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Le parole rubate
di Gianni Calamassi

la Scheda del libro

Grazia Giovannoni

Gianni Calamassi è un fiorentino del Rinascimento; se lo cercate, lo trovate probabilmente in un cantiere .Fino a poco tempo fa l’avreste trovato anche a scuola, a insegnare ai ragazzi il rigore del modulo o la simmetria delle conchiglie.

Se, per caso, lo vedete a una scrivania, la scrivania è ordinatamente ingombra di disegni nitidamente incisi paesaggi, cattedrali, volti intensi, figure femminili in pose quasi sfuggenti, misteriose.

Pochi tratti, morbidi o decisi, linee curve, rette, ondulate.

Ma ogni tratto rimanda a un “altrove”, a uno spazio più ampio, anche oltre il limite del foglio; ogni tratto vi cattura nella raffigurazione, ma vi suggerisce di immaginare l’“oltre”.

Nel brusio del cantiere o solitario alla scrivania, Gianni Calamassi ascolta le parole del quotidiano, ma le “ruba” all’uso immediato, ne coglie la profondità complessa del significato. Sa che le parole portano sempre “oltre”.

Gianni Calamassi è anche scrittore e poeta.

In questa raccolta ci fa partecipi del suo furto, “mette in comune” le parole perché è questa “comunicazione” che ci rende consapevoli della nostra storia di uomini.

La lirica che apre la raccolta ha, appunto, per titolo “L’umanità”: il dono delle “parole rubate” è per tutti, senza privilegi, (“non scelgo di scegliere ma sono con loro in comunione mi basta il sorriso dell’umanità che sfila davanti alle mie mani tese”).

Con questa umanità, Calamassi vuol subito condividere il fare memoria dell’evento che ha squarciato la storia del ventesimo secolo, l’Olocausto, visto nella sofferenza innocente dei bambini ebrei nel lager di Terezin “in gruppi scomposti addossati come le pietre del cimitero ebraico ….a capo chino senza più berretti.”. Sono creature smarrite, spersonalizzate, ma gli ultimi versi evocano con le “luci rosse e delicate dei lumini” – forse l’ultimo dei loro ricordi – la speranza di ritrovare la vita e l’identità nella Sinagoga. E “l’Angelo del fuoco”, nella lirica successiva, è chiamato a bruciare chiunque voglia continuare ad opprimere i deboli, a uccidere i poveri, resi “multipli uguali” dall’arroganza dei potenti. Per sé, il poeta che ruba le parole per rivestirne gli oppressi, chiede all’Angelo di liberarlo da ogni minimo desiderio di sopraffazione perché – dice – “preferisco non essere che sognare il potere”.

Preferisce confondersi fra le “Anime disperse”, esser macinato da “Le ruote della vita”, sentire la fragilità del vivere nel “mistero del tempo”; in questi brividi esistenziali anche le parole non lo soccorrono (…“Non bastano le parole per capire il senso del reale che l’istinto dipinge” nella lirica “Ragione” ) perché le parole lasciano al poeta soltanto un suono confuso e portano lontano il loro segreto sull’essenza del mondo unendosi “alle pazze nubi deliranti che la notte pudica vela felice di liberare ancora un nuovo cielo di stelle” ( in “Parole silenziose”).

E’ forse questo nuovo cielo di stelle che Gianni Calamassi cerca nel passare notturno attraverso strade illustri che raccontano le storie degli uomini, incontrando sfuggenti ombre amiche (in “Altalena”e “Ombra amica”).

Ma le “Domande silenziose” che forse voleva rivolgere a queste apparizioni le rivolge a se stesso; la sua solitudine inquieta non dà risposte,

Ancora vede “campagne senza parole” in “Alba”, una lirica in cui dalla memoria riaffiorano le luci dei vent’anni.

Soltanto dal “Crepuscolo di ricordi” tornano “scrosci di parole” legate a un volto lontano, già smarrito nella memoria.

E’ questo volto lontano che diventa un “tu” ad animare le ultime liriche della raccolta, nell’evocazione di momenti strappati dalla memoria al flusso del tempo.

Questo “tu” è quasi uno specchio della coscienza che coglie in questi momenti l’attimo che tiene in bilico l’esistere fra il “qui” e l’“oltre”.

Con questo “tu” ritornano, nella lirica “Ombre”, le parole che appaiono fresche “nel bosco riparato” e danno “quiete” ai colori, visti nella vivacità autunnale dei vigneti in collina.

E una “brezza di parole leggere / che guizzano fra le nubi” accompagna il volo vagabondo della fantasia (in “Fantasia”); ancora un volo nel cielo (in “Radici”), “tra soffi di parole senza musica suoni liberi dall’eco dei venti”.

La grazia di queste parole quasi prive di un corpo sonoro si scioglie nel ritmo, come nei versi che chiudono “Il mare”(“Nell’oscura profondità Di tante attese Chiare impazienze Nei movimenti d’acqua Sospira il mare”) finché “l’Angelo delle sue parole “taglia il cielo e scappa”, ignorandolo, e lascia il poeta alla sua ansia.

Quasi come in un “Commiato” l’Angelo s’allontana dal poeta nell’ultima lirica (“L’ansia che grava”) della sua raccolta. Ma non ha nessuno cui portare un messaggio.

Il poeta rimane solo, con la sua ansia d’uomo che incessantemente s’interroga sul suo esistere perché questo è il suo affanno profondo, quello della sua nobiltà d’essere fra il “qui” e l’“oltre”.

Qualcuno riesce a “rubare” le parole anche a Gianni Calamassi. O, meglio, Gianni Calamassi incontra qualcuno per cui affonda le mani in questa raccolta di liriche e ne trae parole, versi, strofe con cui dar voce a chi non può più averne.

E’ un amico carissimo, il musicista Angelo Juorno, a chiedere a Calamassi di scrivere le parole per una Cantata da dedicare alla memoria del pittore Dimitri Kakulidis, combattente in Grecia durante la dittatura dei colonnelli, esule a Firenze.

Sulla soglia dell’ “oltre”, Dimitri narra la sua vicenda con le parole che Calamassi ha rubato alla vita.

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