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Nativa con-sonanza di due ‘a-solo’, dove ognuna ‘da sola’ si cerca ri-conoscendosi nella responsorialità delle singole, salienti note elettiva-mente orchestrate nella sintonica armonia d’uno stesso, con-versato florilegio, questo sororale “Contrappunto” di Mariagrazia Carraroli e Patrizia Fanelli, la cui rispettiva, esercitata, raffinata ed apprezzata sapienza poetica ri-conduce la seduttiva verticalità della parola al suo fossile ‘verbum’: simbolico zenith radiante di fascinose testimonianze, propulsivamente attente e intente a con-porre e pro-porre un doppio offertorio versale, “abitato da antiche”, comuni, spesso sofferte, stonate “presenze”, ri-accese, assaporate, intonate, raccontate e cantate insieme per dimenticare infantili inferni/inverni inflitti dal “sangue affine” di un matrigno “utero ingiusto” (Mg.C.), “cancellandone le voci” (P.F.) là dove “più lontano s’invera l’approdo” (Mg.C.) in quella condisiva “officina di parole” – “giostra di suoni e di silenzi” – (P.F.) in cui ri-partorirsi fino alla “completa guarigione” “a quattro mani” nell’”uno più uno” dell’amore che “è uguale sempre a uno”(Mg.C.). “Insperata vertigine”, vibrante, nutriente e confluente in “linfa d’ali”, essa tra-scorre “senza inciampi” (P.F.) con la persistente e trasparente, rotonda “sapienza della luna” (Mg.C.): femminile sapienza che “assicura tenuta e limita l’attrito” (P.F.), allontanando anche la lunga, pregressa ‘odissea di rancore’ d’un tempo già vicinal-mente condiviso dalle due co-autrici ognun da sé, nell’ubiquo, speculare riflesso d’una sorgiva, consonante, sorprendente reciprocità ideale/relazionale.

Ed è infatti il ‘femminile doppio’ di quella rotonda, vocata ed e-vocativa sapienziale attitudine al per-sistere, il fondante fondale d’una omologa, infantile, fiduciosa/paurosa innocenza che, causa del “disastro | disgrazia punizione”dovuto al “fatale cedimento” di quello specchio sopra il lavandino” ove – “bilico di gambe | torto collo” – inerpicarsi “nel “timore di esistere soltanto | nell’attimo riflesso speculare” (come Mariagrazia che si rifugiava, “vestito fra vestiti” dentro la “parete guardaroba”, o come Patrizia, “nei libri pareti di carta”) ”fa rotta verso l’isola dei sogni, l’isola dei dimenticati” per accorgersi di sè ed essere “da tutti ricercata”, intra-vedendo quel ‘sé’ “più su del suo naso”, dentro il “tascapane” della poesia: “dolcissima carezza del pensiero | nel più tenero verde”, ove scoprir-si ed essere scoperte, allora come ora, e dunque “come una volta per essere ancora”…”(P.F.) ri-con-ponendo l’integrità/verità dell’ essenza identitaria, “scalata”, “scissa sbriciolata” nelle schegge acuminate di quell’emblematico specchio esploso, maieutica-mente attirandole dalla rovinosa “calata nell’abisso” verso l’affondo/approdo del mutamento di tutti quei frammenti sparpagliati – “fantasmi | appesi ad una gruccia della mente”, “sabbia che scivola | via dalle mani” – nella “cara possibilità” (P.F.) di intendersi, consapevolmente sorprendendo-si “al caldo | delle storie scambiate | con pudore”. “Trama sottile sfibrata dai venti | voce strappata anche nel nome”, detto “in un soffio” e “intero” – così come lo scrive, e ri-vendica, Mariagrazia C. – in quella ri-trovata, ri-conosciuta e ri-tramata appartenenza d’anima s’annida, e s’annuda, con-temperandosi e con-solidandosi nel conforto del mutuo confronto, la contànime volontà di andare, ascoltare, ri-ordinare, e raccontare per r-accogliere, dall’”angolo più segreto” della mente del cuore, tutta la feroce innocenza del battesimo di dolore attraversato, subìto e trascorso nella caleidoscopica sinestesia di “colori e farfalle | felci e maremoti” d’una comune infanzia ancora più matrigna perchè “lesa” da “utero ingiusto” di “sangue affine”. Nell’andirivieni dei ricordi del comune abbandono all’orfanezza più feroce, nella deprivazione della condizione filiale, quella deprivazione si mantiene sempre “a galla” per non affondare insieme all’inverno/inferno del suo greve ingombro, per sollevarsi, ri-salire, ri-sanata, e consolata “nell’eco evocata” “oltre il suo sale”(Mg.C.), nella de-tesa e de-tersa quietudine dell’anima, placata e r-accolta nel poetico “contrappunto” di queste due “libere voci di donna”. “Artiste quasi per sfida”, esse cantano insieme, ciascuna “a suo modo la vita” (P.F.) per ri-accendere “da ceste diverse | duale”, ma capace “di piantar profondo” quel “non ancora”che – liberato all’unisono nel viaggio di ritorno “che punta sicuro | verso la stella polare” – si ri-posa in “qualcosa di sognato”, ri-svelando “nel chiaro di qualcuno”, quei “luoghi smemorati” dove “il dolore rema | più lontano” ed “invera l’approdo”(Mg.C.): luoghi “mescolati ai toni dell’umore”, vagheggiati e forse mai lasciati, ancora in “lunga attesa” di quel “lunghissimo abbraccio” là dove – “mandala a quattro lati” – le strade della singola, avvelenata solitudine si sono incontrate e ri-conosciute, con-vergendo incrociate di teso e terso stupore con la voce ed “il valore del silenzio” nell’urna trasparente della poesia, custode dell’intimo “segreto | affondato lontano | dove i succhi sono profondi” (Mg.C.) , a mutare l’amaro veleno assunto nei “muri di guerra” della domestica prigionia, in fragrante farina, setacciata, lavorata e trasformata in “lievito buono” “in liberi intrecci che sanno di pane” (P.F.), ‘con-serbato’ per “l’ ultimo boccone”, “il più geloso” (Mg.C.). E’ da quel “boccone” che spunteranno infatti “germogli | liberi di vegetare” e ramificare “a quattro mani”, “stretta nella mano”la volontà di ri-partorir-si, nuotando “come una manta che percorre strade d’acqua”(P.F.), nell’immersione animica/amniotica in quel “marespecchio maremadre” che chiama e con-fonde nel con-senso la ri-composizione dell’”essenza da trovare”: la ricomposizione identitaria di quella infranta, franata, condizione femminile che,“calata nell’abisso” (Mg.C.) , ri-emerge dalle alitanti, volteggianti maree della reciproca auscultazione, nella umbratile fossilità di tutte quelle ri-nate e rimate ragioni “che non accettano modelli e | vogliono capire | e andare al fondo delle cose” per recuperar-si specchiate “nel guscio dei resti” (P.F.),allontanati ma ri-con-seguiti “senza chiedere perché”. In quel mutevole, mutuo, mistico volto della vita “i due fiumi” vitali di Mg.C. e P.F. “s’accostano di nuovo paralleli | fanno curve a dispetto, volute | di sorrisi, talvolta | scorrono” e “si nutrono di versi” in cui tutto il resto di quei poveri resti in brandelli tra-scolora, lasciando cadere “goccia a goccia il dolceamaro | succo del vivere” (P.F.) pronto a fecondare il reciproco offertorio di “germogli nuovi” (Mg.C.) preparati e riparati “remando | verso” quel porto di pace dove infine si dice insieme ‘si alla vita’, corrispondendo anche e fino alla morte con l’ infinita apertura del suo in-definito tracciato, là dove “si sgretolano | le pareti”(P.F.) e, non più inerte e inerme prigioniera la “mano presto avrà altre dita | da stringere come da bambina | con la nuova compagna di giochi”, per seminare insieme “la voglia di fare e di filare” (Mg.C.) tracciando e rinnovando in “gesti sempre uguali” “in forma di parole” quel disegno che “non è mai com’era ieri” (Mg.C.).

In questa con-versale rapsodia orchestrata come un salmodiante “contrappunto” di vocalità/identità a confronto nella responsoriale consonanza visceralmente empatica, intellettivamente indagata e confortata e poeticamente agita e ostesa, la musicale chiave di lettura pare a me anche strumentalmente percepibile come reciprocità di congettura che con-pone la volontà di ri-partire, dopo avere propositivamente ‘apposto il punto’, per andare insieme ‘incontro’ a tutti i “contro” subiti/inflitti nell’esperimentazione relazionale della vita. Ri-tornando con la sofferta primavera d’una matura carità a quell’’a-capo’in cui il corpo a corpo d’ogni consapevole contraddizione si de-canta e con-verte nella ‘dizione dell’anima’, l’ e-vocativa vocazione idem-titaria di Mg.C. e P.F. si ri-compone riconoscendo ed a-solvendo, nel riscatto della primigenia innocenza “abitata da antiche presenze”, quel “piccolo morso d’azzurro” ri-trovato nell’ab-dizione e abdicazione poetica, cui “basta il La” “d’assaporare piano” (Mg.C.) per donare e ricevere ancora canzoni intatte di sogni “tornati dal fango | con voce che ancora s’accende” (P.F.“), accettando teneramente di essere “al riparo dal gelo | della vecchiaia e della morte” in “sussurri e giochi di mani | dolci baci infiniti che cancellano | il tempo”(P.F.) e “fino a completa guarigione” (Mg.C.)mettono radici senza tempo.

La consistente leggerezza delle sapienti, insinuanti, con-senzienti immagini di Luciano Ricci, prelude e accompagna, allude e ri-evoca testimoniando, attraverso la metaforica scansione dei multànimi modi e toni, l’armonioso spessore della dualità testuale di questo contra(p) punto, a sottendere/esaltare, per contra(p)posto accordo, le salienti di-versità della reciproca partitura esperienziale/emozionale delle autrici, con-fluenti nell’intensa intesa tematica, orchestrata dalla poesia.

Recensione
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