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Le radici dell'albero caduto
di Gianni Calamassi

la Scheda del libro

Grazia Giovannoni

L’albero è caduto, ma non è divelto. Le radici sono rimaste vive nella terra, nodose e forti alla base del tronco che emerge come un capitello rovesciato su cui la luce rivela i segni circolari dei tempi di una vita rigogliosa .

I tratti nitidi di Gianni Calamassi che delineano nel disegno l’immagine del taglio dell’albero svelano la metafora del titolo "Le radici dell’albero caduto" con cui presenta la raccolta delle sue ultime liriche. Una raccolta che è una ricerca interiore di autenticità, tesa ad esprimere il significato di una vita: uno sguardo interno che recupera tutto il passato nella consapevolezza del presente in cui gli anni avvertono la soglia ultima del futuro.

La lirica "Frasi inutili" che apre la raccolta conferma ancora una volta l’attento rispetto per la parola di Gianni Calamassi che rimpiange l’uso banale di discorsi opachi come livida pioggia ("… quando dal / cielo ostile una pioggia granulosa / cadeva in strisce oblique su di noi."). Ma la lirica seguente "Poesia" appare come la vittoriosa risposta a quell’acerbo rammarico, una risposta che emerge dai lunghi anni di umile ricerca di significati, ritmi, sonorità. - La poesia è la libertà della parola, ma, come tutte le libertà, è esigente e richiede l’impegno di pazienti attese … Ora le parole rispondono libere al poeta … "si raccolgono e / tra loro si attaccano a formare / Poesia.". Sono segni levigati come "ossi di seppia sulla spiaggia / ancora apparecchiata a ricettarli." Su questi "ossi di seppia" leggiamo l’ansia di una verità cercata "nel sonoro cristallo del creato" , ancora una volta in contrasto con l’assenza di senso della "superficie della vita" (ne "Il dono della vita"). Il titolo della lirica seguente "Oltre la siepe" racchiude con rara efficacia la tensione del vivere "per seguir virtute e conoscenza", come fa dire Dante ad Ulisse, l’uomo dal multiforme ingegno, divenuto simbolo della cultura europea. Il "coro dei colori del tramonto" ( bell’endecasillabo di ritmo e sonorità musicali ) visto oltre la siepe Le radici dell’albero caduto dal poeta adolescente lo ammalia per la complessa bellezza che rivela ai suoi occhi e lo spinge a cercare il senso della sua personale avventura di vita. Due versi segnano la cesura fra il lontano ieri e il presente: "Sempre ricordo la speranza / non un deserto era il futuro". Ora "il mondo è sbiadito" e l’uniformità del deserto non offre scoperte, se non quelle de "… il lungo / passato che ho dietro di me". Il poeta, ormai uomo di lunghe memorie, si arrende al limite della vita. Le liriche seguenti "Una mattina acerba" e "A tentoni si cercano" ripetono ed ampliano il contrasto. Nella prima, ecco il piccolo spazio ( "i muri del cortile delimitano / un rettangolo di cielo intenso" ) dell’infanzia aprire alla sorpresa della vita "noi giovani virgulti". Nella seconda, lo smarrirsi senza confini in un "vuoto galleggiare" di "vitree presenze alla ricerca / dei perché" in un’ultima cieca solitudine esistenziale.

La crudezza del contrasto fra i giorni del passato e i giorni del presente si attenua quando il cuore si apre al ricordo ed emergono le figure di chi ha custodito la crescita di vita del poeta: la superficie scoperta del tronco dell’albero ne offre, con gli anelli incisi, la narrazione. Il racconto comincia da "I nonni": quelli materni" da Figlin venuti" sono mancati troppo presto, lasciando solo l’ombra di una presenza. La memoria del nonno paterno oscilla nella difficoltà di una familiarità discontinua; la nonna gli sopravvive durante tutti gli anni della giovinezza del poeta che ne nota la debolezza di salute e la stanchezza di fronte all’esuberanza dei nipoti maschi. Eppure i versi hanno il ritmo di vecchie storie ed evidenziano arcaismi ( …"pria … avea … i dì di festa" ) e apocopi fiorentine e del contado (…"Figlin … chiudean … vivean … accampar …" ).Anche l’indicazione toponomastica che chiude la lirica ha echi antichi: "… Città / Antica sede della sua famiglia, che / Nel Lion Nero di Santa Croce sesto, / Aveva avuto storia e che i natali / Festeggiar soleva in San Giovanni."

Sono echi di accenti lontani che eppure hanno inciso la memoria e ritornano in ritmi di poesia. "Voci frantumate" le chiama il poeta nella lirica seguente "Madre ricordo", delicatissima espressione della profonda relazione di madre e figlio evocata con rapide immagini e quotidiane parole, quasi a nasconderne la struggente tenerezza. Nel silenzio e nell’oscurità della notte, nella casa protetta dalla città antica, un canto accompagna il dondolio di una culla. E’ il ricordo della madre, " figurina stinta"( ma l’abbiamo conosciuta nuora vigile e generosa nella lirica precedente! ) che ha dato al poeta parole "spavalde e nuove, quasi di poesia"… / e quello, certamente, non fu tutto!": questo brevissimo verso chiude come in un nodo, quasi pudicamente, l’intensità di affetti di una vita. Più inquieto il saluto "Buonanotte babbo". Un addio virile ( "Il pugno stretto alzato …" ), un dolore taciuto, ma non nascosto ("… Ti guardavo con l’affetto / muto che lascia chiaro l’orizzonte / intorno …"), lo strazio del ricordo ("… Non amo questa / sorta di ricordi, che giungono / improvvisi nella sera"). La morte del padre segna una lacerazione, lascia un angoscioso vuoto generazionale: "Oh stelle liberatemi dal tormento / di cercare qual è la verità, / per amore dei morti e dei viventi / cacciate quest’ansia sottile d’ignoto …" .

Queste figure familiari ormai vive soltanto nel ricordo portano il poeta a intendere la continuità /discontinuità della vita. La sente nell’avvicendarsi delle stagioni, quando primule e viole punteggiano le "geometrie di luce" disegnate dal sole , e ne annuncia l’arrivo con il ritmico respiro degli endecasillabi. "La primavera sveglia la natura / E il fischio degli uccelli lo ricorda / All’anima del vento che l’insegue" (nella lirica "E’ primavera"). La vicenda umana si dilata nella vicenda cosmica: … ritorna l’antico mistero su chi sia l’uomo nella immensità dell’Universo ("Che un misero pugno di cervello / Possa il corso delle cose eterne / Contemplare e poi comprendere / E’ vasta la misura dell’impresa").

Il dolore si scioglie "Ora che sul suo petto rigoglioso / Cresce il grano, abbracciato / A papaveri ridenti".

Nelle liriche seguenti il poeta si immerge nella vita della natura di cui ascolta le innumerevoli voci. La versificazione affida all’agile ritmo di senari, settenari, novenari le immagini del bosco tra "La foschia e la luce", mentre il ritmo si distende in endecasillabi eipermetri nell’evocazione di una caldo giorno d’estate (in "La luna di giorno") in cui " l’aria fruttata dal caldo meditabondo" provoca una immaginaria caduta di neve che tutto nasconde. Di rara efficacia i versi che introducono "Il buio" a narrare la profonda oscurità della notte squarciata dal fuoco: "Nel fluttuare della luce / il buio si muoveva in / forme lucenti e silenziose".

Se il passato ritorna a confrontarsi con il presente (in "Pallido"), la linea del tempo non è violentemente spezzata, ma è fluidamente continua fino all’ossimoro che chiude la lirica: "Il passato mi strisciava / addosso vitalmente / morituro".

Dalla vitalità del passato ritorna la lotta giovanile (in "Sostanza e forma") per tentare di scinderle ribellandosi alla tradizione: ora che la vita non è più acerba si rivelano inscindibili sicurezze, forti e lucide come "Le ragnatele sopravvissute /alla pioggia scrosciante /…e trame senza tempo come"…chiacchiere sussurrate / da un albero all’altro…" .

La dinamica del flusso dei tempi si ricompone e accoglie l’avventura umana del poeta: "Il soffio della notte perpetua / ci accoglierà dopo il giorno / fumoso delle nostre illusioni" (in "La conchiglia"). Quel soffio porta la visione de "Il calice dell’attesa": "A chi toccherà riempire il calice / con l’acqua amara dell’assenza?" Ma l’assenza evoca una precedente presenza…:"E’ uno sfogliar di pagine la vita, / su cui cerca ognuno di lasciare / un segno: queste son le radici / dell’albero caduto un dì lontano". Ecco la vitale metafora dei segni sul fusto troncato di cui la lirica seguente "L’albero" illumina il significato.

Infatti, l’albero "mi cresce dentro da allora / quando son nato /…Quando / cadrò, il posto al sole / che lascerò, luce darà / a chi non l’ebbe mai". Sarà di nuovo vita: E sarà di nuovo vita donata. Chi conosce Gianni Calamassi, anche soltanto da lettore, conosce il vigore del suo impegno civile ed umano, la sua generosa solidarietà con chi è vinto dalle disuguaglianze sociali di ogni genere. La sua lunga solidarietà di lotta è ora solidarietà di dono. Le radici dell’albero caduto

L’albero è caduto, ma non è divelto. E, intorno, c’è luce.

3 giugno 2016

Su “Madre ricordo...”

E’ una bella lirica. A una prima lettura colpisce la tenerezza, velata di pudore, che la pervade e l’espressione sommessa degli echi del ricordo. La gratitudine inespressa verso quella "figurina stinta" che, con la vita, ha dato le prime parole "spavalde e nuove" ne emerge nell’ultimo verso"… e non fu tutto!" che stringe tutta la dedizione materna in un fortissimo nodo di affetti.

Sei riuscito a comunicare la profondità del rapporto madre-figlio scegliendo la semplicità assoluta dell’espressione.

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