucinato l’universo e che Dio stesso, se davvero è, singolare o collettivo, sia una tessera del mosaico celeste, in ogni modo non il costruttore di un’unica casa per i viventi.

— Nel nostro encefalo si rivolvono i sogni — raffrontò Prudente — microcosmi gremiti di creature e cose, che non vedranno mai creature e cose d’altri sogni; eppure, tutti in ambito di una sola mente, simili a pianeti in orbita solare. Dio è di là dei sogni e della mente, di là dei pianeti e del sole, di là del tutto creato... Alvine — deviò fulmineo come se vi fosse stato costretto dall’attimo — pur non essendo stata tu la mano, hai ammazzato tuo padre perché aveva prescelto Louise.

Le sedute s’interruppero a causa della mortifera patologia che aveva colto il terapeuta e Alvine non volle più ricominciare, stravolta dal portento che ne derivò, per il ridondare di Teresella, in una controversia interiore.

Pompeo Prudente, dato defunto dai professoroni Carlo Musitano e Leonardo Di Capua, riaprì gli occhi alle imperiose sollecitazioni di Padre Francesco, in ritardo al suo capezzale per l’unzione, e sopravvisse quasi un cinquantennio 2, evidenziando una magistrale diagnostica, inusitata nella sua stessa professione ante mortem.

— Na cosa è parlà e morte, e n’ata è murì — proclamava spesso, quasi a se stesso, nel margine delle visite agli agonizzanti “Una cosa è disquisire sulla morte, un’altra è testarla”.

Alvine si contorceva nel disputare quale logica ci fosse in un’umanità pregna d’irreparabili morbi, di feroci costumanze, l’avvento d’uomini con l’arbitrio di lenirli e di prorogare le morti.

— L’artefice — si scervellava — dovrebbe essere bicipite, con due menti in conflitto, in eterna dissociazione. Oppure — s’incaponiva — coesistono due dòmini sovrumani, l’uno negativo e l’altro positivo, in teomachia... e siamo tutti, noi uomini, dei faziosi mercenari al loro servizio. Io — rifletteva — sarei stata subordinata al primo e ripagata con una fulgente ascesa; la mia conversione, allora, non è che un cambio di padrone, ma con che cosa mi ricompenserà.

Si convinse, infine, che la risposta, terza e veritiera, l’avrebbe estirpata da quell’estraneo palazzo, presumibile della campagna veneziana.

Carlos riabbracciò i suoi vecchi compagni d’armi, indaffarati a far fruttificare le terre agli steccati del regno con lo stato pontificio, che aveva ceduto loro in comproprietà, ed a rivitalizzarne il maniero.

Nessuno di costoro ebbe mai il sentore che il cid fosse una femmina, la quale aveva la tenacia di tenere recondite le proprie mute, se non altro, per non cascare nell’abrogazione delle spettanze governative, innanzi tutto a detrimento dei suoi commilitoni.

C’era arrivato più per abboccarsi con il suo vice del dopo Alphonse, il Landinetto, l’inquieto rampollo dei Lando, che avevano terreni in quel di Monastier, nel veneziano.

L’epilogo eziologico del Landinetto era affine a tanti d’altre secondogeniture.

I suoi signoreggiavano su un latifondo nei paraggi di San Giorgio Maggiore, attiguo ai Contarini, Zen, Malipiero ed altri patrizi.

Il primogenito avrebbe arraffato tutto ed egli s’infiacchiva a cicatrizzargli, almeno, l’egoismo paterno e che già vantava di non volersene discostare di uno scheo 3.

L’antagonismo esplose quando Landinetto ebbe l’idealità di trasformare parte del “Tezzon delle vacche”, un’estensione da pascolo a sinistra del canale Vallio, in una coltura di mais, il grano delle Americhe, che il Veneto sperimentava in anteprima italiana.

V’inchiodò un cason per i repetini, i disoccupati e gli stagionali privi di un minimo di sussidio, i quali si gualcavano nell’abbazia di Santa Maria di Pero 4, a frignare una scodella calda, per non morire di denutrizione insieme alla famiglia.

La situazione ecologica era di spaventoso degrado: tra i corsi della Fossa Bruna, del Palombo e della Fossetta, confluenti nel Meolo, l’impaludamento e la malaria recapitavano nei tuguri una mortalità altissima, da decimare il venti per cento degli abitanti, tra l’insensibilità dei siori.

Landinetto, angariato da costoro, diffidato dal soccorrere ulteriormente gli sciagurati, un giorno selezionò alcuni validi coetanei e, di lena, sconfinarono nello Stato di Milano, dove ottennero asilo e arruolamento; al fratello, che lo congedava sarcastico, gli aveva urlato – Te vegna el vermo can!

Allo sfascio della brigata di Carlos era rimpatriato, ma, amareggiato del benvegnù, promise di non ribadirlo, giammai.

Scelse per moglie una pasionaria siciliana e conviveva felicemente appagato.

La storia minima di questa figlia della Trinacria potrebbe essere parvente d’altre rapportate alle sue coetanee.

Carolina era dei Villabianca, sfavillanti di barbagli gattopardeschi, i quali si sarebbero ottenebrati fino a spegnersi, salvo ricrearsi di borghesia esercente, rintuzzata dalle propulsioni risorgimentali, per coloro che n’avrebbero avuto la capienza generazionale.

Aveva un fratello, al quale si sarebbero succeduti titolo e proprietà, e cinque sorelle tutte indirizzate al monachesimo, probabilmente dalla loro poca avvenenza, che non stuzzicava alcuna aspirazione maschile.

Carolina, di preferibile aspetto e dalla mano già contesa, era l’unica incline alla cella monastica.

Questo inalberava le furie della famiglia, che vedeva sprecato il negozio di maggiorare il proprio carisma, apparentandosi con altolocati, pur retribuendoli di cospicua dote.

La giovane era prosperata nell’avita biblioteca, quivi educatasi all’umanistica, suggestionata dalle pagine gutenberghiane delle intellettuali continentali concepite dal rinascimento, e credeva che nel convento avrebbe potuto dedicarsi alle lettere.

Il suo idolo era la veneziana Lucrezia Cornaro, prima donna laureata e poliglotta, pur avendo sposato le Regole delle Benedettine.

I livori ideologici tra messinesi e palermitani, ovvero tra la cricca dei nobili progressisti, gli imprenditori filofrancesi, e quella dei nobili conservatori, i feudatari filoispanici, che avevano smembrato la perentoria omertà del suo parentado, suscitarono in lei una confusione mentale, dalla quale statuì di dover evadere a salvaguardia della propria euritmia.

La coazione agli sponsali, poi, fu traboccante; si dette alla fuga e raggiunse la capitale, supportata dalle schiere di Carlos, che riattraversavano lo Stretto dopo la rappacificazione dell’isola col trattato di Nimega tra Francia e Spagna.

Carlos e i gringos erano stati integrati nell’esercito in Sicilia, ma, a guerra intestina ormai consunta, vi sostavano in precario presidio.

Carolina dimenticò presto i cenobi, anteponendo politica e capitani di ventura, e se la intese con Landinetto, al quale rimase fedele tutta la vita, consigliera erudita.

Ingagliardì nel veneto la risonanza ai didascalici pareri, che, tuttavia, vedeva ben lucidi nel comandante Carlos e nei suoi uomini, i quali prefiguravano un club e parteggiavano con i Levellers, i movimentisti inglesi che avevano sventagliato il principio egalitario e democratico, riluttante alle prerogative dell’aristocrazia, del clero e dell’alta borghesia.

Furono, più d’ogni altra sua essenza, le enunciazioni di Caruìna, così nominata nel dialetto di lui, che avrebbero fatto innamorare Landinetto: insomma, le risposte agli apologetici di lui.

— Mi son veneto e ne sono orgoglioso. La mia nazione proviene da una stirpe illirica di mercenari “amici della giustizia” 5. Dopo le guerre iliache, in cui fummo soci dei troiani perseguitati iniquamente dagli Achei, veleggiammo verso i lidi della nostra terra promessa, dal mare al Mincio e dal Po al Cadore. Este, Altino, Montebelluna, il porto di Andria furono le nostre fondazioni, pullulanti di artigiani delle situle. Quando i celti dilagarono, coercitivi della loro rozza cultura, fu Roma che, tributandoci una civiltà, ci coprì perché la detenessimo. Oggi, siamo il baluardo nordorientale del cristianesimo...

— Se al mondo — enunciò Carolina — dovesse aprirsi un fronte tra il nord cristiano ed il sud musulmano, mi schiererei dalla ragione di chi avrà subito il primo colpo mortale.

Nella rocca Pimentel s’era deperita ogni mira per la quale era stata attrezzata.

Non sussistevano più bacheche d’armi, le quali erano tutte serrate negli scantinati, prudentemente oggetto di periodica manutenzione; v’erano invece custoditi gli utensili agricoli più dispendiosi.

La piazza d’armi aggiustata in aia e qui si trebbiava, macinava, frangeva e si pigiava.

Dalle galere si sprigionava la fragranza del pane sfornato, la palestra del pianterreno era arredata ad arioso soggiorno e salone da pranzo e non era raro che vi si fermassero alcuni ausiliari, rodati braccianti.

— Finiamola con gli scannamenti, gli uomini non sono bestie — aveva rimbombato Landinetto nel disunirsi dagli archibugi, poi, aveva proseguito rinunciatario — Magari bastasse inchiavare lame e canne, ma la combattività, la ferocia, il sadismo sono incancellabili dalla condotta animale... e noi apparteniamo a questo regno, con o senza intelligenza, anzi, questa c’invoglia a rivendicare quella razione che spetterebbe al leone.

— Sei incoerente come tutta l’umanità — staffilò Carolina — quando abbiamo vergogna di scimmiottare gli animali, ci erigiamo a razza eletta, ma quando sconfinfera avallare l’odio, la spietatezza per soddisfare l’ingordigia, ci equipariamo torpidamente ad essi, come se non fosse misfatto nostro, ma di chi ci ha voluto in siffatta indole.

A Carlos, nelle sue improvvisate, era ridato il posto a capotavola, detratto a Landinetto, che la comunità aveva preposto a latere.

La sera a cena, al fianco del comandante, la signora Lando, col pretesto del galà, aveva accantonato il vestimento bucolico e sfoggiava una scollatura dagli omeri, pettinatura bassa e rigonfia, la vita ristretta dal busto ed un’ampia sottana.

Di primo, mangiarono cappone arrosto, bocconcini risecati sottili: un tagliuzzamento di cipolla e lattuga ben mescolato con la carne ed il tutto versato nel piatto, il cui contorno consisteva di capperi, olive, crescione, funghi, agrumi, uvetta, fichi e legumi.

Le portate erano state agghindate sotto la sorveglianza di Carolina, che aveva copiato dal ricettario dell’inglese Robert May, modificandole ai palati ed ai prodotti nostrani.

Landinetto, dopo alcuni spiedi irrorati di vino dei colli, rabberciò una delle sue solfe digestive, aizzato, stavolta in buona pace degli astanti, dall’interrogativo di Carlos, mosso a conoscere ad ogni costo il sito del palazzo dei suoi incubi, se ce ne fosse davvero uno, che aveva dipinto accuratamente, non tralasciando le tracce del dottor Prudente.

— Me vegna ‘a malagrasia — debuttò Landinetto — se quea che ti me conti non xe Ca’ Cappello de Meolo indove ‘ndavo da ceo ae sagre, coi mii, che Dio ‘i assolva. In passà ghe jèra anca Bianca da Venexia, xe deventada ‘a granduchessa di Toscana. Quea pora tòsa cussì zovane... morì insieme al marito, avvelenati dal cognato 6.

Landinetto tirò con la novità origliata in quella sua nostalgica incursione a Monastier.

“Un attempato guitto, smontato da un carrozzone parigino, sparse a Venezia la piccante ciàcoea che Bianca Cappello aveva sgravato un figlio bastardo, di nascosto a Firenze, e che l’aveva assicurato ai teatranti in tournée per la Francia, essendo il suo ingresso da Signora imminente a Palazzo Medici.

Il vecchio la divulgava tra i sestieri, perché aveva giurato di vendicarsi dell’attore protagonista, trascinante la platea, il quale aveva abbandonato la troupe sul lastrico”.

— Sta sira che storie curiuse, come trase chista n’tà chidd’autra... 7 – si lagnò la siciliana, assorbita dalle due vicende che si distinguevano dalle usuali, ma che non ne discerneva l’aggancio.

Quell’acclamato attore era lui, il figliolo di Bianca, al quale erano stati dati i nomi fasulli di Francesco Casier e che, sosteneva il tipo, si sarebbero francesizzati in François Cassier...

Landinetto non aveva potuto obliarli perché il secondo rispecchiava quello di un villaggio delle sue parti, sulla riva del Sile.

Alvine s’agghiacciò nell’impassibilità emotiva, da invincibile oplite qual era, ma nel proprio lievitavano guizzi di trascorsi, preminente il norcino di Firenze che in lui aveva iscritto la somiglianza con Bianca.

Era la nonna, che ancora si protendeva dalla trifora di Ca’ Cappello, dal suo tempo materico, a navigare nella portante onirica della nipote.

Era lei, quindi, da un mondo alter, del quale oltrepassava il solco della ritentiva, che gli uomini avevano ridotto all’inintelligibilità, e che la spronava, inarrendevole, ad aggiudicarsi il diritto alla conoscenza.

1 - Molte medicine prescritte provano l’ignoranza del medico.
2 - Il dottor Prudente, come riportato dalla biografia che ho assunto in esame, fu convocato a deporre e a documentare la propria resurrezione al processo per la beatificazione dell’amico sacerdote.
3 - In quest’espressione dialettale veneta, il termine non ha valore monetario, ma quantità irrisoria di misura.
4 - Primigenio nome del Meolo. L’antico radicale indoeuropeo PER, cui Pero, era il riassunto delle funzioni di questo corso d’acqua. La radice vale passareal di là – produrre.
5 - Il radicale Ven darebbe Amico, Amato, ossia membro di una comunità di amici.
6 - Mi venga ogni male se quella che mi stai descrivendo non è Ca’ Cappello di Meolo, dove andavo da bambino alle sagre, con i miei, che Dio li assolva. In passato ci veniva da Venezia anche Bianca, che è diventata la granduchessa di Toscana. Quella povera ragazza così giovane...
7 – Stasera che storie curiose, come si concilia questa con l’altra...


9
Meolo

La barca, che aveva preso su Alvine, ancorata nel Sile all’apertura con la Fossetta, scivolava verso il Meolo.

Il complesso, a conca di navigazione, costruito dov’era stato tagliato il fiume pro diversione delle acque, congegnato per il livellamento idrico e permettere lo scambio laguna-Sile ai natanti, sarebbe stato ultimato alla fine del secolo, dando luogo al toponimo Portegrandi.

Il rematore accennò un punto dell’orizzonte, a diritta della pieve di San Michiel — Quel campanile è la parrocchia di Melma, lì ci sono nato, un nome che è tutto il sunto del villaggio, di tutto questo pantano... — e picchiettò un’ellisse nell’aria, poi, come in un sortilegio, si mise a declamare — “Tocchi di campane a Mellema 1 soffiano rincorrono l’acque al Sile. E le onde del fiume vellutato carezzano baciano verdi rive. E discende un rio da Lancenigo e il grembo al piano a fecondare. Ed il fiume grande lo raccoglie quell’affluente lento e l’insieme la rinfresca gonfia la laguna... ” si tramanda che le nostre ave la recitassero al caldo delle stalle, d’inverno, in lode alla terra, quando il paese, già intarsiato dalla romana Via Claudia Augusta, godeva di rigogliosi boschi, pascoli, cereali e viti.

La siora foresta esaminò la distesa e, in verità, non scorgeva altro che mota; ma chiosò delle carreggiate tutelate, che dalle golene andavano a congiungersi con le ville, snodandosi dai ponticelli sui canali, e ponderò che la moda di venirsene in campagna a villeggiare avrebbe trainato la redenzione degli appoderamenti.

Il limitrofo asciutto delle ville, poi, a parte madido di sudore delle sgobbate mal pagate, si consacrava alla panoramica di un arcipelago.

— Ciò che ti riessi a vèdare de bon xe solo par i siori — raccolse il rematore, censurandola.

Fin da ragazzo era stato ai cantieri, procacciandosi l’arte dello squerariol, maestro d’ascia, pertanto era ben conficcato tra le brighe della Provveditoria.

— Venexia, poi, xe ‘a mala visina 2 e l suo splendor ‘o paghemo co’ ’a luse de’ nostri òci.

“...immani disastri che il nobile intento di salvare la lagunarità di Venezia — si legge nel saggio di Tomaz — concretato in una visuale, per miopia congenita, ubicentrica, ha provocato ai bacini lagunari periferici nei quali antiche e fiorenti comunità vivevano in equilibrio con l’ambiente che garantiva una vita economicamente agiata. Vita che si tramutò, a misfatti eseguiti, in morte per l’ambiente e in inferno per chi ci viveva dentro...”

“1674 ...far un cavamento per condur l’acqua del Sil — riporta un documento d’epoca — et altri fiumi nell’alveo vecchio della Piave...” ed arginare così i riversamenti d’acqua in Venezia.

— Altino — arguì il remiero 3, denotandone i reperti — la gloriosa città romana, non l’avrebbero mai potuta riedificare se i consoli non avessero procurato di consolidarne la primitiva e florida concordanza col territorio.

Avevano abbondantemente doppiato lo sfogo del Vallio, l’uomo sgocciolò un remo e, quando la prua vide il Meolo, lo immerse per estinguere il prillare dell’imbarcazione e vogò per inserirvisi.

Lo scirocco, d’attrito al deflusso, ammolliva le remate controcorrente, benevolo al cabotaggio.

— Se dura la piova in montagna — inquadrò — còssa ghe daren da magnar ai fioi, melma!

Il vento di mezzogiorno, ieri come oggi, s’oppone allo sfociare dei fiumi, ingrossa la laguna, comporta acqua alta a Venezia e straripamenti in terraferma al prorompere delle acque torrenziali montane.

Alvine aveva stazionato a Padova, per plaudervi il Santo, che annoverava tra “i grandi uomini che avevano governato, a munificenza altrui, le grandi forze generatrici delle incommensurabili opportunità umane”.

Non aveva potuto scansarsi il proscenio della sua Parigi; anche qui sparpagliavano scoàzze, sporcizia, peggiorata dagli atti fisiologici che si compievano perfino in Basilica.

Al far del giorno, incorse nei vasi da notte svuotati tra le ante smanigliate degli stabili sulle vie e nelle corti... e non intravedeva alcuno Zì Peppe, come a Manfredonia.

Si replicavano le premesse di gravi infezioni, tra le quali i gran dottori della duecentesca università, piccoli uomini, come li qualificava Alvine commisurandoli a Padre Francesco o Fra' Antonio, non sapevano destreggiarsi, nonostante lo scossone della recente epidemia; eppure, in questa città si sarebbe abbozzato lo schema di una sanità pubblica di prevenzione, che avrebbe trovato momento topico nel vaiolo, visti i requisiti igienici, conclamatosi nel Settecento.

Il barcaiolo distrasse la passeggera dalle sue cogitazioni, marchiando il campionario villereccio dei veneziani, issato tanto per rincuorarsi dall’erosione dello stato di terra e dalle sberle turche sullo stato da mar, con l‘indecorosa perdita di Candia, dopo quattro secoli di domini: la nuova villa dei Priuli, doge un loro Antonio, a pochi passi dalla sponda, i cui lavori, malgrado le indecisioni del paron, erano terminati, o quasi.

— Vogliono appiccicarvi dei mascheroni adiacenti alle finestre — disse — ma li pretendono di rigore uno differente dall’altro e se c’è anche un dettaglio uguale, ne comandano daccapo la ricalcatura. Mancarìa che ‘i fasesse pari pari ae loro facce, cussì... non ce le dimenticheremo mai!

Più distanziate, la villa dei Malipiero, un Pasquale fu doge, con una pregiata vera da pozzo di stile gotico e stemma del casato; quella dei Corner, con le monofore gotiche ad archi tribolati, doge un Giovanni.

— Tutti siori più degli altri, perché hanno avuto almeno un doge... ed ecco Palazzo Cappello, con trifora e poggiolo in pietra 4...

Alvine s’assordò di una lezione del dottor Prudente, al quale aveva chiesto che tema racchiudesse il cognome Cappello.

Molti si sono attestati dalla presenza medioevale dei religiosi. Questo alluderebbe al cappuccio che indossavano, cappa in latino, cui Cappellano, Cappelleti, Capuleti, Cappello...

Dopo aver lambito l’acqua con le dita arcuate, si sollevò e così permase, ritta sul traghéto, sino all’imbarcadero dei Cappello, curando di non rimetterci l’equilibrio, mai più, ed insinuò nella residenza signorile la sua voce, stupefacendosi: era dall’adolescenza che non l’aveva mai più modulata di timbro argentino.

“ Il tuo respiro afono ripercorre l’aria e al mio remoto alito riconduce l’ansia dell’insoluto panico. Che sia l’amore avido o sentimento gelido dal tuo colore atono. Mi riaffaccio tremante dal nuovo argine a raccogliere l’ombra di un fiore esile, inginocchiata al grembo della terra vado a sognare ancora calde serre dove sono cresciute le parole esse ormai inaridite di canzone”.

S’appiedò e si genuflesse sul greto con la mano colante.

Chi xe che bolsega ... — berciò apprensivo qualcuno da una finestra dei piani alti.

— Mi non so, paron, non xe una de noàltri... xe napoetana — fu pronta una fittavola angossàa de fassìne 5.

Il barcaiolo assentì con il capo.

— E cossa vol...

Il signor Cappello freddò l’attenzione sulla straniera che si stagliava dalle acque; riportare che ne fu abbarbagliato è niente.

Indossava una mise di scuola francese, da nouvelle vague, non ancora invalsa a Venezia, ma che n’avrebbe prepotentemente abbigliato l’èlite settecentesca: un abito screziato di fiocchi e nastrini che le comprimeva la vita e che, espanso dall’uso del panier e dalle sottogonne, pendeva sino alle calzature.

Il petto era scoperto da metà all’altra della spalla, ma aveva appannato l’incavo tra i seni con un fazzolettino di seta ricamata, che bloccava ogni infiltrazione dell’occhio maschile; il fondo schiena protruso dal cul postiche, un cuscino.

La statura era travalicata da un’acconciatura adorna di piume, alta da essere laccata con invisibili giochi di fili di ferro, ed il candore del viso e della pelle nuda era accentuato dalla cipria, spolverizzata dinanzi all’approdo.

Impugnava con classe un ombrellino aperto, squisitamente coordinato, ed il ventaglio, un risaputo arnese di codice amoroso, lo aveva deposto in barca, quasi a chiarire la riservatezza.

“Le donne — si diceva — fanno maggiori prodezze con il ventaglio che gli uomini con la spada” e, infatti, quando lo chiudevano, comunicavano preclusione o la fine di una corrispondenza.

Non difettava della mosca, ovvero del neo incollato all’angolo della bocca, che nella leziosità d’epoca era definito assassino.

— Je suis parisienne, m’appelle Alvine Cassier, gradirei contemplare gli affreschi del palazzo, ho raccolto giudizi di schietto elogio.

I Cappello furono rapiti dall’ambasceria che in Francia si dicesse delle loro pareti meolesi affrescate e non ebbero esitazione ad ammettervi madame.

Alvine, quantunque avesse sottinteso in Venezia, volle reggergli l’illusione e, così, da una escursione turistica passò alla completa accoglienza.

La notizia della permanenza dai Cappello di un’elegantissima parigina si moltiplicò nelle ville del comprensorio, facendone accorrere le dame, in gara a prenotarsi cùpide d’aggiornarsi su moda e bon ton, e Alvine si chinò a posticipare la partenza; non avrebbe potuto nutrire di meglio.

Accadde dopo due giorni, al finale del convivio apparecchiato nel piano nobile, convitati i parenti da Venezia.

Dopo i dolcetti secchi, bussolàdi e baìcoli, furono intavolate delle fumanti tazze di bevanda nera zuccherata, quintessenza di una pianta turca ad inflorescenza bianca e bacche rosse, i cui semi erano stati importati dal padovano Prospero Albini.

Era il caffè, percolato dai granelli tostati con la bala e si poteva acquistarlo in una bottega della città lagunare, All’Arabo, sotto le Procuratie Nuove, prioritaria in Europa 6.

Il decano dei Cappello, che oramai si spingeva eccezionalmente fuori di Sant’Aponal, non aveva mai voluto assoggettarsi all’intruglio e sorse burbanzoso dal seggiolone — Mi no bevo quea mistura foresta, vojo vin... el vin de casa no ‘briaga.

Desto ai primi chiarori, era esagitato da stravaganti smanie, che l’avrebbero indotto a stivarsi col parentàa in beccheggio per Meolo, a conòsser quea parigina, che l’intrigava già a sentirne parlare.

— Maometto — lo raddolcì Alvine — dopo averne bevuto per volontà d’Allah, che gli avrebbe inviato l’Arcangelo Gabriele a rassicurarlo sui giovamenti, immagazzinò tanta esuberanza da portarsi a letto ben quaranta concubine in una sola notte. — poi l’accasciò del suo occhieggiare.

Il vecchio si rivolse alla fameja - I so oci xe compagni de quei dee nostre femene... intorcolano le budella e ciucciano l’anima... passatemi quel sacramento di caffè.

L’ospite, già dal mattino, s’era ripetutamente affacciata dal poggiolo e la stranezza non aveva apportato semplicemente una sommessa curiosità; nessuno più aveva osato farlo dalla morte di Bianca.

Era serpeggiata la fola che vi domiciliasse la sua apparizione, sovente rinverdita dai perdinotte dell’osteria.

Alvine si rizzò a sua volta, incusse il suo portamento al vecio, l’abbracciò intenerita sino ai lucciconi per quell’accertamento che in lei, pur strimpellato, risuonava melodioso e s’avviò fuori della trifora, dietro le caliginose tende.

N’attesero invano il rientro: madama Alvine Cassier s’era dissipata e nessuno la rivide, mai più.

Al suo posto, sventolavano i nastrini sottogola di un cappellino, ma che nessuno aveva notato indosso alla francese.

Anche la fantasima sarebbe svanita per sempre, avrebbero ribadito gli òmeni della notte.

1 - Toponimo latino dell’affluente che sta per vischioso come il miele.
2 - In quei secoli, i magistrati alle acque tentarono una ripartizione fluviale. Per accezione locale, la Mala visina - che dà il titolo al libro del saggista Luigi Tomaz di Chioggia - ovvero la cattiva vicina, era la Brenta, i cui lavori effettuati risultarono di danno alle popolazioni.
3 - Linguisticamente è un aggettivo attestatosi dal 1889 e vale ciò che concerne i remi ed il rematore [Zingarelli 2000]. Qui è liberamente usato come sostantivo, in assonanza al vernacolo veneto.
4 - L’ultima edificata, in ordine cronologico, è Villa Folco, ora Dreina, sede dello Stato Maggiore durante la Grande Guerra.
Il Comune di Meolo, sindaco Francesco Carrer, in ubbidienza al lascito testamentario dell’ultimo titolare, l’ha ristrutturata a disposizione degli anziani residenti. Nel 2004 sono stati ricavati dei modernissimi e funzionali minialloggi, ben armonizzati nel contesto dell’edificio, un non comune gioiello sociale per la comunità.
5 - Carica di fascine
6 - Per la cronaca, il 1720 in San Marco apre i battenti il caffè Alla Veneziana trionfante, poi Florian dal suo fondatore Floriano; alla fine del secolo, di fronte sul lato opposto, sorge il Quadri, proprietario Giorgio Quadri sbarcato da Corfù. Locali aristocratici che nulla avevano dell’Orso coronato, poi Lavena, e del Chioggia, frequentati da scaricatori e marinai.
Nell’89, un siciliano di nome Procopio apre a Parigi il primo caffè moderno europeo, Café Procope appunto, diventato il covo degli illuministi.


Appendice

La Traiana e le altre

La consolare Appia Traiana per Brindisi via Capitanata (Provincia di Foggia) si sdoppiava, all’epoca longobarda, appunto nella Via Sacra Longobardorum, di collegamento col Gargano, alla spelonca-santuario dell’Apparizione dell’Arcangelo guerriero, ritualizzato dai longobardi loro protettore, che sopraggiungevano dai Ducati di Spoleto e di Benevento, finanche dalla capitale del nord Pavia.

Essa, che si slontanava sul promontorio per la sua lunghezza ed aveva avviamento appena fuori del serpentone appenninico, ossia dalle terre della Lucera sveva [qui, a suo tempo, erano acquartierati i fidi mercenari saraceni dell’imperatore Federico] e di San Severo, era affollatissima, una polarizzazione di monasteri, quali Stignano, S. Matteo e Pulsano, ancora oggi mete di preghiere, ravvivate da S. Giovanni Rotondo con il Padre Pio delle nostre generazioni, che ha implementato il latente destino dello sperone, mistica attrattiva popolare fin dal culto pagano di Giano; Gargano varrebbe infatti Roccia di Giano.

Dalla Traiana, la quale pare abbia dato il nome alla pugliese Troia [sede di uno stupefacente duomo d’architettura romanica con porte bronzee], orientativamente da Foggia, dunque, si biforcava una pedegarganica; questa, dopo le cale sipontine, affrontava immantinente le falde per la Grotta e crociati e micaeliti, i miquelot, vi marciavano provenienti dalle terre meridionali.

I viandanti del sud, seguendo rigorosamente l’Appia Traina, ovviavano alle paludi ed ai laghi salati della litoranea, che avevano fagocitato l’antica Salapia con tutto il suo sistema viario, che nel passato impuntiva la carraia oggi Barletta, Margherita di Savoia, Manfredonia, Monte Sant’Angelo, costeggiando il golfo.

Il dileguamento di quest’antichissimo e progredito centro dauno, Salapia, è da imputare senz’altro a dissesti geologici, più che all’incendio dell’89 aC. appiccato dalle guerre sociali romane.

Salapia rivive, con tutta la sua tradizionale economia basata sulle saline, in Margherita di Savoia.

Sempre orientativamente da Foggia, la Traiana si scomponeva in una bretella coast-to-coast che s’intrometteva, alle porte della Calabria, nella Popilia, la tirrenica che scendeva da Capua per Scilla.

Particolare interessante è che la Popilia tirrenica, tramite questo raccordo foggiano, dunque, inversamente da Scilla, andava ad allacciare l’adriatica, che saliva verso Rimini, e qui, conosciuta come Popilia adriatica, proseguiva per il nord, andando a disperdersi tra l’Annia settentrionale \ Adria – Padova - Altino \ e la Claudia Augusta \ Altino - Oltralpe \ interessando Concordia ed Aquileia per il Danubio e la Germania.

A maggior chiarezza, secondo alcuni ricercatori, la Popilia tirrenica non sarebbe altro che l’Annia meridionale, voluta da T. Annio Lusco, console del 153 aC, così menzionato nel miliario rinvenuto a Vibo Valentia.

La pedegarganica, appendice della Francigena, ma che n’avrebbe serbato l’attributo, mantenne in Siponto la proda dei Crociati sino all’età federiciana, quando questa città di santi, papi e studiosi, soggiacque alla trasgressione terracquea, un graduale sommovimento che fortunatamente permise alla gente d’evacuare.

La rifondò Manfredi, l’erede di Federico, spostandola verso il Gargano, commettendola all’illuminata perizia urbanistica di Messere Marino Capece, annettendone l’archidiocesi e la zecca, ribattezzata, a suo onore, Manfredonia.

Eravamo intorno al 1230, in pieno medioevo, l’età d’intricati vicoli e viuzze, eppure l’agglomerato storico serba quella struttura geometrica originale da invidia, ancora straordinariamente agevole ai giorni d’oggi, rispetto al dedalo dei quartieri costruiti in età successive.

La pedegarganica aveva le sue sacralità ed ospizi, anche di compagine teutonico-ospedaliera, come in S. Leonardo, un’abbazia di bellezza romanica frammista a divagazioni d’architettura araba, di cui era cultore Federico, Stupor mundi, tra l’altro annotata per il suo foro architettonico centrogeognomonico, opera di un astronomo islamico, che, vale a dire, visualizza l’incipit del solstizio d’estate e il raggio solare trapana virtualmente il centro della terra; merita farci una escursione giusto in quel giorno, a mezzodì.

El mazzariol e gli altri.

Sorta di piccolo spirito benigno che si diverte a far dispetti notturni.

La sua mitologia è diffusa in tutta la penisola, mantenendo sommariamente le caratteristiche e prendendo i più disparati appellativi.

Interessante la diversità etimologica del nomignolo, che riassume la tipicità storica della zona.

Nel Veneto el mazzariol o massariol è il personaggio dei campi, dal latino MASSA fondi agricoli, cui Massaro, Masseria.

Nel napoletano è chiamato o’ scazzamurill’, che gratta le pareti, mutandosi quindi in un personaggio d’ambiente urbano; qui è ancora indicato in diminutivo come o’ monaciello, derivato dal latino MONOS solo, infatti, è di statura piccola ed agisce solitario.

Nella Puglia messapica è lu laùru, dal tema mediterraneo L... rumore, LA lamento, cui il poetico Lai; infatti, oltre ad essere l’autore dei tanti rumorini notturni casalinghi, è la causa di paurose oppressioni durante il sonno (i lamenti del dormiente) e non è certo un caso che per gli antichi romani era l’Incubus colui che giace su chi dorme, cui Incubo, discriminandolo da Succuba, la mitica femmina che irretisce, che giace sotto.


Bibliografia

Chi mi legge sa che mia consuetudine è di non elencare schematicamente una pertinente bibliografia, piuttosto di ringraziare gli autori, le cui ricerche, accuratamente catalogate nel mio studio gutenberghiano a Meolo, che ho consultato per trarne utili informazioni, hanno reso possibile la scenografia di questa narrazione.

Pertanto, una doverosa riconoscenza in ordine alfabetico, ove possibile, va a Italo Baggiossi, Dino Cagnazzi, A. Camera e R. Fabietti, Michele Corcione, Gianni Custodero, Giovanni Distefano e Giannantonio Paladini, J. Lucas Dubreton, Claude Dulong, Paul Larivaille, Nino Leone, Giampiero Rorato, Ivano Sartor, Cristanziano Serricchio, Ottorino Sottana, Luigi Tomaz, Jacques Wilhelm... e, con affetto, all’inseparabile amico e compagno d’incontri artistici, il professor Leonardo Vecchiotti per i suoi competenti pungoli.

Infine, il lettore conoscitore di dialetti mi perdoni se ancora, per alcune espressioni, mi sono affidato alle risonanze di memoria, che più m’incantano, intingendo, soprattutto per il veneto, entro un arioso comprensorio.


Materiale
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