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Diletto

Quest'ultima opera di Walter Nesti (ed. Masso delle Fate), se pure appartiene ad «un paesaggio percorso nel suo fascino contemplativo, laddove dietro il fenomenico preme una moralità civile» (Pietro Civitareale), si segnala per essere una sorta di poemetto in quattro tempi, in cui è proprio la nozione di «tempo» che fa da pendant: il tempo dell'inganno è seguito dal tempo della memoria, dal tempo corto e da quello – infine – lacerato. Qui il tempo non è quindi semplicemente rimembranza, stupore per la vita che fugge, ma è il nucleo fondante della nostra presenza al mondo; il tempo dell'inganno è allora quello dell'illusione, della fede nei segni e nelle presenze, alla vitalità del rapporto corporeo, immediato, sessuale, mentre il tempo della memoria è quello della domanda cui è arduo rispondere: «Sperare ancora?», «Credere forse al miracolo?», «Scegliere?» sono solo alcuni dei lacerti estrapolati dalle poesie di Nesti e subito contestualizzati in una fitta trama dialettica, laddove la possibilità della speranza viene messa in forse dalla sua antitesi (la disperazione) così come il dolore della scelta – alla Kirkegaard o alla Camus – segna tutta la vita e allora non resta che un gesto «in questa solitudine di straniero», non resta che, metaforicamente, il dondolio dell'altalena «nel contratto ghigno del mimo | nel gesto rattrappito dello scriba».

Il tempo corto è quello del ricordo d'infanzia, tempo di miracoli improvvisi, di notti lente, di orizzonti metafisici, della forza del gioco, di un'età in cui i sogni erano intatti ma si avviava ineludibile l'inizio della disillusione, nell'orgoglio-timore di divenire adulti.

Ma il tempo che tutto domina è quello 'lacerato', identifìcato nella lucertola che subito «scompare alla vista» e nella colomba che non richiama retoricamente la pace ma «il rischio dell'incendio che divampa», in una sospensione psichica che però è l'humus del nostro essere liberi (da dove potrebbe sorgere il libero arbitrio se non dal caos, dall'ambiguità, da reami oscuri e indecifrabili?).

Si tratta quindi di una ricerca, di un viaggio all'interno di sé, che Nesti – con consumata perizia – risolve linguisticamente con l'uso fine del monologo e con un sapiente impasto di termini classici (arcaici) e quotidiani, con un tono 'basso', quasi sussurrante, come di parola scritta che tende a farsi suono, racconto, comunicazione.
Recensione
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