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Il mare delle nuvole

Tempi, spazi e linguaggi di un divenire poetico

Sono molto lieto che in questa amabile, cordiale adunanza di fedeli e partecipi amici si festeggi stasera, in occasione del suo nuovo libro, il nostro Paolo Carlucci, assiduo ai venerdì di Aleph, e spesso attivo con interventi e presentazioni di notevole qualità.

Mi è caro di essere presente, e parlante, stasera, anche perché ho potuto essere vicino al felice esordio di Carlucci con il volume Dicono i tuoi pettini di luce Canti di Tuscia. Quando l’editore mi presentò il testo provai felicemente sintonia, e “sintonia” è il motto araldico della mia attività d’interprete letterario. Non volli apparire accademico, e tra l’altro lasciai affiorare memorie personali di miei incontri con la Tuscia, aperta verso il mare tanto amato da Carlucci e in lui tanto presente, anche come simbolico orizzonte sconfinato dell’anima. Tuscia, da lui felicemente evocata e incarnata in luminose apparizioni, resa attuale e viva nella sua durata poetica, senza compiacimenti archeologici e culturali, nella sua dimensione anche quotidiana. «Tra sole e nubi / l’incerta luce delle case / tra stracci di colori accesi / i misteri dei paesi». La modernità è presente con i suoi inevitabili segni, e Carlucci, che pure non l’ama, già in questo primo libro ne prende atto e l’accoglie: «Una croce al neon / tra le insegne dei motel / sulla Francigena».

“Refrattario alla modernità”, si definirà in Strade di versi, suo secondo libro, in un «affascinante autoritratto ricco di umori non solo ironici» ,come lo definisce in una recensione mia moglie Noemi, molto attratta da questo libro. Libro totalmente nuovo, Strade di versi, rispetto al primo; ma anche, mi sembra, nuovo rispetto al contesto della poesia d’oggi, per quel poco che mi capita, ormai, di frequentarla. Nuovo anche sul piano del linguaggio, studiato con grande impegno e competenza dal prefatore Eugenio Ragni. Mi soffermo ancora, soltanto per un attimo, su Strade di versi, e ridò la parola a mia moglie Noemi che lo definisce «libro complesso come ogni scrittura che non si fermi all’unidimensionalità arbitraria del realismo. L’universo di questo autore ha una complessità arricchita anche dalla vasta e raffinata cultura che motiva seriamente l’esistenza stessa del poeta. Gli stessi segni vivono così di molte vite». Aggiungo che la vasta e raffinata cultura di Carlucci si esprime, soprattutto nel terzo libro, Il mare delle nuvole, in un senso di piena e operante appartenenza a una civiltà che lo rende fraterno ad alcuni dei più significativi poeti e pittori (i phares, direbbe Baudelaire di questi ultimi, che ci hanno trasmesso rivelatrici icone di vita).

Il passaggio dalla Tuscia del primo libro alla città del secondo e del terzo libro potrebbe leggersi, in una filigrana di cammino interiore, anche nel suo riflesso simbolico. Per Jung, e non soltanto per lui, la città è un simbolo di totalità. L’approdo poetico alla città potrebbe leggersi anche come una tappa del cammino verso il sé. Quella città non è, in ogni modo, una qualunque città, non è la città, per esempio, di Baudelaire o di Verhaeren, che le hanno accolte nello spazio della poesia, ma è Roma, particolarmente ricca, anche in una prospettiva simbolica, di profondi strati significativi, di sacralità, di universalità. Perciò il contatto poetico con l’anima multiforme di una città come questa può essere è fonte di grande ricchezza.

Molti di voi hanno assistito, anche partecipando con acuti e pertinenti interventi, alla bella presentazione del libro di Carlucci che ha avuto luogo qualche mese fa alla libreria Odradek. Mi rammaricai, quella sera, del fatto che il vecchio amico Ragni non fosse presente come relatore perché indisposto: data la sua formazione soprattutto filologica. avrebbe potuto fornirci preziosi lumi sull’intensa creatività linguistica di questo libro. In quella occasione c’è stato chi ha parlato di “geografia dell’anima”, chi di una sorta di “mostra personale” dell’autore.

I primi commenti a questo libro, per quanto ne so, hanno segnalato il suo carattere di evento, di libro, per così dire, “totale”, di consuntivo di un’esperienza esistenziale e poetica, ben strutturato e articolato nelle sue diverse sezioni. All’assiduo, appassionato impegno del poeta dovrebbe perciò corrispondere, per quanto possibile, l’ impegno da parte del lettore, soprattutto del lettore che ne parla o ne scrive, preceduto in ogni caso, e forse a volte felicemente condizionato, dall’ampio, sinfonico saggio introduttivo di Plinio Perilli, poeta egli stesso, che ha avuto la ventura di assistere da vicino, con animo partecipe, alla laboriosa gestazione del libro. Anche per questo sarà preziosa la sua insostituibile testimonianza di stasera.

Il contatto con una nuova opera - e questa mi sembra davvero nuova in più sensi - è spesso un’avventura affascinante. Pone all’interprete problemi, se così è lecito dire, di strategia. Problemi legati, ovviamente, agli strumenti posseduti dall’interprete, al carattere dell’opera. Alcuni aspetti che sembrano emergere come dominanti o più consoni agli strumenti prediletti dall’interprete. La scelta deve favorire la sintonia, preziosa per l’interprete. Forse è la sintonia che caratterizza l’interprete distinguendolo dal critico. Il critico è quello che formula giudizi di valore e scevera poesia da non poesia, come suggeriva Croce, Croce che però in quel distinguere prese a volte colossali abbagli. Gli amici sanno, perché lo ripeto a sazietà, che la mia vocazione, se davvero ne ho una, è d’interprete, non di critico: il mio scopo precipuo è quello, indicato da un maestro come Pareyson, di “eseguire” l’opera. Ma con un’opera appena apparsa e come questa - diciamolo subito - di non sempre facile fruizione, e senza un precedente dibattito critico al quale rifarsi, è necessario andare per tentativi. Tra i possibili approcci per entrare in sintonia può venire in mente di stabilire un primo, sommario contatto con l’universo immaginario, secondo un criterio di metodo caro a Jean-Pierre Richard – a mio avviso uno dei grandi maestri della critica del Novecento - e ad altri illustri studiosi della sua cerchia.

Parafrasando una famosa asserzione di Foscolo, Gianfranco Contini ci diceva: «O italiani, vi esorto alle concordanze». In Dicono i tuoi pettini di luce avevo già constatato che, in poco meno di novanta poesie, cinquanta volte ricorreva la luce, e venticinque volte, con molta forza, il vento. Ora, un’approssimativa concordanza di Il mare delle nuvole mette in evidenza una famiglia di lemmi con al primo posto, per frequenza, vento, luce, e poi naturalmente nuvola, e inoltre notte,cielo, stelle, luna, sole. Tradizionalmente collegata alla simbologia dell’altura e della luce, neve ha una presenza insospettata, e forse qui un carattere per lo più non realistico, ma allusivo ed evocativo, non privo di fascino e che andrebbe approfondito. Le nuvole attingono, ovviamente, rilievo simbolico già dal titolo del libro, come la luce nel titolo del primo libro, Pettini di luce, che sovrastava con intenzione e quasi relegava in un piano meno significativo il sottotitolo Canti della Tuscia. Con sorpresa trovo nuvole in varie occasioni contemporanee. Nel 2005 il Leopold Museum di Vienna accoglie l’antologia figurale Wolken (cioè “nuvole”), in cui compare tra l’altro James William Carmichael, pittore di nuvole, allievo del più celebre Turner, che ci ha lasciato un famoso quadro di sole nuvole. (La familiarità profonda di Carlucci con pittori celebri è del resto ben testimoniata in una suggestiva serie poetica di questo libro). Carmichael è ben noto a Stéphane Audeguy, che nello stesso 2005 pubblica un romanzo di notevole successo, La teoria delle nuvole. Recentissimo il libro L’orizzonte mi insegnò il garbo delle nuvole del grande Adonis. Simbolo di metamorfosi, le nuvole. Come non ricordare Baudelaire: «J’aime les nuages…les nuages qui passent… les merveilleux nuages». O Novalis: «Gioco delle nuvole, gioco della natura, essenzialmente poetico».

Può venir voglia, in questa occasione, di non dimenticare quell’instancabile e affascinante lettore di poeti d’ogni paese che fu Gaston Bachelard, caro ad alcuni tra i maggiori maestri della Nouvelle critique. In anni giovani affascinò anche me, che ero attratto da un approccio, per così dire, fenomenologico dei testi e volevo dedicargli un saggio, che però non fu mai scritto,e lo menzionai anche nella prefazione a Pettini di luce. Mi rifeci però a Bachelard scavando nell’universo immaginario, intriso di profonde componenti antropologiche, dell’amico Albino Pierro. Nel suo volume di Bachelard L’air et le songes, accanto al capitolo sul vento, simbolo ambivalente, «dolcezza e violenza, purezza e delirio», troviamo capitoli sulle nuvole, sull’azzurro del cielo, sulle costellazioni; quasi a conferma che alcune delle parole-tema sopra ricordate nell’opera di Carlucci sono correlate come in una poetica cosmologia. La luce è più che motivo o tema, è un’essenza spirituale che intride le strutture del linguaggio e si manifesta a volte in suggestive epifanie:«Navate di luce attraversando», significativo verso chiave e titolo di una sezione del libro, quasi motto araldico della poesia di Carlucci; o «Ascoltare la luce», felice apertura di Verso Reims. (Della cattedrale, non di Reims ma di Rouen, seppe splendidamente “ascoltare la luce” Claude Monet). Ad apertura di libro: «È il cielo / un caos di luce», «girovago di luce / il cappello di un santo», «il mare / disteso albero di luce / imprendibile». Vedremo tra poco come il sema della luce si leghi quasi naturalmente all’area del sacro, già presente in Pettini di luce e anche in Strade di versi.

Ma questi sondaggi rappresentano, tutt’al più, l’ancora vago e nebuloso “prologo in cielo” di una totale e partecipe immersione nel mondo poetico di Carlucci. Faremo altri passi verso la meta indicando uno degli obiettivi inevitabili, forse anche il più importante, di una perlustrazione anche rapida del libro di Carlucci: quello linguistico. Arrischio per questo libro una formula molto approssimativa: “plurilinguismo lievitante” (e anche a volte “levitante”?). È ovvio che ogni atto poetico abita e s’incarna nel linguaggio. In questo caso la ricerca di un nuovo linguaggio, di un linguaggio il più possibile vario, mutevole, evocativo di emozioni e ricco di referenti inusuali alla poesia tradizionale, inventivo, non soltanto opera nelle scelte del lessico, che accoglie con larghezza e con intento, se così si può dire, socio-evocativo, termini dei “linguaggi speciali” della nuova era dominata dall’informatica, o delle nuove generazioni di giovani del Duemila: «twitta delle ceneri la festa», «il tablet dell’alba»,«chat d’amore Roma» «e-mail autunnale di felicità». Ma anche si manifesta nella libertà con cui è trattata la compagine lessicale. Mi auguro che qualche linguista esamini con sguardo tecnico la poesia di Carlucci, che anche sotto questo aspetto mi sembra di notevole interesse. Intanto, chi si rifacesse, per cominciare, alla “stilistica linguistica” di Giacomo Devoto, includerebbe questa assidua ricerca espressiva non già nella categoria del ritegno (sottomissione alla socialità convenzionale dell’“istituto linguistico”), ma in quella dell’evasione, che non ha comunque alcuna connotazione negativa, e denota semplicemente «appello alla collaborazione del lettore eccitandone l’attenzione e la capacità d’integrazione».

Chissà (arrischio un’ipotesi molto ardita e generalizzante) che una lingua così trasmutabile e “aperta” non sia ricollegabile anche a caratteri della “seconda modernità” o “modernità fluida” di Zygmunt Baumann (in un testo Carlucci evoca «i fiori del Male / della Modernità che verrà») ? Ma non voglio arrischiarmi a entrare in un campo così lontano dalle mie conoscenze.

La lingua di questo libro tende a una libertà creativa - e persino a volte ludica, come ha suggerito un interprete nella serata di Odradek - che a volte da sostantivi genera forme verbali inedite, come fontanare, furiare, fiammellare, fiumare, rigogliare, pollaiare, «la corda che ci favola alla terra». Nel primo libro già compare, in libertà di costruzione, il verbo giallare: «serafico cammino nel vento / che gli occhi gialla della festa delle ginestre».

La “derivazione”, come la definiscono i linguisti, molto usata nelle lingue romanze, è una delle maggiori risorse per l’arricchimento del lessico. I poeti ne fanno a volte un uso personale: «forse solo chi vuole s’infinita» lo troviamo in Montale (in Carlucci «una siepe di vetro / che pure a colori m’infinita»). Il verbo accordato a volte con libertà può conferire agile efficacia all’espressione: per esempio «giovani / ballano il mondo». Funangeli, estrosa neoformazione che fonde “angeli” e “funamboli” si addice all’animato spettacolo barocco della chiesa del Gesù: «vedo un vapore di funangeli / un po’ funamboli / sospendersi nel vuoto / altissimo dell’Eternità». Un linguaggio poetico in continua fluttuazione attinge volentieri alle sinestesie, segni della polivalenza metamorfica del mondo: per esempio “colori sonori”. E ancora, il sommesso incanto di «Ascolto pietre di silenzio / nell’inverno della cattedrale»; o l’espressionismo di «Urlano colori le stazioni». Vi troviamo ossimori: “umidi di sole”, “superbo d’umiltà”. Contrapposizioni, come «In ombra luce le vie»: suggestivo attacco. Suggestivi attacchi non mancano in questo libro: «Corale di dolore oggi il mare» (per l’ecatombe di Lampedusa del 3 ottobre 2013): o, con esemplare scansione, nella poesia dedicata a Pier Paolo Pasolini (peraltro, a suo modo, poeta, e grande poeta, della città): «Morii e fui rosa di vita, sangue / donato alla marina. / Mia madre, ombra impazzita, / mi coprì col suo pianto / di luce. Bestemmiato fiore». Anche da questi pochi esempi è evidente la frequenza altissima della preposizione di , quasi ponte che collega le parole e perciò forma le immagini.

Come sopra accennato, un intimo nesso associa la luce al sacro. La filigrana del sacro percorre l’opera di Carlucci, che sosta volentieri in raccoglimenti contemplativi, sottolineati forse anche da certe pause di enjambements. Uno sguardo al lessico conferma la presenza del sacro, anche soltanto come referente di metafore: «luce che prega sorella / nel silenzio di chi ha da fare / un rosario immemorabile»; «Nell’anima / che si stira nella carne / appena / il battito d’una preghiera / familiare d’infinito», «Sacro pulviscolo di luce / sommersa nasce scala / di paradiso», «nell’ombra m’accaso / un poco nella chiesa / alta e fitta di sterpi / tra messali di ginestre», «battisteri / di luce tra le frasche la reliquia forse / dell’acqua che scorre tra auguri di neve». «la chiesa delle labbra», «La misericordia delle nuvole / avanza / l’ostia di un pezzo di pane», «Mi scuote nella sera / la lucciola di Dio» (impressioni su un’opera di Kandinsky). Carlucci, che già nel suo precedente libro Strade di versi, si sintonizza con l’anima multiforme di Roma, sa bene quanto – e quanto di essenziale ed eterno - dell’anima della città si annidi nel silenzio intimo e raccolto delle sue vecchie chiese. Non senza ragione una delle poesie s’intitola Notturno a San Salvatore in Lauro, una delle chiese “discrete”, estranee ai circuiti turistici, della vecchia e autentica Roma.

Mi son permesso di suggerire qualche spunto di riflessione su un libro, che tuttavia richiederà agli interpreti, accurati e sintonici approfondimenti. Ritengo che li meriti per la generosa avventura dell’anima e del linguaggio che conferisce a questo libro una collocazione peculiare, e ben riconoscibile, nel contesto della poesia d’oggi. Sarà comunque un’esperienza molto impegnativa per il lettore, soprattutto perché dovrà, con fraterno abbandono, sintonizzarsi con l’apertura e la libertà di un linguaggio arditamente creativo, come s’è intravisto, non soltanto nel lessico ma nelle immagini. La parola spetta ora a voi, lettori, interpreti, critici. Bon courage, come si dice oltralpe, e buon lavoro!

Relazione letta, in occasione della presentazione del volume di Paolo Carlucci, Il mare delle nuvole, presso il Centro culturale l’Aleph di Roma, del 29 Maggio 2015

Recensione
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