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Con noi instancabile

Con noi instancabile ripercorre le tappe principali della vita di Gianni Ferraresi, un’esperienza senz’altro fuori del comune: l’incontro con padre Pio, la frequentazione di Carlo Carretto, l’impegno per la formazione del diaconato permanente a Venezia, il contributo alla creazione di gruppi di preghiera.

Ma quella di Ferraresi non è soltanto l’autobiografia di una vita per certi aspetti straordinaria; nelle pagine di questo testo si possono cogliere, attraverso le vicende personali dell’autore, le tensioni che agitano il tempo presente. Ne emerge uno spaccato della nostra epoca. Nel capitolo intitolato “La pillola anticoncezionale”, ad esempio, si delinea la situazione di una Chiesa che deve far i conti, anche al suo interno, con il pensiero contemporaneo e cioè con un pensiero che si presenta come la negazione più perentoria della tradizione e dei suoi valori. Ferraresi prende a prestito la metafora della “liquidità” utilizzata da un noto sociologo e filosofo polacco, Zygmunt Bauman. I fluidi, fa notare Baumann, non conservano mai a lungo la propria forma e sono sempre pronti a cambiarla. Il contemporaneo è appunto caratterizzato da questo processo di liquefazione dei corpi solidi – fuori di metafora: dal tramonto dei valori. Di contro a questo pensiero fluido, Ferraresi propone un modello di esistenza che si sviluppa a partire da una scelta fondamentale che, da ultimo, è la scelta per Gesù.

Ferraresi è padre di quattro figli e nonno di quindici nipoti. Nell’autobiografia i tratti di questa bella famiglia vengono ben delineati. Ma l’intento dell’autore è quello di indicare, proprio attraverso la sua concreta esperienza, un messaggio che vuole essere universale e quindi può rivolgersi a tutti: unum versus alia. Il messaggio è questo: la nostra esistenza è la risultante della libertà dell’uomo e della libertà di Dio che agisce nella storia nei modi più diversi e che, nello specifico dell’esperienza di Gianni Ferraresi, si è fatto presente attraverso la mediazione della mamma di Gesù, la “mamma celeste”. In questo senso nulla accade per caso. Nel testo si trovano espressioni del tipo «Caso volle...», subito corrette con «... ma non fu un caso» (p. 82). C’è un disegno (un senso, una ragione), ci dice Ferraresi, c’è una presenza sorreggente la vita di tutti, una presenza instancabile, che, nell’esperienza del nostro autore, assume immediatamente la forma della Madonna la quale ci sostiene anche quando pensiamo di poterne fare a meno. Non sarebbe una presenza fondamentale se potessimo realmente fare a meno di essa. Possiamo però vivere nell’illusione di poterne fare a meno.

Nelle tappe basilari della sua esperienza, Ferraresi riconosce l’azione costante di un “sorriso accogliente” che sarà “l’ancora”, egli dice, della sua esistenza, il suo punto di riferimento, nonostante le cadute, nonostante gli smarrimenti. La madonna, scrive Ferraresi, «anche nei miei momenti di allontanamento dalla Chiesa, non mi ha mai abbandonato, si è sempre fatta sentire e, piano piano, mi ha portato a Gesù, me l’ha fatto amare e con Lui ho ricevuto lo Spirito Santo che, con la Sua energia misteriosa e potente, mi sospinge dolcemente verso il Padre. [...]. Tutto ciò lo devo all’instancabile azione con la quale Maria cerca di operare su di me» (p. 133) ma poi, si capisce, su ciascuno di noi.

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Apriamo una parentesi e diamo ascolto, per un momento, a quello che dice la fisica contemporanea in una delle sue elaborazioni teoriche più sofisticate, la fisica quantistica. Essa afferma che gli eventi sorgono dal caso: non vi sarebbe alcuna legge immutabile che regola il divenire del mondo in un senso piuttosto che in un altro e il sapere scientifico avrebbe il compito di elaborare le leggi probabilistiche in vista della previsione del caso.

In tale contesto la libertà degli eventi (il loro non dover sottostare ad alcuna legge immutabile) sembra escludere la presenza di un disegno – e quindi anche del “disegno” che Ferraresi riconosce come la trama sorreggente della nostra esistenza. Certo, non è la fisica che può escludere la presenza del Trascendente. Ma è la filosofia contemporanea (nelle sue correnti più significative) che si fa carico di dimostrare l’inesistenza del Trascendente e sarebbe interessante indagare a fondo le ragioni che sostengono tale dimostrazione – il che va ben oltre i limiti di questa presentazione. In ogni caso, i filosofi della scienza sono pressoché concordi su un punto e cioè nel riconoscere che la scienza non è l’immagine vera del mondo, ma un’ipotesi interpretativa della realtà. In quanto ipotesi interpretativa del reale, la scienza è dunque “fede”.

Ebbene, anche la proposta di Ferraresi è una fede, sia pure diversamente configurata: egli sa bene che gli episodi ai quali conferisce un determinato senso (il mese mariano, ad esempio, ricorre nelle tappe principali della sua esistenza: è un caso?) potrebbero essere interpretati diversamente; altre interpretazioni potrebbero essere avanzate, in sé coerenti e quindi ugualmente possibili. Sembra allora che l’autore voglia dire questo: fermo restando che diverse fedi sono possibili (e che la fede religiosa non si contrappone alla scienza ma afferma, su un piano differente, un’eccedenza di senso) si tratta di chiedersi quale tra le possibili ipotesi interpretative del reale, considerato nella sua totalità, sia quella più persuasiva, quella più corrispondente alle esigenze profonde dell’uomo. Inoltre l’ipotesi di Ferraresi, che prevede il concorso di un preciso disegno superiore, non esclude l’esistenza della libertà; al contrario, egli afferma che è proprio la libertà che viene messa in gioco nell’atto di affidarsi a ciò che si crede essere l’origine stessa di ogni senso e di ogni bene, senso e bene che Ferraresi identifica alla “famiglia celeste”.

Per Ferraresi l’esperienza di fede è dunque esperienza di libertà. (Ma anche la persuasione che esista la libertà è una fede). Egli racconta che, in gioventù, gli pareva di affermare la propria libertà quando, ad esempio, limitava la sua presenza a messa perché, si diceva, la messa è cosa che va bene per le donne o per i bambini, o quando, per uscire insieme ad amici e colleghi, saltava la messa della domenica. Ma, proprio in quei momenti, avvertiva che così stava asservendo la libertà ai “si dice”, alle convenzioni... ad un’esistenza in fondo banale, deludendo «Maria e suo figlio Gesù: la mia famiglia celeste che non avevo mai abbandonato e che, soprattutto, non voleva abbandonarmi» (p. 37).

Da quanto precede emerge anche che, se è vero che Con noi instancabile è centrato sulla figura di Maria, tuttavia Maria rinvia al Figlio che, da ultimo, è il fuoco verso cui converge lo slancio dell’autore (Per cogliere appieno la profonda spiritualità di Ferraresi sarebbe bene leggere anche il libro di poesie: E dopo tre giorni, Marcianum Press, Venezia 2010). Inoltre Ferraresi non perde mai di vista che, attraverso Maria, è la Trinità che agisce e che dispensa l’amore instancabile. Di qui l’analogia tra la triade naturale “padre-madre-figlio” e la “Trinità”, la prima essendo immagine della seconda: «Ecco allora che la Sacra Famiglia è divenuta per me come l’icona della Trinità; icona alla quale è chiamata a conformarsi ogni famiglia se vuol vivere la propria vocazione alla santità» (p. 134).

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Nel vissuto di Ferraresi è compreso anche il momento delle tentazioni, del male morale e cioè del peccato. D’altra parte, non è forse vero che, quanto più un uomo è sulla via della santità e della sequela di Cristo, tanto più ha fatto e fa esperienza del male? La santità non è una situazione di innocenza e di purezza che nulla sa del male: di un bambino, che non conosce ancora le insidie del mondo, diciamo che è innocente, non che è santo. Tommaso d’Aquino, nella sua Summa, dedica un capitolo per spiegare che Dio conosce l’abisso del male più di quanto il demonio non conosca se stesso: in qualche modo il male è in Dio, proprio perché del male Dio è la negazione più radicale. Il santo è la persona più vicina al male, non perché in esso sprofondi, ma perché ne è l’antitesi e pertanto deve instaurare con esso un rapporto (di negazione) essenziale. Si pensi a padre Pio e alle sue continue lotte col maligno.

Fermo restando che non tutti siamo santi, chi può dire di non aver fatto esperienza del male morale? Per la via della tentazione istigata dal maligno – che Ferraresi chiama il “nemico”, il “divisore” – è dunque passato anche il nostro autore. Una delle prove più difficili è la storia di un torto subito, in seguito al quale Ferraresi ricorda di aver incominciato a covare dentro di sé, verso l’autore di quel torto, un rancore sempre più forte. Ad un certo punto, egli dice, «io stavo proprio entrando in quella situazione di ossessione e di squilibrio interiore che, se non ti porta ancora a uccidere materialmente una persona, inizia, però, a ucciderla nel tuo cuore» (p. 130).

Ma è proprio quando stava per toccare il fondo che, attraverso la preghiera e l’aiuto di Dio, è riuscito a superare quella condizione. Da allora, continua Ferraresi, «cominciai a lodare il Signore e sentii che il mio cuore era finalmente libero da ogni risentimento. Da allora iniziai ad amare quella persona e anche lui si mostrò sempre più ben disposto nei miei confronti. Quel giorno sperimentai che solo Gesù può aiutarci a sconfiggere il nemico e che solo attraverso la preghiera si raggiunge il dono di saper perdonare e di diventare uomini di pace. Perché non ci può essere pace senza perdono» (p. 131).

Sono molteplici le occasioni in cui Ferraresi ha avvertito la presenza di una potenza tendente a produrre divisioni e a distoglierlo dal cammino di fede che aveva intrapreso, ma sempre, attraverso la ferma determinazione che gli veniva dalla fede in Cristo e attraverso l’aiuto sempre chiesto alla sua “mamma celeste”, le divisioni sono state ricomposte ed è stato sventato ogni rischio di deviare rispetto alla via intrapresa insieme ad altri fratelli e sorelle nella fede. Il “nemico” non ha fatto bene i conti con la forza della fede e con la presenza di altre persone, prime fra tutte, la moglie, che avrebbero dato a Ferraresi la forza di perseverare nel bene.

Il negativo fa irruzione nella vita di Ferraresi non solo come “male morale” e cioè nella forma del peccato – che ha la sua origine non in Dio, ma nel libero arbitrio e cioè nella facoltà in base alla quale la volontà gira le spalle a Dio – ma anche come “male fisico”: anche la malattia fisica si è fatta innanzi, quasi fin da subito nella vita del nostro autore, a causa di una disfunzione dei reni che lo avrebbe portato, nonostante la prescrizione di un ferreo regime alimentare, alla dialisi. In questa situazione di sofferenza, Ferraresi ha fatto l’esperienza di cosa significhi concretamente l’amore come donazione totale di sé. Virginia, la moglie, si è offerta di donargli un rene… e glielo ha donato. Le pagine di Con noi instancabile dedicate alla moglie sono la più bella testimonianza d’amore che una donna potrebbe desiderare.

Infine, il pensiero torna alla “madre celeste”. Notevole è il commento di Ferraresi a quell’episodio del vangelo di Giovanni in cui Gesù, prima di spirare, dice a sua Madre: «Donna, ecco tuo figlio» e a Giovanni: «Ecco tua madre». Scrive Ferraresi: «Giovanni in quel momento, essendo l’unico Apostolo rimasto ai piedi della croce, rappresentava tutta la Chiesa e quindi è come se Gesù avesse detto alla Chiesa di tutti i tempi e quindi anche a noi e quindi anche a me: “La mia mamma diventa la mamma di tutti voi e quindi vi guiderà nel corso della vostra vita terrena per riuscire a portarvi nel cuore della famiglia Trinitaria”» (p. 208). Questa donna, così si chiude l’autobiografia, «mi è stata sempre vicino e lo è tutt’ora, ispirandomi a scrivere questa mia testimonianza per stimolarmi, e stimolare chi mi legge, a cogliere la sua dolce e instancabile presenza nella nostra vita» (p. 209).

Venezia, 21/03/2013

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