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L’assurdo, che il titolo del penultimo testo poetico di Paolo Ruffilli Les Choses du monde (tradotto in francese con testo a fronte, L’Arbre à paroles 2007), evoca, ma non enfatizza e che si squaderna nei poemetti già precedentemente pubblicati in italiano Diario di Normandia (1990), Nuvole (1995), L’assedio di Costantinopoli (pubblicato nel 1987 in Piccola colazione, ma reinventato per questa edizione), sembra dileguarsi all’interno di un gruppo di brevi poesie – posto quasi a corollario dei poemetti editi – intitolato Poèmes per sottolineare il ritorno ad una folgorante brevità (misura che il poeta utilizzerà nell’ultimo suo libro Le stanze del cielo) e l’elusiva presenza di una tematica metamorfosizzabile e metamorfosizzata in sempre nuove soluzioni, anche se già affrontata con risvolti diversi nei testi che vanno da Camera oscura (Garzanti, 1987) a La gioia e il lutto (Marsilio, 2001).

Nell’arco di tale periodo di tempo Ruffilli traduce e versifica il Tao precedentemente tradotto da altri solo in prosa. Il Tao Celeste (Rizzoli, 2004) traduce tale mistica sapienziale secondo lo stesso ritmo fortemente pausato e parimenti mistico della musica cinese, che il poeta impara ad ascoltare per carpirne il segreto, consapevole come la musica sia risonanza, espressione, significante del significato.

Appunto l’identità nella cultura cinese tra significante e significato e la risposta alla ricerca di senso sul destino dell’uomo diversa da quella della cultura occidentale, sembrano influenzare profondamente la ricerca esistenziale di questo poeta così attento alle problematiche dell’uomo.

Così le antinomie della vita e della morte, della gioia e del dolore, non risolte né dalla filosofia né dalle utopie novecentesche (cfr. l’art. di Domenico Mostaccio in www.literary.it gennaio 2008 su Les choses du monde), sono diversamente risolte da Ruffilli in Camera oscura e in La gioia e il lutto: il tempo che fugge e precipita verso la morte diventa tempo congelato in Camera oscura, in cui il presente cioè la fotografia si assume il compito di fissare per sempre un tempo dileguato trasformandolo quasi in una eterna fissità e nel lungo poema in versi La gioia e il lutto il tempo è un’eternità presente perché nell’oscillazione binaria dalla vita alla morte, nel passaggio, secondo la mistica del Tao, dal vuoto al pieno, dallo Yin allo Yang non c’è la cesura della morte: la vera vita consiste non nel pieno cioè nello Yang (che la cultura occidentale definisce vita), ma nel vuoto Yin (che la cultura occidentale definisce morte) e proprio nell’oscillazione quasi pendolare dal pieno al vuoto si ritorna allo stadio primigenio cioè al vuoto, da cui il tutto si genera: in tale ritmo binario si dissolve l’antinomia tra la vita e la morte, tra la gioia e il dolore: il dolore e il lutto sono la vera gioia. “Stato ancipite || della natura, la sua duplicità || di scudo e di nemico || è fonte di rimedi || e di pericolo mortali || e tanto ci concede || per quanto chiede || in cambio… || Arte dell’ambiguità || testa di ponte || ci guida di ritorno || dal passato remoto || nell’età futura || . Alle sue soste || oppone il moto || il pieno al vuoto || il positivo || incontro al negativo || e a ogni azione poi || una reazione, || uguale opposti… || Ci perde in parte || per salvarci in toto (cfr. La gioia e il lutto, pp. 64-65)”.

In Poèmes una breve poesia è intitolata La gioia e il lutto (p. 106) non per creare un raccordo tra i poemetti già citati presenti in Les choses du monde e la successiva produzione che non poteva essere inclusa in tale testo anche per ovvi motivi di spazio, ma, in realtà, per aggiungere tre nuovi risvolti alla tematica precedentemente affrontata: il pensato, l’intanto e l’essenza. Nella pendolarità dei movimenti del Tao dal vuoto primigenio al pieno e dal pieno al vuoto ciò che sembra dileguarsi con la morte nel passaggio dal pieno al vuoto, invece, rifiorisce, poiché, come scrive Ruffilli, l’orma appassita cioè la scomparsa del corpo o dell’oggetto nell’atto della morte si trasforma in vita: nell’intanto che coincide con il movimento stesso dal pieno al vuoto e dal vuoto al pieno, dalla morte al rinnovarsi della vita “l’orma appassita eppure intanto rifiorita di ogni cosa”.

Nel vuoto (cioè nella morte), anche se sembra definitivamente smarrita la corporeità, non è smarrito il pensiero pensato cioè l’essenza della realtà: l’essenza del mondo animale, vegetale, minerale persiste, infatti, così come il profumo aleggia ancora dopo l’appassimento del fiore (per esempio della rosa) e tale essenza diventa il pensiero pensato della rosa: il significante (il nome della rosa) coincide così con il significato (il pensiero pensato della rosa): Ruffilli sembra superare così il nichilismo della cultura occidentale novecentesca, l’annullamento del significato e riscoprire l’identità tra significato e significante risolvendo l’antinomia tra soggetto ed oggetto.

Tale antinomia nell’Ottocento è stata superata da Shopenauer, secondo il quale l’uomo gode dell’immortalità in quanto manifestazione dell’eterna Volontà (cfr. Parerga e paralipomeni, Adelfi, 2003, vol. II, p. 356).

“Per questo ciascuno porta in se stesso il centro immobile di tutto il tempo infinito” (p. 357). Ma lo stato privo di conoscenza, che la morte ci procura, “non sarà uno stato privo di coscienza, ma piuttosto uno stato superiore a quella forma, uno stato in cui viene a mancare l’antagonismo tra soggetto ed oggetto” poiché “ciò che deve essere conosciuto coinciderebbe realmente ed immediatamente con colui che conosce”. Tale processo sembra molto simile a ciò che la filosofia indù chiama nirvana (cfr. V. Mancuso L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina Ed. 2007).

Nel poema La gioia e il lutto la morte consente l’immersione purificatrice in quella corrente d’energia che vibra nel creato e lo permea e che consente di riversare l’eterno nel presente in un flusso continuo tra passato e futuro da cui scaturisce appunto il presente e l’eterno. “E lì nel fondo cieco || dove la vita || finisce ai nostri occhi || scandita dalla morte, || fluisce un grande || fiume di energia || che spande e che riversa || oltre le porte || l’eterno nel presente || ” (p. 85).

Tuttavia in Poèmes di Les choses du monde la mistica taoista non sembra l’estremo approdo, ma solo una possibile risposta all’inquieta ricerca esistenziale di Ruffilli, che in tale gruppo di poesie offre molteplici possibilità di soluzioni: sembra, infatti, una ricerca ancora aperta, come ho scritto nel mio articolo Una nuova frontiera per la poesia di Paolo Ruffilli in www.literary.it novembre 2007.

La riflessione attorno al presente, all’intantogeiser || soffione boracifero || spumante” (p. 108), che in Les choses du monde poteva sembrare quasi una resa davanti al quotidiano, si manifesta, invece, nell’ultimo libro di Ruffilli Le stanze del cielo come impegno condotto nel presente secondo la pascaliana intelligenza del cuore e non secondo un’intelligenza emotiva, novecentesca etichetta di una psicologia asservita ad istanze manageriali.

È proprio all’interno del movimento binario del Tao che nasce il presente così come nell’inspirazione e nell’espirazione (in un vuoto e in un pieno) nasce e si ripete un movimento ternario: la vita.

La possibilità di un superamento delle antinomie, infatti, non induce il poeta ad anestetizzare il dolore o a rifiutarlo, ma ad una attenzione verso il dolore, che può trovare il suo senso nelle mistica taoista, nell’immersione totale nell’energia vitale dell’universo e nel rifiorire in toto. Le poesie di Le stanze del cielo sembrano il prologo del vasto poema La gioia e il lutto (morte per AIDS del tossicodipendente rappresentata da Ruffilli con partecipazione e distacco). Il tossicodipendente ha rinunciato alla sua libertà esteriore e interiore ma in questa carcerazione inizia una riflessione nuova, rappresentata dal poeta in una forma monologante che sembra contrapporsi alla coralità del poema La gioia e il lutto, ma che, in realtà, l’integra: sono recitativo e cantato come nella tragedia greca.

Unica nel suo genere la poesia di Ruffilli, che - pur rifacendosi alla narratività della poesia anglosassone e a quella italiana di Cesare Pavese, ritmata secondo un mugugnare non classico, ma orecchiato sui metri dei poeti americani - s’innesta nel solco della poesia italiana, della sua cantabilità, musica amara - proprio perché melodiosa e soave – contrappunto a quel dramma attuale che si consuma per le colpe della società degli uomini - le cui vittime designate e punite sono le creature più pure e più fragili: i giovani – e non per una punizione degli dei, che ciecamente inducono i figli a scontare le colpe dei padri come nella tragedia greca. Si legge nella Gioia e il lutto (pp. 79-80). “Vecchi ingordi || assetati di potere || attenti a tirare || i fili dell’intrigo…” e a negare || per pura presunzione || la presenza e i diritti: || le qualità dei giovani || figli o non figli || messi in sospensione || tarpati e rifiutati || derelitti” e leggiamo Nelle stanze del cielovecchie fortezze scure || di castelli antichi || per far scontare || i loro errori a noi || rifiuti dell’umanità || .

Significativa Nelle stanze del cielo è la citazione di un passo di Anton Čechov, che, unico tra gli scrittori del suo tempo, visitò personalmente i condannati ai lavori forzati nell’isola di Sachalin per conoscerne in modo veritiero e partecipativo le condizioni e per poterne scrivere senza dimenticare mai di essere veramente un uomo e di scrivere di uomini.

Anche Ruffilli ha studiato da vicino la realtà delle carceri italiane e quella delle comunità per il recupero dei tossicodipendenti. Anche lui, come il poeta Mori i Po, di cui cita un aforisma nell’esergo, è convinto che “i poeti, al contrario di tutti gli altri, || sono fedeli agli uomini nella disgrazia || e non si occupano più di loro quando tutto gli va bene”.

L’uomo, infatti, e la possibilità di continuare ad essere uomo indipendentemente dai fatti che lo condannano sono al centro della poesia di Ruffilli. “Ma che significa punire? || è un patto: si arriva || a giudicare il fatto || non le persone || e una sola azione non || corrisponde all’uomo || non può rappresentarlo || né tanto meno cancellarlo” (cfr. Il patto).

Eppure anche il carceriere è costretto a disumanizzarsi perché “come se manifestare || affetto e comprensione || fosse un’infrazione” (cfr. Distacco).

Per strapparsi all’inferno dell’eternità presente (cfr. è qui), che è la condizione carceraria priva di tempo, ininterrotto presente (“è qui che dove niente || accade, il tempo e senza essere || mai stato, un’attesa senza luce || e senza fine”) poiché fuori dal mondo “non c’è più tempo… non sei più vivo, || eppure ti stupisci || che non muori” (cfr. Parole) e si desidera morire, diventare “un corpo senza forma || nell’orma || del già stato, || così ricominciando || da dove poi è finita (cfr. Un altro nome) secondo la mistica taoista ricominciando ad avere nome e corpo diverso dopo la morte nell’oscillazione dal pieno al vuoto, per ribellarsi all’angoscia di non avere un futuro e di non avere prospettive perché bisogna vivere nell’eterno presente, che è il vero “inferno || e solo chi sta dentro può capirlo” (cfr. Inferno) e, nello stesso tempo, per frenare il tempo presente che scorre inesorabilmente verso il nulla (“Accade naturale || che il senso della vita || vada perduto, || ne hai coscienza || che lo stai perdendo”), per sfuggire ad una vita diventata troppo grossolana (Nessuno slancio, no, || solo i bisogni materiali: || bere e mangiare. || Il resto è anacronismo || è vuoto inerte e limitato), per sfuggire alla disperazione di morire senza morte, all’angoscia “di un tempo che || intanto passa lento || e non esiste || e sembra non finire || un non avere || ormai più porte || da cui uscire ||  (Supplizio), per sfuggire all’orrore del tempo trascorso che non tornerà mai più (Colpa) anche se è quasi impossibile distinguere l’adesso || dal passato, per completare la spietata autoanalisi del suo io, per uscire dalla disperazione ed inventare una fuga “nell’ebbrezza di scappare || verso il vuoto, tra le braccia || del suo niente || ”, il giovane carcerato si abbandona a desideri e ricordi.

Eppure la pace non è nella fuga dal sé, ma nell’ascolto della voce del mistero che è nel sé. Ma neanche ciò basta.

Consapevole dei suoi errori passati, il carcerato non riesce da solo né ad abbandonare l’inferno del suo passato né la sua ansia di evasione nel nulla: per riempire la sua solitudine è necessaria la solidarietà di altri, la loro umanità. “Vorrei lasciare || adesso, si, l’inferno || del tempo mio perduto, || cercare di levarmi || giù dal volo, || ma non riesco || a smettere da solo” (Scappare).

Con un invito alla solidarietà e all’amore sembra concludersi per il momento l’ultimo approdo di Paolo Ruffilli: vivere nell’oggi e nel dolore dell’oggi come uomini senza tentare l’anestesia dell’eterno presente, che è solo prigione: vivere profondamente hic et nunc.

Non più partecipazione e distacco, ma condivisione. Quali saranno in futuro i possibili significati?

Recensione
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