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Il Guappo nella storia, nell’arte, nel costume

Che gradita sorpresa per un autore trovare sulla sua ‘pagina web’ una fine recensione da una collega a lui sconosciuta! E quanto è accaduto a me con il mio penultimo saggio: Solitaire. Viaggio ‘clandestino’ nell’infinito letterario e umano del Novecento. Perché questa premessa? Desidero sottolineare non solo la cortesia della collega, Monica Florio, ma la sua perizia nel giostrarsi nel mezzo (e a traverso) della congèrie di notizie insolite, non comuni, e d’incontri con personaggi illustri che l’attenta lettrice ha sciorinato nel suo valido scritto.

Nel corso del lungo parlare di libri e del mondo letterario in generale, è fiorito spontaneo il discorso su un suo libro, caro al cuore e chiaro alla mente, dal titolo accattivante e intrigante: Il Guappo nella storia, nell’arte, nel costume  di cui ora mi accingo a stendere qualche nota.

Debbo premettere che, tra la lettura della ‘Prefazione’, a cura dell’amico Ernesto Filoso, e la ‘Introduzione’ dell’Autore, già si colgono i germi che porteranno frutto e che si radicheranno sull’essenza del testo nelle sue componenti sociali, pur se differenziate dal tempo storico e dalle stagioni politiche.

Si tratta, in estrema sintesi, di una ‘summa’ di notizie storiche, di cronaca, di costume, a volte di conoscenza comune tal’altra del tutto eccezionale, su fatti realmente accaduti, di assoluto rigore veritiero che affondano la loro radice in aree di bassa cultura sociale, ambientale e, soprattutto, di costume, ma anche in sacche storiche note per l’asprezza della vita. Storie malavitose si, ma pure sgarri o volontà camorrista di apparente quanto effimera tutela dei diritti altrui, violati impunemente. Violenze e soprusi che si alternano nel tempo, che si compongono e si scompongono, ora in un quadro pseudo idilliaco della vita del ‘guappo’ (nelle sue diversificazioni socioeconomiche) ora nell’immersione in una vita di falso eroismo e di gretta soddisfazione con l’occhio vigile, aperto verso la morte ‘per coltello’, sempre in agguato.

Inutile ripetere fatti di guappi, raccontare storie di camorra o rammemorare nomi che furono celebri nel tempo e che tali restano nelle memorie dei libri, anche se appartengono alla storia sociale di un popolo che possiede, peraltro, altre altissime qualità morali e spirituali per essere ricordato.

Dunque, questo lungo excursus storico, sociale, di fatti (o di storie) violenti e ‘bulleschi’, costituiscono anche un ‘salvifico’ vademecum folcloristico di costume con aspetti deviati sull’ordine e sul rigore morale, che la studiosa Monica Florio ha costruito con rigore e perizia, pietra su pietra, sin dalle fondamenta, per mostrarci non solo l’impianto etico sociale esteriore della figura del ‘guappo’ in generale, ma anche quella interiore e principalmente informarci sul suo mondo che trae origine e respiro dalle antiche corporazioni o associazioni tra il malavitoso e il vanaglorioso diretto a dirimere faccende private, abusi ritenuti tali con finalità benefiche e acquisizione di ‘onore’ e di ‘valentia’ del personaggio nei confronti delle differenti ‘guapperie’ di noto prestigio sociale.

Così, incontriamo nel libro in questione i ‘Compagnoni’, come precursori lontani d’influenza spagnola, i quali manterranno questa matrice durante il regno borbonico tanto che: “…il guappo è considerato un discendente della ‘milizia baronale ladra, disordinata e temeraria per abito” (pag. 6). Sotto il regno d’Italia la camorra prosperante “…divenuta ‘elegante’ era solita prediligere gli ambienti altolocati e i café-chantant per cancellare le umili origini” (pag. 9). Sottolinea ancora Monica Florio: “Al camorrista che ‘stava vicino alle stanze del potere o agli uffici di polizia’ si contrapponeva il guappo rimasto nei vicoli a mantenere l’ordine”. Tramontati i guappi di ‘sciammeria’ di un tempo, nascono e si formano altri personaggi di malavita che per il loro coraggio nel risolvere da soli le loro faccende criminali saranno definiti ‘carta da tressette’.

Ovviamente l’autore non trascura di informarci, con dovizia di particolari, sui dettagli delle voci di rabbia e di violenza dei guappi in azione malavitosa, occupando tutta una sezione del libro per ricordare nomi famosi e fatti salienti, nonché di ritessere le fila dei “Guappi nei ricordi e nelle macchiette di Nicola Maldacea”. Il ‘re’ della macchietta del tempo della ‘Belle Epoque’.

Un interessante capitolo del libro è dedicato agli aneddoti e alle leggende sui guappi. Anche in questa sezione l’indagine del nostro autore è particolareggiata su episodi di dubbia certezza o di inventate valentìe di alcuni guappi ,desiderosi soltanto di entrare a far parte della camorra con i suoi terribili riti (o cerimonie) di iniziazione nei suoi tre gradi, di cui il terzo consisteva nel bere “prima un bicchiere di vino avvelenato e sparandosi un colpo di pistola alla tempia” (pag.37) . E così, di seguito, la nostra Monica Florio ci ricorda come i guappi siano entrati nell’arte, citando a sostegno brani di letteratura: Boccaccio, Basile, Marotta, Ferdinando Russo, ecc. E ancora come la figura del guappo abbia preso piede nella produzione teatrale e cinematografica e in quella della canzone napoletana.

Mi corre l’obbligo di confessare che si tratta di un libro dalla lettura piana, godevole, accattivante, di cui dispiace vederne l’ultima pagina, il glossario delle voci e dei termini napoletani. Allora, non per distrazione, si ricomincia daccapo, si sfoglia il libro lentamente, si rileggono passi e ci si ferma su considerazioni socio ambientali, di costume, di vita, intese come sopraffazione dell’arrogante sul debole, su di chi non ha la forza di opporre una qualsiasi resistenza, in quanto il ‘tarlo’ della violenza è ‘dentro’ di chi la esercita e non ‘fuori’ dalla sua cosciente volontà.

Un raffinato corredo di riproduzioni sul tema, completa questo istruttivo e nobile saggio per cui se ne raccomanda la lettura.
Recensione
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