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Invitando con il monito/memento della poundiana citazione a percepire, accogliere e seguitare nell’urna silenziosa della mente l’eredità intangibile di ciò che si è amato ‘per davvero’ e ‘per intero’, Ruffilli ci inizia alla in-progressiva gradualità del coincidente percorso/passaggio poetico/poietico dentro gli agonici gironi attraverso i quali una giovane vita – una vita “lercia”, scellerata, “affogata” nelle secche del sirenide, incanto/insulto della droga – discende là, dove l’”andatura intermittente” della vita in-finita la sua “misura finita” nel battesimo della morte: “lato e dato umano della storia” del mondo, che di ogni storia al mondo è “vuoto” e “pieno”, “polo e calamita”, “base e piedistallo”, “pedana e trampolino”, recto e verso, ab e ad d’una “realtà incoerente” di ‘opposti indefiniti’ immanenti e per-manenti nel transito d’una stessa costante sinestesi. Mantenendo coniugato nell’‘atto unico’ della mutua, immutabile sua apparente contraddizione/migrazione, la in- potenza di un atto sempre potente perchè sempre in atto, la cosmica legge dell’‘eterno ritorno’ pro-cede, dis-toglie, ri-con-pone e pro-pone ogni volta dalla luttuosa fossa dei carnati, ceduti, dis-soluti confini, la con-sustanziale eredità dello spirito, che a-solve, ri-solve e ri-sorge quella drammatica eredità nell’oscuro nitore di una idemtica, gioiosa, abbagliante condizione, transeunte nell’oltranza del tempo.

Per attrarci dentro “la verità” della asseverazione poundiana, il poeta subito l’accosta e la invera con la pietà del pensare, affidandola all’accorata, testimoniale denuncia della figlia – cui il libro è dedicato, insieme “a tutti i figli del mondo” – per invocare il “rispetto” della “dignità della vita”, e qui di una vita scalata à rebours, “a forza di salire” nella passione della discesa, attraverso le bukowskiane, dodecafoniche ‘scale che portano dentro’, verso il ‘tace’di un rosario vitale sgranato, affiocato, logorato dal “delitto atroce” di quel morbo generato da “una colpa vaga/di slancio e delusione/frutto dell’età/e per la confusione di parti e di obbiettivi”; un morbo che “non è per niente “piaga biblica/non è la punizione/per i mali del mondo/non è un castigo”, ma una “cappa nera”, “un’offesa alle persone”, comminata da una indifferente, lucreziana natura: “piena che porta”, “onda che prende/che piomba e dilaga/che versa che fonde/che spande che/dissipa avvolge”, e che prorogando “ancora per chissà quale estensione”, prepotente sale, gonfia, affanna e azzanna, per pre-disporre “ognuna/ delle parti peste” di un corpo già aperto e tumefatto – già sradicato “dalla sua falda” – all’uscita dal carnale “involto”, abbandonato “chissà dove”, “in balia del niente” in quell’Altrove dove il buio abbaglia “dentro il rovescio della sua medaglia”.

Come novello nocchiero nella “gran tempesta” della sconvolta attualità di quella vita, sprecata, abbattuta/attuata mentre pescava ‘a ingordi sensi’ nel “cesto pieno” di una incosciente, delirante, frenetica e sfrenata giovinezza – una giovinezza “inascoltata”, cresciuta come “geiger, soffione/boracifero” dall’ombra feroce dell’infantile dubbio di non essere all’altezza dei desideri dei genitori, ognun per sé distanti, impazienti, tolleranti nel non “dirsi mai quello che conta” e solerti a provvedere a tutti i suoi “desideri” senza mai con-sentire con il suo affettivo bisogno/sogno d’essere ri-conosciuto “figlio” oltre “l’opinione” e l’approvazione – virgilianamente Ruffilli ci guida, nel solfeggiante, incalzante “moto andante” di versi orditi e battuti sempre sottovoce, con la nervida costanza del mare che ordina in fluente fissità il caos innervato dalle sue ritornanti maree, verso la quete de “la fonte, la fessura” di quell’irta, urente giovinezza, all’erta della fine per a-solverne, di-scenderne e dis-solverne il lutto nella occulta coalescenza di una gioiosa resurrezione.

Singolarmente attuali e plurali gli stimoli forniti ed espunti dalla fitta rete intrecciata da gli atti/fatti delle plurime relazioni quotidiane, orchestrati in questo requiem di poesia ordita e s-partita come un salmo responsoriale, nell’antimelodica, tecnica compiutezza della sua civile, tersa e tesa didattica maturità morale, sempre sostenuta in quella ‘massima distanza dalla retorica’ (come invocava, appunto, Pound), affidata e trasmessa dal solidale confronto/conforto delle voci che si alternano nel rito di un cordoglio “senza orgoglio”, per accompagnare e rendere “rispetto” e “dignità” alla detumescente e putrescente consumazione di quel solitario, esclusivo, irrefrenabile ad-divenire, attraverso la drammatica, “lenta discesa/a spirale”, “verso l’oblio”della battesimale dismissione “senza appello” della sua già compulsiva/compulsata antologia vitale, logorata, deturpata, dilaniata, e ripudiata in “vergogna e disonore”. Plurali, dicevo, gli stimoli a Ruffilli ostesi dalle astanti istanze della opulenta vuotezza relazionale, attratti e denunciati nel magnetico, sincopato, contratto registro di questa corale ed accorata sinfonia, magistralmente orchestrata ed ordinata nella scabra, prosciugata, ‘liminare’ misura del suo contrastivo dettato, fluente e cogente in dodecafonica armonia, dove non c’è mai niente di più – come diceva Ortega y Gasset – di ‘tutto quel che è necessario alla bellezza’; rastremata, armonia, a pieni versi profusa nel necessario, de-cantato, oggettivato distacco dalla de-sacrata e dissacrata materia mise en scène in questo atto/accadimento unico d’amore e di dolore, dove quella materia è rappresentata, ri-consacrata e restituita all’integrum dello spirito dall’unicità irripetibile dell’arte, singolare, testimoniale, simbolico, intangibile segno per tangere, attingere e con-dividere l’alchemico, iniziatico senso occulto nel divenire di un unico ex-sistere: c’è la distrazione/distruzione dei legami familiari, dissolti in frettolosi rapporti ‘ognun per sé’ avviati sullo scivolo di una inavvertita, supina, connivente indifferenza (la cioraniana ‘irreprensibilità’) verso il pozzo della definitiva, solitaria, irrimediabile perdizione; c’è la sublime mise en abime della irrefutabile ed incolmabile, fisicale distanza d’anima fra il primattore (“a pezzi e a morsi” esiliato, esautorato ed escluso “dal contesto naturale”della vita) ed il coro dei suoi custodi, comparse attente e intente a mentire e con-patire per amore, con-vivendo ‘accanto’, “dovunque ognuno vuole”, ma comunque e sempre ‘fuori’ da quella vita limitata, deprivata e depredata ‘da dentro’ a loro affidata, e da loro generosamente accudita e rincuorata ‘dalla’ consolatoria condizione della separazione/esclusione (la siepe di Leopardi, la tigre di Blacke, la spiaggia di Lucrezio…) nel di-stacco della salvifica distanza di sicurezza dall’irreparabile naufragio, che si consuma così ‘vicinalmente’, epperò al largo’; c’è il vibrante ripudio della “moderna morte/occultata depurata/dalla decomposizione/resa esterna finita/sigillata in ospedale”, senza puzzo né rumore/per terrore cancellata/dai discorsi bandita/esiliata sospesa/camuffata tolta di mezzo/per interesse di bottega/privata di valore/eppure lì presente/oltre la pretesa/sua smentita” per opporre “la possente/interna sua deflagrazione”, là dove naturaliter l’irrequieto, umano mistero della persona de-fluendo con-fluisce e tace nel sazio silenzio della sua conseguita natura d’amore, naturans in agostiniana distensione d’anima. E c’è, sopra tutto, a governare e reggere il logoico, raffinato ed affinato sincretismo testuale, l’umbratile sostanza di multidisciplinari salienze, riconoscibilmente sottese nel lavorìo necessario a rendere unica e riconoscibile quest’opera di alta poesia: un underground di giacimenti culturali in saldo possesso dell’Autore, elaborato sempre nell’esercizio del damasiano ‘I fill, therefore I am’ in cui pensare e sentire, mente/corpo, materia/spirito sono con-sustanziate logos e sarx, causa e cosa, atto ed effetto di una stessa res, spinozianamente cogitans ed extensa, trasmigrante nel con-vergente avvicendarsi in quell’unica, de-tesa dimensione d’anima.

Nella nostra epoca di estenuato, anestetizzato presenzialismo di ‘solitari di massa’, dove la ‘caccia agli spiriti’ è stata anabolizzata e globalizzata nella ‘caccia allo spirito’, e dove la poesia troppo spesso è solo c.d., affidata e confinata com’è nella consolatoria, terapeutica ri-fulgenza dell’attimo fuggente nel raptus lirico/emotivo di un abusato solipsistico ‘percettivismo’ magro di significanti/significati, la sommessa potenza di questa rapsodica passione/passaggio in morte per aids costituisce e costruisce un luminante “polo positivo” nella sua dolente, salmodiante nostalgia metafisica che, scabramente elegiaca nella quasi scontrosa vena sentimentale, rivela, rappresenta, e cantando ri-conosce e ri-consacra gli aspetti in margine, non omologati, quindi e-marginati, vilipesi e/o ignorati e/o rifiutati dall’attuale contesto socio-relazionale-produttivo, che proprio da quel contesto eppure scaturiscono e si ri-producono in una infame, ininterrotta coazione a ripeter(si). Espressi e de-tersi nella implosivi, estetica disestesia della musicale modulazione, affidata al continuum dell’alternarsi sapiente delle pause ad in-seguire e scandire il dolorante fremere del nervato ritmo, i versi di Ruffilli si caratterizzano ‘da subito’ nella loro esclusiva ‘riconoscibilità’ anche per il doppio rapporto fra la loro volontà di denuncia, sempre adombrata ‘in tempra tesa’ nell’estrema, univoca purezza della resa espressiva/verbale, e l’armonia di quell’ardita musicalità, che risuona dalla solida partitura delle variegate, raffinate risorse metriche come leit-motiv dell’infinito itinerario dei sensi alla ricerca del Senso, deprivato e co-stretto nelle bende della cieca – e bieca – umana condizione.

Ascoltando per vedere, e credendo nel sentire per tutto quello che non vede, Ruffilli a-trae, de-cifra e ri-con-pone quella “spuria”, decomposta, “appestata” agonia, reggendola e sollevandola “nel suo precipitare” “di là/oltre il fosso grigio/del nostro disamore” per seguirla nell’ardua, planare risalita “dal fondo dell’abisso ” fin “dentro il giardino/nel retro del mondo”, verso “un altro/modo di sentire”: quello del modo/mondo della poesia , essenziale, nudo, significale segno in-vestito ‘di’ quel Senso, e senza alcun “forse”, “pur sempre” “sempre e comunque/quello che rimane” all’umano esperimento della vita, affrancata, salvata, ri-animata dal gioioso atto/ lutto della morte, senza la quale al mondo “non ci sarebbe niente/né società né storia/non l’avvenire/e neppure la speranza”. Su su, nella prospettiva ribaltata, dove il varco del morire è “fessura aperta verso l’impensato”, “gioco differenza e identità” “nella scoperta /che il mondo noto/non è affatto l’unica realtà “, “ma passo lungo” che “avanza dal passato” di un immenso, laetificante “fiume d’energia/che spande e che riversa/oltre le porte/l’eterno nel presente”, ri-usciamo con questa rigorosa e religiosa celebrazione poetica di Ruffilli, ‘a riveder le stelle’, “oltre la sfida finale/e la battaglia persa”, ri-congiunti “nel mare di dolcezza” in cui il sepolcro della frale, carnale cecità/reità è scoperchiato nell’abbagliante evento della resurrezione: avvento che prepara, sboccia e cresce quella gioia appena “nata dallo stimolo del lutto”, maturandola nella condanna “ad essere vissuta” nel da-venire della consumazione dentro un altro “lutto/pungolo/che incalza e spinge” per rendere un’altra volta all’”altra faccia” in ombra della trasmigrante fissità del perenne, cosmico avvicendamento, la sua intangibile “sagoma intera”, dove l’anima “magari” – e davvero – non lo sa, ma “è immortale”.

Recensione
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