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E’ possibile crescere le radici del/dal vertice? Dice sì quest’ultimo viaggio dell’ascensiva interiorità galeottiana, “in cammino” “verso l’aurora” nell’ “orizzonte aperto” al perenne “cielo senza orizzonte” attraverso le varie tappe/mappe d’una lunga teoria di stazioni/stagioni esistenziali e coscienziali; dice sì, perchè egli intrattiene nel suo profondo sé quelle mitopoietiche radici che s’innervano e diramano dilagando e diventando quel che sono: linfa vitale, nutrice di immediata captatio d’ogni “momento di memoria” indotto dalle variegate occasioni di incontro, confronto, e ri-scontro, con l’“incubo” della buia attualità epocale, vieppiù farnetica e frastornante avverso la ricorrente, fluida fissità della natura. Nel suo rassicurante divenire, la creaturale humanitas del poeta brancola affannata, eppur confortata, in cerca del metastorico “senso del futuro” che s’illimina e illumina in quell’ “angolo dell’universo” custodito nei “sogni del mattino”, dove albica l’ ipostatica immagine del reale invisibile, intra-visto con la levinasiana’‘altruità’degli “occhi” interiori. Partecipi dell’ interiorità ignorata e offesa di ogni altro “caro fratello”, questi “altri occhi” non hanno palpebre per chiudersi all’“antico dolore” della “folla dei più piccoli”: tutto lo spaurito esercito disarmato e sconfitto dei diversamente ‘scomodi’, i ‘fastidiosi’, i ‘difformi’, emarginati e ripudiati dall’ ipocrito buonismo a misura e parola del privatistico ‘comodo’ conformato negli usi, consumi e costumi. Come il “clandestino”, il “ragazzo di strada”, la “bambola nera” “dal mesto sorriso”, tutti nel pur “diverso destino” a lui compagni di viaggio in attesa di scendere dalla “lunga barca” vitale, lasciando ognuno a suo tempo, modo e luogo, nel carnale “distacco” dalla comune “terra persa”, la “voce nascosta” di “qualcosa di sé…”: la polifonica voce delle “nuove speranze” che “vengono avanti” frusciando nell’evanescente onnipresenza delle care “ombre” di coloro che, amati, “amarono la vita” riportando “dallo stesso viaggio” i semi dei sensi, intenti e intendimenti da praticare in vita per dare senso alla vita del futuro.

E’ quel futuro che riceve e raccoglie “con mani pietose” il “grano dei desideri” maturato nelle mutue “tracce d’essere uguali”, e non più “divisi da parole e sorrisi”, compagni “in cammino” dalle originarie radici, ramificanti nell’ av-vento delle molteplici “voci dell’anima” che sostengono ogni “uomo di pace”: come il poeta in devoto pellegrinaggio di “ritorno” al tempio della memoria d’un ieri d’amore, agostinianamente disteso e reso all’ avvenire del tempo.

Soltanto nella consistente evanescenza di quel temp(i)o è custodito infatti il salvifico antidoto al mièlide veleno del “tempo stretto” dentro le sbarre della odierna “dittatura dell’istante”, dove l’istante “sfreccia sull’asfalto” nell’assordante indifferenza del traffico convulso, nel “salone/interminabile” del “supermercato”, in carrelli/container sempre più capienti “da spingere alla fuga” tra la frenesia compulsiva di gente “insaziabile”, in farnetica giostra tra i banchi obesi da ogni tipo di merce sempre più voracemente moltiplicata e sofisticata. E nel viscerale anelito alla fuga, il poeta ritrova l’ “ultima porta” aperta sulla strada del ritorno a quell’ “ieri” che, “nello spazio/ dei pensieri di un oggi” conserva e consente la vista, l’odore, il sapore, e il non-sapere del suo ‘paesaggio anteriore’, incovato nella natìa innocenza del “poggio antico” della sua “Camparca”: dove fiorivano “come la menta e il basilico” “nell’orcio di casa”, i confusi bagliori e stupori delle infantili primavere, protese a ignote speranze, ignare d’ attese e di pretese.

Inseminati nel campo dei miracoli dell’anima, quei lontananti, stupiti bagliori, “alla rinfusa” affiorano nel quotidiano crepuscolar dell’alba, rigerminando le vaghe, primizie speranze nella matura consapevolezza d’ un in-trepido sentimento che assolve e “salva la mente e il cuore” nella con-passionevole accoglienza di tutti gli “uguali uomini”, diversamente delusi e sfiancati dalle continue ‘prove da sforzo’ imposte dallo strenuo esercizio del vivere: dove solo il creaturale sentimento fondato sulla francescana ortoprassi concretamente avvera il sogno di un reciproco ‘modo’ di fraterno incontro in un mondo liberato da partigiane indulgenze e preferenze, violenze e prevaricazioni; un mondo dove nel tempo “ogni vita” “spenge il giovanil vigore” che si riaccende propagando il “tempo della pace” nell’avvento d’una globale ‘politicità’ senza frontiere né barriere.

E’ così che dal genetico agguato della ‘imminenza che sovrasta’ il “prato di spine” dell’esistere, fiorisce e fluisce “in rivoli di luce” quella serenante accettazione che accompagna il poeta, “in fila” d’attesa, alla “Pasqua” del/nel “primo mattino” d’uno sconfinato “per sempre”, che sirenico come l’ondivaga immanenza del mare, ne accoglie e scioglie il ‘folle volo’ nel numinoso ‘non luogo dove tutto ha ed è luogo’: quel bianco “oltremondo” di luce e pace che in fabulante silenzio chiama e aspetta “la piccola barca” carnale d’ogni “eterna creatura”, che rientra puntuale al suo porto postremo, “tremando tremando” nella trepida in-pazienza dell’ansioso desiderio, come allora il poeta, al primo appuntamento con l’ignoto in-canto dell’ Amore.

Recensione
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