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Il ragazzo e la guerra

La prima tentazione, davanti a un qualsiasi libro (proprio per una lunga abitudine alla quale ci hanno costretto fin dai banchi di scuola) è quella di domandarsi anzitutto: che libro è? In altre parole, l'impulso iniziale è di cercare la casella giusta dove collocarlo: un'opera di saggistica? un romanzo? un racconto? un memoriale? un diario? Questo perché, una volta accertata la sistemazione, in genere abbiamo pronti degli schemi secondo i quali giudicarlo.

E' un metodo per molti versi sbagliato, certamente. Sarebbe forse più fruttuoso comportarsi in base a quello che ci piace o ci serve. In un modo o nell'altro però, quelle caselle rispuntano sempre.

E allora, domandiamoci anche di fronte a questa «Estate di fuoco» di Walter Nesti*, che cosa è realmente. Racconta delle vicende, ci sono numerosi personaggi e quindi dovrebbe essere un'opera di narrativa. Non esiste però un reale e complesso intreccio di fatti, incontri e scontri, dai quali risulti alla fine una vera e propria storia, intesa in senso tradizionale. E dunque? Si potrebbe considerare un diario, perché di questo ha la semplicità del linguaggio e della struttura. Con la precisazione comunque, che siamo davanti a un diario dalla sostanza di romanzo, in quanto dall’insieme viene fuori tutto un mondo, in un suo momento particolare.

E l'argomento? Ecco, anche qui possono esserci delle perplessità. Vi si parla tanto della guerra, si parla della Resistenza (anzi, un episodio della Resistenza è proprio il punto di partenza, nel primo capitolo). L'una e l'altra però, non sono vissute direttamente, sono piuttosto presenti intorno, tanto da condizionare i personaggi, ma come un qualcosa di esterno, che viene dal di fuori.

Il centro dunque, bisogna cercarlo da un'altra parte. E non si può ritrovare che nell'animo del protagonista, nella sua crescita psicologica, sociale e umana, di undicenne trascinato in un dramma traumatizzante.

E vediamolo allora in concreto, partendo anzitutto dal titolo. Il primo termine, “Estate” , indica non solo un periodo di tempo dentro il quale gli episodi si svolgono, ma anche l'intensità (si tratta di pochi mesi) con cui queste esperienze sono vissute. Il secondo, “di fuoco», sta a indicare non soltanto dei fenomeni esterni (gli incendi, gli scoppi, le incursioni, ecc.), ma anche e direi sopratutto, le tremende vampate di paura, di terrore che investono continuamente questo piccolo mondo.

Passando poi alla trama, c'è da dire subito che non è facilmente riassumibile: è fatta di una girandola di fatterelli, di spostamenti, di azioni quotidiane e in particolare di stati d'animo del protagonista, le sue reazioni di fronte agli eventi di scarsa importanza se guardati da lontano, dal punto di vista della storia, ma di grande effetto se considerati dall'interno dell'ambiente in cui lui è vissuto fino a quel momento.

Si comincia appunto con 1'11 giugno del 1944, vigilia del Corpus Domini e della prima comunione per molti bambini del paese. L'attesa è vivissima, anche perché i genitori hanno dato fondo a tutte le loro risorse, ai loro risparmi, pur di fare di quella festa un qualcosa di eccezionale, pur di mettere insieme cibi e dolci, straordinari per quel tempo di guerra.

Se non che, durante la notte, un gruppo di partigiani, vicino a Poggio alla Malva, fa saltare un treno carico di munizioni, provocando un boato spaventoso, un cratere incredibile e un monte di rovine tutto intorno.

Ha inizio da qui la serie di peregrinazioni, da una parte per sfuggire alle retate dei tedeschi, specie delle SS, e dall’altra per evitare la furia dei bombardamenti alleati, diventati ormai accaniti sulla zona, dato che lì vicino c’è la fabbrica della Nobel, di notevole importanza bellica. Il rombo degli apparecchi diventa a poco a poco una presenza ossessionante, l’incubo di ogni momento, quello che fa tendere l’orecchio a ogni minimo accenno e scatena, dentro, un cumulo di paura, da provocare tremiti, che dal corpo arrivano fino alle radici dell’anima.

In queste condizioni (vi si aggiungano la fame, i disagi, il freddo, il vivere precario, in tutti i sensi), il protagonista e la famiglia sono costretti a rifugiarsi sulle colline tutti uniti, poi lui solo presso conoscenti a S. Martino, di nuovo insieme, in una casa di contadini a Erzana e infine nelle cantine del paese, ad aspettare i così detti “liberatori”.

Sono episodi centrali, abbastanza bene indicati dai titoli dei quattro capitoli in cui il libro è diviso: Notte dell’11 giugno 1944, Randagio per i boschi, L’esilio e il ritorno, Il fronte.

Si tratta nel suo insieme di cose realmente vissute, del diario di quei mesi, che l’autore ha ritirato fuori dopo tanti anni e ha riveduto solo dal punto di vista formale, cercando di lasciare intatto il modo di sentire, di vedere, di giudicare di allora, quel suo osservare le cose con gli occhi del bambino che sta maturando e che viene colpito da fatti più grandi di lui.

Su una simile trama di massima, si snodano i veri temi, che costituiscono il vero centro di interesse del libro e che il ragazzo vive in quella posizione appunto di undicenne “troppo grande per essere incosciente e troppo piccolo per essere pienamente consapevole o per avere la forza di accettare”, come spiega l’autore stesso.

Predominante su tutto, è il sentimento ormai viscerale della paura. Una paura che si concentra quasi tutta sulle incursioni aeree, sui bombardamenti e mitragliamenti. Di fronte a questi, qualsiasi altro pericolo passa in seconda linea. I tedeschi, che pure portano via gli uomini, fanno perquisizioni e requisizioni, sono molto meno temibili, in quanto si sa pressappoco da dove vengono e il ragazzo da parte sua avverte che a lui è difficile facciano qualcosa. Il timore insomma, per questi “nemici” (che poi magari hanno gli occhi azzurri e il sorriso sulle labbra, come costaterà verso la fine) risulta in fondo sopportabile, anche perché c’è la possibilità di scappare, di nascondersi, eventualmente.

Quello di fronte agli aerei invece, è un terrore incontrollabile, perché arrivano dal cielo, senza possibilità di saperlo in anticipo e praticamente non ti lasciano via di scampo, ti tengono alla mercé di un qualcosa di tremendo, che pende in permanenza sulla testa.

Dalle reazioni irrefrenabili che ne derivano, scaturiscono alcune tra le pagine migliori. Basterà citare un paio di esempi:

“Gli aerei volano bassi sopra la collina di Artimino, forse sono caccia, ruotano sopra il paese in un girotondo fantastico. Poi due si gettano in picchiata e spariscono dietro i cipressi del “Calvario”. Ma, prima di scomparire, dalla pancia dei velivoli si staccano due oggetti simili a bottiglie baluginanti nel sole che vengono inghiottite dalla chioma dei cipressi. Due per due gli apparecchi si tuffano, ruotano, per tornare a tuffarsi. Dura più di dieci minuti la sarabanda mentre il fuoco delle artiglierie incrocia nell’aria con lampi improvvisi come stelle che scoppino in pieno giorno”.

E’ una descrizione da osservatore, proprio perché in quel momento il protagonista si trova al sicuro. Ma in altri casi la reazione è ben diversa. Come il giorno in cui, andato per acqua con alcune donne, vengono sorpresi dal bombardamento:

“Sono riuscito a staccare le donne di una ventina di passi, e, al di sopra del frastuono, le sento gridare; mi volto e le vedo correre come disperate. La loro paura si ripercuote in me come una mazzata. La casa è a un centinaio di metri, ma non riuscirò a raggiungerla, le schegge che mi cadono intorno certamente mi ammazzeranno. Per la prima volta, credo, mi rendo conto di come la morte mi sia veramente vicina, ho un attimo di smarrimento, poi tento di inerpicarmi sul ciglio della strada, appiattirmi contro un filare di viti. Ma i fiaschi sono ingombranti e non riesco a capire che devo abbandonarli, se voglio riuscire a salire sul ciglio. Intorno a me è una pioggia di schegge, me le vedo cadere davanti ai piedi, mentre corro. Un’apatia strana mi invade, mi rassegno. Penso di rannicchiarmi sulla strada, e aspettare quello che deve arrivare. Ma le donne che urlano e corrono dietro di me mi danno ancora forza, le gambe riprendono lena, aumento la corsa. La casa è a pochi metri, la raggiungo, mi lascio andare sfinito”.

Di contro a un così pauroso presente, si leva a volte il passato, le giornate in cui c’era da mangiare quanto si voleva e la vita scorreva serena. Sono però ricordi diventati in poco tempo talmente lontani, che pare impossibile di averli vissuti, sembrano un paradiso ormai sbiadito e di scarsa utilità.

Più utile il rifugio nella natura. Essa è vista, in genere, nella sua serenità, nei suoi aspetti familiari, di paesaggio dentro il quale l’esistenza si è mossa da sempre, senza terrori, una natura insomma nella funzione di ambiente del quale si conoscono elementi e reazioni, del quale ci si può fidare.

Questo motivo di certezza e di fiducia corre il libro da cima a fondo e provoca altre pagine notevoli. Nel secondo capitolo, difatti, quando la famiglia è costretta di giorno a rifugiarsi in luoghi più sicuri, il bosco è sentito e descritto come qualcosa di fascinoso, nonostante l’umidità e il freddo:

“In alto i larghi ombrelli dei pini con i rami incrociati quasi in amoroso abbraccio e la chioma fronzuta di enormi querci paiono formare una volta protettiva e compatta”.

Ancora più chiaramente, questo sentimento ispirato dalla natura viene espresso nel capitolo L’esilio e il ritorno:

“La collina di fronte è quella di Artimino, si intravedono bene i cipressi del “Calvario”, più a destra, poco sotto, la casa del Pianale. Alle spalle, sulla destra, la collina di S. Martino e dietro il monte Albano; a sinistra le colline di Verghereto. Siamo chiusi in questa valle stretta, senza orizzonti, con le colline tutt’intorno che la delimitano, ma a me questo appare bellissimo. Finalmente le paure saranno finite, per sempre”.

Poche pagine dopo, tale sentimento lo ritroviamo mescolato con un insieme di simboli (la barchetta, il fiore, raffiguranti il protagonista preso nel gorgo della guerra):

“Scendo il viottolo incassato tra i campi e il canneto e mi spingo fin sull’orlo della gora. Non ho timore dell’acqua, anzi esercita su di me uno strano fascino…Con foglie di canna costruisco delle piccole barchette, vi poso sopra un sassolino o anche un fiore e mi diverto a vederle dondolarsi sull’acqua della gora”.

Qui abbiamo perfettamente messo in evidenza quel senso appunto di abbandono, come tra braccia materne, che suscita il luogo dove la natura è restata sovrana. Tanto che subito il paragone barchetta-bambino diventa quasi trasparente:

“Immagino che la barchetta sia affondata, ma non mi sembra verosimile; d’altra parte, se l’urto della caduta l’ha distrutta la foglia di canna deve trovarsi da qualche parte a galleggiare sull’acqua. Finalmente riesco a vederla. Non è affondata e non si è nemmeno disfatta; soltanto capovolta, lotta disperatamente sotto la cascata per trarsi in salvo. A volte ho l’impressione che riesca ad allontanarsi dal risucchio spumoso, ma poi, quasi che una forza improvvisa ve la sospinga, torna ancora a gettarsi sotto il getto irruente dell’acqua. Investita in pieno dagli spruzzi spumosi si mette a girare pazzamente su se stessa, come colta da un’improvvisa euforia, e in questa pazza danza, che può anche essere disperata, viene insensibilmente sospinta verso il largo, verso la salvezza”.

Abbiamo qui una specie di rappresentazione per immagini di quanto sta succedendo al protagonista, sballottato, preso in un vortice di eventi dai quali teme di non poter uscire vivo. Solo che in questo caso particolare, lui è diventato spettatore e il finale, con quella improvvisa, inaspettata soluzione del dramma della barchetta, rappresenta quanto il ragazzo, con un’inconscia ma potente speranza, desidera per se stesso.

Direi che in questo passo, insieme col senso protettivo che ispira l’ambiente naturale, sia reso molto bene lo spirito della vicenda, dominata dal terrore spinto fin quasi alla pazzia e da una conclusione che è costatazione pensosa di una maturità raggiunta prima del tempo:

“Mi accorgo di essere completamente cambiato, precocemente sto diventando un uomo, la guerra mi ha rubato oltre quattro anni di infanzia”, come dice l’autore a chiusura del libro.

Il rifugio più sicuro comunque e più maturante, migliore ancora di quello immobile della natura, è la comunità. Siamo in un ambiente, in una civiltà contadina e se la terra su cui si posano i piedi e che vive intorno da ogni parte con i suoi aspetti positivi e negativi, ha un peso notevole nella vita quotidiana, il paese, la comunità degli uomini, delle donne, dei bambini ne ha uno ancora maggiore, determinante, per tutti.

In fondo, è qui, in mezzo agli altri, che si sviluppa qualsiasi evento, individuale e collettivo, e nonostante i risentimenti, le incomprensioni, i contrasti, ecc. esso viene vissuto realmente da tutti e con tutti, almeno nelle sue linee portanti. Questo senso del sociale viene in primo piano fin dalle pagine iniziali: la paura causata dal tremendo scoppio forza ognuno a pensare a se stesso, ma l’autore, descrivendo, lascia trasparire tra le righe, insistente, la riprovazione per questo egoismo, che, per esempio, non permette di avvicinare e salvare il “disgraziato che si lamenta”, “ai Bozzi del Rosso”, “certamente…un partigiano, e lo hanno lasciato nella fossa per non avere grattacapi”.

Al di là di questa condanna indiretta, in ogni modo, il sentimento di cui stiamo parlando viene espresso chiaramente e motivato verso la fine del libro:

“Fra la gente è diverso. In molti, viene dimenticata anche la guerra e la tristezza. Si trova ugualmente modo di scherzare, di ridere. Si raccontano barzellette, il tempo passa e si scorda la realtà. Si scorda anche di aver fame, di essere in continua lotta con lo stomaco che continuamente reclama un cibo che è sempre più scarso. E’ bello essere in molti. Perfino la nostra attuale misera condizione è motivo di burla. Ridiamo perché dormiamo in cantina, sulla paglia, ci chiediamo se lo avremmo mai immaginato. Alcuni si divertono ad alzarsi per pestare i piedi ad altri. I giovanotti fanno finta di inciampare per cadere addosso alle ragazze”.

E’ la stessa radice che nel passato ha dato origine alle veglie e alla loro funzione importantissima nella vita sociale. Il che a prima vista potrebbe sembrare, da parte dell’autore, un’operazione di retroguardia, un tornare indietro, un movimento di nostalgia, insomma. Invece, è un ribadire certi valori, come quelli comunitari, ad esempio, che nella società industriale vengono o rischiano di venire del tutto soffocati. E’ un richiamare il lettore alla propria umanità di fondo, al proprio essere uomo in mezzo ad altri uomini.

Questo e tutto quanto è stato detto finora finisce col chiarire quale sia la concezione che si sviluppa dentro le pagine, i singoli episodi, i personaggi. Si tratta, come è facile arguire, di una visione del mondo che mette in primo piano l’uomo, il suo bisogno di stare col prossimo, la sua capacità di adattarsi alle condizioni più difficili e di uscirne vittorioso, alla fine.

In sostanza, nonostante la drammaticità delle situazioni, circola nel libro una mai smentita dose di ottimismo, di fiducia nella vita, una fiducia che viene a galla proprio come risvolto di quella realtà, come desiderio o se vogliamo volontà di opporsi alle distruzioni, alla tragedia, per far tornare la vita di sempre.

E questo viene ribadito anche nel modo di raccontare, nel modo di scrivere.

Qui non abbiamo nessuna traccia di quella che generalmente si chiama sperimentazione. Le cose sono descritte in maniera piana, aderente alla realtà, a volte fino all’immediatezza. La rappresentazione che si snoda via via, viene composta come nelle pagine appunto di un diario, il quale naturalmente non è poi così semplice come può apparire a prima vista, ha una sua complessità che si è cercato di mettere in evidenza.

Sulla stessa traccia della struttura si pone anche il linguaggio, lo stile che, a parte qualche intrusione di parole gergali o di derivazione colta (“brocciolìo”, “diaccia”, “ricoperto di ludibrio”, “gestri”, “imbotte della finestra”, “sudario maligno”, ecc.) si presenta sciolto, quasi parlato, eppure intenso proprio per le cose da esprimere. Il fatto è che l’autore adulto, riprendendo in mano questo suo diario di adolescente, a parte qualche leggera intromissione, ha saputo conservare viva la freschezza e la forza delle sensazioni, delle cose vissute fino in fondo.

Tutto questo fa di Estate di fuoco, un libro che merita davvero di essere letto.

Pubblicato per le Edizioni di “Sintesi”, Palermo,
nella Collana “Estuario”, quaderni di lettere ed arti
diretta da Lucio Zinna e Aldo Gerbino, 1984, pp. 16.

Recensione
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