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Proemio

Il Conciliatore

Ieri

Il Foglio letterario “Il Conciliatore” fu fondato nella Milano del Lombardo-Veneto a settembre del 1818 da Federico Confalonieri, Luigi Porro Lambertenghi e con Silvio Pellico capo redattore.

Ebbe collaboratori il poeta Giovanni Berchet e lo scrittore Ludovico di Breme.

Perché “Il Conciliatore”; perché i fondatori si proponevano di conciliare tutti gli uomini di cultura, pur d’ideologie diverse, mossi dall’aspirazione comune di operare per il progresso dell’Italia, insomma di accompagnare la letteratura e la cultura nel renderle accessibili tra il popolo in competizione europea.

Una visione, pertanto, di modernità avanzata.

Era chiamato “foglio azzurro” perché stampata su carta di questo colore.

Il Foglio fu censurato e i suoi redattori perseguitati dalla giustizia.

Oggi

Il poeta, lo scrittore in genere, l’artista, in una moderna società governata dal popolo, deve raccontare di tutto?

Nella nostra nazione repubblicana, sedatosi l’entusiasmo per l’acquisizione della democrazia e superati gli esami di adattamento, fummo colti dalla certezza che essa fosse oramai ben consolidata a seguito delle buone esperienze e che questa avesse ceduto il posto a una lucidità di riflessioni, di critiche e di polemiche, tutte in conformità istituzionale.

Tale quesito, dunque, fu storicamente innescato quando nel 1980 scoppiò il caso del giornalista Isman, condannato per aver violato un segreto istruttorio.

Da allora, chi racconta continua a vivere in una sorta di decadenza identitaria, anzi, ancor più inasprita.

Lo si avverte da quel senso di oppressione che colpisce chi si affanna a rendere pubblico il proprio pensiero o quello prevalente della collettività in cui vive e opera.

Un senso di soggezione che però non coglierebbe gli allineati ai desiderata della politica.

Questi – giornalista, scrittore o artista che sia – se si continuerà a volerlo ammansire per legge da una parte e a minacciarlo dall’altra, potrebbe infine tendere a muoversi unicamente all’interno di uno spazio di competenza concesso e limitato dai canoni di una persuasione occulta antitesi della democrazia.

Alla meglio, potrebbe prevalere la pratica del Cerchiobottismo, nel senso della locuzione espressiva “Dare un colpo al cerchio e uno alla botte”.

Oppure, potrebbe essere celato da involucri d’ipocrisia.

In uno stato statunitense, al tempo dell’acuzie razzistica, allo scopo di dimostrare al mondo quanto fosse invece coerente la democrazia, facendo partecipare i negri alle elezioni, fu congeniato il “Quiz di alfabetizzazione”, superato il quale il negro avrebbe potuto votare.

Uno dei quesiti così recitava “Quante bolle ci sono in una saponetta?”

La stragrande maggioranza, logicamente, non poté fornire una risposta sufficiente per gli esaminatori, tra l’indifferenza della stampa che più contava.

Ed è proprio questo il pericolo più grande; l’espressionista, se sottoposto a continui timori, alla lunga potrebbe essere spinto inconsciamente, cioè contro la sua stessa volontà corticale e contro l’etica democratica - difficile è stabilire quale delle due è la peggiore - a controllare il proprio impeto di diffusione, a censurare la sua stessa critica.

Si potrebbe allora affermare che finché non esista un’imposizione di censura, questa sovente riproposta da alcune fronde politiche, camuffata da norme di garanzia democratica, in fin dei conti la libertà di espressione resta salva.

Non basta poiché, alla fine, potrebbe giusto innescarsi quel meccanismo di autocensura e, quel che è peggio, proprio a causa di un Super Io antitesi alla democrazia.

Il già sofferto processo democratico in atto verrebbe così ugualmente a riprendere un cammino a ritroso.

Dall’Eternismo all’Omologismo

Agli inizi del secolo XX sorse il pensiero filosofico dell’Eternismo, che vide il trevigiano Remigio Forcolin tra i più entusiasti assertori.

Remigio Forcolin, musicologo, sofista, maestro d’ironia, decano del giornalismo trevigiano, è stato presidente onorario de La Copertina negli ultimissimi anni della sua eternistica esistenza vissuta per tutto il secolo.

Quel maestro di vita, conscio dell’incombente fine, scelse l’amico FG al quale dettare la propria biografia; si spense prima di averla completata, ma fu pubblicata ugualmente, grazie alla famiglia, col titolo “Il conte d’Aci Castello, Remigio Forcolin e noi”, Rebellato Editore.

Fondatore del periodico satirico El Cagnan (corso d’acqua trevigiano citato da Dante nel Paradiso “/…/ dove Sile e Cagnan s’accompagna /…/, la cui testata ostentava un vecchio detto dialettale Mi no vado a combatar “io non m’impiccio delle robe altrui” e che avrebbe assunto il significato di rifiuto intellettuale alle avventure fasciste (omologazione studiata o involontaria?), tale da subire la censura.

Un’antica questione che vede in ogni tempo rappresentazioni artistiche, poesie, sofismi, monologhi, canti… sanzionati dal sistema politico, produttori puniti finanche con la morte, pur quando prevale la consapevolezza che l’autore non aveva avuto alcun intento sovversivo bensì meramente espressionistico.

Innocenza, però, sovente colpevolizzata dalle ispirazioni popolari che ne fanno l’emblema di una ribellione

Il concetto eternistico ritrova l’antica utopia che solo attraverso l’arte si guadagnerebbe l’immortalità; naturalmente l’immagine di arte assume la propria valenza etimologica di tecnica, qui di originalità omologandosi in ogni attività umana.

Pasolini avrebbe esplicitamente fatto ricorso al lemma Omologazione, questo nel significato di enumerare nel dizionario italiano, insomma elevare alla dignità linguistica, voci dialettali.

Una risonanza non solo leggibile nella produzione letteraria ma udibile e visibile nel suo cinema, con interpreti setacciati tra il popolo (proletariato); un post-neorealismo in cui lo spettatore si riconosce nei fatti e ne diviene lui stesso il fruitore.

L’Omologismo, termine coniato dal movimento culturale La Copertina nel 1993 con un pre-manifesto “L’Omologismo poetico - La poesia omologa” diffuso attraverso il periodico “Anni 90” (Rebellato Edizioni S.Donà di Piave 1993), il cui pensiero s’è successivamente consolidato ne “L’Omologismo” (Personaledit Ge 1996) e “Omologismodue” (I Quaderni del Convivio Ct 2007 ), si struttura allora in forma tridimensionale.

1 - Logismo

Richiamante voci dialettali (manierismo pasoliniano), e poi arcaismi, fossili linguistici, esotismi… correnti al tempo o nei luoghi ove si svolgono le vicende descritte dall’autore.

Scopo complanare è il loro giustificato recupero, se non del tutto deteriorati, allo scopo insomma di lenire il sovraccarico di troppi termini globalizzati, questi complici di una crescente disseminazione di buchi neri nella lingua corrente.

Occorre però precisare che in una struttura omologistica si possono considerare culturalmente pertinenti intrusioni di vocaboli appartenenti al patrimonio indoeuropeo.

2 - Filosoficamente eternistica

L’Omologismo riconosce l’artista nella capacità di produrre un segmento proprio di originalità, ovvero unico tra tutti tracciati dallo stesso e superiore rispetto agli altrui.

Qui è da porre in evidenza, in glossario omologistico, un qualificato logismo d’autore, cioè uno o più lemmi in successione, i quali riassumono un significato di autosemantica, di costruzione del tutto personale, utile tanto alla logica quanto al ritmo poetico. Nel logismo, l’artista, quale individuo autodeterminante, può liberamente imprimere una propria tropologia.

L’articolazione omologistica non è espressa unicamente in forma letteraria; il logismo d’autore si manifesta in un’iperbole espressionistica, oltremodo nel cinema e qui la successione dei lemmi si omologa nella successione dei fotogrammi.

3 - Di natura psicologica

La terza, infine, altamente omologistica, è l’espressionismo della terza risposta, la risposta della diversità, la quale sgorga dalla dimensione Alter es, questa oltre l’inconscio – Transinconscio - sia esso individuale sia collettivo, ma giammai manipolato e contaminato dal passaggio attraverso l’Es (Inconscio) e l’Id (subconscio).

Questa è la risposta delle originalità e dell’eternismo in versione omologistica.

- L’Armonicòna (composizione lemmatica di Armonia e Icona) è immagine d’arte (pittura, scultura, cinematografica…) modellata dall’aspetto spirituale e/o fisico dell’autore.

L’Armonicona è riferibile altresì all’uomo della strada, alla sua maniera di vestirsi e colorarsi: in grandi linee, inconsciamente l’arancione indica apertura sociale, il bianco la rinuncia, il blu chiaro la chiusura in se stesso e il blu scuro nervosismo, il giallo il benessere con se stesso, il grigio il distacco, il marrone la mancanza di radici, il rosso l’aggressività, il viola la sessualità e la spiritualità secondo la gradazione, il verde, infine, l’equilibrio.

- L’Armonomìa o Armonologìa (composti con Nomia o con Logia) è l’adeguamento dei lemmi – insomma del logismo – all’aspetto spirituale e/o fisico dell’individuo.

L’armonomia poetica è il modellamento dell’opera all’Io dell’autore; ne sono modello i versi di Wilma Cecchettini Un sogno un’emozione.

Un sogno un’emozione

Emozione ineguagliabile
del mio presente
irrompe nell’abbraccio
come un’eco lontana
di un’onda inaspettata.
Sogno e realtà indivisibili
condivisi attimi d’essenza
un tempo troppo sfuggente
intensamente vissuto.
Poesia di un’emozione
momentanea e irripetibile
particella di vita
ossigeno d’esistenza
assenso al ricordo privilegiato
di un giorno speciale

Wilma Cecchettini – Cartoceto (Pesaro Urbino)

Sia l’Armonicona sia l’Armonomia possono essere distrutte nell’individuo a causa di un forte condizionamento guida (maestro-Super Io); nel caso della prima, relativa all’abbigliamento, da un’ irriducibile ubbidienza alla moda e a suoi stilisti.

Le tre risposte, oltremodo la terza, trovano poeticamente il proprio veicolo omologistico nella rima omologa, altresì definita di attinenza, analogia e pertinenza, insomma rime risonanti, dove sussiste lo spazio-sintesi del pensiero dell’autore, lo spazio interpretativo del lettore in relazione ai versi, alle strofe, alla poesia intera.

Ed è tale spazio di pensiero o d’interpretazione che rimane inalterabile (Risonanza universale) ove si vogliano tradurre i versi in una diversa lingua; per questo, alla Poesia Omologa, con maggior riferimento alle rime, è assegnata la proprietà di Lettura internazionale.

Si prenda a modello la poesia di Ferruccio Gemmellaro E più non piove dove “Il tema della pioggia - scrive Angelo Manitta il 2001 - suscita nel lettore sensazioni ed emozioni universali, attraverso un intreccio di concetti e parole che scaturiscono quasi spontaneamente”.

E più non piove

E più non piove
però la nube
fradicia d’acqua
rigocciolando
marcò quel tempo
ancor di un’ora
come clessidra
d’idrosecondi.
Avevo sciorinato il manoscritto
perché si riasciugasse la grafia.
È nella primavera scioglineve
nel mentre van calando le slavine
che l’uomo s’incammina e vi ritrova
le cose che d’inverno ebbe smarrito.

Ferruccio Gemmellaro – Meolo (Venezia)

In questi versi, le rime omologhe, ossia di attinenza, analogia e pertinenza, insomma rime risonanti, sono racchiuse nello spazio-sintesi tra

- piove/nube
acqua/rigocciolando
- tempo/ora/clessidra/(idro)secondi
- manoscritto/grafia
- (sciogli)neve/slavina
- ritrova/smarrito

Appare evidente che in qualsiasi lingua (gli esempi che seguono sono in inglese) i versi omologhi siano tradotti, la “figura lemmatica rimata” resta inalterata, assumendo la qualifica di “Lettura internazionale” (piove-nube in rains-cloud…) poiché non muta la comprensibilità dello spazio-sintesi tra piove (rains) e nube (cloud).

Diversamente dalle rime tradizionali, figure retoriche poetiche, queste essenzialmente utilizzate quale meccanismo metrico di ritmo e di memorizzazione del testo (baciate, consonanti, assonanti, difficili, rimalmezzo), il quale si smarrisce inevitabilmente nelle traduzioni (cuore-amore in heart-love).

Omologismo lemmatico rimato è la figura poetica che ritroviamo in Antonio Miola con questi versi.

Al di là del sole

Nella gioia
la bellezza incanta,
ogni cosa negli occhi brilla.
Nella malinconia,
pensieri cupi
pesanti macigni,
la mente devastano.
Basterebbe una melodia,
nel nostro silenzio,
per ammirare…
Poiché
oltre il sole,
è ancora
luce!

Antonio Miola - Quarto D’Altino (Treviso)

Un tecnicismo questo dalle rime risonanti di sicura spontaneità.

Gioia/incanta/brilla
Malinconia/cupi
Macigni/devastano
Melodia/silenzio/ammirare
Sole/luce

La tridimensionalità può essere la manifestazione prodotta dalla sfera mondoquestistica (Prima risposta e Seconda risposta rispettivamente dalla dimensione Id (Subconscio) e Es (Inconscio)), cioè del “Mondo questo” in cui predominano le esigenze della forza energetico-muscolare ed è comune negli artisti.

L’Omologismo giunge alla sua alta accezione della diversità ove la risposta è ispirata dalla sfera mondoalteristica (Alter es), cioè di un Mondo Altro in cui l’individuo opera spinto dalle pulsioni che scaturiscono da una forza energetico-spirituale e che lo rende capace di produrre originalità.

La diversità omologistica è sovente definita dai luoghi comuni quale follia artistica o follia dell’artista.

Lo scrivente, dopo accurate ricerche nella mappa artistica (mappa comportamentale degli artisti) d’ogni tempo, che avvalorerebbero i propri sospetti, è giunto alla conclusione che l’ipertiroidismo (produzione di ormoni superiori alla norma) conduce un individuo (stato da stupefacente naturale) a recepire spontaneamente le pulsioni dell’Alter es alle quali risponde con la propria soggettiva diversità.

L’OMOLOGISMO

Dialogo omologistico

Luigi Starace risponde a FG che considera l’ipertiroidismo un motore per l’espressionismo artistico (creatività).

Luigi Starace \ Luistar \ Giornalista scientifico iscritto all’Albo Giornalisti Puglia. Direttore Responsabile dell’ IJPC, Italian Journal of Primary Care. (www.ijpc.it) Fondatore della APS-Cinecircolo UICC riconosciuto dal MiBAC: Stigmamente (www.stigmamente.it) Arte Media e Psichiatria sullo Stigma e la Diversità, anche testata on line. Dal 2005 è media consultant della Cattedra di Psichiatria dell’Università di Foggia per le attività divulgative e formative sulla salute mentale e lo stigma.

… beh l'ipertiroidismo produce delle sindromi maniacali e anche psicotiche.

Molti artisti sono stati affetti da disturbo bipolare o da disturbi di personalità (borderline, narcisistico, ecc...).

Di fatto sono pochi gli schizofrenici, escludendo quelli di cui si ha certa notizia nell'Arte dei Folli, il libro di Prinzhorn.

Anche se poi tutti semplificano con la schizo, l'oscillazione umorale, il divagamento, le assenze, la consegna all'ultimo minuto delle opere ... sono "compatibili " con appunto, il disturbo bipolare e di personalità.

C'è poi anche la depressione, soprattutto per gli aspetti dispercettivi della realtà, la spersonalizzazione, tuttavia la depre è molto altanelante: l'hai per 2 anni, poi stai bene 5, poi altri 3... e prima non c'erano farmaci.

Dipingere, scrivere una poesia con buona pace di Debuffet, non è opera per tutti, né tanto meno brut.

Occorre, come diresti tu, essere strutturati, poi rinunciare alla struttura, ma senza perdere l'alfabetizzazione; in fondo anche l'Art brut ha un suo codicee canone espressivo, altrimenti non si capisce perché Basquiat non vi sia compreso.

Il mistero della creazione / realizzazione artistica è qui: come mai 10 stanno male e uno invece sta male e crea un mondo alternativo al reale (che di fatto è insoddisfacente e doloroso per lui).

Tutto ciò rimane un grosso e trascurato (perché ancora ermeneuticamente non inquadrabile e ingestibile) problema delle neuroscienze.

Un timido approccio, confluendo con l'esperienza psicoanalitica (negli ultimi 15 anni si è cominciato a far timidi studi ibridi, sulla funzione, terapeutica e non, della parola a partire da uno scritto di Kandel, premio Nobel medicina e neuroscienziato) c'è stato, tuttavia, lo sai bene, nuove idee per nuovi cervelli: se non c'è il ricambio generazionale, difficile che nasca un pensiero altro.

Per giunta occorre che il ricambio sia molto qualificato.

Passi avanti si sono fatti introducendo il concetto di intelligenza emotiva, leadership emozionale.

I neuroni a specchio per ora congeliamoli, visto che non si sa se in effetti nell'uomo sono presenti...

Più lavoro di "gating" ossia di portale fra mondi diversi (!!!) si è fatto sulla f(x)=visione ossia sulla funzione della visione sulla psiche.

Anche il libro di Prinzhon verte, magnificamente aggiungerei, su questo. LS

Replica di FG

\...\ se non c'è il ricambio generazionale, difficile che nasca un pensiero altro \...\.

Questa tua certezza incontra straordinariamente la teoria omologistica.

L’appartenenza al Mondo Questo, con le sue pulsioni energetico-muscolari (mondoquestistiche), pervade intere generazioni.

Un mondo millenario in cui, e gli artisti ne sono i cantori, s’è preferito unicamente soddisfarne le richieste energetico-muscolari a beneficio della teca (il corpo), traducibili in capacità di forza, sia fisica sia verbale, nel comune senso della bellezza, ricorrendo all’invenzione d’idonee protesi, quali armi, mezzi di trasporto, mass media, cosmesi e chirurgia… e dove con essi l’umanità (generazioni impermanenti) ha ormai doppiato il punto di non ritorno.

C’è sempre l’attesa, meglio l’utopia omologistica, che ritorni l’homo-halitus, la semenza creazionistica capace di germogliare, donde la rigenerazione di margotti umani rifiorenti di pensieri altri (mondoalteristici), ossia di risposte alle pulsioni del Mondo Altro (Alter es), perché distolgano l’individuo dal dualismo mondoquestistico - la cui scala (ad esempio, sentimentale) tocca via via la tolleranza, l’affetto, la passione… in contrapposizione ad una seconda scala dei contrari, quali l’intolleranza, l’insensibilità, l’odio, la repulsione… - perché possa tornare a erigerne una terza e sola. FG

Note omologistiche

In termini filosofici è definita Abalietà (dal latino Ab alietas – Ab alio) l’insieme delle caratteristiche di una creatura, ovvero, di un essere in generale, la cui esistenza dipende da un altro.

L’Abalietà si nutre del Super-Io, della recondita persuasione, inneggia alla globalizzazione, ed è pertanto la portante della coerenza, il male pandemico degli artisti, poiché da essa germinano e l’ignoranza e la didattica occulta e li rende incapaci di generare un’opera originale.

L’Abalietà è in contrapposizione all’Aseità (a sé), allorché l’essere ritrovi in se stesso la ragione della propria esistenza, per omologare se stesso nell’opera, la quale è sua solamente sua.

La libertà di essere se stesso, dunque, non significa la scelta di restare coerente a tutti i costi.

Il vero artista, infuso di Aseità, dimostra di esserlo nella mutazione del proprio pensiero, adeguandolo immediatamente ai nuovi e giusti senni, pur forgiando opere d’enantiosemia, vedi Sibilla Aleramo.

L’artista, l’uomo in generale, nutrito di Aseità appare pertanto il diverso in una società doviziosa di Abalietà.

La teoria che una lingua nasce e si attesta omologandovi l’espressività verbale di chi la parla si rinvigorirebbe da questa vecchia storiella.

“Il demonio sedusse Eva in italiano, Eva irretì Adamo in francese, Iddio rimproverò entrambi in tedesco, Adamo se ne lamentò in russo e, infine, l’Angelo li scacciò in arabo”.

In dimensione omologistica figurativa, l’Informalismo è il prodotto di un’iconografia artistica che tende a delle immagini che nulla hanno delle configurazioni geometriche familiari.

L’Informalismo, se spontaneo, racchiude i fotogrammi d’autore le cui pulsioni giungono dal Mondo Altro /Alter ES/.

Nel pensiero omologistico, l’espressionismo di un artista comune si manifesta attraverso le proprie risposte alle pulsioni-richieste che percepisce sia dal Subconscio Id (prima risposta) sia dall’Inconscio Es (seconda risposta); sono risposte queste che appartengono al Mondo Questo, ovvero, di patrimonio collettivo (dimensione mondoquestistica).

Ove l’artista riesca invece ad esprimere una risposta alle proprie pulsioni che sgorgano dall’Alter Es (Mondo Altro o Transinconscio) crea un’opera mondoalteristica, non comune, ovvero, di straordinaria originalità, sua, solamente sua.

La Civiltà dello Spirito si sarebbe avviata al mondo nel VI o V sec a C, con la venuta pressoché contemporanea di Confucio in Cina, Isaia in Israele, Siddhartha (Budda storico) in India, e Socrate in Grecia, a confermare la teoria di un Ordine che guida l’umanità.

A Confucio si deve la diffusione storica del REN “amore-bontà-sensibilità-umanità”, dello SHU “altruismo” e dello ZHONG “lealtà reciproca” poi avvalorati dalle predicazioni di Gesù e dalla Non violenza di Gandhi.

A Isaia è assegnata la più convincete denuncia storica contro gli abusi sociali, significando la richiesta di un rinnovato rapporto spirituale (umanitario) tra i gestori del potere politico-religioso e la gente; considerato profeta degli insegnamenti cristiani.

Siddhartha s’evolse, e insegnò a farlo, dalla costrizione che lega il soggetto (se stesso) all’oggetto (il mondo esterno), raggiungendo la consapevolezza che l’esistenza non è affatto subordinata al presente; in termini omologistici, il passaggio dell’essere dalle risposte alle spinte del Mondo Questo alle pulsioni del Mondo Altro (Alter Es).

Socrate, infine, asseriva che le di lui azioni erano spinte dal suo DAIMON spirito, invitando implicitamente il prossimo ad ascoltare il proprio.

Intuizioni omologistiche

di Raffaela Longo

L’intuizione è il "senso" attraverso cui si realizza nella sfera cosciente, non sempre capito e condiviso. ll caposcuola dell’Omologismo Ferruccio Gemmellaro enuncia: "...una valevole elaborazione, per essere considerata tale, dovrà esprimere un significato di comprensibilità universale, ma «esiste una seconda peculiarità, quella dell’unifìcazione. .. se l’universalità è una caratteristica di significato recepibile...l’unifìcazione partecipa alla dimensione del sentire, ovvero s’incunea nell’animo di ognuno, che va così a risuonare delle connotazioni impresse del poeta. Si può allora affermare che l’universalità di una poesia va a fomentare i dibattiti, mentre la sua unificazione acquieta gli animi perché ogni individuo al mondo la sente dentro di sé".Ugualmente il caro amico poeta e pittore Giorgio Rossato, recentemente scomparso, scriveva: "...l’attimo più importante di un’opera d’arte inizia quando essa provoca il dialogo tra l’artista e l’osservatore: uno scambio di emozioni tra due mondi sconosciuti. . .". È quello che ritengo essere la finalità sociale dell’a1te, procurare nel fruitore una scintilla, una vibrazione che sommuova potenzialità insospettate e latenti capaci di rinnovi culturali di cui tanto le società di oggi hanno bisogno. Raffaela Longo

Riepilogo e pulsioni mondoalteristiche

di Giuliana Sanvitale

L'uomo, anche il più progredito, con le sue problematiche, le incertezze e le inquietudini che lo assalgono non può essere analizzato solo se lo si considera nella collettività in cui vive (piano orizzontale), ma anche osservandolo attraverso gli strati della storia, dei trascorsi in cui il suo spirito si è nutrito (piano verticale).

Solo dallo studio di entrambi i piani si può analizzar l'uomo "in toto", come essere problematico, materiale e spirituale.

Omologismo

Ogni uomo tende a manifestare la cultura che possiede (la definiamo Io) sia per se stesso sia confrontandosi con il prossimo. Essa è il risultato dell'educazione palese che ha ricevuto sin dalla nascita (Id).

Questo tipo di educazione però può essere manipolata e condizionata da persuasori occulti che cercano di plasmare nell'individuo un comportamento imposto (definito Super Io).

L'omologismo assimila l'Io al Super Io perché appare inverosimile un Io non condizionato da persuasori occulti.

Spesso, anche inconsapevolmente, l'uomo si esprime ricorrendo ad una seconda cultura, sottile e profonda, ereditata dalle collettività che lo hanno preceduto (archetipi o cultura dei padri fondatori). Chiameremo questa forma di cultura ES.

Quindi, oltre all'educazione palese Id e a quella inconsapevole Es, esiste una terza sfera, l'Alter Es, cioè un Mondo Altro che l'uomo ha accantonato nei recessi della mente, scegliendo per comodità, il Mondo Questo.

L' Alter Es è la sfera in cui l'uomo si dedica alla propria spiritualità.

L'artista, per non cadere vittima della massa tecnicizzata, per essere originale nell'ambiente culturale che lo circonda, deve penetrare nel suo mondo sotterraneo ed essere capace di produrre "segmenti" unici, originali e superiori rispetto agli altri.

L'artista, il poeta della "terza risposta" (Alter Es è chiaramente Essoterico.

Il prefisso ESO dal greco EXO vale “fuori” perciò Essoterico col suffisso TEROS vale “opposto alla segretezza, palese, aperto a tutti, comprensibile.

Esoterico dal suffisso ESO “dentro” per cui Esoterico “interiore, intimo, spirituale”.

La risonanza omologistica (metrica, lemmatica – l’insieme delle parole o dei termini di un vocabolario - sonora, cromatica), che nega il ritmo convenzionale, è definita in poesia Rima d'analogia, di competenza, di pertinenza.

Questo segmento appartiene al logismo d'autore.

Per logismo si intende uno o più lemmi in successione che riassumono in sé un significato di autosemantica, di costruzione del tutto personale, utile tanto alla logica quanto al ritmo poetico. GS

Noi, antenne tra cielo e terra

Scorre una linfa vitale fra noi,
antenne tra cielo e terra,
s’insinua maliosa nella mente,
percorre ogni recesso del corpo,
approda sulla pelle, isola affiorante
nell’infinito mare del cosmo.
Quale vento, nel nitore dell’alba,
increspa l’onda dei desideri,
segue la rotta di Ulisse
verso il sapere, verso l’infinito.
Noi, uomini di fede,
protendiamo le antenne verso il cielo
anelando di raggiungerlo, forse,
tramite il calore di una mano amica.

Giuliana Sanvitale

I semi volano

Portati dal vento,
“i semi volano”.
Di libellule adagiati
su diafane ali
o su policrome purpuree
ali di farfalla,
pregiati mosaici
di cattedrali,
assecondano il moto
lieve dell’aria
e si posano infine,
si cercano,
si incontrano.
Nascono parole tacite
che intrecciano danze
e liberano mondi celati.
Sguardi si svelano misteri
che sanno di vita e di addii.
“I semi volano”su tremule
zampine di coccinella o,
misti a polline dorato, nella
morbida preda dell’ape.
E nascono pensieri,
depongono semi,
che al primo tepore
si mutano in parole.
È allora che schiude
il suo canto
la Poesia.

Giuliana Sanvitale

Estratto dalle risposte di Giuliana Sanvitale all’intervista di Carina Spurio

Pubblicato da “oubliettemagazine” il 22/11/2011

\...\ Mettersi in discussione, aprendo agli altri il proprio animo, consegnandosi in toto, senza remore, richiede davvero tanto coraggio. Presuppone una tua pace interiore, una tua sicurezza, che non è presunzione, e deriva sempre dalla consapevolezza della propria sincerità, dalla coscienza di non vendere fumo, di riconoscere il lettore come una persona degna del tuo rispetto.
Quando alla base del tuo lavoro ci sono questi presupposti, quando operi con questi sentimenti, la tua autenticità viene riconosciuta.
Non so onestamente se sperare nell’eternità della Parola; quello che so con sicurezza è che sintassi e linguaggio approssimativo non vanno d’accordo con una buona pagina.

\...\ “scrivo perché non so fare altro… vivo ormai con occhio narrativo” ha scritto Luce D’Eramo. Per me scrivere è una necessità dell’anima, una ribellione alle avversità della vita, un piacere che sfiora la sensualità ed è senza dubbio catarsi. Per i Greci scrivere era un farmaco, per Goethe veleno e medicina. In uno dei miei racconti “Amore disamore” scrivo: la scrittura come terapia contro la cecità del presente, la parola come catarsi.

\...\ Da ciò che ho detto in precedenza si evince che per me la scrittura , soprattutto la poesia, è una folgorazione che si traduce in necessità di parola scritta. Quando scrivo, con pause anche di settimane o mesi, tutto però si è costruito nella mente, per cui scrivo come sotto dettatura, senza bisogno di labor limae.

\...\ I figli si amano tutti in egual misura. Anche se è scontato, è difficile operare delle scelte. Considero infatti i miei libri figli di carta e come tali cerco di essere “buona” con tutti loro, anche perché, come bravi bambini, si sono comportati bene, arrivando al cuore dei lettori e dei critici e sostenendomi nei momenti bui con la loro presenza.

\...\ Scrivo soltanto quando ho veramente qualcosa da dire o meglio da comunicare. L’arte in genere è qualcosa che si vive in solitudine,ma che poi va comunicata, donata. Quando scrivo, avendo già tutto organizzato mentalmente, sono veloce. Ho quindi tempo per fare la moglie, la madre, la nonna che attualmente è la cosa che più mi prende. Leggo anche molto e dedico parecchio tempo a coltivare il rapporto con familiari ed amici. Senza colloquio, per me, non si va da nessuna parte.

\...\ Leggo decisamente tanto, più di quanto scrivo. Spesso sono saggi o comunque libri di letteratura da cui impari sempre. Li intervallo con libri più lievi, ma non meno belli, come “Il peso della farfalla “ e “I pesci non chiudono gli occhi”di Erri De Luca, “Emmaus” e “Mr Gwyn” di Alessandro Baricco. Da poco ho letto “La sottomissione delle parole” di Gianrico Carofiglio e ho pronto il suo ultimo “Il silenzio dell’Onda”. Leggo pure molta poesia e non solo poeti italiani. Torno spesso – la poesia va riletta sino all’esasperazione finché la sua musica non ti penetra – “Poesia dal silenzio” di Tomas Transtromer. Tra un libro e l’altro porto avanti la lettura di “Alfabeto” di Claudio Magris, una serie di saggi sulla Letteratura che mi appassiona ed arricchisce oltremodo.

\...\ Inutile aggiungere che la scrittura è un “laccio d’amore” indissolubile. (GS)

Gli occhi dell’anima

… Ma allora sono stata spesso una superficiale?

Cerco di giustificarmi, decisamente pietosa verso me stessa, dicendomi che ero presa da altre cose, più importanti, indiscutibilmente necessarie, ma il dubbio persiste, si fa pressante, mi sovrasta.

Perché solo oggi noto certe cose?

Sono passata di lì tante volte, ho guardato troppo distrattamente, uno sguardo d'insieme che mi ha portato a concludere che mi trovavo di fronte a un luogo trascurato, forse abbandonato.

E invece…

La settimana scorsa, attratta da un cicaleccio assordante, ho fermato i miei passi dinanzi ad alcuni pini su cui un'orchestra di uccelli eseguiva opere classiche, accordi, melodie, sonate romantiche, serenate…

I trilli si alzavano, frullavano ali e restavi incantata, quasi inebetita di fronte a tanta bellezza.

Saranno gli uccelli di San Francesco- ti chiedi- elettrizzati dalla sua parola?

Saranno " i piccoli cantori ", sarà un concerto di valzer viennesi che si perde nell'aria magica in quest'ora di fine giornata?

Il cuore ne è pieno e ti stacchi malvolentieri da quel luogo incantato.

Alcuni giorni fa, percorrendo una stradina, ho costeggiato il recinto di una villa ricoperto da siepi, vite americana, convolvoli.

A stento intravvedevi un cancello di ferro battuto, le cui volute parlavano di antico splendore, di momenti di gloria dimenticati per l'efficienza di un nuovo cancello elettrico sul lato anteriore della villa.

Gli spazi liberi dal fogliame ti permettevano di spingere lo sguardo all'interno dove il verde dell'erba lasciava il posto al marrone degli sterpi, al tabacco ingiallito di alcune foglie, al grigio cilestrino dell'abbandono.

Un fascio di raggi biondi penetrava tra i rami, inondava il terreno libero saettando di nuovo verso l'alto.

Per anni, con i miei piccoli nel passeggino, sono passata dinanzi a questo luogo magico senza che il mio sguardo si fermasse a penetrare oltre le cose, senza che il mio passo sostasse. Senza vedere.

Se non guardi, non vedi.

Come ho potuto, mi chiedo, non usare la vista dell'anima?

Mi accorgo che spesso, sempre più spesso, viviamo in superficie. Come naufraghi, tendiamo lo sguardo verso la riva, verso un appiglio.

Guardiamo al futuro e non vediamo il presente.

Ma il tempo è inesorabile, segue il suo corso fluido, veloce e, come un fiume, raggiunge la sua riva.

E mi ritrovo con la mente ancora colma di promesse, fremente di desideri da realizzare, di imprese da compiere, mentre il corpo, debole involucro esposto ai venti della vita, non risponde alle attese.

Avrei voluto imparare a suonare il pianoforte, ma ormai le dita hanno perso la loro elasticità, avrei voluto imparare a danzare, le mie gambe si sono appesantite e sostengono un corpo in sovrappeso.

Quando i figli cresceranno potrò avere una casa sempre in ordine, potrò viaggiare, vedere finalmente il mondo, ma ora gli anni si fanno sentire, gli entusiasmi scemano e fatichi a rinunciare alle tue comodità.

E il fiume continua a scorrere, imperturbabile.

Sono disperata per questo? Sono triste?

Appena un poco.

Sto imparando a guardarmi attorno, a guardarmi dentro. Sto imparando a vivere il presente.

Ed oggi, ferma in auto al solito parcheggio, ho allungato lo sguardo nell'orto di una casa semiabbandonata.

Ne avevo notato in passato gli alberi di limoni, carichi di frutti ed avevo frettolosamente pensato che avrei voluto averli per preparare la torta al limone.

Stamane i miei occhi hanno guardato ogni angolo di questo luogo e, quasi al centro, appena più accosto al recinto, giaceva un vecchio baule dalle doghe rugginose.

L'ho osservato commossa, così simile ad un enorme pacco dono, così solo e misterioso e colmo di ricordi.

Ho immaginato lenzuola e tovagliati, trine e pizzi e frange e nastri e sogni di fanciulle innamorate dell'amore, cariche di promesse. Oppure libri e carte, atlanti polverosi, diari segreti e vecchie lettere d'amore e di sconfitte. O ancora lunghi abiti da sera, divise di soldati o marinai, corredini di bimbi ormai lontani.

Cosa hai contenuto, vecchio baule stanco, quali segreti racchiudi nel tuo ventre vuoto sferzato dalla pioggia, schiaffeggiato dal vento, bersaglio dei sassi dei bambini del parcheggio? Quali misteri?

Inebri la mia immaginazione, dai la stura ai ricordi, riallacci le memorie, fai tintinnare le chiavi dei miei segreti, dei miei bauli.

Dov'eravate finora piccole cose, angoli di mondo che non vedevo, di cui non mi nutrivo e che tanta gioia, appena soffusa di malinconia, elargite al mio tempo ormai lento, scandito dall'essenza delle cose che mi circondano, che a volte mi tradiscono, ma che sempre più spesso, " se guardo ", mi colmano?

"Signore, ho tempo, ho tutto il tempo che tu vuoi che io abbia".

Con Quoist oso ripetere: ora ho tempo.

Giuliana Sanvitale

Michel Quoist padre presbitero nato a Le Havre il 1921 e quivi deceduto il 1997, poeta e scrittore francese di almeno undici opere.

Poesia quale Epigrafia, ignoranza storico-letteraria o progresso? Nell’era dei computer, i poeti omologano nella Poesia l’antico, classico modello dell’Epigrafia.

Disporre in successione i versi di una composizione poetica al centro della pagina, alla maniera delle epigrafi, è una sorta di gioco estetico che si dice, in campo accademico, celi una profonda ignoranza storico-letteraria da parte dell’autore.

L’assurdo si avrebbe con un elaborato sagomato ad albero di pino, pertanto affine a un disegno ornato, e magari racchiudente un’ode rivolto a quest’arbusto.

Tale inusitata innovazione grafica nella poesia è stata favorita dall’avvento del computer, in altre parole dal passaggio del gutenberghiano al web/net-writer, da quando, con un clic, quest’ultimo si concede d’allineare perfettamente i versi, a proprio piacimento, negandone, appunto, la storia letteraria.

Oggi, a mio parere, il mercato - si fa per dire, poiché non esiste piazza nella poesia stampata; anzi, da una spicciola statistica, gli stessi poeti non acquistano sillogi di altri contemporanei - il mercato, dunque, è invaso da composizioni di sedicenti poeti del verso libero, fomentati da editori e organizzatori di premi, i quali, unici a guadagnarne, stuzzicando l’entusiasmo nell’animo da poeta.

Costoro pubblicano e premiano di tutto, purché le spese siano ad essi garantite, sovente in anticipo.

Il poeta, vero che sia, o incamera profitti con altri mestieri o è l’eterno indigente.

Il caso dell’assimilazione della poesia all’epigrafe appare così tra i meno gravi, quasi insignificante, che è da accettarlo con sollievo, quale unica trasgressione al cospetto di una credibile arte, la quale appare sempre di più latitante.

Versi liberi li definiscono ma che invece sono anarchia, poiché, in altre parole, non seguono correttamente il progresso e il riadattamento in canoni moderni del nostro bagaglio classico-tradizionale, che ha fatto scuola in tutto il mondo.

Il verso libero, per essere tale, deve contenere inderogabili parametri metrico-ritmici, in armonia con i precedenti e i successivi versi di una stessa composizione o strofa, non essenzialmente conformi alla tradizione, ma che ne identificano l’autore e il proprio estro, giusto come in una non comune opera pittorica o musicale, il cui autore è riconoscibile di là della firma.

Il diniego delle rime, ritenute oramai consunte, poi, conduce a comporre versi sciolti, cioè sbrigliati dalla rima, raggruppati o non in stanze.

Le strofe rimate, d’altro canto, sono in via di recupero grazie all’intuizione delle rime omologhe, le quali, essendo di risonanza (attinenza, pertinenza, competenza), non solo permettono finalmente una mera originalità, ma si adattano alla traduzione in qualsiasi lingua, senza per questo disperderne la semantica, e o la sua tropologia, com’è sempre accaduto.

Aggiungo di più: s’è diffusa la maniera di porre i versi in successione con fratture tra sintassi e metro, ove quest’ultimo esistesse; insomma la fine di un verso non è fatta coincidere con la fine di una frase semanticamente autonoma.

Tale opportunità, che la retorica chiama universalmente Enjambement - o Inarcatura per dirla, meglio, in classico - il poeta, se la utilizza, deve farlo esclusivamente entro sequenze metricamente e ritmicamente ordinate, altrimenti s’identifica con l’andare a capo della prosa... e non è affatto poesia.

Si parlerebbe, alla meglio, di narrativa poetica o di un proseguo dei peggiori versi prosaici del crepuscolarismo; addirittura drasticamente, “incolonnamento giornalistico”.

\...\

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

\...\

Si legge limpidamente che i versi leopardiani possiedono una struttura metrico-ritmica corretta e articolata (endecasillabi), pertanto, non possono sussistervi equivoci di tendenza prosaica.

La spezzatura d’enjambement è evidenziata da quello\ infinito

William Shakespeare, lapidario, aveva composto

\...\

Or whether doth my mind, being crowned with

you

\...\

Tornando alla configurazione epigrafica in una poesia, questa non dovrebbe, nella nostra epoca di web/net-writer, insomma di scrittori digitali, provocare intolleranza, oltremodo in un assiomatico componimento moderno.

Già Giorgio Caproni, scomparso nel 1990, nella poesia Il conte di Kevenhüller – Versi controversi pone una teoria di versi alternandoli in centro pagina, giusto alla maniera dell’epigrafe.

Caproni, tra l’altro, è considerato un poeta che “delineò una poesia dai ritmi tradizionali, ma dotata di raffinata consapevolezza moderna.”

Esiste, ancora, l’esempio di Andrea Zanzotto nella melodiosa poesia dialettale Ti tu magnèa la tó ciòpa de pan... dove alterna addirittura intere strofe in centro pagina.

C’è da fare, quindi, un’ultima importante considerazione: i poeti gutenberghiani divennero tali perché dovettero adeguare le loro pagine all’esigenza della stampa e le nettarono via via d’ogni traccia dell’artificiosa maniera amanuense, non senza provocare acerbe polemiche.

Gli amanuensi, dapprima, avevano sconvolto l’antico assetto grafico degli scribi, che sopravvive nelle epigrafi (lapidi), quell’allineamento al centro della tavoletta, che era certamente dovuto alla non fluida tecnica di graffio e d’incisione, con gli stili e altro, attenti a non scheggiarne i bordi.

L’omologismo incontra la Mail-art

È sorprendente, allorché ci si trovi al cospetto di immagini, assodare la certezza che esse, per ciò che rappresentano, sia semanticamente sia in un seguito figurato, coincidano con il proprio pensiero artistico-culturale; il piacere provato va di là d’ogni riconoscimento formale.

Questo catalogo della Mail Art, il quale raccoglie gli imagogrammi che avevo già visto dal vivo, in esposizione, coincide alla perfezione con quanto enunciato nella proposizione d’incigno.

Intendo il pensiero omologistico, un’innovativa chiave di lettura per ogni espressionismo e che ispira il fruitore a tramutarsi in un produttore d’originalità; accade allora che non sia più l’opera a fomentare la critica ma è l’una a realizzarsi stimolata dall’altra.

Questo catalogo, pertanto, si presenta omologisticamente in aspetto bidimensionale.

In una visione filosoficamente eternistica, l’Omologismo riconosce l’artista nella capacità di produrre un segmento proprio di originalità, in altre parole unico tra tutti tracciati dallo stesso e superiore rispetto agli altrui.

Qui è da porre in evidenza, dal glossario omologistico, un qualificato logismo d’autore il quale riassume un’accezione di autosemantica, di costruzione del tutto personale.

Nel logismo, infatti, l’artista, quale individuo autodeterminante, può liberamente imprimere una propria tropologia.

Il logismo, insomma, si manifesta in un’iperbole espressionistica, oltremodo, tra l’altro, nella Mail Art e qui si omologa nella elaborazione dei fotogrammi d’autore.

In lettura psicologica, poi, altamente omologistica, è l’espressionismo della terza risposta, la risposta della diversità, la quale sgorga dalla dimensione mondoalteristica Alter es, questa oltre l’inconscio – Transinconscio - sia esso individuale sia collettivo, ma giammai manipolato e contaminato dal passaggio attraverso l’Es (Inconscio) e l’Id (subconscio).

Questa è la risposta delle originalità e dell’eternismo che, in versione omologistica, è salvifica contro la dannazione del dualismo conflittuale che ha contagiato l’umanità tutta.

La risposta che racchiude la parafrasi dello Stigma, che nella Mail Art, meglio forse di altre espressioni artistiche, appare corredata di una definizione: l’Armonicòna.

Questa, la composizione lemmatica di Armonia e Icona, è figura d’arte - pittura, scultura, cinematografica… - modellata a immagine e somiglianza dell’autore. L’Armonicona è riferibile altresì all’uomo della strada, il vero e primigenio autore della Mail Art, alle sue peculiarità comportamentali: inconsciamente l’arancione indica apertura sociale, il bianco la rinuncia ai luoghi comuni, il blu chiaro la riflessione delle ricerche in se stesso e il blu scuro l’eccitazione delle conquiste, il giallo il piacere della soddisfazione per le proprie opere, il grigio il distacco dalle radici del Mondo Questo, il marrone la consapevolezza d’aver tranciato le radici del Mondo Questo, il rosso l’aggressività dai conflitti dualistici, il viola la specifica conflittualità tra sessualità e la spiritualità secondo la gradazione, il verde, infine, l’equilibrio raggiunto nel Mondo Altro (Alter Es).

L’Armonicona, tuttavia, può essere distrutta nel mailartista a causa di un forte condizionamento guida (maestro-Super Io) o, in definitiva, da un’irriducibile ubbidienza accademica, il tutto negatorio della definizione.

L’espressionismo della Mail Art, però, sopravvive indenne dalla nascita, dagli anni Sessanta del secolo scorso, verosimilmente già dapprima, e i suoi produttori pare permangano tuttora incontaminati.FG

Nota di Luigi Starace

La parola "stigma" significa marchio, impronta, segno distintivo. In Salute Mentale il termine indica la discriminazione nei confronti del malato. Lo Stigma ostacola la cura perché genera un circolo vizioso di malattia e pregiudizio. La Mail Art è letteralmente arte che viaggia via posta, grazie al francobollo. È nata negli anni 60 a New York da una costola del movimento “Fluxus”. Nel network artistico della Mail Art gli artisti propongono un tema e chi vuole può parteciparvi.

Omologismo cinematografico

Palazzo Celestini Manfredonia 27 gennaio 2011
Proiezione del film Mine vaganti

TAVOLA ROTONDA La Mente al Cinema - Edutainement per la Diversità: come il cinema forma all'altro

con Paola Concia (commissione giustizia) - Ivan Cotroneo (scrittore e sceneggiatore) – Ferruccio Gemmellaro (scrittore critico) – Luigi Starace (moderatore – direttore Stigmamente).

Intervento di Ferruccio Gemmellaro “Riflessioni omologistiche sull’identità cinematografica”

Le rappresentazioni filmate e teatrali – ma sono da includere letteratura quale narrazione e poesia - possono trascinare all’emozione quando esse ci riportano a eventi storici, fatti puramente casuali o accadibili.

Il legame tra cinema e letteratura è indissolubile, anzi, accade sovente che un’opera letteraria si divulghi tra le masse e acquisti maggiore notorietà mediante la traduzione cinematografica, più di quella teatrale (ma è solo questione di maggiore frequenza del pubblico).

In generale, un’opera d’arte è tale qualora faccia rivivere al beneficiario l’identica emozione provata dall’autore innanzi alla fonte ispiratoria, di là di un’indiscussa qualità tecnica.

Il cinema, per quanto detto, si presta ovviamente alla trasposizione e molti registi, sceneggiatori e attori riescono a infondere nello spettatore sensazioni analoghe a quelle che avrebbe questi provato se fosse stato fisicamente immerso in un corrispondente accadimento reale.

Il cinema, dunque, omologa la vita con tutte le sue avventure, gli amori, le comicità e altro, in una scenografia senza limiti.

Un autore pertanto, ha il compito, o meglio il dovere, di renderli formativi.

E qui combacia perfettamente la definizione di fruitore da assegnare allo spettatore o al beneficiario di un’opera.

Il fruitore percepisce l’aspetto formativo e lo fa proprio secondo la realtà in cui vive: per meglio chiarire il concetto, quale esempio ricordiamoci del film Nuovo cinema Paradiso e riflettiamo come la pellicola ci abbia fatto rivivere la mutazione culturale degli spettatori della stessa comunità di un piccolo centro, grazie alla ricorrente frequentazione della sala posta in piazza.

L’unico a persistere irremovibile nel suo mondo diverso (stigma) era invece il sedicente proprietario della piazza, instancabile nello scacciare tutti. (ricordate? “la piazza è mia! la piazza è mia!”)

Possiamo pertanto affermare che all’avvento della televisione, il cinema, allora operativo da mezzo secolo e che era sembrato in agonia per colpa dell’incalzante TV, aveva comunque già intrapreso un grande lavoro sociale nell’unificare quella proprietà di percezione educativa della collettività.

Il cinema ha riacquistato la propria rivincita umanistica sulla Tv per innumerevoli ragioni che non voglio qui citare, ma ce ne basta solo una: la scarsa attenzione della TV ai programmi di valore letterario così com’era nel passato quando le donne al mercato e gli uomini in osteria conversavano sugli sceneggiati Il Mulino del Po, I Malavoglia, La Cittadella… citandone gli scrittori Bacchelli, Verga, Cronin... ben visibili nei titoli d’inizio e di coda, della cui esistenza non avrebbero forse mai saputo.

Oggi fa da padrone l’oscurantismo dei Grandi fratelli e delle Veline, i quali hanno impunemente assunto la qualità di un’accademia di recitazione, il trampolino di carriera, ma quale recitazione e quale carriera; di gran lunga meglio educativi i fotoromanzi dei nostri genitori, che insegnavano la correttezza linguistica e comportamentale.

Qui entrano in gioco la coerenza formativa e l’incoerenza formativa del cinema.

La coerenza, recita l’Omologismo, è il male degli autori, poiché da essa germinano e l’ignoranza e la didattica occulta e li rende incapaci di generare un’opera originale.

Il vero produttore dimostra d’esserlo nella mutazione del proprio pensiero, omologandola nelle opere, adeguandole immediatamente, senza alcuna indecisione, nei nuovi e giusti senni, pur forgiando, opere d’enantiosemia [vedi Sibilla Aleramo, Oriana Fallaci…]

In Mine vaganti è evidente un’illuminata incoerenza da parte del regista Ferzan Ozpetek: egli, con l’efficace sostegno della scenografia di Ivan Cotroneo, è transitato da un abituale mèlo alla novità della commedia, trattando comunque la diversità, lo stigma.

Questo passaggio si è rivelato decisivo per la creazione di un segmento di qualità.

Il film definisce come la nostra società globalizzata, che l’Omologismo circoscrive in Mondo questo, sia vittima del dualismo; la stessa dualità uomo-donna, rigidamente sorretta dalle risposte dell’uno e dell’altra, è fonte di conflitti e solo con la Terza risposta, che non è per niente un compromesso, si può ancora rimediare.

La Terza risposta è quel segmento comportamentale che ogni individuo può concepire svincolandosi coraggiosamente dal dualismo, riuscendo così a chetare gli eventi e a beneficio di se stesso; in tal modo un autore produrrebbe un’originalità superiore e formativa per il prossimo.

La Terza risposta sorge ovviamente se l’individuo risuona della dimensione che l’Omologismo circoscrive in Mondo altro, impregnato di autentica intelligenza, ben remoto dai luoghi comuni e dai simbolismi, al quale il produttore attinge (estro) incamminandosi così nel percorso che lo conduce all’originalità (unicità) delle proprie opere.

Film che si prestano alla critica omologistica…

La casa degli spiriti

Nella Casa degli Spiriti, la manifestazione dualistica ricade nella più comune e diffusa al Mondo questo, quella tra il conservatorismo e il progressismo.

Il favoloso mondo di Amelie

Amelie, la protagonista, è stimolata da Pulsioni alter, indecifrabili dalla stessa - ma interpretate dall’amico pittore.

Stalker

Qui il destino dell’uomo appare irreversibile ed è il Mondo Questo a cantare la vittoria finale.

Dogville

Ancora una volta, è l’uomo-dio che cade martire del Mondo Questo, che lui stesso ha plasmato, alitando millenarie generazioni.

La Terza risposta, quindi, affonda le radici nella dimensione mondalteristica che abbiamo voluto scalzare a favore del trionfo della materia e delle sue richieste edonistiche vigenti nella dimensione mondoquestistica.

Concludo tornando a Mine vaganti.

In questa lunga sequenza è la nonna di Tommaso (Ilaria Occhini) che con il suggerimento di non farsi mai dire dagli altri chi deve amare” rappresenta la rivincita del Mondo Altro, la Terza risposta alle attese del nipote, di tutti noi fruitori dell’opera. FG

I film

“Dittico per un’Italia”

Noi credevamo

Italia-Francia 2010, colore, 3h20’ (nelle sale 2h45’)
di Mario Martone, con Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Luigi Lo Cascio …

Cose dell’altro mondo

Italia 2011, colore, 90’
di Francesco Patierno, dal romanzo di Anna Banti, con Diego Abatantuono, Valentina Lodovini, Valerio Mastandrea …

Pellicola a episodi, Noi credevamo, concatenati per un filo conduttore naturalmente comune, il cui pregio è finalmente il rifiuto della retorica da “Fratelli d’Italia”.

Dalle docenze scolastiche, e innanzitutto dai sermoni commemorativi e dalle opinioni in famiglia, il Risorgimento aveva disegnato la formula per scacciare finalmente lo straniero e salvarci così dalla sua tirannide.

Nulla o scarsa attenzione, però, al fatto che i suoi attori erano divisi, e talvolta feroci rivali, la chiave questa che avrebbe aperto l’Italia a una realtà del tutto disgiunta dalle speranze irredentistiche dei patrioti.

La nazione, infatti, sarebbe risorta non sulle ceneri risorgimentali, ma su quel fuoco delle fazioni che continuerà ad avvampare sino a fondere completamente quell’idealità di “Italia una” dalle Alpi alla Sicilia e per la quale i nostri vicini ascendenti si erano immolati.

Non poteva mancare nel canovaccio la figura del patrizio, che in ogni sovvertimento e tempo, si affianca al nascente “altro mondo”, sovente porgendo una tangibile prova di sostegno, per salvare non tanto se stesso ma la casta e le proprietà; qui la Contessa Cristina Belgioioso, il Principe di Salina nel Gattopardo.

“Oggi conviviamo con i fondamentalisti islamici, i fancazzisti albanesi, gli zingari… basta! prendete il cammello e tornate a casa!”

Il tuono verbale dell’imprenditore trevigiano, che nel film ‘Cose dell’altro mondo’ è in coinvolgente coupling con veri tuoni temporaleschi, tale da mettere a disagio lo spettatore, è l’avvisaglia figurata dello scroscio liquefacente ciò che era rimasto dell’identità nazionale.

Torna alla memoria quel reverendo americano che negli anni della biblica immigrazione dal vecchio mondo rintronò che “gli Stati Uniti non hanno bisogno della feccia europea…” Quella stessa feccia però che avrebbe dato un indimenticabile sindaco a New York, l’italiano Fiorello La Guardia; per non parlare poi dei discendenti della tratta africana che nel nuovo millennio si sarebbero svincolati dall’apartheid e avrebbero dato un presidente agli Stati Uniti.

Ci si chiede allora se nel Veneto non ci fosse stato il fenomeno invasivo degli extracomunitari, gli slogan quali - fora i maestri meridionali par ignoranzaterroni negri d’Italia - sarebbero sicuramente proseguiti ad oltranza, con conseguenze oggi imponderabili, una guerra civile o la secessione, chissà, invocativi di un “altro mondo” sostenuto da motivati imprenditori, gli omologhi dei patrizi risorgimentali.

L’epifonema è in ogni caso chiaro: il personaggio, che nel film è il simbolo di una parte burattinescamente avanzata – una minima parte veneta si insiste a precisare - non se la prende con i meridionali italiani o con gli extracomunitari, li assume infatti in gran numero nella propria ditta e gode di un’amante negra, ma con se stesso.

La sua pubblica espressione ideologica, pertanto, è una inconscia formulazione esorcistica contro un trascorso di miseria e di migrazione, in quel passato quando in tante contrade del pianeta, nelle grandi città della nostra penisola, qui il giorno di libertà della servitù, per le strade si parlava veneto, il dialetto di una regione che statisticamente aveva dato più emigranti.

Se ciò è invece una macchiolina che cela la metastasi, l’Italia risorgimentale e democratica dovrà risolversi diversamente per non continuare a gravarsi di errori storici sino all’estremo delle forze: l’unità non può tollerare oltre minacce di secessionismo, egoismo e ignoranza sociale, ribattenti e ricattatori.

La stessa storia del film lo sostiene con risolutezza, viste le decise proteste finali dei colleghi dell’imprenditore, che pur lo avevano nutrito nelle sue burrascose apparizioni televisive, viste le sue lacrime di rimorso. FG

“Bifora omologistica”

La rosa purpurea del Cairo

di Woody Allen 1984
con Mia Farrow, Jeff Daniels e DannyAiello

Cesare deve morire

dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani 2012
con Salvatore Striano, Cosimo Vega

Una rappresentazione cinematografica trascina il fruitore all’emozione ove lo conduca in eventi casuali o accadibili, in essa omologati.

In queste magistrali opere, invece, accade che sia la simulazione a omologarsi nella realtà.

Due opere d’intuizione omologistica non comune, quindi, in alone di terze risposte.

Cecilia, certamente, in La rosa purpurea del Cairo, rappresenta l’emblema umano del conflitto dissociativo, ossia della realtà che si contrae sopraffatta dalla finzione.

La recitazione è tanto più vivace, insomma acquisisce credenza di mondo reale, quanto questa più si allontani rinnegata dal soggetto.

Pare che sia una sommaria prerogativa storica dell’umanità femminile lasciarsi coinvolgere dalle simboliche maschere che ritraggono un ideale ambito, ricorrente nei sogni e nelle fantasie, questi unici superstiti in una quotidianità che oramai ha distrutto ogni speranza esistenziale.

Cecilia cade nel tranello di un amore verso un tale ricalco, che ha l’effige del suo idolo cinematografico.

Amore il suo, talmente intenso che compie il miracolo d’indurre il personaggio di celluloide, omologo virtuale, a personificarsi nel mondo reale, entrando così in conflitto con il proprio corrispettivo interprete, omologo reale, in una rivalità per la conquista della donna.

Cecilia crede di risolversi, con il sanare il conflitto nello scegliere alfine l’omologo reale, ricacciando il personaggio in quel suo confacente mondo, la virtualità, donde ogni evasione è semplicemente favola.

Il mondo reale, però, si sa che è dovizioso d’ipocrisia e di egoismo; l’attore, privo di sentimenti che non siano fini all’interpretazione, aveva logicamente recitato, com’è nella propria indole, abbandonando Cecilia, donna, a un destino d’infelicità che quella sua valigia non potrà mai più imprigionare.

In Cesare deve morire, il corso naturale della simulazione travalica l’alveo del copione per esondare impetuoso nel campo delle verità.

Lo si può definire finzione-non-finzione, pur peccando di rincorrere e ricalcare la teoria delle troppe voci globalizzate.

Gli interpreti si denudano così delle vesti sceniche per riacquistare finalmente le proprie identità, o meglio, quei sintomi che palesano esperienze esistenziali e che credevano oramai serrati di là delle sbarre. Questi soggetti riacquistano animo e di esso forza che consideravano perduti, l’antico patrimonio che ostentavano fuori della detenzione, ove, qui, per alcuni di loro non scoccherà mai la data della libertà.

La virtualità drammaturgica si decompone sino alla totale diluizione: gestualità ed espressionismo che negano la mimesi, un verbalismo che risente di spontanei linguaggi.

La tragedia shakespeariana perde allora ogni corporeità ma lo spirito, in una sorta di metempsicosi, invade gli interpreti rivestendosi di nuova e palpabile teca, questa, agli occhi dei fruitori, decontaminata dal peccato di reità in una sorta di resurrezione. FG

da Cinemadonia 30 Giugno 2010

Il cappellino

Cortometraggio 2009 di Giuseppe Marco Albano (16').
recensione di Luca Mondelli

Difficile, molto difficile a dirsi se Giuseppe Marco Albano (Cisternino, 1985) sia più bravo come regista o sceneggiatore; questione, naturalmente, di puro valore retorico, utile come riverbero indiretto su un modus completo di fare cinema. Selezionato al Giffoni 2009, questo toccante cortometraggio ha profondità e spessore drammaticamente adulti, del tutto immune da cedimenti di gusto quali sono ad ogni passo per materie del genere.

Capace di una fedeltà rara alla vita, nell'epilogo godardiano attraversa il limite della diegesi, facendosi documento.

Non a caso uno dei passaggi più significativi del film è il controluce dei protagonisti nei pressi di un cinema in disuso, segno di un intendimento etico dello strumento narrativo.

Per la sua forte carica vocazionale, piacerebbe all'omologista Ferruccio Gemmellaro. LM

Omologismo storico

Da Roma ai giorni nostri

/…/ Augusto non aveva eredi e gli successe il figliastro Tiberio (pacificatore col Senato), donde il via alla dinastia Giulio-Claudia: Caligola, Claudio (porto di Ostia, acquedotto) e Nerone.

Caligola (14-37d C) si trasformò in un emulo di sovrano orientale, accentuandosi divinizzazione e onnipotenza, allo scopo di rafforzare la propria figura a scapito dell'autorità istituzionale del Senato; per svilirne la dignità e dimostrare quanto Ei potesse, giunse a far nominare senatore il proprio cavallo, un atto che i partigiani avversi assunsero a mattone utile per costruire la pazzia dell'imperatore.

Morì assassinato da una congiura ordita dal partito dei senatori.

Durante la "prima repubblica" italiana, il partito radicale di Pannella riuscì a far eleggere in Parlamento la pornodiva Ilona Staller, appunto per dimostrare quanto permeabile fosse l'istituzione alle volontà diverse dall'espressione popolare e dal comune senso della morale.

Nerone (54-68), dopo un inizio d'intesa con il Senato, comprese che per consolidarsi il potere occorreva schierarsi con la casta militare - i pretoriani n'erano l'emblema - e con la plebe, ricavandone un irriducibile sostegno.

Un iter politico-ideologico sfociato nel nazional-populismo di convenienza che Napoleone (da rivoluzionario ad imperatore), Mussolini (da socialista a dittatore) avrebbero ripercorso circa duemila anni più tardi. Il Duce, poi, con l'ONC, avrebbe addirittura omologato nel regime l'istituzione romana della distribuzione dei campi ai veterani. Occulto strumento propagandistico, quanto il primo, e, guarda caso, nelle stesse terre d'allora: Puglia, agro romano e pianura padana.

La politica di Nerone, infatti, fu d’elargizioni e spettacoli popolari, che lo proteggevano dall'ostilità del Senato.

La questione degli spettacoli era di lunga data; il Senato, infatti, ponendosi contro il popolo, l'aveva sempre osteggiati, considerandoli di minaccia ai costumi; in realtà, aveva compreso l'enorme potenzialità politica degli attori, attraverso la satira e la tropologia teatrale.

Ancora oggi, le istituzioni, pur democratiche, temono e, quando ne hanno l’opportunità, oscurano gli spettacoli satirici, oltremodo quando presentati dal televisore, l’ultimo omologo, questo, dell’anfiteatro.

E fu di Nerone l'idea di incenerire i quartieri malsani di Roma - un labirinto di capanne maleodoranti e botteghe di materiale infiammabile - per risanarla e ristrutturarla modernamente (l'incanto della Domus Aurea)

Una novità urbanistica che gli avversari, allo scopo di coglierne occasione di rivincita, fecero passare per follia incendiaria.

Il patriziato della fazione senatoria non aveva digerito il fuoco nelle loro ingenti proprietà immobiliari e pare che l'ordine d’evacuazione emanato da Nerone non fosse stato bene diramato e\o eseguito, pertanto le fiamme s'estero - o addirittura appiccate da agenti - laddove non previsto.

Nerone si salvò facendo ricadere ad arte le colpe sui cristiani, una comunità che il sistema di potere, in connivenza col paganesimo, aveva reso invisa alla gente, alla stessa stregua degli ebrei, ma per motivazioni ben diverse e storicamente sempre attuali.

La questione è controversa; pare che per cristiani s’intendesse la comunità palestinese costituita da cristiani ed ebrei, quest’ultimi di numero ben superiore rispetto a quello esiguo dei primi, ancora in una primitiva fase di espansione.

Accade ancora, in epoca contemporanea, che servizi occulti, al servizio di filibustieri della finanza, promuovano gesti terroristici orditi a criminalizzare gli avversari e per far sorgere, così, nell’opinione pubblica la necessità di perseguirli.

Hitler, nel ’33, giunse ad ordinare il rogo del palazzo parlamentare, per far ricadere la colpa sui comunisti; ma fece di più; il Führer e, in subordine, Mussolini incendiarono il mondo, cercando di colpevolizzare ancora gli ebrei quali finanziatori arbitri delle plutocrazie.

Oltre a ebrei e cristiani, a Roma, si diffusero nuovi culti a prova di una straordinaria tolleranza sovente offuscata da cronache faziose: della Magna Mater (Cibele) che portava la speranza della resurrezione, di Diòniso (Bacchus) che prometteva la vita oltre la morte, di Iside che infondeva ai credenti la possibilità di trovarsi quel giorno al cospetto del giudizio divino, di Mitra (Zarathustra) glorificante il sacrificio per la ricerca del bene e della castità... dogmi tutti omologati nel cristianesimo.

In un pertinente inciso, ricordiamo che la nascita di Budda, l’adorazione dell’astrologo eremita, le tentazioni del malefico… si ritroveranno ancora nel Vangelo.

C'è da dire, però, che la tradizione \ vedi Faraoni d'Egitto \ riversata nella Roma imperiale, identificava nella figura del re il rappresentante divino a terra, mentre la novità dei cristiani, che andava a rielaborare la tradizione degli ebrei, la sottraeva a beneficio di una seconda, quella del papa-pontefice; quindi, una grave perdita nella gestione del potere, uno sdoppiamento che avrebbe condotto, più d'ogni altro, alla loro persecuzione e, per inerzia, anche regnanti cristiani allo scontro con la Chiesa, l'abbrivo alle autonomie ed agli scismi.

I monarchi inglesi sono gli omologhi di quest’antico potere sacerdotale: Enrico VIII fece approvare dal Parlamento l’Atto con il quale il re d’Inghilterra si sostituisce al papa nel governo della Chiesa (Anglicana).

In risposta, il partito del Senato s'aggiudicò il governatore della Gallia, Sulpicio Galba, che decise d'intervenire con le sue armate per spodestare Nerone, a condizione però che sarebbe stato incoronato lui imperatore e così avvenne.

I cronisti istituzionali, leggasi Svetonio \ 70-140 \, raccontano di (Nerone) un imperatore pazzo e sadico \...\ in realtà, la plebe ed i militari romani ne tramandarono la memoria come di un generoso ed indimenticabile principe \...\ (M. Vegetti e M. Coccino - Zanichelli 1979).

\… \ i quartieri distrutti della città vennero ricostruiti non disordinatamente, come dopo l'incendio gallico, ma con allineamento di case ben calcolato ed ampiezza di strade; fu limitata l'altezza delle costruzioni, vi si aprirono cortili e vi si aggiunsero portici a proteggere le facciate \...\ (Tacito 54-120 dC) /…/ FG

Fonti letterarie omologate tra i corredi delle necropoli

Archeologia “ alla moda”: informazioni e curiosità tra storia e scienza dell’igiene, cura della bellezza e turismo museale di qualità

“Un’arte per la bellezza”, così recitava il titolo di un’interessantissima mostra sulla cosmesi attraverso i secoli, ospitata anni fa nel Palazzo della Ragione di Padova.

L’annuncio, come acutamente chiosò la famosa rivista Archeologia Viva, in verità, poteva risultare fuorviante se ci si fosse fermati a una lettura superficiale dell’ottima proposta, ma, se al contrario l’ascolto dei messaggi predisposti fosse stato più approfondito, allora il riferimento al solo mondo dei belletti e dei profumi avrebbe lasciato sicuramente il passo al riscontro di esigenze legate sia al mondo dell’igiene che a quelle opportunità, da sempre considerate utili, per il miglioramento della salute.

Naturalmente basterebbe rifarsi all’etimologia della parola cosmesi - l’insieme di tecniche che come scopo si propongono di conservare, o meglio ancora di mantenere e curare la bellezza e la vitalità del corpo e di abbellirlo e decorarlo (Kòsmos, kosmetikòs-kosmèò) - per rendersi subito conto che nella doppia interpretazione, prima greca e poi latina, molto del fascino che in essa è nascosto rivela fin da subito tutta la sua complessa semplicità: ordo e mundus cioè ordine e universo, ma anche armonia ed eleganza.

Precisato che le esperienze primitive di maquillage erano sostanzialmente collegate alla magia e avevano come scopo principale quello di sostenere una rappresentazione dell’incanto limitato nel tempo e nello spazio, va sottolineato che i segnali tipici di un indirizzo maturo delle pratiche cosmetiche si riscontrano in maniera decisa con l’arrivo delle civiltà protostoriche e, più importante fra tutte, quelle sviluppatesi nell’area della Mezzaluna fertile.

Si sa che nell’antico Egitto erano i sacerdoti della Casa della Vita a dedicarsi alla produzione cosmetica, e questo, con tutta probabilità, perché esisteva una strettissima relazione tra l’uso di questi prodotti e gli scopi preventivo-curativi che avrebbero dovuto raggiungere; non va dimenticato, infatti, quello che nel Papiro Harris (conservato a British Museum di Londra) viene definito come prodotto destinato a proteggere per un verso la pelle dalle scottature solari e dalle abrasioni della sabbia, per l’altro gli occhi dalle varie oftalmie causate dal particolare ambiente egiziano.

A mo’ d’esempio va ricordato sia il celebre kohl, preparato cosmetico utilizzato per impreziosire, con sottolineature di nero, gli occhi e costituito sostanzialmente (80%) di galena, ottimo disinfettante del bulbo oculare, sia l’ematite, che opportunamente triturata su alcune piastre indicate con il nome di “protettrici” e mescolata poi con dei grassi, veniva applicata sul volto come belletto e come linimento, essendo già allora noti gli effetti tonificanti dell’argilla.

È risaputo che il territorio Veneto (i reperti e le relative documentazioni sono ben distribuiti nei vari Musei) è stato protagonista nel periodo preistorico e in particolare in quello protostorico, di vicende di grosso respiro spesso contrappuntate da un uso particolarmente intus-ligente di svariati materiali: argilla, osso, legno, rame, ferro, ma soprattutto bronzo.

È poi anche di tutta evidenza, soprattutto alla luce degli studi più recenti, come nel mondo paleoveneto il ruolo della donna fosse di tutto rispetto; a testimoniarlo in maniera inoppugnabile ci sono: i ricchi corredi delle tombe femminili, la grande devozione per divinità muliebri, le rappresentazioni e le testimonianze relative al mondo del Maquillage e della toilette.

In mancanza di fonti letterarie le informazioni che consentono di derivare il gusto di quei tempi in fatto di abbigliamento, acconciature, accessori e ornamenti possono essere desunte, come già anticipato in precedenza, dai consistenti e preziosi corredi delle tombe, dalle decorazioni delle lamine e dei dischi bronzei, dalle avvincenti proposte degli oggetti fittili, ma in particolare dagli sbalzi delle meravigliose, e, per certi versi, suggestive situle; valga per tutte la famosa “situla Benvenuti” considerata a tutti gli effetti il poema epico delle genti venete. Leonardo Vecchiotti

LETTURA CRITICA nell’arte

Matteo Cosenza
pittore di origini siciliane vive e opera nel Veneto

L’ambiente che ci circonda è sovente offuscato dalla nostra indifferenza, dalle nostre problematiche esistenziali; ebbene, Matteo Cosenza ci impone di scontrarci con esso e di indugiare in esso.

Sovente, le tele di questo neo-figurativista ostentano una frammentazione geometrica, sorta dal suo pennellare, le cui superfici palesano porzioni cromatiche ben distinte.

Ed ecco che l’artista diviene il restauratore dell’ambiente per quel suo rimettere nel giusto ruolo le linee che avvolgono, fasciano, i colori; quei colori naturali che dal suo pennello attecchiscono ravvivati in una vertiginosa rielaborazione.

Dicevo che l’ambiente che ci circonda, naturalmente ai colori che ne discriminano gli aspetti, ci appare attenuato, o meglio, è la nostra apatia che ne provoca l’offuscamento.

Ove provassimo invece a soffermarci con lo sguardo, che non ci sia però suggerito dalla bellezza scenica del sito o dalle risoluzioni turistiche; se lo facessimo, dunque, scopriremmo, grazie ai lampi di memoria delle opere di Matteo Cosenza, che ovunque facciamo cadere gli occhi individuiamo delle linee che “precedono i colori”.

E ne restiamo stupiti, affascinati; eppure è la stessa natura che ce lo propone.

La frammentazione cromatica sostenuta con decisione dalle linee sono cifre di un codice che spetta all’osservatore interpretare, il quale ne diviene il fruitore, colui cioè che risuona delle identiche emozioni che l’artista aveva provato innanzi alla fonte ispiratoria.

L’espressionismo di Matteo Cosenza affonda nel patrimonio culturale e nella storia dell’arte che in lui fervono, ma va risolutamente oltre.

Se l’Arte elitaria pretende che ogni opera debba contenere il marchio inconfondibile dell’autore, rifuggente quindi dal fascino del manierismo o, peggio, delle imitazioni, per l’Arte popolare – intendo arte descrivente soggetti riconoscibili e amati dal popolo - per l’Arte popolare, dicevo, formulata dall’animo artistico collettivo (ES), non è blasfemia una clonazione delle opere, purché l’altra completi, solennizzi o attualizzi il messaggio dell’una: un attualismo in risonanza di contemporaneità non essenzialmente del presente, ma percorribile i tempi.

Matteo Cosenza non si è lasciato avvincere dal gioco delle contrapposizioni e la sua è Arte sublimatasi dalle verità illuministiche di rappresentazione della natura e dell’umano sociale.

Sergio Del Moro
pittore di origini toscane vive e opera a Treviso

Ho sentito prima parlare di opere minimaliste certamente a proposito di questa nuova mostra di “piccoli quadri” dell’amico Sergio Del Moro.

Il Minimalismo o, meglio Minimal Art se vogliamo usare il termine globalizzato, è un movimento nato in Europa e Usa intorno al 1960; l’artista adotta forme geometriche semplici, insomma essenziali per riconoscere la figura, ma nel contempo non intende trasmettere alcuna emozione comune.

In zona, opere minimaliste sono rintracciabili nelle sculture di ferro del valente Marsura e di Guerrato, questo scomparso. Minimalismo è sovente l’antitesi del Barocco.

Mi fermo qui nel raccontare del minimalismo, poiché occorrerebbe un’intera serata.

Queste opere di Sergio del Moro, invece, pur nella loro dimensione minimale (aggettivo riferito però esclusivamente alle dimensioni dei quadri), mantengono una dovizia di tratti e di cromia che supera l’idea dell’immagine prospettata; mi spiego meglio.

Pur risuonando di Fauvismo (pron fovismo), termine francese da “fauve belva”, del quale Matisse è un rappresentante, che espone dal 1910 raffigurazioni di paesaggi e marine (tanto amate da Del Moro), facendo in ogni caso uso di tavolozze accese, queste basate sull’uso dei colori allo stato puro (e il nostro si accende sovente di colori), Sergio del Moro arricchisce il cerebrale dell’osservatore richiamandosi ai colori dell’Impressionismo, in cui dal 1873 vengono però raffigurate scene di vita e personaggi (Manet, Lautrec…) imperniate su effetti di luce e colore che provocano immediatamente l’emozione, ovvero “che impressionano”.

Superando il Fauvismo e ancora l’Impressionismo – altrimenti saremmo di fronte ad un manierista, ma non è il caso - il nostro postimpressionista Del Moro presenta una tavolozza del tutto personale, insomma una cromia sua e solamente sua, che già da anni è stata da me definita onirica e che sarebbe stata adottata in ogni critica separata dalla mia.

Certo, è vero che scientificamente nessuno conosce la colorazione dei sogni, pare, ma non è consolidato, che solo le donne in età adolescenziale sognano a colori; se sogniamo per esempio la bandiera italiana, la leggiamo bianca, rossa e verde ma solo perché sappiamo che essa è cosi.

Perché allora questa definizione di onirica: perché i colori distribuiti dalla tavolozza alle tele di Sergio Del Moro alterano la coscienza e omologano nell’osservatore una fervida fantasia, sino allo smarrimento della realtà (esattamente come nei sogni).

Per meglio dire, Del Moro riesce straordinariamente a connotare le proprie opere d’identica emozione da lui provata innanzi alla fonte ispiratoria, e non solo, egli riesce a omologarla nei conati dell’osservatore, il quale ne diventa perciò il fruitore.

Basta quest’affermazione, e concludo, ossia che le opere di Sergio Del Moro trasformano l’osservatore in fruitore, per sancire senza equivoci che siamo al cospetto di un artista puro, originale, ed è pertanto vana una storica ricerca tecnicistica adeguata alla sua scenografia; e ancora, Sergio del Moro è artista, in qualsiasi dimensione si presenti.

Antonio Favale
pittore di origini pugliesi vive e opera a Treviso

Negli anni ottanta, quando fondammo il sodalizio culturale La Copertina, culturalmente stimolati da una novità che serpeggiava tra la nuova generazione degli artisti, tardammo a realizzare che stavamo preannunciando i tempi, anche se tale percezione era latente in noi.

La Copertina, così, sorta inizialmente allo scopo di esibire gli scorci di primo acchito degli autori di qualsiasi espressionismo e indurre il pubblico a leggerne la produzione, giusto come la copertina di un libro, si è via via consolidata in un movimento oggi di omologisti, accreditati in respiro nazionale.

In sintesi, approdammo a quell’ideologia sgorgata dallo spirito che accomunava gli artisti che andavamo a scoprire: ovvero, la negazione d’ogni insiemistica in verticale e in orizzontale delle forme; in parole chiare, ad esempio, il rifiuto dei pittori di essere considerati nel dualismo o impressionisti o espressionisti ed elencati nelle iconografie da presagio o da eredi sia del primo sia del secondo, vedi il realismo e naturalismo, il cubismo, l’astrattismo, la metafisica, il surrealismo, l’informale...

In realtà, se proprio doveva essere fatto, abbiamo privilegiato invece le locuzioni quali Happening Art (Kaprow), Land Art (De Maria), Minimal Art (Morris)... con predilezione all’Arte concettuale (Kosuth) e alla Nuova Figurazione (Giacometti e il nostro Matteo Cosenza), non trascurando le icone d’intelligente postimpressionismo di fine millennio (il nostro Sergio Del Moro.)

Quest'ordine, tuttavia, è pure tramontato nella nostra ottica e oggi siamo impegnati a estendere nella mappa artistica la definizione di Lettura critica omologistica, vale a dire che in ogni opera l’autore dovrà omologare se stesso.

Osservando, scorrendo, ascoltando un segmento artistico, il fruitore dovrà immediatamente identificarne l’originalità e una volta acquisita, non potrà che discriminarlo – tale segmento - inequivocabilmente tra i tanti d’altri produttori.

Filosoficamente, in sintesi, l’omologismo recita che ogni artista, per essere considerato tale, dovrà produrre un proprio segmento identificatorio, superiore a tutti gli altri; insomma, in un ossimoro, tra due opere a confronto, l’una è superiore all’altra e viceversa.

Lettura critica omologistica

A mio parere, Antonio Favale ci riesce in maniera straordinaria e nessun fruitore delle sue immagini artistiche potrà un giorno affermare di averne incontrato di conformi.

Antonio Favale affastella nelle opere non solo i tratti della propria biografia umana, i racconti di vita, ma li evidenzia, connotandoli di emozioni che aveva ricevuto di fronte alla fonte ispiratoria, proiettandone i conati nell’osservatore, ovvero omologandoli in lui, che per questo ne diviene il fruitore, e ricorrendo spontaneamente a quella cromia - appartenente alle visioni di un microcosmo ancora indenne dalle altrui manipolazioni - che ad Antonio Favale è straordinariamente congeniale e che partecipa all’originalità del suo essere artista.

Giovanni Lenti
artista della ceramica, originario di Grottaglie, capitale pugliese dei figuli, vive e opera a Treviso

Raccontare della ceramica di Giovanni Lenti può significare racchiuderne l’espressionismo artistico fermentato in una comunità, dove l’arte plastica (con creta o argilla o sinonimi quali biancana, coccio, terracotta, terraglia, vasellame…) rappresenta un’importante forza lavoro con forte contributo all’economia.

L’antico e suggestivo quartiere della ceramica - e solo per questo meriterebbe almeno una visita - detto appropriatamente “dei figuli” (“dei vasai” - dal lat Fingere “plasmare”) sovrastato dal castello Episcopio a Grottaglie (Ta), è, infatti, un fervore di oltre cinquanta botteghe, di là degli studi d'arte, rassegne annuali, le mostre delle produzioni inclusi i presepi.

Giovanni Lenti, sarebbe stato dunque un predestinato all’arte ceramica fin dalla nascita, fatta salva l’ìnsita predisposizione.

Non è però così schematico; occorre pertanto un proemio storico.

All’alba della storia italiana, gli unici popoli emergenti, via via che si risaliva la penisola, erano i Dauni (Gargano e il Sud), gli Umbri (Conero e Centro), gli Etruschi (Centro-nord); tant’è vero che a quei tempi era familiare la rotta osmotica a mo’ di triangolo che aveva come base Gargano-Conero-Adria e vertice un approdo slavo.

Poi quel popolo alieno stanziatosi di qua delle Alpi, detto appunto cisalpino, che era quello dei Celti, differenziati dai loro simili transalpini (attuale Francia), un popolo originario dalla regione compresa tra l’alto Reno e le sorgenti del Danubio (di fatto, in lingua celtica Reno sta per “mare” e Danubio “che scorre veloce”).

I Dauni erano riusciti a imporre (omologarvi) la propria identità – da non equivocare con egemonia - con l’esportazione delle loro ceramiche in una vasta area italica, che gli storiografi indicano con la “Grande Daunia”.

Un territorio dove le restituzioni non riguardano solo il puro vasellame.

Tracce monolitiche, ovvero lastre cosiddette “Stele daunie”, manufatti artistici di unica fattezza sono stati ritrovati dal centro-nord dell’Italia sino al sud della Puglia, a Mesagne e Cavallino.

Il termine Lastra appartiene al tema mediterraneo invariato Lastra che vuol dire pietra.

L’interesse suscitato tra le cattedre mondiali dalla prima esposizione in assoluto delle “Stele daunie” fuori del museo nazionale di Manfredonia, conclusasi a Montecitorio, ne comprova l’enorme valore per la storia dell’umanità, insieme alla riscoperta del Gargano, il “promontorio del sole”, lo scrigno storico dell’Europa.

Non è un caso, quindi, o una trovata pubblicitaria che detta esposizione romana a Montecitorio è stata denominata “Pagine di pietra”.

Pagine di pietra lo sono per davvero, senza retorica, poiché su di ognuna sono incise, artisticamente simboleggiate, le gesta, la fisiognomica, la biografia del rispettivo personaggio al quale è dedicata; particolare tecnico è che in calce (a piè pagina) sono del tutto nude e questo comprova la loro messa in dimora (infissione) nel terreno a mo’ di lapide.

Tutto questo italico fervore artigianale accadeva antecedente all’VIII secolo aC quando ebbe incigno nella penisola quel grande travaso di uomini e idee passato alla storia con la denominazione di Magna Grecia; da allora, la ceramica dell’estremo sud, la messapica, influenzata dagli ellenici, si contrappone a quella originaria dauna.

Per meglio studiare, comprendere e qualificare la perizia artistica di Giovanni Lenti, dunque, occorre non solo guardare al suo paese d’origine, Grottaglie, dove sono stati adottati, da epoche immediatamente successive al Medioevo, lavori identificabili come Ceramica capasonara (dal nome di “capaci” recipienti volgarmente chiamati Capasoni) di utilità quotidiana e conservativa dei cibi e bevande e Ceramica faenzara questa raffinata, decorativa, tendenzialmente barocca e che arriva a comprendere pezzi unici di altissimo valore, per i quali grandi maestri ceramisti decoratori si sono avvicendati nei secoli.

Da citare lo stile La Pesa, dal nome del famoso ceramista che nel Settecento, avendo operato a Capodimonte, condusse la produzione locale a risentire d’influsso partenopeo.

Non solo al suo paese d’origine, dicevo, per comporre una perfetta esegesi culturale relativa a Giovanni Lenti ma occorre quindi rivolgere l’attenzione in un territorio ben più vasto, insomma alla mitica “Grande Daunia”.

Questa è dunque la culla magistra in cui Giovanni Lenti è cresciuto frequentando fin da ragazzo le botteghe artigiane, oggi artefice di raffinate opere ceramiche su “lastre”, creazioni esposte in permanenza nella galleria Forme d’Arte a Venezia.

Il suo apporto artistico è stato essenziale al rilancio del rinomato Cottoveneto.

Nell’arte ceramica, la tecnica della “lastra” è ideale per creare oggetti di forme sia regolari sia irregolari, sfruttando la qualità di un "foglio" di argilla.

E' la tecnica più adatta alla modellazione di forme già definite e a inventive vascolari.

Giovanni Lenti utilizza questa tecnica con padronanza e riesce a creare con spontaneità oggetti d’imprevedibile qualità.

Il proprio espressionismo lo porta a sperimentare una moderna concettualità rispetto a quella tradizionale, che giammai però rinnega, pertanto è chiamato a progettare e produrre ceramiche d'arredo.

Per concettualità intendo che in ogni procedimento artistico elaborato, Giovanni Lenti omologa un precipuo atto mentale, vale a dire in piena autonomia espressionistica.

Ed ecco le sue creazioni: lastre o stele quali pagine sparse di antichi tomi amanuensi, doviziosi di segni poliglotti, arcani simboli, meandri, di tracce iconografiche che taluni identificano nella Geometria di Dio.

L’autore però non ha inteso sottintendere alcun significato, nessuna tropologia, valorizzando esclusivamente l’estetica e riuscendovi perfettamente, palesando pertanto un genuino espressionismo artistico.

Impronte, dunque, rappresentati con espressione d’armonia che seguono ritmo, eleganza e cromia.

Per quest’ultima, da notare il colore del cosiddetto terzo fuoco, ossia l’oro (a 12 carati) ottenuto tecnicamente con una terza cottura di gradi inferiori alle due precedenti; una tecnica di matrice orientale che richiama il nostro essere figli della cultura indoeruropea, che tanto spesso dimentichiamo.

Pagine biografiche di protagonisti maschili e femminili, dai nobili ai guerrieri e ai personaggi, a indicare tra l’altro un’autentica parità tra i sessi, andata poi smarrita, con rappresentazioni zoomorfe, antropomorfe, floreali, geometriche e di scrittura.

Pagine dove le decorazioni riassumono l’antica semantica di sigillo… e mi fermo qui, concludendo che nella mappa delle ceramiche d’eredità tutta italica mancava un particolare rinnovamento stilistico e verosimilmente l’attesa pare soddisfatta grazie al Nostro, all’artista Giovanni Lenti.

LETTURA CRITICA
nella poesia e gli omologisti

Le rappresentazioni filmate e teatrali – ma sono da includere letteratura quale narrazione e poesia - possono trascinare all’emozione quando esse ci riportano a eventi storici, fatti puramente casuali o accadibili.

Un autore pertanto, ha il compito, o meglio il dovere, di renderli formativi.

E qui combacia perfettamente la definizione di fruitore da assegnare allo spettatore o al beneficiario di un’opera.

Un’opera priva di fruitori non è sicuramente artistica, anche se possiede innumerevoli testimonianze ed è corretta sotto ogni profilo tecnico.

\...\ Il fruitore di un espressionismo diviene la meta dove l’autore sia riuscito a omologarvi la propria emozione che aveva provato innanzi alla fonte ispiratoria, ovvero il soggetto pregno di conati da connotazione artistica; in sintesi esplicativa, egli diventa l’appendice artistica dell’opera \...\

***

Wilma Cecchettini ci riesce genuinamente, per particolare personalità poetica, e i suoi lettori ne sono i risvegliati fruitori.

Il fruitore di un espressionismo poetico, allora, diviene il soggetto in cui l’autore sia riuscito ad omologarvi (trasmettervi) la propria emozione provata innanzi alla fonte ispiratoria, ovvero il soggetto pregno di conati da connotazione artistica, o meglio, da contaminazione artistica.

In Tra gli ulivi Wilma Cecchettini imprime su una virtuale tela le immagini di una scenografia tipica degli impressionisti, pertanto non è più rilevante il soggetto ma il fluire dei versi il cui effetto dona l’immediatezza emozionale. Indubbia l’ingenita proprietà di espressionismo omologistico, che rende, infatti, il fruitore partecipe delle identiche trepidazioni che l’autrice prova nel connotare le proprie opere. Ferruccio Gemmellaro - febbraio 2012

Tra gli ulivi

Soave dolcezza
garbo innato
di un mosaico di vita
accompagnano da sempre
questo fulgente attimo
d’eterno infinito
qual mirabile incanto
di sublime vissuto.
Arazzo di colori
parole e sorrisi
di un mondo d’amore
e nuovi arcobaleni
crociera di stelle
del mio pensare peregrino
riportano echi lontani
sospiri di brezza
tra gli ulivi
e il sogno di aurore
per sempre migliori attese.
Connubio di luci
schiudono
frammenti di vita
immortali attimi
elevano
il profumo della storia
generosa la ruota del tempo,
il riverbero del sole
immortala astratte forme
dei sommersi pensieri
nell’immensità
i ricordi
di questi giorni
scivolati nel tempo.
Ricolmi di luce
il tempo delle primavere
mentre avanza
questa dolce melodia di vita
ti rivedo
tra note d’arpa
e versi di poesia.

Wilma Cecchettini – Pesaro Urbino – da “Il Tizzone

***

Il testo poetico I pallone di Anna D’Andria mette a nudo la capacità di saper guardare la realtà quotidiana con occhi nuovi; di predisporsi alla scoperta ed alla ricreazione in ciò che è noto e consueto dell’ignoto, del meraviglioso e del magico. E’ un tuffo in quel mare magnum dell’inconscio dove solo regredendo fino alla riconquista della freschezza infantile si possono lanciare le sfide senza incontrare ostacoli. Leonardo Vecchiotti febbraio 201

Il pallone

Dopo la pioggia tutto è levigato
Un pallone verdegiallio abbandonato
sulla spiaggia mi spinge a giocare.
La voglia è frenetica,
un calcio e lo spingo fra le onde.
Le onde lo rimandano
e io gioco col mare
Il gioco continua…

Anna D’Andria – Teramo - da “Versi d’amore

***

Nei versi Piacere di Primavera di Iliana Falcone, le rime risuonano d’istinto, così che, tra di esse si raffigura lo spazio-sintesi della messaggistica poetica, nei corretti canoni omologistici. Di là del tecnicismo, nondimeno, l’autrice enfia le strofe di autentico entusiasmo, sbrigliandovi tutta la propria capacità di espressione tropologica, ma che non vuole affatto criptare e lo rivela chiaramente nell’epifonema del sole. Ferruccio Gemmellaro - febbraio 2012

Piacere di primavera

Nuovo saggio di foglie
esordio di altri getti
alle prime vampate.
Gemmerà ancora il ramo
e aprirà primavera,
Divampa,
fuoco smanioso
di gaudente
e, acconciamente,
onora
la nuova aurora!
Compiacenti col sole
anche noi
sconfiniamo,
sino a mostrare
quasi il meglio.

Iliana Falcone – Trieste - da “La quarta foglia

***

Abbiamo, dunque, toccato l’inconscio, e con esso il surrealismo.

Il surrealismo viene a sommuovere l’auditorio poetico, o gli osservatori dell’arte, perché è fatale che ogni artista omologhi nell’espressionismo, sia esso semanticamente letterale, sia artistico, le proprie avventure.

Dopo un breve passaggio di connotazioni precorrenti, incontriamo una Raffaela Longo di fede surrealistica, e come tale rinnega gli schemi logici e rivitalizza il proprio inconscio.

Ma come il fruitore di un’opera è destinato alla sofferenza ove ritrovi in essa la cagione dei suoi tormenti, in eguale misura l’inconscio può risvegliarsi nell’artista procurandogli afflizione. Ferruccio Gemmellaro

La lirica Inedita percezione di Raffaela Longo, sostenuta da una scelta oculata sia sull’asse paradigmatico che su quello sintagmatico, mette in luce un livello fonetico decisamente curato, sempre rispettoso di una ritmia volutamente diversificata e frutto maturo di una conquistata libertà espressiva. Ricco, intenso, e sicuramente originale l’uso della connotazione nella veste distintiva del linguaggio poetico. Leonardo Vecchiotti febbraio 2012

Inedita percezione

È inedita percezione
che fa danzare e cantare
sussurro lieve sul capo
al breve passo d'aurora.
Avverto l'inesplicabile
che mi precede silente
ma avvezza non son discernere
di quale amore o quale Estasi
sia il ratto d'anima in volo.
Un fremito al tocco sale
si accingono le presenze
che presto tramuteranno
sensori oramai obsoleti.

Raffaela Longo – Treviso

***

Una mappa dove la poesia incontra l’arte pittorica in un amplesso che sprigiona il sapore delle cose ovvie; l’arte pittorica, infatti, non può mai ovviare a sintetizzare in se stessa la poesia.

Marta Pagura ha sempre prediletto la pittura di vivo cromatismo ed essa si omologa nella poetica dai versi di lampante semantica, che ha imparato a recepirle dal suo dentro, divenendone lei stessa innanzi tutto la fruitrice. Ferruccio Gemmellaro

La poesia in vernacolo Treviso di Marta Pagura è un lungo accumulo di emozioni che ruotano attorno alla parola-chiave “identità.” Il testo poetico evidenzia, pur nella variegata iterazione formale, un crescendo di esperienze umane e di intensità semantica che corre dall’infanzia all’età adulta; su tutto aleggia un colorato mondo di struggenti allusioni. Leonardo Vecchiotti febbraio 2012

Treviso

Çittà mia da sempre,
te sì un puntìn
ne le tera.
Un bel ricameto
tra fili de canài.
El Sil te bagna
chieto e silenzioso,
él te caressa tuta.
Ogni via, piassa, portegheto
me parla de le me vita,
me regala dolçi ricordi.
Marca Gioioisa
te fa incantar la zente.
Grassie Treviso,
te ga sempre per mi un soriso.

Marta Pagura - Treviso

***

Straordinaria retorica descrittiva della geofenomenologia nei versi Oltre le nuvole, ma traducibile nell’unica definizione perfettamente addicente a questi versi, Climax o Gradazione.

L’autrice Giuliana Sanvitale, pertanto, richiama il proprio talento a comporre qui una successione di coinvolgenti lemmi in graduale intensificazione da un’espressione normale, moderata o positiva, verso quella negativa.

Ella, però, amante di una poesia doviziosa di “ottimismo malgrado”, non poteva non applicarvi una chiusa di mero Anticlimax, insomma che da espressioni negative corre infine verso la positività, rincuorando il fruitore.

L’opera di Giuliana Sanvitale si offre superbamente all’esegesi da terzo millennio; le sue redazioni occupano con raffinatezza i percorsi istruttivi lungo la mappa poetica italiana. Ferruccio Gemmellaro febbraio 2012

Oltre le nuvole

S’allarga l’orizzonte
oltre le nubi,
strie nel cielo,
ferite nell’animo.
A stormi, gabbiani urlanti
s’impennano nell’aria
a bassa quota, simili a
starnazzanti oche migranti.
Urla il mare, ulula schiumando,
flagella la riva, la sbava, la insozza.
Riverso in lui i miei pensieri contorti,
le ansie ricorrenti, il tarlo fisso del dolore.
Ed urla stranito il mio cuore,
sanguina la ferita sempre aperta
miasmi di putredine spandendo
fra i marosi irrequieti, sulla riva offesa.
Cede la luce e cela l’orizzonte.
È nero il mare, nero è pure il cielo.
Lo striano bianche nuvole ammassate,
promettono neve e il cuore anela
quel bianco, ricordo di candore
e d’innocenza. Improvviso un lampo
squarcia il buio, getta bagliori di fuoco
fra le onde. Il mare geme. Piange un
pianto di bimbo il mio cuore. Vaga,
stanca la mente, si fa cielo e mare
e nube e folgore. Canta canti striduli
di gabbiano, si lascia schiaffeggiare
dai marosi, s’inabissa, riemerge
annaspando, vomitando dolore,
delirando di desideri repressi, di
nostalgie incolmabili, di sogni
senza riva. Piange un pianto di
bimbo il mio cuore. Si fa mare
e piange. Un pianto silente, un
singulto, un sospiro, l’accenno
d’un sorriso, lassù,
oltre le nuvole.

Giuliana Sanvitale - Tortoreto degli Abruzzi (Teramo)

Iride la Salapina *

A Ferruccio, al suo
desiderio di conoscere
sognando
Della Daunia
all'ombra di ulivi
secolari, si snodano viali
di tratturi, antichi,
perduti nei ricordi.
Ulula il vento nelle notti
illuni, chiocchiola una civetta
tra le tegole d'una masseria,
si segnano le donne nelle case
presagendo disgrazie.
Sulle rive palustri
danzano bianchi fenicotteri
dai riflessi di rosa,
in equilibrio sulle esili
zampe a turno affondanti
nel limo. Si velano gli occhi,
del paesaggio dinanzi alla malia.
Quale fata morgana, appare
la signora di Salpia, Iride,
la leggiadra, ammaliatrice
di punica progenie, di cavalieri
e cavalli domatrice. Piangono
sale le acque che accolsero
il suo corpo e sangue colora
il greto dove si tentò d'annegare
la bellezza, la forza, la libertà
di vivere e d'amare.
Povera cosa per l'animo
che schiavo nasce e a
servitù soggiace per la vita

Giuliana Sanvitale - Tortoreto degli Abruzzi (Teramo) 5 aprile 2010

* L’amante italiana di Annibale Iride la salapina narrativa di FG Edizione Helicon Arezzo 2009

***

Locuzioni e figure retoriche di vera poesia farciscono questi versi, L’eco della vita, della sempre brava Wilma Cecchettini.

Mi piace enucleare \...\ il mio silenzio di cenere \...\ dove non può che far sorgere nel cerebrale del fruitore l’immagine della bigia polvere che, scompigliata, ricade al suolo in assoluta assenza di suono.

Nella tropologia poetica dell’autrice racchiude magnificamente il significato del silenzio attonito che colpisce e circonda l’individuo ove scorga precipitare, ridotte in cenere, le proprie speranze. Ferruccio Gemmellaro

L’eco della vita

Le ho viste brillare copiose
le stelle del firmamento
trepidante nell’attesa
trasformo in versi vaganti
il mio silenzio di cenere.
Rifuggo l’acèdia, l’imposizione, la viltà
spogliate al vento del destino
mentre ne percepisco
l’eterno strazio.
S’appronta senza indugio
l’alba di una stella
in radiosa quiete
deserto mentale
di umane solitudini
nelle stagioni della vita
richiamo
di nude alchimie dell’anima
voce
d’agoniata onestà
filtra falsità
una speranza
annovera una preghiera
d’altri tempi.
Nel silenzio
solo l’eco della vita

Wilma Cecchettini – Cartoceto (Pesaro Urbino )

***

Esemplare struttura di narrativa poetica in cui l’autrice ricorre alle suggestioni della natura, così frequente nelle sue composizioni. La creazione è stata da sempre fonte ispiratrice dei poeti, ai quali va lo storico merito di averla rappresentata in sembianze umane sino a mitizzarla. Anna D’Andria, in questi versi Ispirazione, persiste amorevolmente nella tradizione. Ferruccio Gemmellaro

Ispirazione

Tra le palme intrecciate
come un tetto di capanna,
lo sguardo ammira le onde
del mare che il vento fa
saltare come ballerine
di bianco vestite.
Ballano, si abbracciano,
formano una luminosa catena
di schiuma fosforescente.
La natura è nel suo
splendore naturale.

Anna D’Andria – Teramo

***

La composizione poetica Ventisei febbraio, espressa con amorevole armonia, canta la gioia dell’autrice Iliana Falcone d’essere un giorno divenuta madre; a distanza di anni, la lirica si replica con immutata esultanza al cospetto di quella figlia andata ormai sposa e che ripercorrerà il suo naturale e giubilante destino di madre.

Questi versi configurano la nascita al matrimonio poiché entrambi sono l’affacciarsi in un mondo di altra luce.

Opera distintamente omologistica. Ferruccio Gemmellaro

Ventisei febbraio

L’emozione di adesso,
figlia mia bella sposa,
ha per mano il ricordo
della tua mezzanotte.
…e pur bella nascesti
tra miriadi di stelle
che cingevano già
un albero di sogni
progetti in uno scrigno
il sole ricamato
da un’euforia di donna
raggiante appena madre.
S’avvolge il ritornello
del vezzeggiar la bimba
all’orlo di quest’ora
e qua cambia il suo canto.
Un vezzeggiar diverso
libero di nascondersi
dietro qualunque occhiello
e attendere quell’eco…
di caldi battimani
l’intonar di una marcia
di colore confetto.
L’emozione di allora
l’emozione di adesso
figlia mia bella sposa.

Iliana Falcone - Trieste

***

La passione è tra i sentimenti non facili a omologare nella poesia, senza rischiare di cadere nelle banalità.

Franco De Mas aveva già entusiasmato gli alunni, maestre e genitori di Manfredonia, con le strofe di geniale brio Riso al bullo, elaborate per un libretto scolastico, appunto, sul bullismo; lodevole iniziativa del 2011sorta da un’idea delle maestre Pina Nasuti e Titina De Leo (V Circolo Didattico), adottata dai ragazzi della 5° C e gemellata con La Copertina e il Comune di Meolo Venezia.

Qui si propongono i versi Fonte emissaria, del tutto indenni dai luoghi comuni, con i quali il poeta omologa tutto il proprio ardore per la poesia, dalla quale nulla mai potrà distoglierlo. Ferruccio Gemmellaro

Fonte Emissaria

Cosa può aprire i sensi…

ai misteri più lieti,
e trarre, senza ferire,
alla fonte del sapere,
se non l’acquisire
ardito dei poeti,
inerpicati in arti e reti
sulla rossa bocca
della singola rima…
A far sì ch’ella possa
badare ad arrivare a segno.
Averla come perla
nel cavo del palmo
d’un pugno,
o sobbarcata a mo’ di gerla
nell’eguale portata
del sogno.
… E per ogni
sudata
lac…rima…

Franco Del Mas - Meolo (Venezia)

***

L’alternarsi quinario/senario imprime alla poesia Folli desideri di Raffaela Longo un ritmo sinusoidale, che ricorda il moto delle acque marine, ed ecco, infatti, che i due versi conclusivi lo giustificano.

Appare chiaro, così, come l’autrice abbia voluto adottare il coupling in devozione, corticale o inconscia, agli indirizzi omologistici.Ferruccio Gemmellaro

Folli desideri

Languide prese
svelano segreti e
sguardi furtivi
rubano pensieri.
Su l’ali folli
muti desideri.
Fuochi proibiti
spinti giù nel fondo
di mari oscuri.
Lo spirito emerge
bianco di schiuma.

Raffaela Longo – Treviso

***

Per una esegesi puramente retorica, i tratti tropologici di questi versi Dopo l’ultimo sprazzo di Maria Antonia Maso racchiudono la proficua esperienza poetica e linguistica dell’autrice, traducibile nel non comune patrimonio culturale. In riferimento al tecnicismo, la poesia si articola con successione di settenari aperti da un novenario e suddivisi da un duplice endecasillabo, tutti in sinalefe; ciò esprime la teoria omologistica che la lunghezza dei versi è proporzionale all’espressione poetica; omologa della verbalità nelle emozioni. Ferruccio Gemmellaro

Dopo l’ultimo sprazzo

A ben guardare, ragionando,
dopo l’ultimo sprazzo
fiammeggiante e impudico,
la nudità invernale
ci coglie impreparati.
Ogni certezza è il fulgido cristallo.
Con artigli impietosi il gelo avvinghia
la preda e la trascina
nel cavo inesplorato

Maria Antonia Maso - Treviso

***

Ho conosciuto Ferruccio Gemmellaro nel 1998 in occasione di un Premio letterario a Giulianova, il Premio Anfiosso.

Eravamo rispettivamente ai primi posti: io per la poesia, lui per la narrativa.

In sala era presente anche Dacia Maraini che presentava il suo libro “Il buio”. Ricordo che la mia poesia fu letta da un famoso attore che decisamente la stava leggendo per la prima volta e la storpiò travisandone il senso.

La cosa mi mandò su tutte le furie e lo espressi chiaramente.

Ricordo che Ferruccio si congratulò con me per la mia capacità di non lasciarmi influenzare dai “grandi nomi”.

Ci incontrammo l’anno successivo entrambi premiati col Premio D’Annunzio e nacque un’amicizia che ci gratifica nel tempo.

Fu in quell’occasione che divenni sodale della Copertina e cominciai ad approfondire il discorso sull’Omologismo.

Ne fui affascinata e conquistata per la sua carica psicologica, per la spinta a leggersi nell’intimo.

Certo inizialmente non fu facile comprendere un linguaggio che appariva nuovo pur esprimendo concetti antichi e assoluti, ma in seguito divenne cibo quotidiano.

Tant’è che, tradotto in termini più consoni, meno di nicchia, ne feci una lezione per le mie “fanciulle” dell’università della terza età.

memoria – emozione – produzione artistica

Nei miei vari studi sull’ermetismo, sull’ermeneutica, in breve su tutto ciò che riguarda la Poesia e il rapporto tra forma e realtà, tra finzione e vita reale queste tre parole tornavano prepotenti ad asserire l’interdipendenza fra il ricordo (memoria involontaria) e l’emozione che esso suscita nell’artista.

Da questo connubio nasce l’opera artistica.

L’omologismo nasce da queste premesse ed adegua temi e linguaggio al mondo moderno, fermo restando la lezione dei “padri fondatori”.

Ogni artista che si definisce seguace dell’omologismo è un artista che si serve di un linguaggio originale, altamente musicale e metaforico, attento ai suoni e al colore delle parole, amante della sinestesia, capace di leggere nel proprio Io e di specchiarsi nel mondo altro. Giuliana Sanvitale

Incontrare Ferruccio Gemmellaro /Omologistic way of life/ è scoprire orizzonti inediti.

Ogni tipo di conversazione diventa il riflesso imprevedibile di un prisma, difficile predire di cosa si parlerà.

Intellettuale per vocazione prima ancora che per scelta razionale, Ferruccio possiede il raro dono di stimolare la creatività altrui. Catalizzatore sia per l'esprit de finesse sia per l'esprit de geometrie, Gemmellaro riesce ad essere scrittore impegnativo ed esigente con il lettore quanto amico devoto: umanità e curiosità in lui convivono pacificamente, balenando l'ipotesi che possa provenire non da Meolo, ma da un futuro passato grazie ad una macchina del tempo alimentata dallo stream of consciousness. Luigi Starace luglio 2010

Ferruccio Gemmellaro con la sua poesia La donna di neve ha saputo rendere attuale la lezione del lirismo elegiaco dell’ellenismo: con uno stile articolato, esito di un accurato labor limae compositivo, il poeta evoca il processo di cambiamento come un percorso difficile, velato dalla consapevolezza del progredire inarrestabile di tempo in una parabola discendente che coinvolge corpo e mente. Tra le note di un presente malinconico di metafore naturali, affiora il ricordo come termine di paragone, e allo stesso tempo, come voce di uno spirito che gli anni non hanno potuto invecchiare. Luca Grisolini Arezzo dicembre 2011

La donna di neve

I sogni si condensano
nubi di tempo
ed esse si dissolvono
idrocadenti.
S’insinua nelle ciocche
odorose di antiche carezze,
la neve,
finché una delle gocce
poderosa a fatiche e lamenti
ti uccide.
Prima che i sudari nevati
coprano l’estremo sospiro
pensa ai tormentati sessanta,
quegli anni
suonano d’atroce motivo,
canti di battaglie stonati
portano mimose secchite
d’affanni.

Ferruccio Gemmellaro – Meolo (Venezia) - da “Arte e Pensiero”

***

Omologismo nella giovane poesia di Mirko Verzè

lettura critica di Giuliana Sanvitale dalla silloge “Deliri poetici”

“Ecco, guarda, sono già dentro
nella tua mente!”
“Senza che tu lo voglia
sto creando la mia strada
toccando i confini dei tuoi più intimi
e remoti segreti
riposti in questo luogo senza spazio
e senza tempo”

Mirko Varzè

Così si presenta al lettore, nella sua prima silloge poetica, Mirko Varzè.

Con versi apparentemente semplici, ma chiarificatori che ci svelano già un animo disponibile ma deciso, conscio della complessità della vita e al contempo sicuro del valore salvifico della spiritualità.

“Deliri poetici” è il titolo della raccolta ed è un andamento tra il sogno appunto e il delirio, l’anelito verso la felicità che sembra essere o essere stata una presenza conosciuta “ho un ricordo confuso/ di averla avuta vicino un tempo” e il poeta si chiede se era lei “ quel giorno sulla sponda del fiume/ a stringermi la mano/ a parlarmi della vita”

Mirko Varzè vuole lasciare un messaggio, attestare la sua presenza nel palcoscenico della vita: “sto combattendo una guerra sanguinosa per scrivere quella storia che ha un ruolo ben preciso: lasciare un messaggio”

È il male di vivere montaliano, la visione di un’esistenza costellata di dubbi, di aneliti, in cui prevale la necessità di lasciare un segno, di scuotersi dalla realtà che lo vincola coi suoi legami portandolo a “dimenticare di lasciar nuotare i miei pensieri” .

Il poeta è conscio che solo chi è capace di guardare oltre gli specchi per scorgervi emozioni, speranze, sogni, potrà cambiare il mondo. “labirinto di vetri opachi e specchi infranti è questa vita”

Come in Corrado Calabrò, lo specchio, il vetro giocano un ruolo determinante nel rappresentare le difficoltà del vivere (gli specchi infranti) e lo sforzo del Nostro di superare tali insidie, risalire gli abissi, leggendo dentro lo specchio in cerca del proprio IO.

Di verso in verso si evince il valore che Mirko Varzè attribuisce alla Parola, alla Poesia, punto focale nella sua vita.

ma in quegli attimi/ di profonda solitudine/ nelle parole trovo conforto” parole che hanno la levità delle farfalle e che il poeta definisce “piccoli lumi nel buio” ed ancora “in queste poesie ogni giorno ritrovo la retta via”.

O ancora: “per fortuna che ci sei con il tuo canto/ (riferendosi alla Poesia) a sollevare i miei pensieri/ dalla nebbia di ogni giorno”

E c’è una resa Quasi in un grido, Mirko scrive: “ho deposto le armi/ ho smesso di gridare al mondo”

Il poeta si purifica attraverso la Poesia, la riveste di eticità, esce dal quotidiano, spesso troppo duro, ed apre il suo animo all’Altro, all’uomo della strada che sente come un fratello. “ poeta di sangue ed ossa/ di mani sporche e di sudore/ che ingoia rospi e sputa sangue”

accendi il tuo falò/ e nella stanza risplenderà la luce/ anche per quelli che non hanno/ la forza di farlo”. Solo così “i nostri cuori batteranno all’unisono con la madre terra”.

Il ragazzo che “vende liquido della morte/ che dalla morte ha origine”, si riscatta, indaga in se stesso per scoprirsi, riconoscersi, decidere che il suo non sarà solo Amore per la sua Daniela, musa ispiratrice del suo canto, o per i figli, per l’arte, ma impegno civile, solidale, in piena comunione con i meno fortunati.

Di poesia in poesia, Mirko Varzè delinea una sua embrionale poetica servendosi di un linguaggio tutto suo, deciso, originale e tuttavia debitore di chi prima di lui ha sperimentato e navigato nel difficile mare della Poesia.

Un linguaggio antico e moderno al contempo, nelle espressioni e nei temi, apparentemente semplice, di immediato impatto emotivo, in grado di mantenere la promessa iniziale,

“Ecco, guarda, sono già dentro nella tua mente” Giuliana Sanvitale

Bibliografia essenziale

Omologismodue – Edizioni I Quaderni del Convivio 2007 Castiglione di Sicilia Ct

Stato Quotidiano – periodico online della Capitanata online

Orizzonti – S. Donà di Piave – periodico di informazione delle Pro Loco consorziate

L’amante italiana di Annibale Iride la salapina – Edizioni Helicon 2009 Arezzo

Vocabolario etimologico comparativo Aree semantiche e percorso omologistico nella lingua italiana

http://www.literary.it/dati/literary/G/gemmellaro_fer/percorso_omologistico_201201.html

Foglio espressionistico-informativo “La Copertina” ‘gli omologisti’

http://www.literary.it/autori/dati/gemmellaro_ferruccio/la_copertina.html

Impaginazione

I testi ove non firmati o siglati s’intendano a cura di Ferruccio Gemmellaro

Proemio

Il Conciliatore
Dall’Eternismo all’Omologismo

Wilma Cecchettini
Ferruccio Gemmellaro
Antonio Miola

L’Omologismo

Dialogo omologistico di FG e Luigi Starace
Note omologistiche
Intuizioni omologistiche di Raffaela Longo
Pulsioni mondioalteristiche di Giuliana Sanvitale
Poesia quale Epigrafia
L’Omologismo incontra la Mail-art
Omologismo cinematografico di FG e Luca Mondelli
I film

Dittico per un’Italia

Noi credevamo
Cose dell’altro mondo

Bifora omologistica

La rosa purpurea del Cairo
Cesare deve morire
Omologismo storico
Da Roma ai giorni nostri
Fonti letterarie omologate tra i corredi delle necropoli (Leonardo Vecchiotti)

Lettura critica nell’arte

Matteo Cosenza
Sergio Del Moro
Antonio Favale
Giovanni Lenti

Lettura critica nella poesia e gli omologisti

Wilma Cecchettini (FG)
Anna D’Andria (Leonardo Vecchiotti)
Iliana Falcone (FG)
Raffaela Longo (FG – LV)
Marta Pagura (FG – LV)
Giuliana Sanvitale (FG)
Wilma Cecchettini (FG)
Anna D’Andria (FG)
Iliana Falcone (FG)
Franco De Mas (FG)
Raffaela Longo (FG)
Maria Antonia Maso Borso (FG)
Ferruccio Gemmellaro (Giuliana Sanvitale – Luigi Starace – Luca Grisolini)
Omologismo nella giovane poesia di Mirko Verzè (Giuliana Sanvitale)

Bibliografia essenziale

Materiale
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