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Ho accolto nelle segrete del cuore, là dove batte e osa ardito e ardente il consenso della mente, questa magnifica oper-azione di poesia testimoniale, sintomatico simbolo e segno di quella civiltà della cultura ‘idemtificata’ nell’attenzione e nella cura che acclara, rendendo immagine di voce e croce ad un’altra ‘shoah’: una ‘shoah’ parallela, altrettanto lucida e tragica, lungamente protratta e ignorata perché complicemente nascosta e perpetrata nella criminale consumazione degli italici lager manicomiali contro gli ‘ultimi’, quelli che ostano alla ordinaria e ordinata rappresentazione socio-economica del potere politico nella dis-senziente stra-ordinarietà della follia, dis-utile, scomodo segno di una stessa umanità diversa-mente professata, alla quale è denegato ogni diritto di espressione e comparizione ma solo inferto il dovere della crocifissione all’assenza.

La complementare solidarietà creativa ha condotto due artisti di preclari meriti, superiori alla pur larga fama, Mariagrazia Carraroli e Luciano Ricci – nella vita congiunti per amore e nell’amore per l’arte – a rappresentare rispettivamente nel testo poetico e nelle speculari immagini fotografiche di questo atto unico di corale classicità, la tragica commedia di una delle tante vittime esiliate, murate e ‘silenziate’ nella loro incauta, indecente, saettante follia nell’olocausto psichiatrico imposto dalla dis-umanità istituzionalizzata al miglior fine di reprimere e occludere, violentando con sciente prepotenza di brutali contenzioni e costrizioni (camicie di forza, “shock elettrici e docce sciabolate”), proprio l’inerme, infermo esercito dei tanti ‘non possidenti’ idonea condizione ‘psicosocioeconomica’ per ostare, ribellarsi, denunciare: quell’ incolpevole esercito di “morti viventi” che, sbandato al bando, possiede soltanto la libertà del proprio “elettrico sacro nobiliare pensiero”, e nemmeno lo sa.

“Quattro volte matto”, N.O.F.4 – Nannetti Oreste Fernando, recluso cronico nel braccio IV del manicomio volterrano – quella libertà denegata, mai rinnegata, caparbiamente espia e affida, ribadita e attuata nell’invasiva evasione del suo “giornale di bordo”, graffi(a)to in 16 annate di compulsiva conversione terapeutica nel “recinto/della rabbia tranquillante” d’una ‘tavola/fabula’ di 182 metri di muro, per 60 d’altezza scorticato e sfregiato da un costante, usurante ‘lavoro di fibbie’: “le fibbie dei panciotti”, le “sessanta fibbie” consumate, puntate e puntute come acciaiati bulini, per disseminare e scolpire a perdifiato “a graffi muti” sulla pelle piagata del “muro specchio”, quegli “anni calcinati/vissuti due volte” nel ferino furore della dissennata pronuncia e denuncia della sua persona deprivata di storia e memoria, reclamando – senza giammai impetrare con vani “sacrifici di parole” – ascolto, accoglienza e presenza per urlare “io ci sono” e continuo a “restare vivo” nella “mese ricodia” tra-scritta su quello stesso muro dal “galeotto” successivo come scorticato, sgangherato “sberleffo, sberla, leffo” per irridere – ché “ridere non sa” – i “savi e benpensanti” organici alla cainità della storia, sempre in corso nella diffidente, violenta indifferenza delle oligarchiche gerarchie dei ‘poteri’ socialmente strutturati, “dove gli altri si fanno sempre più ignoti sui fondi intonacati”.

Infatti l’innominato Oreste Fernando – alla cui individuazione basta N.O.F.4, l’emblematica sigla da lui stesso coniata quasi distintivo sigillo della sua ir-riconoscibile restrizione nel recinto manicomiale – non ha bisogno di dare corpo alle parole: le parole primigenie, plettriche e sismiche, magnetiche e magmatiche che, compresse e represse, premono e bollono, ribollono e s’incendiano, montando e deflagrando dall’eruttivo cratere “dov’è sepolta la mente” nella testimoniale colata di quella allucinata, allucinante sciara lunga 16 anni, dove vorticando tracimano renitenti, impudenti, sconvenienti in ‘manu-fatto canto di fibbia’ fino a raggiungere, incoercibili e irraggiungibili, l’aria, la luce e la quiete delle vergini, vertiginose vette dove “il nido del cuculo” della follia le aspetta per accoglierle, custodirle e partorirle intatte, senza il forcipe del Serenase, per “far volare nel vuoto/le sbarre crocifisse d’ospedale” e “congiungere il chiaro all’altra luce” della sua impenetrabile “foresta di stelle”, “impastata di loro”.

Questa nuova, esemplare oper-azione di civiltà e umanità poetica di Mariagrazia Carraroli costituisce un testimoniale, solidale sintomo e simbolo di quella responsabile responsorialità che rivolge le maieutiche attenzioni e intenzioni culturali per de-nunciare e rendere grazia di luce e voce, a presente e futuro memento, alla sterminata teoria di croci che, in perpetrato martirio di carne, sangue, sensi e sentimenti ha ‘uncinato’, lacerato e brutalizzato la ‘pietas’, il distintivo privilegio dell’umanità, fatta e adatta a fecondare e coltrare il campo di grano del mondo reciprocamente, pacificamente condiviso: un mondo purtroppo ancora da venire, e da ricordare e tramandare.

Un felice ‘fatto artistico’ questa silloge, uno dei 3 libri selezionati da Rondoni sul ‘domenicale’ di 24 Ore del 12 dicembre 2010 come i migliori dell’anno, quasi a ribadire come i prestigiosi premi conseguiti, mostrando ‘l’altezza’ della valoriale statura etica e poetica della Carraroli, dimostrino ‘anche e nonostante’ la civile persistenza di quella r-esistente cultura della parola nel ‘suon di lei’ in questo caso percepito, curato e testimoniato da chi ha saputo e voluto ascoltare e intendere per pro-tendere e re(i)stituire all’attenzione della società degli uomini la dignità e verità di quella integrale, individuale umanità, che per la sua dis-organica, schizofrenica, in-condizionata condizione corpomentale è reclusa, repressa e violentata dall’ organizzazione sociale degli uomini medesimi: gli uomini che, con Linneo auto-praclamatisi due volte sapienti, hanno dimenticato la buona e giusta bellezza e saggezza dell’antica ‘pietas’, munifico e salvifico antidoto contro il pandemico virus che tuttora affligge e affanna, offende e rende il mondo della storia, malato di incurabile cainità, un ‘atomo opaco di delirante volontà e voluttà di onnipotenza nella luttuosa violenza della sopraffazione.
Recensione
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