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Indagine molecolare sul bello

Sono così antiche le interrogazioni sul significato del Bello da poter risalire a Esiodo e Omero. Sarebbe impossibile, pertanto, citare in breve tutti gli studi che da allora si sono susseguiti, creando un terreno di indagine così vasto da far apparire tale nozione complicata e a volte ambigua.

«Domandate a un rospo che cosa è la bellezza» scriveva Voltaire, come ci viene fatto osservare nel saggio introduttivo di Francesco Solitario, «il vero bello, il to kalòn. Vi risponderà che è la sua femmina, con i suoi due grossi occhi rotondi sporgenti dalla piccola testa, la gola larga e piatta, il ventre giallo, il dorso bruno (…)» (p.6).

Ed è questo territorio che Veniero Scarselli ha deciso di esplorare, aggiungendo le novità della neuroestetica, nel tentativo di definire un termine usato e abusato un’infinità di volte.

Neanche l’autore sfugge alla domanda che cos’è il Bello? qual è la sua origine? Ma lungi dal liquidare la questione con la banale risposta il Bello è ciò che piace fa riferimento ai motivi che possono generare confusione nella sua definizione, primo tra tutti l’emozione, alla quale nessun individuo è estraneo, e che se ha valenza positiva viene considerata come la sorgente dalla quale sgorga e trae esistenza il piacere estetico.

Pagina dopo pagina l’indagine si allarga fino a coinvolgere la nascita dell’ Io da un originario aggregato molecolare ordinato, sostiene lo studioso, che potrebbe spiegare anche l’origine dell’Idea del Bello. «Questo significa che l’Uomo non può fare a meno di agire secondo quell’ordine innato e ogni volta che ciò accade (…) si produce in lui un’ondata di piacere/benessere in cui il ruolo avuto dal Bello e dal Bene non sono più distinguibili».

Una teoria che stuzzica in primis l’interesse e la curiosità degli addetti ai lavori, ma che non può di certo lasciare indifferente anche noi profani che amiamo beneficiare sia del Bello che del Bene.

Recensione
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