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Quest’ultimo lavoro, All'ombra delle nove lune, è la quarta raccolta di liriche in lingua italiana di Lilia ed è stata edita dalle Edizioni del Leone, con prefazione di Paolo Ruffilli, critico e poeta egli stesso di grande spessore, che definisce quest’ultimo volume il libro della maturità umana ed espressiva di Lilia. Giudizio senza dubbio condivisibile, anche per la complessità del testo stesso.

Giuliano Ladolfi, in un suo saggio intitolato “La poesia al bivio”, edito alcuni anni fa da Rebellato, afferma che la poesia, per essere tale, deve avere una dimensione universale ed una individuale. Ebbene, questa raccolta di liriche di Lilia le comprende entrambe in quanto, la tematica affrontata, quella della violenza sulle donne in ogni luogo del mondo, e purtroppo in ogni tempo, sempre ed ancora molto attuale, le dà una connotazione universale. Ecco perché troviamo, accostati nel libro, ambienti naturali ed anche culturali così diversi tra loro: dal fienile ricco d’effluvi nel maggengo, alle distese battute dal Ghibli, dalla brughiera arrossata dall’erica, all’abbraccio viola di un tramonto sopra i minareti. In ogni luogo, in ogni parte del mondo, quindi, c’è sempre una ragazzina o una donna che subisce l’orrore devastante della violenza.

La dimensione individuale, invece, è data dal modo singolare con cui Lilia affronta tale tematica e le problematiche ad essa connesse di natura morale, fisica, spirituale.

Partendo dal titolo del libro si nota come sia chiara l’allusione al periodo della gravidanza che corrisponde appunto a nove mesi lunari, il tempo che impiega il nostro satellite a fare il giro completo attorno alla terra ma anche, come questa luna, che compie per nove volte il suo mese, simbolo da sempre della femminilità feconda e della vita stessa, sia oscurata dall’ombra: l’ombra crudele della violenza che toglie ogni innocenza, ogni sogno e speranza. Lilia analizza questa tremenda realtà in tutta la sua crudezza, ma lo fa con profonda sensibilità e fierezza di donna.

Singolare è anche la suddivisione di queste sue cinquantatre poesie: le prime nove liriche fanno quasi da prologo, sono un’anticipazione delle successive quarantaquattro, divise in nove gruppi di cinque per ogni mese, (una poesia dedicata al mese lunare, più altre quattro) tranne l’ultimo gruppo composto di una poesia relativa alla nona luna più altre tre.

Noi sappiamo però che quattro più tre fa sette. Questi numeri non sono stati certamente scelti a caso in quanto sia il numero nove, sia il numero sette hanno una valenza simbolica ben precisa.

Il numero nove è in assoluto il più importante e il più significativo di tutti: rappresenta il traguardo finale, poiché è l’ultima cifra e rappresenta il più alto grado della conoscenza. Già nell’antico Egitto esistevano divinità identificate dalla parola "Pesedjet", che significa gruppi di nove. Presso i Cinesi aveva una connotazione sacra (nove erano le cerimonie fondamentali descritte nel Libro dei Riti). Sempre nove sono le sfere della cosmologia medioevale, in contrapposizione ai novi cerchi infernali.

Il numero sette, che ritroviamo più volte anche menzionato all’interno delle singole liriche, (Alba rosa d’oriente, alba dei sette veli… || fiorivo nel cuore sette gigli di campo, inviolata… || mi metterei un bavaglio per rapinare la banca degli addii silenziosamente come fa il gatto sul sette capriola… || il filo delle sette vite…) era considerato dai pitagorici un numero religioso e perfetto; è strettamente collegato all’astronomia, alla scienza, alla magia ed alla musica ( sette note), il settimo giorno della settimana è dedicato a Dio e sette furono i giorni della creazione.

A proposito del contenuto dell’opera, già nella prima lirica, quella di apertura, leggiamo con quale straordinaria partecipazione Lilia si immedesimi nella vicenda narrata tanto che non potrebbe essere maggiore, credo, anche se l’avesse vissuta in prima persona. E’ una lirica, questa, divisa in tre strofe di cui le prime due anticipano la situazione della protagonista prima della violenza, mentre l’ultima denuncia tutto il suo dolore e lo sbigottimento a violenza avvenuta.

Come si può ben capire da questi versi l’altalena, le bambole, la giostra, i voli di farfalle sono tutti termini indicanti l’innocenza, la purezza, la spensieratezza che caratterizzano un tempo ormai passato, quando la protagonista viveva in perfetta sintonia anche con la natura. Nell’ultima strofa invece, relativa al tempo presente, si è spezzata ormai la situazione idilliaca e c’è già tutto lo strazio, l’angoscia per quanto accaduto; ora sono già sovvertiti tutti gli equilibri ed anche la natura si fa partecipe del dramma.

A questo proposito, voglio sottolineare, come ha già fatto anche Ruffilli, la reciproca compenetrazione tra mondo naturale e la realtà umana, che da sempre contraddistingue la poesia di Lilia. Penso che nella produzione poetica regionale possiamo trovare solo un’altra autrice nella cui poesia ci sia questa compenetrazione tra natura e vissuto: la grande e spesso sconosciuta al vasto pubblico Nedda Falzolgher.

Proseguendo nell’analisi delle liriche, esse comprendono versi di grande intensità, dedicati all’innocenza sparita, alla verginità lacerata "Una sera qualunque || ghermita da un ladro alla porta serrata || quasi fosse un diritto di secoli".

Ci sono parole che esprimono tutto il disprezzo per i demoni, (gli uomini violentatori) che hanno osato tanto || che ora brulicano nel cuore || come vermi schifosi.

E non è abbastanza forte "nessun verbo || (anche il potere della parola viene meno) nessuna accusa scagliata || per questa predazione dell’essere. || Donna io. Profanata | quando l’artiglio dell’aquila ha violato || la stella di Venere || accecato di fendente le comete || lacerato i veli della danza".

Già in queste prime nove poesie, il dramma della violenza non rimane solo individuale ma, come già sottolineato, si allarga anche alla natura, addirittura si fa cosmico. C’è un alternarsi d’emozioni ancora nel ricordo del prima a confronto del poi, dopo che la violenza ha gettato la ragazza, la donna in un baratro che sembra senza fine.

Nelle poesie successive ricche di pathos, anche il lettore diventa partecipe del divenire di una nuova vita, di una maternità di cui all’inizio la protagonista non è ancora consapevole ( ancora non so di un fiore sbocciato ) ma che poi, mano a mano che il tempo passa, diventa, come la luna, pienezza gravida || che ondeggia nello squarcio delle nubi.

Ed è nella piena consapevolezza di quanto sta accadendo, tra amore ed odio per i sussulti del grembo, che l’angoscia si alterna alla trepidazione che poi si fa speranza; s’instaura così, con questo nuovo essere che si affaccia alla vita, con questo piccolo, un colloquio pieno di sensibilità, delicatezza e amore: amore per la vita stessa. (Non per niente la dedica che l’autrice fa all’inizio del libro, è proprio alla vita ed ad ogni donna che in essa si rispecchia).

Proprio alla fine del libro, infatti, anche se c’è una sofferenza lacerante per la vita strappata di questo piccolo essere, portata via da braccia di ladra, il dolore diventa elemento di sprone e di riscatto. Dopo aver urlato la sua rabbia e la sua disperazione c’è, da parte della protagonista, un riappropriarsi della fanciullezza, dell’innocenza e degli affetti familiari, grazie anche all’aiuto delle mani callose del padre che riavvicinano ancora una volta alla simbiosi, all’armonia iniziale con la natura.

Ritroviamo quindi l’altalena, la bambola, le ciabattine del piatto farinoso della Santa del 13 dicembre.

C’è ancora un importante particolare della poesia di Lilia Slomp Ferrari in questa raccolta, che voglio rilevare: l’uso del simbolismo, fatto di molte metafore, alcune delle quali sono ripetute più e più volte.

artiglio e velo il colore rosso fiore
Alba rosa dei sette veli, artigli le mani. Serro le gambe nel tremore di un altro rossore d’alba Ancora non so di un fiore sbocciato
Velo rotto dagli artigli Mi hanno presa nel sogno di un campo nel lampo che squarcia i velari e tinge il greto di rosso Fiore perfetto dell’imperfezione
L’artiglio dell’aquila
Lacerati i veli
Questo squarcio di rosso mi condanna al diniego totale dell’amore Fiorisco come boccio violentato | dalla picchiata folle dell’insetto

Dove il velo è il simbolo della verginità, l’artiglio quello della violenza, il rosso, quello della verginità rubata, lacerata ( messo in risalto anche dall’indovinato, efficacissimo quadro di copertina di Daniela Ferrari) ed il fiore quello del grembo e del piccolo che è nel grembo.

Sono iterazioni delle quali non sempre ci si accorge ad una prima, superficiale lettura, ma che hanno però una grande importanza, un valore quasi subliminale e, soprattutto, sono state usate da Lilia con uno scopo ben preciso, perché nella ripetitività sta la ritualità e nella ritualità la sacralità.

Sacralità che, in questa raccolta, troviamo in ogni lirica, proprio per riscattare un atto di violenza che profana quanto di più sacro ci possa essere: la dignità della donna, che poi è la dignità della vita stessa, l’essenza dell’umanità.

13 gennaio 2006

Recensione
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