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Giulio Ghirardi al Consolato di Croazia
con il libro Per motivi di spazio

Sotto gli auspici del Consolato Generale di Croazia a Trieste

Giulio Ghirardi e la figlia Maria Vittoria.

L'Invito

Generalni konzulat Republike Hrvatske u Trstu
ima cast iz ijestiti Vas da ce u srijedu, 7. Lstopada 1998. U 18 sati
na kulturnoj tribini “Treci kat”, Goldonijev trg 9
nastupiti mletacki knjizevnik i kriticar Giulio Ghirardi, autor knjige
Per motivi di spazio (Gangemi, Rim 1998.): umjetnicke, poetske
i knjizevne neobienosti, te zanimanje za brvatsku kulturu u djelu Giulija Ghirardija.
O autoru ce govoriti

Pierluigi Sabati (“Il Piccolo”, trst) i
Miroslav Bertoša (generalni konzul Republike Hrvatske u trstu).
Odabrane odlomke iz autorova djela procitat ce
Marisandra Calacione (RAI, Trst).
Veselit ce nas Vaša nazoenost.


Il Console generale della Repubblica di Croazia a Trieste
ha il piacere di invitarLa
all’incontro con lo scrittore e critico veneziano  Giulio Ghirardi,
autore del libro Per motivi di spazio  (Gangemi, Roma 1998): curiosità artistiche, poetiche, letterarie e interessi croati nell’opera di Giulio Ghirardi.

L’incontro avrà luogo mercoledì 7 ottobre 1998 alle ore 18
alla tribuna culturale “Terzo Piano” di codesto Consolato in Piazza Goldoni 9.

Dell’autore parleranno:
Pierluigi Sabatti (“Il Piccolo” di Trieste) e
Miroslav Bertoša (Console generale della Repubblica di Croazia a Trieste).

Marisandra Calacione (RAI di Trieste)
leggerà brani in prosa e poesie dell’autore.

La Sua presenza sarà particolarmente gradita.

 
 
da sx: Mariasandra Calacione, Pierluigi Sabatti, Giulio Ghirardi e il prof. Miroslav Bertoša.

            Nada Ružic
            (Console Consigliere del Consolato Generale di Croazia):
mi permetto di sottolineare che si tratta di un evento speciale. E’ la prima volta che abbiamo il piacere di presentare al Consolato il professore e scrittore veneziano Giulio Ghirardi. Alla presentazione partecipano il Console generale di Croazia a Trieste, prof. Miroslav Bertoša, il dr. Pierluigi Sabatti, giornalista de Il Piccolo e la Signora Maisandra Calacione della Rai di Trieste. Auguro all’Autore e a tutti voi una lieta serata e un piacevole ascolto.

L'intervento di  Nada Ružic (Console Consigliere del Consolato Generale di Croazia).

            Miroslav Bertoša
           
(Console Generale di Croazia a Trieste):
ringrazio la Signora Ružic per le parole di augurio e ringrazio anche il cielo per le belle luci, per le luci serene che ci manda dopo le perturbazioni di questi giorni ... il cielo ci aiuta ad affrontare temi scottanti con la serenità intellettuale di Giulio Ghirardi che qualche volta gira intorno alla realtà, non per scansarla ma per migliorarla e infine per coglierla negli aspetti essenziali. Nell’appendice del libro Addio Novecento leggiamo una rapida biografia del nostro Ospite. E’ nato nel 1944 a Venezia dove vive e lavora. E’ una sintesi scarna quasi aforistica che apre il dialogo con l’autore e ci aiuta a percorrere l’opera di Giulio Ghirardi: un personaggio colto e sintetico, che affronta i temi della cultura, dell’arte, della vita, della storia con un atteggiamento aforistico. La mia prima lettura dell’opera di Ghirardi è ormai lontana. E risale al 1973, l’anno in cui apparve il volume Affreschi istriani del Medioevo. Un’opera molto interessante. Perché l’autore affrontava, in una parte del testo, aspetti salienti e drammatici del quattrocento non solo istriano, non solo veneziano ma anche europeo. Mi riferisco ai momenti e ai secoli di grandi perturbazioni sociali e spirituali che hanno avuto ripercussioni e riflessi anche nella pittura, nei suoi risvolti tematici, allegorici, metaforici. E quando Giulio Ghirardi esplora il fenomeno delle “Danze Macabre” in Istria, in Italia, nella fascia alpina slava e germanica, segue le indicazioni di tre maestri: l’italiano Sergio Bettini, il croato Branco Fucic e lo sloveno France Stelë. Ma nel fulcro dell’esplorazione, prende un percorso autonomo, che influenza anche il metodo e le parole. Penso alle parole molto ghirardiane, molto originali dove l’autore spiega la sua indipendenza nei confronti dei noti studiosi. La fantasia creativa, la grande cultura interdisciplinare di Giulio Ghirardi non potevano fermarsi ai temi medioevali. Dovevano trovare altri sbocchi di cultura e di linguaggio.
Ghirardi è prima di tutto un poeta che scopre la forza dominante della poesia nei piccoli e nei grandi temi della quotidianità – i temi del passato, i temi del presente, della grande cultura di questo secolo. Mi riferisco principalmente a due libri che sono esposti sul nostro tavolo: Addio Novecento del 1991 e Per motivi di spazio pubblicato alla fine del ’97 e messo in distribuzione da pochi mesi. Ghirardi si trova sempre in una situazione di dialogo, molto personale, con il mondo, specialmente con il mondo dell’arte, della letteratura, della poesia. E’ un autore che ha dietro le tante letture e ripensamenti. E’ uno scrittore che è sempre capace di analizzare e di sintetizzare i problemi sia nei testi letterari come negli articoli o nelle interviste di repertorio. Dopo aver dato l’addio al novecento, Giulio Ghirardi si apre al duemila nelle pagine del libro Per motivi di spazio. La scrittura del nuovo libro si svolge nel segno di una grande ossessione, che è in un certo senso anche la nostra ossessione, Giulio Ghirardi, lo dico da storico, forse voleva schizzare un’analisi della frammentazione della cultura del nostro tempo – la cultura en miettes, l’arte en miettes, la poesia en miettes – non per disperdere le nozioni ma per conquistare la sintesi all’interno di ogni singolo brano o frammento. Giulio ha compiuto il suo grande viaggio di storico dell’arte, di poeta, di letterato – e anche di giornalista – da Venezia al Friuli, alla Venezia Giulia fino alla Mitteleuropa e all’Europa dell’est. I luoghi descritti e citati sono tanti come i personaggi, i personaggi famosi e i personaggi comuni che Giulio Ghirardi ha avuto occasione di incontrare e di introdurre nelle sue pagine, spesso senza nominarli o ammassarli in un indice analitico. In queste sue passeggiate, in queste sue visite incontriamo pure la Croazia: dall’Istria alla Dalmazia, da Dubrovnik a Varazdin, dalla Zagorije fino agli estremi confini della Slavonia. La Cultura Croata viene ripercorsa nei suoi aspetti europei e mitteleuropei ma anche nella sua diversità e nella sua multiculturalità. Giulio Ghirardi ha capito bene la sensibilità e la diversità della cultura croata. Ha centrato bene la sua vocazione mitteleuropea. E, come croato, ho sempre apprezzato la capacità di Giulio Ghirardi di inquadrare le piccole culture nelle grandi correnti della cultura europea. Come Console Generale della Repubblica di Croazia, gli sono grato e sono molto felice e onorato di ospitarlo al terzo piano del Consolato dove si svolgono e si promuovono incontri con il mondo della cultura triestina, e anche italiana, europea: è una porta aperta all’Europa, al mondo occidentale.

da sx: Giulio Ghirardi, Marisandra Calacione e il prof. Miroslav Bertoša.

            Pierluigi Sabatti
            (Il Piccolo di Trieste):
presentare Giulio Ghirardi non è un’impresa facile, anche se dopo le parole pronunciate dal Console Bertoša, il compito è facilitato. Perché nell’introduzione è stata già delineata la figura di Ghirardi. Non è un’impresa facile, dicevo, perché è estremamente vasto l’orizzonte degli interessi culturali e umani che egli tocca: poesia, narrativa, arte, musica e direi anche costume. Lui stesso si definisce: un collezionista di incontri, in altre parole un curioso, un esploratore di attività culturali che abbandona i sentieri ben tracciati, le strade più sicure, senza lasciarsi condizionare dalle mode. Senza lasciarsi sedurre dai modi nel senso che egli si esprime in piena libertà con una prosa poetica o con una poesia in prosa che è strettamente legata al carattere e alle scelte estetiche, sentimentali. I risultati di queste esplorazioni sono condensati negli ultimi libri, che possono apparire difficili a un primo assalto ma che svelano le proprie ricchezze quando vengono affrontati con una letteratura attenta, paziente. E il libro Per motivi di spazio - di cui parleremo questa sera – è quello che si potrebbe definire un libro da comodino, un volume da leggere piano, da centelinare con calma. Non entro nel giudizio letterario dello stile di Ghirardi (personalissimo, come ha scritto Giovanni Lugaresi e di una rara e scolpita essenzialità in un mondo letterario che stava da ogni bordo, come ha aggiunto Carlo della Corte sulla scia di attenzioni autorevoli che provengono da ogni versante della critica artistica e letteraria e che portano la firma di Alberico Sala, di Giuseppe Longo, di Giuseppe Marchiori, di Terisio Pignatti, di Erich Steingräber , di Gianni Nicoletti, di Giuseppe Selvaggi e di Giovanna Zucconi, conduttrice della rubrica letteraria Pick wick e di una indimenticabile edizione del Premio Il Campiello, che ha presentato Per motivi di spazio a Venezia all’Ateneo Veneto). Sono qui nella veste di presentatore e di giornalista. E il giornalista, per mestiere, deve avere una forza propulsiva. E la forza propulsiva, anche in questo caso, è la curiosità. Ebbene, il curioso trova infiniti spunti nei cosiddetti frammenti, i frammenti di analisi e di sintesi che Ghirardi ha disseminato nel suo ultimo libro e che finiscono per costruire, come notava il Console Bertoša, un’opera intera. Il principio è quello del mosaico. E per un veneziano, erede di Bisanzio, la parentela con il mosaico non è casuale. Il libro si può cominciare a leggerlo da dove si vuole, come si leggono anche i mosaici: si può essere attratti da un particolare per poi andare a vedere la figura complessiva che si delinea. Gli stessi mosaici ornano le prose poetiche di quel delizioso volumetto che Ghirardi ha scritto in occasione della regata storica veneziana del novantasei e che è stata pubblicata dalle Assicurazioni Generali sotto il nome di Note Adriatiche.

Ma ora ci troviamo in questo importante terzo piano del Consolato di Croazia, in quella bella sala promossa e voluta da Console Bertoša il quale sa benissimo – e lo ha ribadito anche questa sera – che il migliore veicolo di dialogo tra le genti è la cultura. Perché cultura significa conoscenza. Perché conoscenza significa superamento dei pregiudizi.

E questo luogo di incontro e di dialogo che si è aperto in una città difficile come Trieste – una città che ha estremo bisogno di dialogare – questo dato fisico ci permette di ampliare la presentazione di Giulio Ghirardi prima di ritornare al suo ultimo libro: Per motivi di spazio. Il luogo ci permette di conoscerlo meglio, anche attraverso i legami che l’autore ha allacciato con la Dalmazia, con l’Istria, con Varazdin, con Osijek, con Trieste. Per mettere in luce questi risvolti delle attività di Giulio Ghirardi, è bene che abbiate un primo saggio della sua scrittura. E la affidiamo alla bellissima voce di Marisandra Calacione che ci leggerà qualche pagina del brano Art naïf negli affreschi tardogotici istriani (tratto dal libro I sostantivi della pittura pubblicato da Pan Milano nel 1979 e presentato lo stesso anno a Trieste, al Circolo della Stampa, da Alberto Frasson e da Giuseppe Longo, prefattore dell’opera):

All’Istria mi legano piacevoli ricordi: le curiose avventure che l’arte riserva ai suoi fedeli cultori. Mi piace il contrasto tra l’ambiente costiero e l’atmosfera villereccia che regna nella zona collinare e pedemontana. Nonostante i mutamenti del quadro politico e anche se, qua e là, spuntano all’orizzonte le ciminiere dei nuovi insediamenti industriali, l’interno istriano è rimasto sostanzialmente inalterato, non ha subito l’assalto del turismo. E’ un mondo le cui contrade emanano un profumo di antichità senza tempo, la cui gente porta, con orgoglioso decoro, il blasone di una povertà connessa con le condizioni stesse del suolo, avaro di risorse agricole.

Quei paesini arroccati, che sembrano rifugiarsi all’ombra dei campanili, hanno respirato, un tempo, il soffio di una cultura artistica che appare, oggi, della massima attualità. A diffonderla contribuirono sia i committenti ecclesiastici come le botteghe pittoriche, chiamate a decorare le chiese: a consolidare, nei compaesani, la devozione per i personaggi piccoli e grandi della Civiltà cristiana.

Nei secoli del tardo Medioevo, l’arte, uscita dal guscio protettivo dei conventi, entra a far parte della vita del “paese”: il villaggio, i campi sono il palcoscenico in cui il frescante ama ambientare gli episodi del racconto religioso. Le sottigliezze teologiche appartengono a un passato ormai remoto. Chi narra sente la necessità di parlare un linguaggio semplice, schietto, alla portata di tutti: tale da colpire l’immaginazione del contadino, dell’artigiano, come del signorotto locale. Tanto meglio se il racconto pittorico si arricchisce di accenti dialettali, realistici o fiabeschi.

La semplicità dei frescanti tardogotici è istintiva: corrisponde all’indole stessa e alla preparazione artistica del pittore, che non osa avventurarsi – culturalmente – oltre i confini di quel piccolo mondo rustico. Eppure, il mare non è lontano. Il vento ne porta la fragranza fino alle cime delle alture montane: lassù l’Istria appare come una fuga armoniosa di contorni e di linee che si perdono nell’Adriatico. A pochi chilometri, al massimo a qualche decina di chilometri, l’arte dei centri costieri, legati da vincoli strettissimi con Venezia, gode di una situazione privilegiata, anche se a rappresentarla concorre una folta schiera di “ritardatari”: Venezia li ha educati nelle sue “scuole”, li ha lanciati, al sopraggiungere di nuove mode ha indicato loro la strada della “provincia” della … periferia. Un abisso separa i ritardatari costieri da quelli operanti nelle contrade rustiche. Appartengono a ceppi culturali diversi. Gli uni attingono a fonti veneziane, se non addirittura italiane – riproposte in “seconda visione”. Gli altri impersonano le propaggini estreme di una civiltà figurativa che ha il fulcro propulsore nell’area alpina centro-orientale: masticano a stento gli idiomi parlati dai colleghi venezzianeggianti.

Questo saggio, che risale a vent’anni fa, riunisce nella stessa esperienza di scrittura, la critica d’arte, i cenni storici, le note sul paesaggio, sui costumi. E’ una sintesi sorretta da un’attenta analisi, come osservava prima il Console Bertoša. E tutto ciò fa delle opere di Ghirardi delle pagine dense. Il processo di condensazione e di sintesi si intensifica nelle opere più vicine. Ascoltiamo dunque uno dei brani che Giulio Ghirardi ha dedicato all’incontro con il pittore Ivan Rabuzin, definito uno dei patriarchi dell’art naïf. Il brano risale all’autunno del 1990:

Rabuzin: Da Vicino

Ivan Rabuzin, uno dei patriarchi dell’art naïf, ha quasi settant’anni. L’ho incontrato nella sua casa di Kljuc, sobborgo di Novi Marof, il villaggio croato dove l’Artista è nato e continua la sua vita tranquilla di “Beato Angelico dei Boschi” (l’epiteto è di Raffaele Carrieri). Ora si prepara a una serie di appuntamenti di un certo impegno: una mostra a Monaco, presso la Galleria Hell, un’altra a New York, un’altra a Tokyo, dove l’artista è di casa (mi mostra la riproduzione di un sipario realizzato per un teatro giapponese).

E’ un uomo paziente, sguarnito di pose. La sua casa non si atteggia a tempio o a museo. E’ la casa di Rabuzin, uno spazio cui si perdona l’esibizionistico sfoggio di paesaggi – i suoi – in tutti gli spazi disponibili. Il racconto si ferma dove le vetrate si aprono per guardare – quadro nel quadro – le colline vellutate della Croazia, le ultime prima della pianura così vasta che si capisce subito che l’Ungheria è a due passi (si respira nell’aria frizzante, nella statura modesta delle case).

Rabuzin è un pittore di professione dal ’62. Prima era artista part-time, compatibilmente con la sua attività di falegname, di mobiliere. Un romanzo dove non può mancare il colpo di fulmine o il rovesciamento degli orizzonti…

— Maestro, leggo nella Sua scheda biografica che Lei ha cominciato a dipingere intorno al quarantacinque … Come dipingeva allora?

Facevo paesaggi, anche allora, ma erano racconti un po’ tradizionali… La tecnica praticata era l’acquerello, i primi lavori a olio risalgono al cinquantasei.

— A quando risale la prima mostra?

Al cinquantasei, e fu allestita qui, a Novi Marof.

— E chi l’ha scoperta?

Un giornalista di Varazdin, la città più vicina, segnalò la mia pittura alla fine degli anni cinquanta … Poi …

— Quanti sono i naïfes in Iugoslavia, nel mondo? O meglio: quanti erano? Oggi se non sbaglio l’art naïf…

L’art naïf?

— Signor Rabuzin, lo so che l’art naïf esiste da sempre … volevo solo dire che la ventata degli anni sessanta ha il fiato un po’ corto … Così si maligna … E’ vittima di strumentalizzazioni, di appropriazioni indebite, di processi inflattivi che oggi stimolano, nella critica e nel mercato, reazioni non sempre cordiali …

Senta, io mi chiamo Rabuzin, non lavoro in un orientamento specifico … Lavoro nell’orientamento di Rabuzin, capisce? Che la critica mi chiami naïf o meno non mi interessa più di tanto …

— E Le interessa l’arte contemporanea? Le interessa il concettualismo o, che so io, la transavanguardia?

Cerco di seguire, e con interesse, mi creda, quello che posso seguire, attraverso mostre, cataloghi …

— Conosce Emilio Vedova? Lo sa che è quasi Suo coetaneo?

Lo conosco solo di nome.

— Ha conosciuto Oto Bihalij-Merin? Come giudica il volume sull’art naïf, un volume che ha fatto epoca?

Il mio primo contatto risale al 1967. Cosa posso dire? Il libro è scritto ben scritto ma non sempre preciso … Le cose migliori sulla mia pittura, le ho lette in altra sede, ad esempio nelle prefazioni dei cataloghi.

— Lei ha conosciuto il Maresciallo Tito?

Si, una volta, ma fu un incontro molto rapido …

— Ma al Maresciallo piaceva la Sua arte? Mi pare di ricordare che, nel ’66, Lei fu insignito di un’alta onorificenza. Che il Regime favoriva questo tipo di arte, favoriva soprattutto quello che scarseggia in Lei, la propensione al folclore, la populistica decantazione di miti che si chiamavano pressappoco così: artista contadino, artigiano, operaio … arte facile, per tutte le bocche …

Io non mi sono mai occupato di politica, non sono mai stato comunista, sono un europeista convinto … Le basta così? Dipingo ascoltando la mia voce, non quella degli altri … Quanto alle simpatie di Tito, Le posso solo dire che il Comune di Varazdin comprò un mio quadro e lo regalò al Maresciallo. tutto qui …

— Mi pare di capire che la Sua figura incarna il mito dell’outsider, nella cerchia naïf, dappertutto …

E’ così, almeno in parte

— … che il Suo racconto trascende le classificazioni dotte o mercantili, insomma, sorvola le mode, addirittura i linguaggi … Una situazione tale da scoraggiare domande come queste: Lei si sente più dalla parte dei figurativi o degli astratti?

Non sono né con gli uni, né con gli altri … Sono un paesaggista … niente di più … Coltivo, non lo posso negare, una spiccata simpatia per il simbolo…

— Lo vedo, e apprezzo la natura tranquilla del Suo simbolismo, una via di mezzo tra la vita e il sogno … E nel sogno non c’è posto per l’intellettualismo, per il cerebralismo, solo per l’istinto, per altri fenomeni a lui legati, posso scrivere così?

Se lo desidera …

— E Vecenaj, i Generalic, Kovacic, Lackovic? Come li giudica? Fratelli? Cugini? Compagni dio cordata?

Qualche affinità ci può essere … Ma non programmata o concordata … Posso dirLe solo che li stimo, che li sento amici …

Non ho chiesto a Rabuzin, per non sembrare curioso, cosa sapeva dell’arte, quando intorno al quarantacinque, cominciò a dipingere. Cosa sapeva del Doganiere Rousseau, di Odilon Redon, di Magritte (niente a quanto pare) quando nel mezzo degli anni cinquanta imboccò un certo alfabeto, una certa strada. E ancora: Lei è un primitivo vero o addomesticato? Un selvaggio domato? Oppure così fedele al suo credo, al Suo sangue da meritare l’epiteto di pittore ruspante?

Quando si incontra un artista, le domande più vivaci sono quelle che spuntano dopo l’incontro. Ma, intervista a parte, è stato un appuntamento all’insegna della sincerità, cosa rara quando si toccano certi argomenti. Era con noi il figlio, l’ex ragazzino che sorreggeva trent’anni fa il paese natio … Damir … Ora fa l’artista, anche lui, bazzica un alfabeto in cui il padre ha detto cose molto sottili – il disegno – spiegando la simpatia di molti poeti per questo tipo di racconto. I poeti sono facili alle cotte e alle delusini. Ma si tratta di cotte autorevoli, firmate Carrieri, Ungaretti. E meritevoli di rispetto. Piaccia o non piaccia la qualifica di Beato Angelico dei boschi o, più semplicemente, di artista accalappia poeti …

P.S. Il dialogo è autentico. Allora ero più sobrio, non sentivo la nostalgia delle interviste impossibili e di altri generi stupidi, inutili che ogni tanto risorgono per dimostrare, agli ingenui e agli sprovveduti che la fantasia si impara a scuola, alla radio, che la scrittura creativa è una muraglia retorica innalzata dalle burocrazie letterarie, più forti e longeve dei poveri governanti …

Novi Marof, 7 novembre 1990

(da Intorno agli affreschi, pp. 50-52)

E ora ascoltiamo la versione saggistica dell’incontro (attraverso una pagina del libro Addio Novecento pubblicato nel 1991 dall’Editore Bora e presentato a Venezia lo stesso anno dalle voci autorevoli di Teresino Pignatti e di Erich Steingräber:

Ci sono parafrasi che sembrano cantilene, niente le ferma, solo un colpo di tosse o, più cristianamente, la saggezza che prelude al mea culpa ...

Una di loro suona pressappoco così. Conosci il paese dove le colline sono morbide come il velluto, e rotonde come palloni - contrappuntate da altre rotondità, dalle parti del cielo, nuvole, cirri ....?

.... dove i villaggi sono così leggeri che li può sollevare la fantasia di un ragazzo o l’umiltà di una cesta?

Quel tutto compreso di tetti, di fiori, di campanili - staccato dal resto del tempo nonostante i guizzi della stradina -, il pugno di dadi si chiama Kljuc, frazione di Novi Marof. La città più vicina è Varazdin.

Quando si arriva, si cade in una specie di trappola: la sensazione che l’arte e la natura sino vibrazioni di una stessa corda ...

Ma Lei crede in Dio? Chiedo a Rabuzin.

Prima non capisce, poi elude, mi lascia intendere che i suoi paesaggi, fedeli o trasfigurati, hanno la pelle dei simboli.

Anche le preghiere – io osservo – sono una fuga di simboli, strade o sentieri dove le frasi passano a guisa di enigmi: la pittura, chi l’ha inventata? Il cielo? O, in parole più spicciole, i profili che sul cielo si stagliano con la naturalezza di un capolavoro? O, musicalmente parlando, le stagioni, ma quali? Quelle dell’arte, con tutte le fioriture o sfioriture che il caso comporta? Oppure l’altro cielo, a dire il vero un po’ usurato e facile a perdere giri, intossicato com’è dalle ciminiere che spuntano dappertutto, anche nell’eden di Kljuc, il borgo natio?

Sono qui, nella terra di Rabuzin, croata fino al midollo, anche se la Puszta è a due passi: si sente nell’aria, nell’anarchia delle oche o, che so io, nella megalomania delle zucche, nella statura modesta della case.

La casa di Rabuzin è molto più alta (uno choc per la collina che la sorregge!), molto più sofisticata. Ma sempre fedele allo stesso programma di divagazioni, di sguardi. Un tempio che non è un tempio ma un’occasione per far capire ai viaggiatori dall’aggettivo facile, ai compilatori di schede distratte: Maestro, non si arrabbi, se l’ho fatta nascere due anni prima, se ho anticipato di vent’anni la prima mostra! Per far capire, dicevo, che l’arte fa del richiamo ambientale un simbolo, del paesaggio un sipario di esperienze assaggiabili solo nel sogno, o in attesa di …

(Addio Novecento, pp. 212-213)

La lettura ha proposto un’intervista molto particolare. Scrive Ghirardi, con una dose di autoironia; le domande più vivaci vengono dopo. E questo spiega il perché dei due momenti della scrittura legata all’incontro con il pittore croato. E in entrambi i casi l’intervista si apre al racconto poetico, alla conversazione sentimentale ... Ma Ghirardi ha dietro le spalle un passato di attività giornalistiche, di collaborazioni ora intense ora sporadiche con giornali e riviste nazionali e internazionali: Il Giorno, Il Giornale dell’Arte, Il Gazzettino, Pantheon, La Nuova Venezia. E vale la pena di ascoltare dalla voce di Marisandra Calacione un brano recente, un pezzo giornalistico scritto da Ghirardi per Il Giornale dell’Arte e ospitato nella raccolta antologica Intorno agli affreschi (pubblicata quest’anno sotto gli auspici della Dante Alighieri, un opuscolo di cui è curatrice la moglie dell’autore, Elzbieta Waluk Ghirardi). Il pezzo risale alla primavera del ’97 e si intitola La solitudine di Dubrovnik.

da sx: Mariasandra Calacione, Giulio Ghirardi e la figlia Maria Vittoria.

La solitudine di Dubrovninik
(per Il Giornale dell’Arte 1997)

Dubrovnik (Ragusa) si sente sola e temporaneamente esclusa dai grandi circuiti di solidarietà culturale, un po’ avari e distratti. Lo stato d’animo è più serio dell’autocommiserazione messa in atto dalla stampa locale e internazionale ai tempi dei cannoneggiamenti serbi. E trapela dalla voce, autorevole e schiettamente adriatica, di Ivana Burdelez, assessore alla Cultura del Comune dalmato e Direttrice del Centro Universitario fondato agli inizi del secolo e riaperto nel 1971 dall’Accademia di Scienze di Zagabria per premiare l’indipendenza culturale e la libertà di vedute dell’antica Repubblica marinara che, anche negli anni più duri del vecchio regime, aveva saputo difendere le tradizioni e il tessuto sociale, ancorato ai cimeli della vecchia borghesia, fiera delle ville e dei salotti all’aria aperta - i giardini. Le notizie non sono rasserenanti. La ricostruzione è appena agli inizi. I danni riportati dal recente conflitto non sono certo paragonabili alle distruzioni del terremoto del 1667. Ma le cifre parlano chiaro. Quasi ogni casa - il novanta per cento degli edifici del centro storico, turistico, commerciale - ha ricevuto una bomba. E i danni non si sono fermati sul tetto. Hanno intaccato le strutture in larga parte precarie. Molte abitazioni sono inagibili. I più famosi palazzi del Rinascimento - Martinovic, Dordic-Maineri - sono stati raggiunti dalle bombe al fosforo e si sono incendiati.

La solitudine, insiste l’Assessore alla Cultura, deriva dal fatto che la solidarietà intorno a Ragusa e ai suoi problemi si è affievolita. Ragusa è una città che non può risolvere da sola i suoi problemi. Ha bisogno di consigli, di aiuti, di collaborazioni tecniche e settoriali per affrontare le prime emergenze - l’elettricità, il turismo, i rapporti tra il turismo e la cultura - e per affacciarsi al duemila con una certa serenità e con una certa ricchezza di orizzonti. Le antiche città del Mediterraneo hanno radici e problemi che andrebbero affrontati in una piattaforma comune. Le capitali dell’arte, le vecchie repubbliche marinare non possono vivere di traumi o di utopie. Devono incontrarsi e progettare insieme nuovi metodi di sopravvivenza poi di rilancio. Il futuro non è facile. Senza fare politica e senza sconfinare dalla notizia, faccio notare all’Assessore che altre città si sentono sole a causa degli intralci burocratici e psicologici e che Ragusa, una volta superate le prime emergenze come il ripristino dei collegamenti e del patrimonio alberghiero, inutilizzabile per un terzo, dovrà affrontare altre battaglie, psicologiche o emotive, se vorrà difendere la sua identità, la sua immagine di repubblica marinara aperta a tutte le lingue e a tutti gli influssi. Le gelosie culturali, appesantite dall’enfasi dei cronisti, non migliorano la salute degli edifici, malati tutt’altro che immaginari. I gemellaggi, le piattaforme, gli statuti promessi alle vecchie capitali dell’arte sono auspicabili senza riserva. Ma vogliamo troppo bene a Ragusa e ai suoi monumenti per augurarle le altalene e le sonnolenze di città troppo famose per essere nominate. Dovevano diventare città internazionali e si presentano al Giubileo con lo statuto delle citazioni letterarie o delle metafore tristi ...

(Intorno agli affreschi, pp. 33-34)

I brani che Marisandra Calacione ha letto hanno indicato alcune sfaccettature del “prisma Ghirardi”. Vediamone ancora una. Ed è ancora un incontro, una conversazione con Alvise Quarantotti Gambini, incontro avvenuto a Venezia in occasione del 25° anniversario della morte dello Scrittore istriano. L’incontro si chiude in poesia ...

L’Istria. Anzi Capodistria. O più precisamente Semedella. C’è, a Casa Quarantotti, un acquerello che assomiglia all’ingrandimento di una cartolina acquerellata, quelle che le ragazze di una volta conservavano in mezzo alle cartoline, ai fiori, ai cimelii. Noto un profilo di casa del passato signorile. Un profilo inconfondibilmente istriano, con tutto il repertorio di verde, di vigne, di cipressi.

Era la casa dei Gambini. Una fettuccina di terra la congiungeva all’Isola dei Leoni, degli stemmi, delle callette.

- ...qualche volta andava sott’acqua... era la strada che noi ragazzi facevamo ogni mattina per andare a scuola... riesci a distinguerla?

La cartolina è della fine dell’ottocento. Lo sfondo è cambiato negli anni cinquanta.

La visita include il salotto, la biblioteca, la camera da letto con affreschi neoclassici, la sala centrale... su un bureau dell’ottocento sfila l’opera omnia dello Scrittore. Tutti i libri, nelle edizioni italiane, francesi, tedesche, spagnole, portoghesi, olandesi e svedesi. C’è la “Rosa rossa” tradotta in croato con una nota molto curiosa a fine libro. In lingua italiana.

C’è, nel locale vicino, l’archivio. Un grande armadio raccoglie ogni scritto, ogni possibile testimonianza. Dalle lettere agli appunti, fino ai contributi per le testate più nobili (La Stampa di Torino, Il Tempo, Il Corriere d’Informazione, Il Corriere della Sera). Gli articoli più recenti sono raccolti in megavolumi dalla rilegatura celeste.

- ... non ci sono solo le terze pagine, ci sono i numeri interi... mio Fratello diceva che l’articolo perde il suo ruolo se non viene inquadrato nel numero che lo ospita... ma generalmente era un po’ allergico a queste collaborazioni... trovava difficoltà nell’adeguarsi a un certo metro, o ritmo...

- ma allora le terze pagine erano davvero terze, perdona la nostalgia... chissà cosa direbbe tuo Fratello dei paginoni di questo decennio... quando un principiante bussa alla Redazione, la prima cosa che gli si raccomanda, opportunismo a parte, è la notizia se possibile il pettegolezzo... di non lasciarsi traviare, pena il licenziamento, dalle riflessioni personali, dai ricordi, dagli esercizi di fantasia, dal culto della forma... tutti devono scrivere in un certo modo, stile... lo stile della testata, di tutte le testate...

- Ritorna, ti farò avere il materiale fotografico.

- Grazie, ma se puoi, fammi avere una tua fotografia personale...

- Io non c’entro, risponde con umiltà.

E capisco quanto devoto sia l’affetto che lo lega al Fratello, alla poesia del Fratello. Anche gli artisti ne hanno bisogno, anzi di più di tutti gli altri. La solitudine è preziosa, ma solo a parole... Una parola buona, detta al momento giusto (in un mondo così difficile, quello letterario, e diciamolo pure lunatico!), vale di più di un scroscio di applausi...

La parola di Alvise, credo, fu decisiva. Perchè veniva da una fede comune: l’Istria e la poesia.

(Istra, 1991)

L’Istria e la poesia ... L’Istria che Giulio Ghirardi ama particolarmente, tanto da dire che l’istrianità è un dono ricevuto dagli interessi di studio - un volume stampato negli anni settanta - e dalle memorie domestiche (Tra l’Istria e la Drava, Idea, 1997). Tanto da far sospettare che ci sia una radice istriana in famiglia. La radice genetica non c’è. Ma c’è un’altra radice che stimola i suoi interessi. Una radice culturale, una radice storica che si chiama Venezia. E, Venezia, come insegna anche Miroslav Bertoša, e l’altra sponda adriatica sono state unite da secoli di dominazione comune. Un rapporto fecondo che ha arricchito entrambe le coste. Ed era naturale per un veneziano amare ed interessarsi dell’Istria. Ghirardi stesso, nelle Note Adriatiche, parla di un cuore e due sponde. Ma chiudiamo il capitolo istriano ricordando che Ghirardi è andato più in là, in terra croata, come diceva anche il Console Bertoša. E’ arrivato a Osijek, a Varazdin, ai confini con l’Ungheria e con la Bosnia. E ritorniamo ad un altro momento importante dell’attività di Ghirardi: il libro Addio Novecento. E’ un’opera davvero impegnativa quella di giudicare un secolo come il novecento, un secolo tremendo contrassegnato dall’esplosione della civiltà di massa, contrassegnato dalla decadenza e dalla morte di ideologie totalitarie. Condizionato dall’incredibile sviluppo dei mezzi di comunicazione elettronici, insomma condizionato dall’accelerazione della storia e dall’accelerazione delle storie. E Ghirardi affronta la sfida al secolo, dal versante artistico. E da buon collezionista di incontri, propone anche in queste pagine, molti personaggi, soprattutto pittori, poeti, musicisti, personaggi che Ghirardi riesce a mettere a proprio agio, come ha notato lo storico dell’arte Terisio Pignatti durante la presentazione veneziana del libro. E la galleria che sfila davanti al lettore viene frequentata da artisti come Dalì, come De Chirico, Wharrol, Fontana, Rabuzin, D’Annunzio. E nella stessa galleria (intorno allo stesso punto di osservazione, il novecento, la coscienza estetica del nostro secolo) si raccolgono artisti del passato come Canaletto o Biagio da Traü che ci ricordano ancora una volta la Dalmazia e gli interessi non sporadici di Ghirardi ...

E io credo che a questo punto sia maturata nel pubblico la curiosità di conoscere meglio l’ultimo libro Per motivi di spazio (edito da Gangemi e con un folto corredo di note critiche dovute a Erich Steingräber, Gianni Nicoletti e Giuseppe Selvaggi). Come ha spiegato molto bene Giovanna Zucconi, nella presentazione veneziana del libro(che si è svolta nell’Ateneo Veneto il 6 aprile di quest’anno), il libro Per motivi di spazio è un insieme di saggi, di appunti, di prose poetiche, costruite con la tecnica dell’abbozzo, dello schizzo, della frase pittorica, della pennellata (aforistica). Ghirardi stesso confessa (in un articolo pubblicato dalla rivista Istra) di leggere i racconti come pagine di pittura. E io proporrei di affrontare subito Per motivi di spazio con la lettura del brano che apre il capitolo intitolato Il Cestino della memoria. Il brano può essere, almeno a mio avviso, il manifesto (o uno dei manifesti) di questo libro:

Il Cestino della memoria

In parole private il luogo dove si incontrano le gelosie, i complessi, i rimorsi. Gli anniversari sono più comodi delle iscrizioni senili. E’ triste contare le rughe dei neo iscritti e accorgersi, con lieve ritardo, che il protagonista di un libro su due è il complesso del tema o del tempo, che la fantasia degli uomini, guardata o spiata da una poltrona, cade dalle ginocchia come un libro da sacrestia o da salotto. Un atlante di chiodi fissi che per trovare un recapito, per ottenere uno sguardo, si fanno chiamare variazioni di variazioni, aforismi sugli aforismi. Per Noblesse - Oblige. O per una serie di paradossi che non si lasciano facilmente tradurre. Gli aforismi sono nati prima dell’uomo. Il lettore o l’epâteur finge di non accorgersi. Legge e consuma. Scrive e confonde le massime con gli aforismi, le sensazioni provvisorie con quelle definitive - ma esistono? -, i mali inguaribili con quelli minori, i mali antichi coi mali del secolo, ne ricordo solo alcuni: l’aforisma facile, l’aforisma stonato o scontato o rinviato, l’intervista imbastita con la tecnica del responsorio o della omelia...

(Per motivi di spazio, p. 222)

La tecnica del responsorio o dell’omelia .... è una frase molto bella (e molto enigmatica). Perché il libro si chiama Per motivi di spazio? Sono diverse le risposte che si possono dare. Ed è anche questo uno dei meriti della ricca scrittura di Ghirardi. La prima risposta la suggerisce lui stesso quando scrive:

L’ ironia è ingovernabile. Ogni secondo c’è un autore che nasce o un messaggio che cade nel cestino del redattore per motivi di spazio. La scrittura è un vespaio di manoscritti che non sanno quale spazio pretendere: fisico, venale, sonoro... una traiettoria che vola dal capitello alla smorfia, dall’altare alla bestemmia. Firmata. Datata. Purgata.

(Per motivi di spazio, p. 225)

Ecco una delle spiegazioni del titolo. Io che sono redattore so quanti manoscritti sono stati cestinati. Oggi si cestina molto di meno, perché il computer non ha più bisogno del cestino ...

Gulio Ghirardi: il cestino è una metafora, solo una metafora ...

... ma anche col computer lo spazio ha i suoi limiti, ci sono tante cose che non ci stanno! L’altra versione dello spazio è quella dello spazio fisico da riempire: lo spazio della pagina, del video oppure quello della tela, lo spazio mentale, lo spazio del pensiero, per l’autore, per il lettore. Un’ultima annotazione: nel libro ci sono brani che si avvicinano, come è stato notato in altre opere di Ghirardi, alle esperienze giornalistiche: si tratta di cronache molto particolari, non di cronache fatte con lo stampino. Cito la cronaca di una serata a Trieste, (il brano è tratto dal capitolo Mosaico novantuno) in cui Ghirardi passa per la Galleria del Tergesteo e si trova davanti a due ragazzi, due tristi ragazzi che gli chiedono di firmare per il ripristino del monumento a Sissi. Ghirardi coglie molto bene l’immagine di Trieste che è l’ultima tappa di un viaggio (“consumato a schizzi, a frammenti”) nella Mitteleuropa slava e tedesca. Gli spunti sono moltissimi ma il tempo è tiranno e qui gli orari vanno rispettati come vuole la prassi. Io proporrei di chiudere l’incontro con Giulio Ghirardi chiedendogli che cosa ci riserva il suo futuro. E ci sono già delle risposte scritte, le risposte poetiche che Marisandra Calacione ha scelto sfogliando l’ultimo ciclo di esperienze inedite: Un poeta a metà del 1998:

Un giorno lesse un libro di Madre Teresa,
magro come la Suora, umile, svelto,
senza voglia di trama. E diede
un calcio al tormento,
porse al pensiero la pace del dormiveglia.
Era vecchio. E non riusciva a morire.
Aveva frequentato i meandri
del vizio e della scrittura.
Aveva incrementato il disagio,
per altri vergogna, dell'uomo
che scrive e consuma
senza attenuare l'abisso
tra le frasi del cielo
e quelle del libro.

Una bifora triste.
L'anziano poeta è nervoso -
non riesce a rimare - a limare -
i bimbi schiamazzano in tutti i vani -
sguinzagliano trucchi e pretese
come cuccioli prima del rancio.
E la metrica fugge, la rima si rompe
nell'omelia ... la rima è intatta
come vent'anni prima, il poeta
è tranquillo, nessuno lo segue o lo insegue
nella monotonia dei suoi spazi -
la prosa non se la sente di correre -
o di scherzare - di stare vicina
a chi si allontana senza saperlo
dai ritratti
e dalle cornici.

Un adagio, un andante che si atteggia a memoria.
Dai remi piove la stessa saliva. I cerchi nell’acqua
non sono aforismi o enfasi in clonazione. Sono schizzi
interpretabili in tutte le lingue. Come ai tempi di Brahms
e di Mahler. Come ai tempi delle cartoline d’autore
che mandavano baci agli eredi, agli amanti
alle aule, alle bacheche ...

Un consiglio.
Se ti rimane una copia, offrila al tuo bureau,
ai suoi piccoli vani caldi e sicuri,
non sono cripte né catacombe
sono occhi che dormono dietro lo specchio
e tengono chiusi i diritti,
di antenati o di autori – rinviati –
ciascuno rivendica il suo frammento-
lo divide per dieci, per cento,
ciascuno rinfaccia le analogie
tra le segrete del legno
e le anime polverose
dei poeti a metà …

(Un poeta a meta’)

Abbiamo sentito la prosa, abbiamo sentito la poesia. E’ giunto il momento di porgere a Giulio Ghirardi una domanda lasciata in sospeso: prosa poetica? O poesia in prosa?

        Giulio Ghirardi:
mi considero un dilettante, anzi un abusivo, dal punto di vista psicologico, o emotivo … mi piace passare da un linguaggio all’altro, da un tema all’altro senza osservare i confini tradizionali, i confini ingiusti e posticci che passano tra la prosa poetica e la poesia in prosa … per me la poesia è un’esperienza globale che coinvolge il pensiero e l’immagine, la metafora e il sentimento, al di là della metrica e dei parametri di supporto … forse direte che sono un falso dilettante o un abusivo sospetto … Sergio Bettini mi definì un prodotto apprezzabile della sua scuola … parole scritte non riciclate … ho alle spalle cinque lustri di esperienze critiche e creative, accolte con amicizia dai censori severi e da quelli indulgenti … dire di essere dilettanti o abusivi, è un modo come l’altro per attenuare il peso degli anni e presentarsi ai lettori con una specie di lifting ora drammatico, ora grottesco i tanti lo hanno provato prima di me. E io li seguo senza vergogna. E ringrazio il Console Bertoša e gli ospiti di questo incontro per la prova di amicizia, di stima, di affetto. Le parole del Console hanno indicato i legami culturali che intrattengo col suo Paese, con la sua arte, con i suoi meravigliosi paesaggi. Un paese che conosco e frequento da quando ero ragazzo. E cominciavo a scoprire, con la benedizione di mio padre, i segreti dell’arte dalmata e la fantasia del naïfs … Anche i ricordi sono entrati nella scrittura, a tutto tondo, a piena pagina … E non me la sento di classificarli: ricordi in prosa o ricordi in poesia … La Croazia è stata il teatro di tante avventure interdisciplinari. E’ il paese più vicino a Venezia, in linea d’aria. E il Veneto e la Croazia hanno tante ricchezze comuni, di cultura e di costume. Hanno una doppia anima. Un’anima costiera, mediterranea. E un’anima continentale. Mi auguro che le ricchezze comuni siano stimoli di fratellanza culturale non più di gelosia o di frizione … Le ideologie e i mass - media hanno spesso lucrato alle spalle degli equivoci. Io ho tentato di mantenere sempre una vigile e affettuosa equidistanza che è stata premiata anche da questo indimenticabile incontro.

Giulio Ghirardi.

I discorsi non sono il mio forte. Non ho preso la pillola contro la timidezza. Ma non posso chiudere l’intervento senza aver ringraziato gli altri protagonisti di questo incontro. Pier Luigi Sabatti è stato un presentatore attento, sensibile, signorile. Marisandra Calacione, con la sua lettura estroversa, ha levigato le asprezze del mio linguaggio. Mentre leggeva, le parole dure diventavano liscie come masègni … E all’ombra delle calli subentrava il sole del campo o del mare aperto … La voce, sorretta dell’arte, non è solo uno strumento ma un veicolo di energie creative perché no terapeutiche? Leggere per migliorare. Leggere per avvicinare le pagine non solo al lettore ma anche all’autore che spesso non ricorda per chi ha scritto la pagina, per se stesso, per gli occhi del lettore o per la voce di un interprete-amico … Ogni volta che firmerò un appunto poetico, penserò a Marisandra Calacione e fingerò di essere un autore diverso, più cantabile, più sereno ... E’ un impegno sincero anche se incontrollabile.

Messaggio dell'Editore Gangemi al Console Generale Miroslav Bertoša:
Signor Console, impegni improvvisi non mi consentono di essere a Trieste in occasione della presentazione del libro Per motivi di spazio, un libro che continua ad avere sempre maggiore successo di critica e di pubblico. Nel ringraziarLa assieme a tutti i Collaboratori, mi complimento per la sensibilità culturale dimostrata dal Suo Consolato per i libri di lingua italiana e per questo in particolare.

Giuseppe Gangemi Editore

(*) Giulio Ghirardi, che di recente ha curato un ciclo di appuntamenti radiofonici per Radio Trieste sui poeti e i pittori di confine (cfr. “Voci e volti dell’Istria” gennaio-marzo 1998) non è nuovo al pubblico triestino. Il suo primo libro (Affreschi istriani del medioevo introdotto da Sergio Bettini e pubblicato sotto gli auspici della Dante Alighieri – Comitato patavino) fu presentato a Trieste venticinque anni fa, nel giugno del 1973. e fu accompagnato da ampie recensioni apparse sui principali quotidiani del capoluogo giuliano (Il Piccolo, Vita nuova ecc.). Un altro libro (“I sostantivi della pittura” Pan Milano) fu presentato nel febbraio del ’79 al Circolo della Stampa da Giuseppe Longo e da Alberto Frasson. Sulla raccolta di saggi era caduta l’attenzione delle terze pagine di quotidiani regionali (Il Piccolo, il Messaggero veneto, cfr. articolo di Gabriella Brussich) e nazionali (Il Corriere della Sera, Il Tempo, Il Gazzettino, La Gazzetta di Parma, L’eco di Bergamo ecc.). Nello stesso anno il nome di Giulio Ghirardi veniva segnalato ai lettori del Piccolo in occasione della prima raccolta poetica “La penna d’oro” (Rebellato, 1979). Nell’articolo si leggono frasi di un certo colore.

Veneziano noto come critico d’arte e saggista (basti citare Affreschi istriani del medioevo e I sostantivi della pittura”), ma anche come collaboratore a enciclopedie e riviste italiane e straniere e a quotidiani nazionali, Giulio Ghirardi non poteva non sentire il richiamo di una poesia intesa in quel significato immediato e profondo che la fa sgorgare così, semplicemente, dall’animo, lontana da raffinate ricerche culturali o da elaborare e complesse strutture.

S’intitola dunque, “La penna d’oro” questo silloge di Ghirardi: ed è il fresco, dolce o malinconico scorrere di ricordi, la velata tristezza della solitudine, un sempre atteso soffio d’amore, la tenera luce di emozioni dal profumo indelebile, a colmare queste pagine poetiche di una sottile inguaribile magia; melodia di sogni, turbato interrogarsi, rapido guizzo d’ironia, suoni languidi e fuggevoli, lunghi silenzi.

E sono sei sezioni, “La penna d’oro”, “Boulevard de la Reine”, “Favola carinziana”, “Perché?”, “La mia fontana”, “Vento di marzo”, schiuse alla calda intensità del sentimento, a coinvolgerci nella lettura delle liriche di Ghirardi: un canto di vita e di spiritualità che colma il cuore e scende nell’anima, facendola riflesso bruciante e vivido dettato a pensieri, a interrogativi, e agli inquieti rimpianti, alle pallide ombre, alle segrete preghiere …

° ° °

1998

Ghirardi ospite al Consolato di piazza Goldoni

E’ un personaggio poliedrico con una grande risorsa: la scrittura, luogo in cui la molteplicità dei suoi interessi da sempre si incontra. Presentare Giulio Ghirardi non appare facile, anche se l’altra sera, al Consolato Generale di Croazia, l’autore veneziano è stato bene introdotto da Pierluigi Sabatti che, accanto al console Miroslav Bertoša, ha presentato l’opera dello scrittore.

Un’opera - ha detto Sabatti - «difficile da definire» per un linguaggio che oscilla tra la prosa poetica e la poesia in prosa; per un personalissimo modo di sentire che fa sì che Ghirardi «abbandoni i sentieri ben tracciati evitando di farsi sedurre dalle mode, o dai modi predefiniti». Da qui, libri che «possono sembrare difficili, ma rivelano le proprie ricchezze quando ci si avvicini a essi con una lettura attenta e paziente».

Sono titoli come «Addio Novecento» e «Per motivi di spazio», in cui Ghirardi raccoglie pensieri, annotazioni, aforismi ... Ma sono anche sensibili descrizioni di luoghi, come le terre dell’Istria o della Dalmazia, con cui Ghirardi ha allacciato nel tempo un intenso legame. Un legame riflesso anche in alcuni dei suoi volumi da cui, durante la serata, Marisandra Calacione ha letto alcuni passi. E proprio per questa attenzione per quei luoghi Bertoša ha ricordato come «nelle opere di Ghirardi si ritrova la cultura croata in un contesto mitteleuropeo - ed europeo - di grande suggestione».

Enrica Cappuccio

Il Piccolo di Trieste,
venerdì 9 ottobre 1998

Giulio Ghirardi e Silvia Palatini.

1998

Miroslav Bertoša
Giulio Ghirardi: uno sguardo verso l'Europa, uno sguardo verso la Coazia

Nella sua indimenticabile dimora veneziana situata in Campiello Curnis, proprio dietro la chiesa di San Aponal, nel cuore della città lagunare, a due passi dal ponte di Rialto e dall'architettura perfetta di Campo San Polo, in questo edificio nascosto, che passa quasi inosservato agli itinerari turistici, vive e lavora Giulio Ghirardi, saggista, poeta e storico dell'arte. I dati biografici finora resi pubblici sono assai scarni e si limitano all'affermazione più volte ripetuta che "Giulio Ghirardi è nato a Venezia dove vive e lavora", Questi due paradossi -intorno alla residenza e ai dati biografici -celano al proprio interno la soluzione "dell'enigma Ghirardi". Tra le pareti della sua abitazione appartata si nasconde un intellettuale d'eccezione e uno spirito dotato di una curiosità scientifica, artistica e spirituale non solo per l'ambito veneziano ma anche per il contesto mitteleuropeo, che include anche la singolare congiuntura etnoculturale che caratterizza la Croazia. Dietro agli scarsi dati biografici, invece, non si nasconde solo una biografia estesa e ricca per contenuti scientifici, pubblicistici, saggistico-letterari, e anche per quelli poetici, ma si nasconde anche un lungo elenco di saggi, articoli, recensioni, presentazioni… , e di voluminose opere scientifiche, multidisciplinari, letterarie e poetiche.

Un autore interdisciplinare, multiculturale, curioso degli spazi complessi Gli studi scientifici, gli articoli, i commenti, le rappresentazioni, le recensioni... i testi brevi, i lavori voluminosi -pubblicazioni di spiccata originalità conosciute ad un pubblico raffinato non solo italiano, ma anche tedesco, sloveno e croato - testimoniano di una sollecitudine e di una ricerca, quasi istintiva, delle componenti e dei lemmi della profonda conoscenza del mondo nel quale Giulio Ghirardi persevera con una instancabile curiosità che svela e riscopre le radici, i legami e le osmosi tra le civilizzazioni adriatiche e mitteleuropee. In questo panorama di interessi di Ghirardi si è collocato lo spazio etnoculturale croato - dall'lstria a Dubrovnik, da Varazdin a Osijek.

Ghirardi era già pronto ad interpretare l'area multi culturale mitteleuropea, date le sue conoscenze individuali e il suo talento di scrittore, doti acquisite molto tempo fa, unite al desiderio dell'uomo di usare le esperienze maturate a Venezia per penetrare nelle nuove strutture di civilizzazione delle regioni vicine.

E’ emblematico che Giulio Ghirardi debba il suo primo successo di studioso, di pubblicista e di scrittore agli straordinari studi realizzati sugli affreschi tardo gotici delle chiese istriane (Santa Maria delle Lastre a Beram è solo uno degli esempi più famosi). Come allievo di talento di Sergio Bettini, professore dell'Università di Padova, ma anche come conoscitore dell'opera di France Stele, il più grande esperto di affreschi istriani, e dell'accademico Branko Fucic, Ghirardi ha dato un contributo personale a queste problematiche. Con il primo voluminoso lavoro (pubblicato a Padova nel lontano 1972), ha dimostrato la sua serietà scientifica, la sua capacità di analisi e di sintesi, il suo indubbio talento letterario nella stesura dei testi.

Addio al XX secolo e annuncio/presentazione del XXI.

I vasti interessi di Ghirardi e i suoi stimoli intellettuali, quasi esplosivi, hanno superato i limiti tematici degli interessi iniziali e lo hanno spinto verso campi di ricerca sempre più ampi, a volte solo per tracciare schizzi, a volte per segnalare valori estetici già conosciuti, ma anche per andare alla scoperta di nuovi valori etnoculturali -da Venezia e dall'Italia all'Europa, alla Mitteleuropa, all'Europa sudorientale... I due ultimi libri pubblicati da Giulio Ghirardi hanno segnato una sua presenza rilevante nella nostra epoca -dagli approcci tradizionali al cosiddetto neofuturismo -e hanno orientato il suo sguardo verso l'Europa e lo sbirciare curioso all'area etnoculturale croata. Il primo libro ha l'emblematico titolo di "Addio Novecento", edizioni "Bora", Bologna 1991, mentre l'altro con un titolo non meno emblematico che enigmatico "Per motivi di spazio", è stato pubblicato nel dicembre dell'anno 1997 dall'editore romano Gangemi. Al XX secolo Ghirardi ha dato addio con una serie di tesi lapidarie, tesi pensate o a volte vissute personalmente, con sintesi illuminanti oppure con semplici giochi di parole, a volte con l'intellettualismo ironico di un bravo conoscitore del percorso storico e delle particolari trasformazioni nell'ambito artistico. Egli aveva capito bene che durante il XX secolo la grande avventura intellettuale in costante salita e trasformazione era esposta al pericolo di essere contrassegnata con una "patina indesiderata" dalla politica all'ideologia, dalla storiografia alle riflessioni filosofiche. Ha notato che il novecento è sì il secolo delle grandi ascese ma anche delle grandi sconfitte, e che il suo "intellettualismo" e "cerebralismo" nel XXI secolo dovrà prendere altri percorsi.

" Un cuore due sponde "

Forse l'emblematico titolo del libro di Ghirardi "Per motivi di spazio" risulta poco chiaro, o forse troppo ambiguo. Tuttavia una delle possibili interpretazioni del suo vero significato potrebbe essere il seguente: il Novecento ha sprigionato dal suo corpo sociale, politico, economico, ma anche etnoculturale, e se vogliamo anche da quello estetico-artistico, molte tesi e con la sua violenza ideologica, con i suoi orientamenti politici, ma anche con il nazionalismo latente o palese ha portato molti popoli sulla via del non ritorno. In questa via di non ritorno si era trovato, purtroppo, anche il popolo croato. Siamo testimoni del suo ritorno drammatico e doloroso al contesto europeo, al quale apparteneva già nel primo medioevo e dal quale è stato brutalmente escluso proprio nel xx secolo. Solo al tramonto del Novecento, il popolo croato è riuscito a realizzare l'indipendenza e il riconoscimento internazionale -ed è conforme al suo essere il sintagma "addio Novecento" -però esso si dovrà battere per ottenere il suo spazio politico-statale ed etnoculturale proprio nel prossimo secolo e millennio.

In un opuscolo intitolato Note Adriatiche Giulio Ghirardi -la cui opera ha indotto a queste osservazioni e riflessioni -ha chiamato il mare Adriatico area di "un cuore e due sponde". Lo spazio marittimo-terreste era veramente tale nei vari periodi della sua storia plurisecolare, nonostante i conflitti, le tensioni e le controversie politiche. ..Una volta che saranno superate le reciproche idiosincrasie nazional-politiche (purtroppo ancora presenti nellestrutture "mentali "), la formula di "un cuore" (mediterraneo, europeo) e di "due coste" (adriatiche) diventerà uno stimolo efficace per il seguente avvicinamento e per l'ingresso della Croazia in Europa.

Le tesi espresse in questo scritto sono state sottolineate nel corso della presentazione, molto significativa, dei libri di Ghirardi alla quale ha partecipato lo stesso autore -e che è stato illustrato da Pierluigi Sabatti, giornalista de "Il Piccolo", da Marisandra Calacione, giornalista della RAI di Trieste e dall'autore di questo articolo - svoltasi nella tribuna "Treci kat " ("Terzo piano") del Consolato Generale della Repubblica di Croazia a Trieste, lo scorso 7 ottobre. In quell'occasione è stata affermata la tesi che la cultura rappresenta una delle porte essenziali per la penetrazione croata in Europa.

Prof. Dr. Miroslav Bertoša
Console Generale di Croazia a Trieste

Traduzione di Aleksandra Mladenovic
(dal quotidiano Glas Istre, 12 Ottobre 1998)

Beppino Ghirardi (1909-1978), Varadžin,

Beppino Ghirardi (1909-1978), Curzola.

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