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Un'esperienza di disagio esistenziale: Lucio Zinna

Palermo - 26 maggio 1998
Palazzo Arcivescovile, Sala Lavitrano

Su alcune recenti riflessioni mi è accaduto di concludere che due sono le tensioni che caratterizzano 1’esistenza: il bisogno di sopravvivenza e il bisogno di felicità; di conseguenza, due sono le possibilità di esprimere la fatica del vivere: quella che rende il dramma della miseria e quella che presuppone il drastico pessimismo per il prevalere dell’infelicità. Questo proprio per la poesia.

Ma c’è anche una terza via che i poeti soprattutto possono percorrere: quella dell’aderenza alla vita, smussandone la drammaticità e che meglio può dirsi saggia consapevolezza del mestiere di vivere. La via di Montale e, dopo di lui, quella di Zinna.

Ci sono anzi delle precise e significative coincidenze tra i due. Montale parla di male di vivere e in un altro assai noto testo “Forse un mattino andando in un’aria di vetro...” rende lo smarrimento per l’improvvisa scoperta del senso di vuoto che si suole accumulare nell’esistenza; Zinna parla anche lui di “verso di vivere” con un distacco che non è certo gioia, e in un altro testo dal titolo appunto All’improvviso, avverte anche lui che un giorno scopriremo il senso del male dell’esistenza, ritrovandoci bloccati a mezza strada come pazzi ubriachi.

E come Montale a quel male oppone come formula salvifica “la divina indifferenza”, che è soprattutto esercizio a sostenere sapientemente la visione del dolore, della coercizione; e come in uno dei suoi ultimi testi, conclude la ricerca della ragione ultima delle cose dichiarando di essersi fatto da ateo credente; così Zinna ci conduce in più testi al motivo dell’accettazione “del giorno come viene”, perché infine “vivere è resurrezione ogni giorno”. Ed in una delle sue ultime composizioni, addirittura ancora edite solo in rivista, finisce per scrivere “Di questa vita che mi fu donata /(… ) ti ringrazio / Signore così della certezza / che quando vorrai ne sarò liberato.”

Dunque l’opera di Zinna va globalmente intesa, come quella di Montale, quale espressione di disagio esistenziale; cioè Zinna è presente nel panorama della poesia d’oggi, per il suo modo di vivere e rendere in versi le difficoltà dello stare sulla terra. Evidentemente è un postmontaliano, ma del resto bisogna prendere atto che, a parte il singolare messaggio umano lirico di Luzi, oggi su questa scia si muove quel poco che di serio si può leggere nel settore poesia.

Però, come è logico quanto comporti di diverso lo scorrere dei decenni, leggere i poeti è sempre coglierne la novità del loro linguaggio.

Pertanto Zinna non è più Montale, viene da lui ma con una sua aggiornata, personalissima cifra stilistica: la sua insularità inimitabile di verbo e di sostanza.

Proviamo a tracciare una sintesi del suo percorso creativo. Ad agevolare il discorso mi pare possibile distinguervi tre fasi:

• La prima, che coincide con le raccolte II filobus dei giorni e Un rapido celiare, sta nel ventennio tra il ‘55 e il ‘74. Vi prevale la memoria dell’infanzia: vi si avverte già matura la dote di osservare il fluire delle vicende del mondo di fronte alle quali è la scelta di fare solo da spettatore, il ritagliarsi poco spazio per urna presenza discreta ma pronta a catturare di quel fluire gli oggetti o gli aspetti minimi nonché assolutamente veri, e che consentono la concreta dimensione dell’essere. La scrittura risulta rifugio e nel contempo celebrazione della marginalità: rifugio nell’area del disincanto, ove l’io instaura un suo singolare rapporto col reale. Mi riferisco a testi ove compaiono la processione, il porto di Mazara, le feste popolari, le macerie della guerra, il portone di valenza proustiana. Ma c’è già una prima rivelazione della condizione esistenziale che regge sottilmente il tutto; soprattutto ove (da leggere All’improvviso) affiora il male a disgregare la pace interiore e si denuncia la crisi del senso di libertà con quel “nostro inspiegabile modo di essere irrequieti”.

• La seconda è la fase di Sagana (‘74-‘76) e di Abbandonare Troia (‘77-‘86). In essa troviamo fattisi decisamente più consistenti i temi della condizione esistenziale, vi si è acuito il senso del male e dell’incongruenza del vivere.

Tali temi vanno così riassunti:
− l’urgenza di partire, pari a quella di restare; il contrasto cioè tra la suggestione del calore del focolare che sa di certezza e l’avventura della fuga: tema questo che particolarmente tormenta l’io del poeta ma che si estende con esso all’avvertimento del dualismo tra due civiltà che parimenti urgono nella propria istintiva inconsapevolezza; quello tra la civiltà europea e quella araba (da leggere Terra d’esordio);
− la ricerca persino affannosa di un fine nel procedere della propria vita e della vita di tutti dove “il male ci persegue da ogni parte disorganico improvviso” e “...su questa nave di corsa – dice ancora il poeta – /ricerco ancora per la mia bandiera / un ragionevole simbolo” (L’estate del bucaniere); mentre proprio per questa ricerca si consolida la essenzialità della parola, che è quanto dire lo scoprire che la poesia è ragione unica e strumento di stare nel mondo. Si legge in una dichiarazione di Zinna che “scrivere è un modo inalienabibile di stare nel mondo” (Centro Pitrè 1986); oltretutto visto che per lui – cito ancora un testo (Se vivere), vivere può essere “un’aggressione di memorie”, può essere “questo mal di male”, attitudine cioè a prediligere il campo del dolore umano;
− infine si avverte anche come ci sia già, specie in Abbandonare Troia, quasi il senso di arrivo ad una posizione di accettazione ben ponderata del procedere della vita (leggi: II bivio), riconoscendo ineludibile l’inafferrabilità del caso, onde derivano, come corollario, e sono nozioni comunque positive, addirittura dei suggerimenti su come disporsi al giuoco di affrontarla. Interessante enumerare in breve tali nozioni:
− imparare a stare ora dentro ora fuori dal “giuoco della controversia” (titolo di Luzi), cioè dai dilemmi concreti della storia, servendosi dell’ironia di cui per fortuna disponiamo;
− ritrovare l’armonia familiare, sia come nostalgia, sia come mito risanatore (vedi II Rosario); − ridursi ad accettare una propria dimensione del vivere che è scansione del tempo in solitudine e raccontare poeticamente gli accadimenti anche minimi come uno “scartabello di attimi invenduti”, un raccogliere sensazioni residue;
− imparare a resistere alle percezioni di un mondo allorché si presenta nemico (Resistenza) con ironia sì, ma anche tentando di accostarsi al mistero della luce (leggi: Astoria 327 ove è scritto: “Rinnovami tu il mistero della luce / la sorpresa consueta dello spiraglio che fora la persiana / il filo d’erba cresciuto sul ciglio di una strada”).

E si osservi come appunto in Abbandonare Troia il piglio espressivo di Zinna abbia raggiunto la sua piena compiutezza: l’ironia si è fatta disinvoltura per una più sicura dose di sapienza acquisita: è il poeta che ormai sa di avere la capacità di vivere pur “trascinando una pena segreta”, stando solitario con gli oggetti che lo circondano, che ci circondano, fornendo essi stessi il suono del disincanto e magari un certo sorriso casereccio.

La terza fase, quella di Bonsai (‘84-‘88) e de La Casarca (‘89-‘92) sembrerebbe non aggiungere molto in quanto a sensi e stile delle precedenti raccolte, invece si tratta di una fase di arricchimento, con testi che contrassegnano meglio i tempi dell’approdo: siamo alla conferma e alla conquista definitiva della peculiare originalità. Qui risulta aumentata la voglia di solitudine perché il disincanto ora è totale, persino l’insularità è vissuta come un privilegio: “Resta un riassegnarsi albe contate a coattive /distanze nell’accettazione del giorno come viene”. E 1’accettazione della propria condizione è talmente sicura e serena che la difesa contro − l’altro sono le ciminiere le strade, i semafori, le kermesse mondane e i sindacati confederali ecc, cioè il marasma del quotidiano − gli consente il lucido sarcasmo. Ma non, si badi, per malevola idiosincrasia, ma per provocatorio appello all’altro che si vede contro perché non sa essere prossimo, in quanto la “prossimità dev’essere corrispondenza, interiore sintonia”. Se non può esserci questo, è meglio chiudersi nella propria arca, innalzare inni solo al proprio universo che sta nelle semplici,umili presenze della propria casa, il vaso di fiori, magari, il gatto.

Tuttavia qui, ove Zinna tende pure la mano per “un possibile gesto di giustizia” e cede ad accostamenti di natura spirituale Versi per una fotografia di Teresa di Lisieux; Per una chiesa di una metropoli del sud, siamo a momenti altissimi di creatività, e la ricerca poetica vale il desiderio di approdo ad un luogo di bontà (La tartana pare strumento per questo passaggio); mentre l’amarezza del male di vivere risulta spesso eclissata da un umorismo persino gioioso.

Ci sarebbe da intrattenersi su come dal privato la poesia di Zinna scatti a digressioni sulle vicende storiche e sulle ingiustizie contro la propria terra (leggi: De rebus Siciliae) e ci sarebbe molto da approfondire sul piano critico con la disamina degli inediti e di quelle composizioni liriche tra storia e mito che egli ha chiamato Minutario postumo. Ma non è questo il luogo per consentirci una analisi esaustiva della presenza di Zinna nel panorama della poesia dei nostri giorni, che comunque di presenza incisiva abbiamo dimostrato che trattasi. Va notato, in ogni caso, come nei suoi testi, dai primi e in tutti quelli delle tre fasi, è riscontrabile una rigorosa unità linguistica con una tipicità caratterizzante: si tratta di un linguaggio che vanta una rapida, assonante e dissonante presa dell’oggetto; che realizza un’abile commistione del reale − uomini e cose − con l’umore che è in lui nei momenti creativi: umore come amarezza, come esercizio del distacco, come ironia.

Dunque poesia dell’oggetto, che è oggetto ora della memoria ora dell’occasione presente che ti cattura: perché è lì, immediata, concreta e decisiva nell’accompagnarti a fare i conti con le spigolature della vita. Infatti la vita per Zinna è da cogliere piuttosto nelle spigolature e il senso del “decisivo” viene dal tono, da una specie di rapimento nella sintesi.

Infine, domandiamoci piuttosto come ci sta questo discorso sul poeta Zinna in questa sede, in questa bella sala ammantata da immagini religiose. Anzitutto, perché parlare di Zinna?

Intanto non credo occorrano ulteriori contributi per sostenere la sua validità come poeta. Sono oltre il centinaio i saggi e i contributi di illustri critici che ne parlano; ma non è male rinfrescare la memoria a chi a Palermo vuol maneggiare i fatti della poesia ed ha il dovere di porre delle serie alternative ai soliti panorami, tronfi e vuoti, della poesia contemporanea che sogliono stamparsi a Milano e dintorni; ed anche suggerire utili confronti a chi tra noi suole scambiare la poesia con gli sfoghi pseudosentimentali dei troppi poetucoli.

Ma c’è una più interessante motivazione. Qui Zinna mi consente di chiarire un concetto: cosa va inteso in fondo per poesia, religiosa. Non dico poesia da religiosi ma poesia religiosa.

Ecco, poiché il divino, il sacro, è schermo ora lontano ora vicino al bisogno di esprimersi del poeta, a seconda delle condizioni della sua coscienza, è religiosa anche solo l’ansia, il sottinteso, con cui la parola del poeta s’impegna nell’insoddisfazione del terreno e riesce perciò protesa all’impalpabile, all’infinito. Ma non è mai dei poeti veri il parlare per gli uomini, al di fuori della lingua concessa agli uomini, lingua del dolore, del male, dell’aspirazione semmai alla salvezza: il loro divino è nella segreta ricerca, cioè Dio per loro è ricerca, è parola detta con pudore da parte di chi avverte soprattutto la durezza di questa terra.

Al poeta tocca soprattutto questa valle di lacrime, ed egli ci sa stare appieno, consapevolmente, come nessun altro. Egli sa che la valle di lacrime è premessa indispensabile ad ogni sincero anelito verso Dio. Un Dio per gli uomini, senza valle di lacrime non esiste.

Dunque il disagio esistenziale del poeta è un modo, proprio attraverso lo spirito alto, di esercitare la parola che suggerisce non l’abiezione ma “il verso di vivere”. Quello saggio. Perciò Zinna.

Quando mi occupai di “Sagana” parlai di lezione esemplare, oggi, e in questa sede, dico che la sua lezione esemplare continua.

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