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Lucio Zinna e la lezione esemplare di «Sàgana»

Mantenere una sincera fedeltà ai valori poetici − e per questo credo di aver portato avanti questi tre anni di attività dei martedì letterari del Centro Pitrè in Palermo − presuppone ormai avere precisi termini di identificazione di questi valori ed un obiettivo che sostenga questa fedeltà. Ebbene, per me la poesia è sostanzialmente sintesi di momenti di vita, vita del singolo o collettiva non importa, ma sintesi realizzata sempre con sforzo di individualizzazione attraverso il linguaggio che capta ed esprime reazioni in modo tanto più originale e più significativo, quanto più sotto vi sussiste singolare esperienza dell’osservare e lunga maturazione dell’essere al di fuori dell’illusione. L’obiettivo postulato è poi nel bisogno di individuare la continuità e le diversificazioni tra noi e il passato, diciamo, prossimo, per stabilire in sostanza chi siamo, cosa effettivamente possiamo essere in un panorama letterario come il nostro, ove le pretese sono tante e le ripetizioni illustri e meno sono troppe.

Ciò premesso, ecco che la presentazione di un libro di poesia si fa strumento di puntualizzazione, e strumento tanto più utile quanto più essa è affidata ad un esercizio critico non dedito ad auspicare conferme o suggerire spunti di osservazione compiacenti, ma mosso da spirito di severa verifica in vista di un desiderio onesto di sperimentare indicazioni interessanti, fresche spinte differenzianti nel panorama attuale che si vuole una buona volta positivamente arricchito.

La raccolta Sàgana di Lucio Zinna ci persuade, e ci obbliga ad una lettura che sia appunto studio delle possibilità di svolta che essa propone e per larga parte attua, come i testi ci consentiranno di accertare.

Diciamo subito che si tratta di una proposta di lettura a ritroso della maturazione poetica dell’autore, il quale si è reso conto di avere raggiunto la sua sicurezza espressiva, ma ha coscienza che essa gli deriva da un cammino che quella sicurezza tutto comprende ed alle tappe del quale non gli è facile rinunciare: pertanto Sàgana comprende, nella prima parte, dodici composizioni inedite e composte per ultime, intorno al ‘76, che costituiscono l’ultima lezione esemplare dell’autore; segue, e di pari tono, una scelta da Un rapido celiare, che è del ‘74, e infine un gruppo di liriche da Il filobus dei giorni, che risalgono ai lontani ma fruttuosi anni 1955-1963. Un’esigenza, dunque, di fedeltà a certe tematiche che caratterizzano la propria istanza creativa, nel momento in cui si è verificato l’approdo ad una più piena maturazione del linguaggio; un poeta insomma che vuole essere integrale non per quello che scrive ma per quello che è come uomo: che ha avuto una sua storia, un suo farsi per essa e di cui la scrittura è registro raro e perciò stesso straordinariamente sorvegliato. È in effetti questa, in fatto di resa formale − da non fraintendere perché con essa intendo dire solo «efficacia lirica» − una lezione di urto in questa contemporaneità, dove i poeti scrivono versi per centinaia e centinaia di pagine, usualità pericolosa se fra qualche anno occorrerà guardarsi in faccia per concordare su ciò che è stato incisivo e ciò che no.

Si ritrovano dunque tra le pagine più recenti echi e variazioni dei motivi dell’amore, che fu dato ispirativo della prima stagione poetica, come si ritrova quell’elemento caratterizzante tutta la produzione di Zinna, cioè la visione cara e statica dei luoghi accompagnata dal percepire rassegnato il movimento usuale delle cose: percezione che ti fa triste e ironico, ma consistentemente esperto e capace di vivere. C’è quindi il linguaggio che, specie nelle migliori pagine che sono senz’altro nella prima metà del libro, colloca questa poesia di Zinna nel raro, nell’abilissimo esercizio, del disarticolato.

Noto, a proposito, che nel testo in esame non è stato dato spazio alcuno all’esperienza di Antimonium 14, e francamente me ne dispiace. Si tratta di un testo stampato in pochi esemplari per la piccola collana de «I quaderni del Cormorano» diretti da Angelo Fazzino, in data 1967, una nuova formula di edizioni-testimonianza che accomunarono nomi giovani ma di raro gusto, quali anche Melo Freni e Piero Longo, che intendevano così dare una propria dignitosa formulazione alla spinta recata dal gruppo 63. A questa esperienza Zinna deve senz’altro la eccezionale efficacia del suo taglio verbale: Antimonium 14, infatti, resta documento di un fermento del citato moto di neoavanguardia che, filtrato dalla misura della concretezza isolana, intanto non si è lasciato mercificare; notevoli poi già in esso i presupposti di quello che sarà l’ultimo Zinna di cui ora mi occupo: la carica ironica che imprime essenzialità e dissonanza al discorso; il rimanere in bilico tra protesta e richiamo di affetti, ove il linguaggio che tutto assorbe ha una funzione ora di stimolo ora di chiarificazione; infine la rinnovata tipologia del visivo come avvio ad una soluzione più accettabile del rapporto poeta-lettore.

Aperto sipario i tuoi capelli sciolti e la frangetta il tuo mi rappresentano viso in atto unico voglio suggerirti qualcosa nel cupolino rosso della bocca non ascolti nessuno. Se palpebre sfarfalli e appaiono fossette sulle guance gusti succo di baci e Vitamina C voglio suggerirti qualcosa (nel cupolino rosso della bocca).

(Antimonium 14, pag. 19)

Ma vediamo cosa ci suggerisce la diretta lettura delle pagine di Sàgana. Cominciamo da Terra d’esordio, la lirica che apre la raccolta: è come una strana autobiografia, in cui gli episodi della vita, fatti momento espressivo, lasciano prevalentemente trapelare le diverse contraddizioni: amare-patire, bagordare-malinconire, restare-partire, emergere-decadere, riscattarsi-affondare; per mimetizzarsi cioè nel monito universalizzante che sostanzia tutta la struttura della composizione: la propria terra d’origine è solo simbolo di una vita individuale, simbolo che ha i colori, le varie sfaccettature, i vari nomi degli oggetti che la caratterizzano; ma la vita si percepisce con la poesia, si fruisce con la poesia e la poesia ti salva dalla vita che ha in fondo un senso universale. Ne, se l’attenzione si estende al rapporto tra l’io e la storia, si può avanzare diversa ipotesi consolatoria. Si legga la bellissima strofa finale:

Ancora sul frontone della grande chiesa
d’altra stirpe un guerriero che una spada
brandisce a sconfiggere il turco, re vittorioso
umilmente superbo il gran Ruggiero PER ME SI
QUIS INTROIERIT SALVABITUR ammonisce da secoli,
oziose tra le cime degli alberi sbirciando
fanciulle ramingare alla marina.

Dunque la terra natale è simbolo di una norma che riguarda non solo il singolo individuo ma tutti: per tutti il nascere è l’avvio al destino del fluire, per cui la salvezza è solo nel gesto ironico di una statua che, non carne e spirito ma marmo inerte, ferma da secoli, sbircia il moto fatuo delle creature umane (fanciulle ramingare alla marina).

Ma, per Zinna, cosa è la vita? Forse è solo «trascinare giornate di scirocco» (Lettera a Monique), ove alle cose si accorda un’essenza pittorica, una fissità quasi amorfa, distaccata; oppure è «fumare alla finestra... fuggire a ritroso... sopportare il male di denti» (Se vivere), ove la banalità t’inchioda all’ipotesi che tutto nel vivere non sia realtà ma solo potenzialità. Come si vede, il substrato filosofico scivola tra parole apparentemente facili e sornione e provoca talvolta una dura ironia, talvolta l’accorato ripensamento che porta a scavare nel chiuso dell’intimo.

Ad esempio, Elide, la sua donna, punto di riferimento degli affetti, è anch’essa un dato non reale ma possibile, se il suo essere è riportato alla prospettiva problematica del «pro-cedere dei giorni che disperdo quasi fossero tanti... chissà...per quale occulta forza di cose». Ed Elide è il simbolo di un rapporto che aiuta, ma disgraziatamente non colma la profonda solitudine in cui, dice Zinna, «vivo mi pare da millenni»: perché i gesti affettuosi, il sorridere degli oggetti, magari l’abbandono alla volontà della persona cara sono di conforto ma non annullano, anzi eludono la possibilità di capire o, meglio, solo di soffrire fino in fondo «il perché mai le individue sostanze di natura razionale amino correre e correre ignorando dove» (pag. 11). Il che, in fondo, non appaga alcun interrogativo ma intanto denota consapevolezza e quindi notevole sostegno al discorso poetico.

Si badi, però, che non si fermano qui i termini della complessità tematica di Sagana: anzi esiste una lirica dal titolo Disorganico improvviso, strutturata in due parti o tempi: la prima parte rileva come il male ci persegue e si sa che ci coglie inaspettatamente, per cui si riscontra un grande attaccamento alla vita («voglia d’amare, di accarezzare i figli...»), cui s’intona l’immagine delle piante robuste protese all’infinito ma esili perché facilmente recidibili, e quella dei fiori appariscenti alla corolla e fragili al gambo (come gli uomini, che, anche se brillanti, scompaiono in un niente); nella seconda parte è la sintesi di tutte le ipotesi effettive di casualità della morte che incombe, e su questa sintesi fa chiusa una sar-castica messa a nudo della realtà di ogni fine, quasi si trattasse di operazioni di regia misteriosamente volute non si sa da chi. Insomma un amaro sbocco pirandelliano. Orbene nei termini «disorganico», «improvviso», non c’è una tesi esistenziale di per sé nuova, ma c’è un nuovo modo di reazione ai presupposti negativi della vita, una svolta senz’altro originale rispetto a quella condizione etico-filosofica ereditata dall’Ermetismo e che ha continuato a rendere illustre ma anche a condizionare la poesia contemporanea.

Puntualizzava egregiamente Silvio Ramat, parlando dell’Ermetismo e rifacendosi particolarmente alla sua ormai celebre Storia della poesia italiana del Novecento (Milano, 1976), come la poesia di tale corrente possa riconoscersi nelle nozioni di attesa, di assenza, di memoria: inutile qui discutere entro quali limiti effettivi il critico intendesse porre la stagione creativa degli ermetici; superfluo tentare di catalogare le presenze vive della poesia d’oggi nell’ambito o al di fuori della condizione ermetica, quando, a parte le novità, il più delle volte meglio dire le «diversità» di parola, esse non escludono ancora un consistente riferimento a quelle nozioni; è dato certo significativo che la poesia contemporanea, a parte le civettuole pretese degli sperimentalisti ad ogni costo e la confusione dei molti teorici che hanno titoli prevalentemente di accademia, non sia riuscita del tutto a rinfrescare quell’individualismo di illustre provenienza.

Giova, invece, annotare come in Zinna c’è qualcosa di precisamente differenziante: in lui la memoria cede il posto ad una pratica convivenza con la realtà estremamente oggettivata; più che l’assenza prevale l’io, che talvolta pretende addirittura coinvolgere la storia nel suo processo di maturazione (si legga da Terra d'esordio a Sparse mi ritorna sequenze); all’attesa si sostituisce la nozione caratterizzante dell’improvviso, che è appunto negazione di qualsiasi spazio contemplativo o sognante, verbo-tensione più conforme alla norma dell’esistenza, che è la disorganicità.

La nostra realtà, aggiunge in altro luogo, la «scopriremo un giorno all’improvviso | e resteremo fermi a mezza strada | a farci bestemmiare | sul bianco d’una striscia pedonale» (All'improvviso, pag. 42). Si noti la straordinaria connessione tra il dato oggettivo, fisico o fenomenico che dir si voglia, e il dato etico-psicologico: il disorganico è sostantivazione infatti di una generica realtà che abbraccia l’accadere, ma di questo accadere è anche aggettivazione qualificante, se l’indagine si acuisce e se si perviene alla scoperta singolare che sintetizza e sovrasta ogni problematizzazione: «improvviso» come attributo dell’accadere, assimilato addirittura all’improvviso come reazione psicologica verso l’accadere stesso.

Ora per Zinna la gravita dell’assunto è vissuta con distaccata serenità e di ciò fa fede l’operazione linguistica in cui il suo realismo trova sbocco e per la quale ogni altra pretesa appare rinunciata come superflua.

Parlo di realismo e mi occorre chiarire il senso. Cioè Zinna si esprime pure con raffinate aperture liriche; basti qualche esempio: «La fonda solitudine in che vivo» (Elide), «Arcaica sera di rondini tardive | a fior di pozzo...» (Arcaica sera), «L’estate che trapassa accidiosa e nobile» (L'estate del bucanìere), «Esili robuste piante | protese all’infinito» (Disorganico improvviso), «Triste la notte che ritorna l’eco» (Antica Lettera); «Impallidiscono i sogni (come) lumini nello sfolgorio di luci e specchi» (Kronos); «Non conobbi | stelle di piombo lamenti di figli lontani» (Sparse mi ritorna sequenze); ma queste immagini sono solo misura di una sensibilità poetica che rifugge poi dal facile ritmo e dal cedere alla consueta emozione, tutto preso Zinna da una lancinante ricerca che mira altrove: la ricerca di quella porzione di verità che ci tocca, di quello spazio di esistenza che vuole avere le sue ragioni, che forse ce l’ha, che forse non ce l’ha per nessuno, ma che a lui è stimolo alla presenza − ribadisco: presenza − nell’infinito incognito ove si torna, si ricerca, si cattura, s’intravede, si strappa un brandello di sé (leggi L'estate del bucaniere), insomma ove s’impone un io attivo nel giro ineluttabile cui si è costretti.

Perciò realismo sì, ma secondo una nuova personale accezione: la dicotomia che affiora tra realtà e verità qui non offre più sbocchi metafisici, ma riporta tra gli oggetti, si riduce all’essere vivo degli oggetti che giostrano quasi filmisticamente dietro l’impulso dei momenti espressivi. E questi momenti vengono ad ammortizzare gli urti esistenziali ed obbediscono fondamentalmente ad un’esigenza di sintesi.

Da qui le ragioni del linguaggio effettivamente smaliziato e diverso. Zinna di Sàgana è facile e difficile nello stesso tempo. Facile perché gli oggetti hanno un’evidenza tutta no-strana, il suono netto e familiare con cui ricorrono nel fraseggio appartiene al comune; difficile perché i sottintesi aprono o determinano distanze vertiginose, il rapporto delle cose con la condizione umana è realizzato con sintesi stringatissima: Zinna si è espresso nella maniera meno verbosa che si sia mai vista in questi ultimi anni.

Prendo, a proposito, in esame Antica lettera (pag. 31), un autentico gioiello di composizione. Apparentemente si tratta di un’esperienza di prosa poetica, in realtà è una misurata forma di lirismo ove il verso cede, ma non del tutto, ad un’estrema tensione liberatoria; la disciplina musicale sorveglia l’intessuto e lo mantiene in bilico tra il residuo strofico e la definitiva frattura, il precipitare nel discorsivo-sperimentale.

Antica lettera

Il mio asteroide brilla in solstizi d’inverno non puoi vederlo nunc et semper cara astrale distanza fra noi.
Io non so più quand’è che brilla il tuo pianeta bevo desolazioni e cerco | di sintonizzarmi come posso | il mio silenzio è chiuso | in un bicchiere. Abito in via Veneto tu in via Sardegna − quattro passi si direbbe − ogni passo un milione soltanto di anni luce. Sono la tua distanza e questo (gelido) vento di dicembre | se ti rapisce angosce delusioni | è canto di fogliame di cicale | triste la notte che | ritorna l'eco.
Mancano valvole antenne manca una rampa di lancio al mio Cape Kennedy esperimento questa memorizzazione tremenda.
Sei la mia distanza. E' il problema se il pensiero la brucia | ridivento eretico in rogo. Ti saluto.

Vi si precisano luoghi e cose: Via Veneto, Via Sardegna, Cape Kennedy; un bicchiere, valvole, antenne, rampa di lancio; il tutto è collegato a due azioni: sintonizzarsi, esperimentare; alla base è poi la condizione fisica determinata dal solstizio d’inverno e dal vento di dicembre, stagione, insomma, negativa; ed affiora anche la condizione morale, tramite il silenzio e l’equivoca definizione di distanza che è astrale e cara nello stesso tempo. Dicevo «affiora», perché si tratta di tenui accenni e manca in tutte le zone del passo una notevole aggettivazione.

Pertanto ecco la stupenda sintesi del poeta: in questa stagione di freddo mi rendo conto che tra le nostre strade, pur vicine (tra via Veneto e via Sardegna a Palermo sono due passi), si è aperta una distanza pari a milioni di anni-luce; se provo delusione per questo e tristezza di ricordi, non posso comunque riagganciarti perché non ho i mezzi (il mio cape Kennedy è sfornito), mi rimane stare al gioco della vita (sintonizzarmi), magari prendendo un bicchiere in mano, pur di fronte alla desolazione del perduto, ed accettare la constatazione d’impotenza (esperimentare questa memorizzazione tremenda); ma per concludere come «senza rancore» con un ti saluto, che è conciliazione con gli uomini e con le forme del destino che loro si appresentano.

C’è, insomma, un tentativo di comunicazione di un sentimento intimamente vissuto nella sua vivezza immediata più che la rievocazione o l’esplicazione di circostanze passate: è il rifiuto dell’attardarsi nella memoria; l’altro personaggio del colloquio non ha determinazione, cioè l’io sta ad esclusivo protagonista; gli oggetti creano essi stessi la condizione di distanza e, anche se provenienti da eclatanti elementi dell’attualità (cape Kennedy), sono piegati a rappresentare l’impossibilità di un rapporto e quindi degli umani rapporti. Su tutto un’attitudine ad «accettare» senza scosse.

Il gioco dell’esistere è in fondo gioco di adattamento, verso il quale l’unica reazione è l’ironia: con ironia tu resisti a momenti improvvisi, la tua operazione consapevole è quella di constatare e circoscrivere le contraddizioni, nel disorganico puoi tentare di sintonizzarti. Questo in sostanza il messaggio di Zinna, in un linguaggio, ripetiamo, raro, fatto di on-deggiamenti ironici e di netti tagli sintetici: linguaggio di richiamo al concreto esclusivo delle cose, pieno di risonanze per merito di una forte, evidente volontà d’incidenza. E per me si tratta di un messaggio di fronte alla cui freschezza, allo stato attuale, ben poche cose reggono il confronto.

Dispiace che le attenzioni su questa poesia non siano ancora adeguate, ma si sa che dappertutto, e specie in Italia, la cultura è per lo più libera di vantare i suoi miti come può e di gestire come crede la sua parzialità.

Elio Giunta, Lucio Zinna e la lezione esemplare di Sagana,
Edizioni del Centro Pitrè, Palermo 1977.

Recensione
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