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Introduzione a
Il lustro cosparso
di Grazia Giovannoni

la Scheda del libro

Grazia Giovannoni

“In questa direzione si colloca lo spirito del mio scrivere versi”

La direzione di Gianni Calamassi è quella che porta alla comunicazione e alla condivisione.

Comunicazione : l’azione di mettere insieme per unire è’ lo scopo che Gianni Calamassi persegue recuperando alle parole il potere fondante della società umana.

Le coglie e le cerca ascoltandone il ritmo sonoro e penetrandone la complessità del significato. Dalla profondità della ricerca sgorgano i suoi versi come un ruscello fresco da nascoste rocce montane.

L’opera di Gianni Calamassi è davvero “poiesis”, un “fare creativo” a cui trae l’ascoltatore/ lettore. Si apre il dialogo: l’ascoltatore scopre nelle parole la ricerca del poeta e ne trova l’eco in se stesso. Comincia un cammino con un unico passo e in un’unica direzione: emozioni, sentimenti riflessioni sono condivisi; si fanno variegati, si aprono ad altre emozioni, e sentimenti e riflessioni

Per questo Gianni Calamassi sollecita sempre l’ascolto: per questo ha deciso la pubblicazione delle liriche, in gran parte inedite, che precedono “Angeli stanchi” e “Parole rubate”, raccogliendole con i titoli “Il lustro cosparso” e “Orchèomai”.

“Il lustro cosparso” si apre con lo scherzoso schizzo dell’amico musicista giocando sulle parole “sognatore/suonatore”:un gioco che subito evoca un flauto fascinatore. Il ritmo dei brevi versi è rapido, vivace, le sillabe cantano come note musicali. La sonorità delle parole guida anche l’ascolto delle liriche successive ( “Poc’anzi”, “Solo”,”Una serata perduta”) fino al momento in cui c’è la percezione nuova della ”voce del silenzio”.”Questa solitudine / è piena di silenzi / che gonfiano suoni interiori …”

E ancora, in ”Brusìo”:”Un silenzio denso / e consapevole / interrompe talvolta / per porgere una pausa deliziosa …”

Sonorità e silenzio, ritmo degli accenti e pausa: un’alternanza che cela un che di più profondo, ancora indistinto: “La parola stenta/a ritrovare la sua trama:.. (di nuovo, in “Brusìo”). C’è la percezione di una complessità, eppure c’è bisogno del silenzio per un percorso di interiorità che riconduca al sorriso del primo giorno della vita; la lirica “Brusìo” si conclude con questi versi:”e si allargano i volti al sorriso / nato nel lontano di ognuno”:

La parola inquieta il poeta. Nella lirica dal significativo titolo ”Giace la parola”, così esprime la sua ricerca: ”Nel silenzio si agitano / sostanze inespresse /… si devono capire da / quello che non dicono / e temono che la parola / deformi un incantesimo”.

Finché l’incantesimo, non deformato, ma svelato, compie il prodigio esplodendo nei brevi, densissimi versi di ”Pensiero”.

“Il pensiero perde
la sua irrealtà
nel momento che la voce
lo vibra nell’aria”

La parola svela l’unità fra armonia sonora e significato: la vibrazione nell’aria del più complesso strumento musicale che è la voce umana porta in sé la potenza comunicativa del pensiero, rendendolo possibile all’ascolto. Questa consapevolezza raggiunta dal poeta non lo sottrae tuttavia alla ricerca continua dell’armonia fra suoni e significati: la parola può nascondersi ”come la sorgente conosciuta / scomparsa fra le pietre scoscese” (in “Or non è tempo”).

Fare poesia è una salita sulla roccia.

Ma quando la roccia fa sostegno al passo e di nuovo appare il limpido fluire della sorgente, le parole tornano a danzare felici sul ritmo dei versi (“A Edda Tanara”, ”Illusione”, ”A Enzo Barsacchi”, ”Colombella mia”).

Nelle ultime liriche, la condivisione a cui Gianni Calamassi chiama l’ascoltatore è sulla centralità della vicenda umana. “Stelle” è una manciata di versi che unisce la luce degli universi astrali ai bagliori del viver quotidiano (i fanali nelle strade, le lampadine accese all’interno delle case …) fino alle piccole luci dei cimiteri, segni di pia memoria che eppure rimangono ”congiunti” al pulsar della vita, a quel “battito del cuore” anticipato dal ritmo discendente degli ultimi accenti.

Quasi in chiusura la lunga lirica destinata “A noi ragazzi di ieri” porta la storia di una generazione nella storia degli anni luce dell’universo, in un contrappunto che vede il cielo pieno di stelle ”come una carezza / sulla guancia” contrapposto alla distrazione di chi, sotto quel cielo, non vede neppure Venere, il più luminoso degli astri alla nostra vista, perché sa guardare soltanto in basso e segue ”… i cani razzolare / tra i sacchetti della spazzatura”.

Gli anni della generazione tuttavia non scandiscono il tempo sul ritmo celeste, ma sulle emozioni e le esperienze vissute nel tessuto sociale: ”A noi ragazzi di ieri / senza confusioni perché nutriti / di rispetto per gli altri / e di amore imperituro”. Quel che non perisce non è letto nelle immensità cosmiche che rimandano a tempi quasi senza limiti, ma nella intima capacità d’amore del cuore umano.

Se questa capacità sembra affievolirsi nei ”vecchi d’oggi” che furono “i ragazzi di ieri”, l’augurio è che a loro arrivi ”un flüte di primavera / a ridestare il sorriso”. Perché “oggi è già domani / oggi è già domani” e soltanto la possibilità di continuare nell’amore, nel perenne rinnovarsi della natura, può far crescere la generazione di domani e far ritrovare la sintonia con i tempi celesti in cui si acquietano i tempi della storia: ”Oggi è già domani / per continuare a cullarsi / su un guanciale di stelle”.

E anche il poeta ”vecchio” di oggi ”ritorna” a sfidare il futuro nella giovanile scaramanzia del “ragazzo di ieri” ”scansando le giunture / del selciato come da ragazzo”.

Il tempo del cuore ritorna su se stesso e la capacità di amare rende eterno il circolo dell’”ieri, oggi, domani”.

La raccolta de”Il lustro cosparso”si chiude con i brevi quattro versi de”Il tridente” il cui ritmo cantante è un grido di esultanza del poeta che ha trovato nella libertà della parola la ”punta” accesa di “fuochi solari” con cui sfidare l’universo.

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