Servizi
Contatti

Eventi


Romanzo per la mano sinistra

Le valutazioni che seguono sono quelle di un lettore che, finalmente, non è capitato in un romanzo in cui si leggono amenità del tipo “si alzò dalla sedia sulla quale stava seduto ed andò ad aprire la porta che stava chiusa” né è un libro destinato a durare un tre mesi, il tempo di far ruotare il magazzino della casa editrice. È, invece, un lavoro che metteremo in bell’ordine nello scaffale, tra Manzoni e Balzac o “La Repubblica” di Platone e il “De umbris idearum” di Bruno.

Romanzo per la mano sinistra, altresì, per profondità d’analisi - che talvolta provoca apnee nel lettore - si distacca nettamente da altri di argomento analogo al punto da raggiungere l’esemplarità, direi antropologica, dell’umano. I fatti narrati possono, vichianamente, riferirsi a qualsiasi periodo storico, compreso il nostro. Ad esempio, a Bruno, uno dei protagonisti, càpita da bambino di trasferire nel mondo in cui vive i modelli dell’Iliade, narratagli da una anziana signora che ospita la sua famiglia.

Micheli è agito dal bisogno di verità e la verità, dicono i patafisici, è la più immaginaria delle soluzioni. I due esergo del volume dichiarano, il primo, il bisogno di esprimersi in lingue non ancora conosciute (“non ancora conosciute”, non: “sconosciute”, si sa che esistono ma non si sa dove siano né chi le parlerà); il secondo cita Marx e la sua definizione di libertà come abbandono dei meccanismi di produzione capitalistica. Credo sia evidente che per l’autore le lingue nuove potranno essere parlate da chi riuscirà a liberarsi dalla camicia di forza di relazioni sociali e valori come quelli vissuti nel romanzo e che, in vari modi, ma sempre usando il pretesto della religione, allertano la nostra epoca.

Micheli ci consegna un’opera (intendo il lemma come l’“opus” del muratore) che è un unicum.

Come accade sempre dopo aver finito una lettura, ciascuno cerca i “precedenti”, si compiace di confronti, gioca a “vediamo se è vero”. Io non ho trovato subito modelli per questo romanzo e mi sono scoperto a pensare a Garcìa Marquez per compositio e dispositio degli eventi, sviluppati cinematicamente attraverso storie di storie nel senso che l’autore segue diversi personaggi (quasi li pedina), che qui sono comparse e lì protagonisti. Una metafora abbastanza esplicativa degli intrecci di Micheli potrebbe essere quella delle carte da gioco o di un mandala vivente che, compiuto, dovrà essere distrutto, come è destino dei mandala, dall’atomica. Si potrebbero, cosa che ho fatto, accorpare i momenti che riguardano i personaggi, p.es. Mussolini, e scoprire che la loro sequenza forma, appunto, racconti all’interno del racconto, che il gesto di uno genera conseguenze per la vita di uno sconosciuto.

Il romanzo inizia con i due protagonisti principali mentre visitano la Cappella degli Scrovegni, ciascuno dei cui affreschi può essere una miniatura all’inizio dei capitoli del libro, un momento fotografico rispetto alla cinematica dei fatti narrati. Il passaggio dall’immobilità silente della Cappella al tumultuoso ingresso in medias res del capitolo successivo è un colpo da maestro.

A lettura ultimata di Romanzo per la mano sinistra, ho registrato una profonda dissonanza cognitiva. Mi sono interrogato sul perché di questo fenomeno e cercherò qui di condividerlo.

Vediamo innanzitutto la trama: Bruno, figlio di Stefan Bauer, ebreo moravo, psichiatra, e di Ada Ascarelli, ebrea napoletana, medita su lettere scritte per lui dal padre. La circostanza che Micheli abbia iniziato il romanzo in occasione della nascita del figlio Ernesto è un’ulteriore - e non secondaria - informazione quasi che l’autore abbia concepito il romanzo come un’eredità spirituale per il figlio. Tali lettere si innestano spesso nella trama narrativa; i coniugi Bauer, costretti a peregrinare attraverso vari luoghi e contesti, finiscono per vivere separati, causa anche un certo donchisciottismo di Stefan, e moriranno entrambi: l’una in un campo di concentramento, l’altro, con destino parallelo, in una prigione. Stefan, brillante combattente e pieno di iniziativa, non muore come un eroe, brillando, sia pure nell’esplosione di una granata, ma con un profilo basso: addetto a mansioni di organizzatore e spia in una casa di produzione cinematografica, scompare, anche come comparsa. Stefan è fondamentalmente anarchico ed idealista, è cooptato come infiltrato ora dai russi ora dai tedeschi ora dai fascisti. Partecipa alla Resistenza e finisce per essere guardato con sospetto da tutte le organizzazioni con le quali ha collaborato allo scopo di far sopravvivere la sua famiglia. Il destinatario delle lettere, Bruno - siamo negli anni ’70 -, impugna la P38 consapevole, tra l’altro, che l’epurazione post-bellica operata dalle potenze orientali ed occidentali è stata solo una questione di facciata e che le dinamiche economiche ed imperialiste che diedero origine alle due guerre mondiali persistono, camuffate, per mantenere inalterato il capitalismo, capace di assumere, per sua natura, tutte le forme mimetiche possibili. Bruno, in nome di un principio superiore e accogliendo l’eredità epistolare del padre (conoscere la verità) abbandona la lotta armata e, crediamo, sia lui quello il cui destino è “parlare lingue non ancora conosciute”, vale a dire creare nuovi mondi, lontani dai paesaggi dei genitori in cui domina un gelo itterico.

Le lettere, per inciso, stampate in corsivo, rinviano a un genere letterario e a un autore citato alcune volte e che, presumo, Micheli ha amato: Seneca.

Prima di andare avanti, per dar conto di prospettiva e retrospettiva del romanzo di Micheli, dò una mia testimonianza generata dall’interazione con il libro.

Mio padre partecipò alla guerra d’Africa e combatté ad El Alamein. Negli anni ’70, tra me, studente e saltuario frequentatore di gruppi extraparlamentari, e lui, rimasto fascista, i rapporti erano, ovviamente, molto tesi. Negli anni ’80 discutevo con mia moglie di Kennedy, assassinato, come sappiamo, nel 1963. Una cugina ventenne, che assisteva alla discussione, chiese ex abrupto: “Kennedy? Chi era?”. Rimasi basito. Ciò che per me era ieri (venti anni tra la morte di Kennedy e il 1980) per lei non era neanche una nozione scolastica. Questo episodio mi fece capire mio padre: ciò che io conoscevo solo tramite libri o video, una cosa lontanissima e che non mi riguardava direttamente, per lui era la sua gioventù, passata tra cimici, sabbia, digiuni, gavette sporche e odore di polvere da sparo. Aveva creduto nel fascismo, non so se per fede o per adeguamento (ricordiamo tutti le folle oceaniche che riempivano le piazze) e non se ne distaccava perché per lui la guerra d’Africa era ieri. Per avere una retrospettiva critica avrebbe avuto bisogno di vivere altri cento anni. Parliamo molto dell’era fascista ma dimentichiamo, per fare un altro esempio, che Berlusconi è durato per più di venti anni.

Tutti gli avvenimenti del romanzo di Micheli, dunque, sono avvenuti ieri. E oggi siamo appena ad oggi.

A parte Stefan e Bruno, i personaggi non sono fantasiosi. Ad esempio, la nobile e umanitaria Karolina Lanckoronska, morta a Roma nel 2002. Ada Ascarelli apparteneva alla famiglia del fondatore del “Calcio Napoli”, era laureata in lettere e parlava sei lingue. Anche il marito, Enzo Sereni, era ebreo; entrambi si trasferirono in Israele dove fondarono un kibbuz per aiutare i profughi ebrei a fare ritorno in patria. Suo è il libro “I clandestini del mare” (l’analogia con gli immigrati odierni non è forse casuale). Enzo, come lo Stefan di Romanzo per la mano sinistra, morì per aver voluto partecipare a missioni di guerra contro il nazifascismo.

Per chi non ne sia a conoscenza, informo che il comune di Napoli ha di recente stabilito di dedicare l’attuale Piazzale Tecchio a Giorgio Ascarelli.

Ma mi accorgo che sto tergiversando. Devo rispondere al me lettore in ordine alle cause della dissonanza di cui parlavo. Perché questo fenomeno? Forse la sua causa è la storia narrata? Il periodo in cui avvengono i fatti? I fatti stessi, tra i quali, di provenienza americana, l’eugenetica massificata? Forse l’atteggiamento ragionieristico degli aguzzini, che Hanna Arendt individuò come quello del diligente burocrate Eichmann? Nessuno dei tre motivi mi sembrano sufficienti a creare quel senso di “straniamento”: in fondo, sono abituato a vedere film e documentari dove le atrocità descritte da Micheli sono rendicontate e non mi sono estranee storie analoghe, anche relative al mondo contemporaneo (p.es. Pappagalli verdi di Gino Strada, mine-giocattolo costruite in Italia).

Ed ecco che la frase di Fichte con la quale ho voluto introdurre queste considerazioni diventa molto ambigua. Il filosofo tedesco intendeva dire che è solo frequentando altri uomini che è possibile sviluppare la propria umanità. Ma, considerando il comportamento umano dalla fondazione di Ebla all’attuale New York, forse è meglio non averci tanto a che fare con gli uomini o, conosciuti, meglio starne lontani.

Mi sono accorto che a mano a mano che andavo avanti (ma spesso ritornando indietro) ponevo in secondo piano la storia e che mi interessavano piuttosto le valenze linguistiche, le particolari costruzioni delle frasi, che mi soffermavo sulle descrizioni di paesaggi i quali, mi accorgevo, grazie allo stile antifrastico di Micheli assumevano subito la funzione di simbolo, plurale perché il gelo polacco non è il gelo tedesco. Poco sopra ho usato l’espressione “gelo itterico”; l’ho prelevata, senza saperlo, da Micheli. Ecco: la mia dissonanza era dovuta allo stile di questo autore perché per chi si occupa di fatti estetici non è importante ciò che si dice ma come lo si dice.

Innanzitutto il lessico: rutilante, composito, spesso appartato e, improvvisamente, unheimlich (perturbante), che attinge a un armamentario tecnico-retorico di prim’ordine, con neologismi e illuminazioni che appartengono al Micheli poeta. Carattere di questo stile è l’understatement, la minimizzazione degli effetti caleidoscopici del linguaggio usato: nulla viene evidenziato ma cade nel discorso con naturalezza, quasi sottotono, come un rumore di fondo.

Perché, poi, un romanzo per la mano sinistra? Il richiamo a Ravel e Wittgenstein è normale e crea l’equivalenza: “abilità compositive di Ravel e pianistiche di Paul Wittgenstein = abilità di Micheli”. Ma se si ascolta l’esecuzione del concerto tenendo sott’occhio anche la partitura, si noterà che le nuvole di suoni e gli stormi delle note sul pentagramma, la loro disposizione autoreplicante, sono analoghe alle nuvole e agli stormi sia linguistici che situazionali di Micheli.

Ma cerchiamo di cogliere la motivazione profonda del titolo del romanzo.

In un’intervista ad un suo recensore Micheli collega la “mano sinistra” al tantrismo Tantra, come sappiamo, è “trama”, “ordito”. Nel Tantra il sentiero della mano sinistra persegue la perlustrazione ed evoluzione del sé ed è considerato molto pericoloso. Himmler, lupo-alfa delle teorie naziste, era frequentatore ossessivo di tutto ciò che poteva essere riferito alla razza-radice protoindoeuropea e il Tantra è tra questi. Si ha il sospetto che le mani che massaggiano il suo corpo in un momento del libro appartengano a un maestro di questa disciplina. Destra e sinistra sottintendono, fin da Parmenide e le sue due vie, una modalità polare della mente.

Anche nella cultura ebraica si parla di una via della mano destra e di una della mano sinistra, una dicotomia che rinvia a pratiche di magia bianca e magia nera, le cui radici possono farsi risalire alla Y pitagorica, ben nota a Virgilio, e da lui usata per far scendere Enea negli inferi della memoria e del (non ancora chiamato così) inconscio.

Ora, c’è nel romanzo un passo, un’immagine, un luogo qualsiasi in cui compaiono mano destra e mano sinistra indicanti due diversi mondi, peraltro paralleli, quasi una coincidenza degli opposti?

Si, c’è, e sta proprio all’inizio: sono le mani del Cristo della Cappella degli Scrovegni. Alla destra (nostra sinistra) di Cristo ci sono i santi e i beati, compreso un Giotto-Micheli; a sinistra (nostra destra) sono affrescati, come nello stomaco del Leviatano, il Minosse, i disperati e i dannati. È difficile, a questo punto, non visualizzare il triangolo Cristo-Beati-Dannati deducendo che tutta la storia è nelle mani di Cristo e che lui ne è il demiurgo. Si pongono, qui, anche antiche questioni teologiche. È poi difficile immaginare che alla sinistra del Pantocratore (nostra destra: la specularità è qui importante) non vi sia rappresentata l’Apocalisse: la guerra, l’atomica, la bulimia di vite del nazismo, l’occulto e le sue icone, i suoi vessilli alzati dalle truppe di Himmler e mossi da un vento a 440 hz, la terribile e neurocinetica frequenza usata da Wagner al posto della 432, adiacente all’armonia dell’universo.

La cappella giottesca è il luogo segreto in cui inizia la gestazione del romanzo, una bibbia del secolo breve, i cui episodi funzionano come le storie esemplari affrescate e ne assume il ruolo di ancestre. I proverbi introduttivi di ogni capitolo e che, letti di seguito nell’indice, sono un piccolo “libro dei proverbi”, appaiono come cartigli esplicativi di ogni scena dell’affresco storico, sono le sintesi in forma popolare degli eventi, il modo di pensare di Sancho Panza per il quale il cigno non differisce granché dalla gallina e, anzi, è meno utile di questa.

Romanzo per la mano sinistra agisce all’interno del lettore che è costretto a dialogare con i problemi che pone la lettura costringendolo a porsi la domanda che sempre si è posto e dalla quale è sempre fuggito perché la risposta è pericolosa, proprio come il voler seguire il sentiero della mano sinistra. Proviamoci.

La domanda è “come è potuto succedere tutto questo”?

La prima risposta è che tutto ciò non è successo solo nel ’900 essendo innumerevoli gli episodi e le epoche in cui l’armonia del massacro ha suonato i suoi corni e i suoi tamburi. Lo strano è che tutto ciò è successo in un periodo in cui la tecnica, che qui aprirebbe da sola una discussione, si stava rivolgendo come non mai al proprio apice.

La risposta è “tutto ciò è successo per l’irruzione del sacro”.

Cos’è, allora, il Sacro? Il Sacro non è il “santo”, il “sancito” dopo verifica oggettiva. Il Sacro è l’indifferenziato per la sua polivalenza, per il fatto che non innalza termini di confine ma li abbatte tutti. Il Sacro è furibondo: nemmeno Achille può sfuggirgli. Il Sacro mischia principio razionale di non contraddizione (posso essere fanciullo e barbuto); l’effetto precede la causa e il tempo non ha senso come quello che, avendo senso, si costituisce come storia né avverto quel mutamento dello stato di coscienza che chiamo tempo. Il Sacro è, in sintesi, lo zòon, la vita animale, che afferra nelle sue spire il bìos, la vita intellettiva evolutasi dallo zòon. Ed ecco che, nella dinamica prima-dopo, causa-effetto, ciò che sta a sinistra di Cristo nella Cappella giottesca mi sembra venir prima di quello che sta a destra come, addirittura, fondamento e necessità di Cristo.

Ma dove avviene precisamente e di solito questa confusione? Nel sogno, il grande schermo dell’inconscio che nasconde le sue regole. Le religioni non difendono il Sacro ma, mediante i templi, i canti, i rituali, si difendono dal Sacro, cercano di impedire il contagio del furibondo e della follia che costituisce l’umano (mentre scrivo queste note lo speaker annunzia una nuova forte tensione tra gli USA e la Russia). Sarebbe stato interessante se Micheli ci avesse dato una sinossi del libro mai pubblicato dello psichiatra Stefan, “Psicopatologia individuale del nazionalsocialismo”. Ma, poi, ci accorgiamo che questo libro lo stiamo, in effetti, leggendo ed è il Romanzo per la mano sinistra.

Nel Sacro, dicevamo, tutto è confuso per cui l’uomo difendendosi dalla confusione si difende da sé stesso alzando templi o zone franche che non devono essere violati se non dagli iniziati, per impedire al suo Sacro di uscir fuori dalle porte, creando uno spazio antistante al tempio, “pro-fano”.

Abbiamo, oltre al sogno, esperienza quotidiana del Sacro? Certamente: i bambini come Bruno, cioè i soggetti più vicini alla natura rerum, quelli che organizzano e distruggono continuamente il principio di non contraddizione e di causa ed effetto (gli elementi costitutivi della ragione che ci consentono di intenderci l’un l’altro); o il poeta, puer aeternus che ha scelto come area della propria espressività il terreno di gioco del Sacro ma che ha la capacità di rientrare nei margini che ha dilatato per vedere che c’è oltre il senso comune. Il Sacro è pulsione di morte, istinto che fu osservato da Sabrina Spielrein e che, al solo violarlo, o anche solo pensare di violarlo, pretende l’espiazione fisica. L’armonia di sfaceli è precisamente quella del Sacro.

Le cose che sto cercando di chiarirmi, spesso togliendomi gli occhiali e facendo riposare il libro sulle ginocchia, sono tutte intercettate da Micheli nell’intrecciarsi dei punti di vista di quasi tutti i protagonisti del ’900 e secondo i criteri delle varie discipline da loro praticate o delle azioni compiute o che intuiamo compiranno.

Come e quando è avvenuta questa irruzione? Come mai Himmler si riduce a convocare due veggenti prigioniere in un campo di concentramento allo scopo di assumere informazioni sulle località dove il Duce è tenuto nascosto e la cui morte sarà ritualmente sacrale?

Qualcosa era già nell’aria al tempo di Hölderlin, il folle, quando dice che sono scomparsi gli antichi dei e non si sa quando verranno i nuovi, se verranno. Il folle Nietzsche ha voluto guardare il fondo dell’abisso e ne è stato riguardato come da una Medusa; Madame Blavatsky, che influenzò anche Yeats per il tramite della di lui moglie, gira per il mondo (soprattutto oriente) e fonda nel 1875 la Società Teosofica; nel 1899 Freud pubblica L’interpretazione dei sogni; Gurdjev a inizio secolo suscita un intenso interesse ed ha molti discepoli; è del 1924 il manifesto del surrealismo (o, ambiguamente, surrealista), il suo tentativo di sintetizzare Marx e Freud. Crowley imperversa in tutti gli ambienti colti e si incontra con Pessoa, affascinato e incuriosito dall’occulto; il primo studio di Jung riguarda il paranormale. Le scosse sismiche si fanno più intense in Occidente dopo la rivoluzione del 1917, quasi una reazione dialettica e fisiologica all’ateismo dei sovietici. Il nazismo accoglie dal profondo i movimenti che, in parte, e solo in parte, abbiamo citato e dichiara che dio non è morto, che si è incarnato, che l’uomo è dio, è al di là del bene e del male, dispone a suo piacimento del potere come dio e parla tedesco.

Il lavoro di documentazione da parte di Micheli è quantomeno cospicuo e deve essere durato anni. Lo scr-scr della penna sul foglio o il ticchettìo della tastiera del Pc devono essergli sembrati insopportabili e a metà del libro ha avvertito il bisogno di un “tu”, di qualcuno con il quale condividere il vero e il fatto; questo qualcuno è il lettore, cui l’autore si rivolgerà sempre più spesso.

Romanzo per la mano sinistra ci regala informazioni che non avevamo e invita a un focus su molti aspetti del secolo breve. Ho spesso dovuto approfondire queste informazioni e, per quanto mi riguarda, quella che più mi ha colpito è stato scoprire, rinfrescandomi la memoria su Alicata, che sapevo essere denigratore di Rocco Scotellaro, poeta da me amatissimo, che in questo ostracizzare il poeta lucano era in compagnia di Giorgio Napolitano. Credo che questo possa essere un esempio di partecipazione attiva alla lettura, in simbiosi con l’autore.

Il linguaggio usato è tipico degli anni in questione, non alieno da ghirigori barocchi, spinte e controspinte, dai salamelecchi del galateo delle classi egemoni, la sua retorica.

Ma le doti di Micheli si riscontrano anche nei dettagli: p.es., nel modo locutorio di un tassista romano, la cui parlata è resa ortograficamente in modo impeccabile o nel dialetto, un napoletano dell’entroterra, di un operaio e attivista comunista il cui nome, Genoino, richiama necessariamente quello dell’ispiratore di Masaniello.

Quando ho finito la lettura, superata la dissonanza, ho pensato a un altro libro, La tragedia in corpo, dell’antropologa Letizia Bindi, allieva di Lombardi-Satriani, perché lo zòon del capro, espiatorio, i Bauer o chi per loro, è richiamato alla presenza dalla percussione della mano sinistra sulla pelle caprina del tamburo, che è alla base del ritmo e della coreutica tragica, quando il ghenos del ‘900 è entrato anche nel mio sangue e il cui miasma mi ha contagiato.

Penso adesso di nuovo alla Cappella degli Scrovegni. Che strano, non ci avevo fatto caso: l’opera si chiama “Il Giudizio Universale”. Una premonizione dell’atomica? Prendo una monografia su Giotto e sosto a lungo su Minosse. Mi sembra mi guardi minaccioso, come a dire “verrà anche il tuo turno”; ma so che il mio turno è venuto molte volte, che siamo io i bambini lapidati, la ragazza che a Gaza salva dalle rovine un libro, Caravaggio che scrive il proprio nome nel sangue del Battista. Il libro di Micheli adesso è come la piramide di Tempo dei dejà vu di Remo Bodei.

Ritorno istintivamente a guardare l’affresco degli inferi e ho il sospetto che anche questo mio tornare alla parte sinistra sia una conferma inconscia che il Sacro attrae più del santo e più del santo mi rappresenta.

Sulla copertina del romanzo, un altro affresco - lo si capisce dalle crepe nella pittura. L’artista, Giancarlo Greco ha dipinto la scena che non c’è nella cappella degli Scrovegni: uno dei mostri antropomorfi, come quelli effigiati nella glittica delle cattedrali gotiche, forse un Troll o un Quasimodo, comunque un dèmone, ha appena appeso ad un uncino la carcassa di Prometeo.

Ho l’esigenza di uscire fuori, sul balcone: mi manca l’aria. Procida, Ischia, la doppia stella Diana e un vaporetto che naviga come un giocattolo con le luci accese.

Sulla spiaggia camminano due ombre. Dall’andatura capisco che si tratta di un giovane e di un anziano e, dalla direzione, che si recano a Cuma. “Stanno andando anche loro a interrogare l’oracolo?”, mi chiedo. Il giovane parla al vecchio in modo concitato, come per farsi una ragione di qualcosa. Il vecchio ascolta con la testa bassa, attento (credo) a mettere i piedi sulle impronte millenarie di altri. In mezzo alle posidonie, tartarughe con occhi fosforescenti vengono da un chissà quando sulla sabbia a deporre le uova del taciuto. Un vento cimmerio toglie gli accenti alle parole di quei due. Domani andrò sulla rena a raccoglierli. Il giovane è certamente Stefan, non ho dubbi. L’altro alza indolentemente lo sguardo verso Ecate lunare. Ho capito, è Eschilo: mi rimbomba nel labirinto auricolare la domanda che farà alla pitonessa: “Che c’è di bene? Che c’è privo di male?”.

Recensione
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza