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Tentando una sintesi, senza il peccato dell’abbreviazione, in questa breve nota riconduco le “parole sepolte” di Galeotti alla sinestesica solarità umbratile e sommessa di tutto il suo esteso e deteso operare in versi: solarità costante, quindi placata e pacatamente sommersa, come carsico fiume che intimamente custodisce un desiderio di conoscenza oltre la sapienza, nel suo ritornante scorrere e trascorrere verso la sorgente, al “centro dell’inizio”, là dove germinano, coltrati “allo specchio” della memoria, i “semi d’amore” nella forza di terra delle proprie radici.

Fiorite nell’interrotto viaggio dei pensieri, esse si espandono – preziose, ricorrenti, biologiche icone nella permanenza della memoria – per diffondere ad ogni richiamo esistenziale la serenante armonia primigenia come mite, intima, infrangibile barriera all’attualità violenta, che nello scialo svuota, superficializzato e dissacrato il senso del mondo. Poesia dell’intimità, dunque, in cui il ritmo si fa melodia nell’epifanico, sommesso incedere verso l’alterità, essa contiene – come il gheriglio dei suoi semi – la forza di terra di quelle sue radici per accettare, irrisolta, la tesa drammaticità del percorso vitale: che invoca risposta già nell’infanzia, su quella “strada di Camparca” dove la figura paterna, sentinella di salvifica saggezza, propone la non risposta solo invitando all’andare.

Il nucleo fondante della solarità menottiana trepida dunque mosso e con-mosso nel nostos verso il centro di quell’inizio, nella ossimorica, detesa tensione alla non risposta/proposta paterna, dalla quale il poeta attinge, maieuticamente attuato, l’ “orizzonte invisibile” ove nell’ombra “di lunghi silenzi diurni”, nella imprevedibilità dell’istante, la voce “ha lo spazio” di quell’istante medesimo: scintilla del “fuoco segreto” in cui i suoi versi “brillano nella tenebra/mille occhi ardenti” di rondini leggere “come piume in libertà”, “a intenerire l’immagine desolata” d’ogni aspro, gelido, opaco inverno, per leggere anche “le sillabe non dette” nella rivelazione proposta dall’ “avenir de reverie”, “trapassato remoto” in cui “la vita, un pugno d’argilla/nel cuore dell’universo” scopre il presente “alla fine della remota avventura”.

Il tema del viaggio/ritorno insieme a quello dell’attesa, nella vaghezza indeterminata del leopardiano “sabato del villaggio”, è allusivamente sempre sospeso nella fluidità di un verseggiare che – ove non reclami grido di denuncia, come ne “La barca clandestina”, “I moralisti”, “Il muro d’Israele”, “Deriva” – suggerisce sottraendo per con-partecipare responsorialmente.

In conclusione, mi sembra di poter definire il poetico progress di Galeotti (in quest’ultima raccolta ancora più prossimo al “serenante nulla” caproniano) in “consapevole, trepidante incantamento” nella parusia che viene a trovarlo come paziente, colloquiale conforto di straordinario, votivo monito ed esempio contro la vacua attualità, dissennata e furiosa perché priva del senso e del segno del “voto” moriniano: che dall’umano repertorio errante di misfatti e barbarie, di fardelli e nequizie, discriminazione e guerre, con e nella forza responsabile dei suoi intimi semi d’amore, auspicando e denunciando ritrova il coraggio della speranza nella mitezza ardente e coinvolgente delle sue sepolte parole, presenti, vive e luminanti in quell’umbratile tempo/sogno che non suona le ore.

Recensione
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