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Abbandonare Troia

Ritorna in libreria Lucio Zinna con una silloge che ribadisce con autorevolezza lo spazio che il poeta mazarese si è conquistato nell’affollato e variegato panorama della lirica contem-poranea.

Ciò che più colpisce, leggendo Abbandonare Troia (è questo il titolo del libro), è quella «sofisticata» (nel senso che si dà a questo termine nella commedia cinematografica americana) ironia che fa capolino, paludata di una quasi maliziosa discrezione, qua e là, dai versi, come a volerci commiserare della serietà con la quale noi stupidi mortali affrontiamo la vita.

A proposito di questa ironia Raffaele Pellecchia, nella puntuale presentazione, scrive che «l’ironia, come atteggiamento spirituale che consente al poeta mazarese il dominio dell’organismo formale, impedisce, poi, che il tono del discorso ceda alla tentazione di una moralistica compromissione con la materia, pericolo che s’annida e pure è costantemente eluso e tenuto a bada in molti luoghi della raccolta ». Sarei integralmente d’accordo con l’illustre critico se al posto dell’aggettivo « spirituale », si mettesse « intellettuale » che mi sembra molto più adatto a qualificare l’atteggiamento ironico di Zinna dinanzi ai vizi e alle false virtù di questa nostra cosiddetta civiltà.

Ma certamente l’ironia non è il solo pregio di questo libro che può essere considerato una delle pochissime perle poetiche dell’appena trascorso 1986. Innanzi tutto c’è da sottolineare l’eccezionale capacità espressiva di Zinna che riesce a coagulare nel dettato poetico tutto il sangue delle sue esperienze culturali (e non sono poche) e umane, non disdegnando l’uso di moduli formali e strumenti linguistici diversi. Ne fanno fede la sontuosità lessicale (che si avvale anche di termini stranieri, dialettali di reinverginate aggettivazioni: « malinconioso », « sorrise » – che è altro e più che sorridenti – « cauteloso », « sicumerose », ecc...), lo scarso uso della punteggiatura e di maiuscole (si legga, quale esempio, la lirica « Frammenti per le creature ») e la vicinanza espressiva e sintattica ad un certo tipo di sperimentalismo (« Dentro mi sei come spina rimasta balestra | dei miei sogni intonso pube. Spina | mia balestra che i geni mi trafigge | in frustrazioni. Il fondo pallido recò | sedimenti ascensionali e nella sbucciata | immagine di te – tu carponi – idolatra | offersi su quell’ara (oh quale) di linfe | un’ecatombe... »).

Per quanto concerne la tematica mi pare che essa ruoti attorno al sentimento del reale, intendendo con questa espressione quel senso di partecipazione critica con cui la sensibilità intellettuale ed emotiva di Zinna si avvicina alla realtà mettendone a nudo gli elementi costituenti. E da questa vivisezione della realtà il poeta trae lacerti di memoria (« E le ore dissolte nel quotidiano da noi a noi stessi | rubate (come a noi giammai appartenute) dal ricordo | imperfetto poi riassunte nella memoria da un’immagine | un gesto – e tutta vi consiste una fetta di vita ») e di tenero lirismo (« un sentore d’alba, i tuoi occhi nella città malata | (s’erano appena accese le luci dei lampioni l’asfalto | tremolava di minutissima pioggia) era il futuro | un lontano vivido ricordo da coltivare ancora ») che confermano la sua propensione a quello che Pellecchia chiama « consapevole e misurato assemblage ».

Ma credo che al di sopra di tutto ciò ci sia quell’immenso amore che Zinna nutre per la parola, amore per la parola che significa amore per la poesia e che fa dire al poeta: « Di poesia mi reputo un antico drogato ».

Recensione
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